Poi la sposta

– La prego può mandare una pattuglia, un carro attrezzi, un carro armato, l’aviazione, qualcuno! La situazione è completamente fuori controllo, ci sono auto ovunque: sulle strisce pedonali, sullo stallo del bus, decine di auto a noleggio senza pass…

– Eh… ma sono le 12:45… e poi oggi abbiamo già fatto rimozioni da quelle parti eh…

– Ma… evidentemente non bastano. Guardi, davvero, siamo esasperati, c’è gente che sta cercando posto da più di 1 ora, manco nei parcheggi a pagamento c’è un buco. Qui tra poco scoppia una rivolta.

– Senta, faccia così, intanto la lasci in qualche divieto di sosta tanto fino alle 15:00 non passa nessuno… mangia e poi la sposta…

L’eterno ritorno

Non si dispiaccia lo Zuccherino di Paceco,

non si strugga l’Avocato locale,

non si disperi l’Albicocca di Scillato o la Giallona dell’Etna.

Il momento tanto agognato è finalmente arrivato.

Che indietreggino i dehors,

che si voltino, sguardo a terra, gli altri ambulanti,

lasciatela passare con tutta la sua grazia.

Si allerti il Sindaco,

si agghindi la Carrozza del Senato,

sfilino in parata i Vigili Urbani,

suonino a festa le campane.

Oggi celebriamo l’ innocenza,

quelle forme seducenti, il dorato della pelle

la dolcezza della sua essenza.

Bentornata Cipudda di Giarratana.

Muta mi sto – Dialoghi OFF11 day 1

Ore 18:45

– Mi Scusi, chi fa ni potta 2 cafè?

– Guardi che non è un bar, non potete stare qui, è un’area riservata agli ospiti del festival.

– Biii, non avevamo capito… allora appena ni potta i cafè, ni vivemu e ce ne antiamo subito.

 

Ore 20:08

– Scusi è dell’organizzazione?

– Mi dica signora.

– Ma chi lo vince u festival st’anno?

– E non lo so.

– Avanti…

– Glielo giuro.

– Avanti…

–  Signora! Davvero, ancora non si sa.

– Se me lo dice… Muta mi sto.

 

Ore 22:27

– Che fimm state fanto?

– Ora inizia “L’uomo che comprò la luna”.

– Americano?

– No, è una produzione italiana.

– Ci sono antati gli americani sulla luna no gli italiani e manco i russi.

– Naturalmente, ma questo è un film e…

– E che c’entra? I cosi si devono fari boni.

– Guardi, perché non si siede e se lo vede? Appena si alzano queste persone si può accomodare qui, in seconda fila.

– Non ne spento soldi.

– Guardi che è gratuito.

– Vero?

– Vero.

– Ma… tomani lo rifate?

– No, domani c’è un altro film.

– Allora non m’interessa. Buonasera.

foto di Studio 51

Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.

 

 

Selvaggi

Le escursioni mi mettono sempre una sete bestiale, perciò questa volta, dopo le esperienze e tutti gli errori del passato, dopo aver finalmente sostituito la vecchia borsa a tracolla della Eastpack con uno zaino con due porta bottiglie integrati, mi sentivo pronto e adeguatamente equipaggiato. Quel pomeriggio avevamo deciso di andare a Shi Shi Beach, una spiaggia da mille e una notte che si trova sulla costa nord del Pacifico, all’interno della riserva degli indiani Makah nell’Olympic National Park, Stato di Washington.

L’Olympic National Park è un luogo incantato, dal 1981 – a ragion veduta – è patrimonio dell’umanità: chilometri di costa incontaminata, una catena montuosa con annessi ghiacciai e un pezzo gigante di foresta pluviale come all’equatore, solo che qui siamo a pochi chilometri dal confine con il Canada. 

La sera prima eravamo a Forks, qui ci ambientarono la saga di Twilight, ma a dire il vero, in giro non c’è traccia di vampiri stilosi e hype,  solo molta gente semplice. Hanno una pizzeria – Pacific Pizza si chiama – e un paio di bar con cucina, biliardo e Jukebox. C’eravamo goduti il tramonto spettacolare di Rialto Beach, che è una spiaggia molto frequentata dai surfisti e turisti. L’oceano trasportava una nebbiolina glaciale e noi ci eravamo accomodati accanto ad un falò di comunità, lasciato acceso da un gruppo di ragazzi che erano andati via. Il sole scendeva lentamente e dal campeggio libero dietro la fila di alberi che delimitava la spiaggia, arrivavano profumi intensi di brace, affumicature con legni pregiati e profumo di grigliate miste. Stavamo morendo di fame. Avevamo saltato il pranzo, così ci siamo messi in macchina e siamo tornati verso Forks. Lì, come ci succede sempre, ci siamo accorti che era troppo tardi: il tizio degli hamburger aveva chiuso la cucina, il supermarket sbarrato, la pizzeria non prendeva più ordinazioni. Eravamo disperati, stavamo lì, a due metri da questo gigantesco forno elettrico che continuava a sfornava le pizze dei clienti in attesa, senza poter fare niente. A nulla sono valse le capacità oratorie e persuasive di Donatella, non c’era verso, i gestori erano inamovibili e pignoli come il signor Dante.

Il signor Dante era il proprietario di una pizzeria in via Filisto, a Siracusa, alla fine degli anni ‘60. Mio padre mi raccontava che Dante l’aveva aperta una decina di anni prima, il quartiere, allora, era in espansione, il boom economico garantiva ai clienti qualche soldo da spendere fuori casa e lui faceva affari d’oro. Poi, con il passare del tempo, probabilmente per una serie di fattori diversi, il locale cominciò ad andare male. Dante, stoico, rimase lì, a guardia del passato, tra il banco circolare con i condimenti e il grande forno a legna. “Che ha pagato Pippuzzo?” chiedeva alla cassiera, indicando mio padre. Ormai si conoscevano da anni, da quando cioè mio padre era un ragazzino e adesso che viveva da solo, perché i suoi genitori si erano trasferiti a Enna, quando poteva, cercava di aiutarlo comprandosi una pizza d’asporto.

“Una maggherita signò Dante.” replicava precisa la ragazza.

“Pronta in 5 minuti.” Faceva lui mentre aveva già iniziato a stendere la pasta.

Il Signor Dante più che un pizzaiolo era un chimico molecolare, centellinava gli ingredienti con una precisione esasperata, mai una goccia di salsa di pomodoro in più, mai un pezzetto di mozzarella fuori posto, perfino l’aggiunta di una lacrima d’olio d’oliva, avveniva con un gesto velocissimo, quasi da prestigiatore, attraverso una bottiglia di vetro verde dal beccuccio stretto e sul quale poggiava pure il pollice per ostruirne l’uscita.

“Signor Dante, che fa, gliele aggiunge due olive?” chiedeva mio padre.

“Eh no! Poi diventa una Romana…” sentenziava Dante.

Comunque, quella sera a Forks, io ero disposto a spacciarmi per pizzaiolo – uno di quelli campioni del mondo che ci sono dalle nostre parti – ero pronto a farmela da solo la pizza, poi, per fortuna, una comitivona di giapponesi, mossa a compassione, ci ha offerto una delle pizze in più che avevano ordinato. Per sdebitarmi ho offerto loro un giro di Dottor Pepper, perché questa volevano. Ora, io non so se avete mai bevuto la Dottor Pepper, ma probabilmente è la bevanda più disgustosa sulla faccia della terra. Un mix di Coccoina: la colla alla mandorla; amarena e caramello. La provai con l’entusiasmo del novizio la prima volta che andai negli Stati Uniti e giurai che non l’avrei bevuta mai più. Comunque, la pizza in più si chiamava Rainbow ed era preparata con pesto alla genovese, mozzarella, peperoni gialli, salame, crema all’aglio e origano. Prima di servirla, il pizzaiolo, l’ha resa unica apponendo una sigla (le sue iniziali?) con uno spruzzo di formaggio spray. Scrivendone oggi sembra incredibile, ma lì, quella sera, a Forks, mi sembrò perfino buona.

L’indomani, dopo cinquanta miglia di tornanti a 40 chilometri orari di limite, siamo finalmente arrivati a Neah Bay, dove Donatella aveva trovato un cottage sulla spiaggia – Hobuck Beach Resort si chiamava – a un prezzo davvero stracciato. Donatella negli anni ha sviluppato questa skill fondamentale: abbandonati i soliti Expedia e Booking ha scovato un paio di siti americani che, se ci si trova nel posto giusto, al momento giusto e si ha l’ardire di aspettare fino all’ultimo istante, tipo asta on-line, si prendono ottime stanze a prezzi convenienti.  

Mentre scaricavamo i bagagli e prendevamo possesso dell’alloggio, notavo che gli occupanti degli altri cottage scaricavano provviste su provviste: casse di birra, sacchi di patate, pannocchie di mais, dispenser di salse, chili di carne e di pesce. Noi ci siamo sistemati e siamo subito risaliti in auto direzione Shi Shi Beach. Il programma era: facciamoci questa escursione, stiamo un po’ in spiaggia, torniamo prima che faccia buio, facciamo un po’ di spesa, compriamo due hamburger, del cheddar a fette, l’insalata e una di quelle confezioni di birra da sei, ci docciamo e ceniamo in veranda, in riva al mare. 

Abbiamo parcheggiato l’auto in un piccolo slargo e da lì, imboccato il trail per la spiaggia. Per raggiungere Shi Shi Beach bisogna affrontare un percorso a piedi di circa tre chilometri e mezzo all’interno della foresta. Il terreno è fangoso e rende il cammino incerto e difficoltoso, la vegetazione a tratti diventa fitta e quasi impenetrabile e l’umidità sfida le percentuali siracusane. Insomma, una faticaccia. Durante il percorso non abbiamo incontrato nessuno, eravamo completamente soli e la cosa ci angosciava un po’ perché pensavamo di avere sbagliato strada. Poi, dopo due ore di cammino, abbiamo cominciato a sentire l’oceano – il suo rumore potente e sfacciato non ha nulla a che vedere con quello del mare – e ci siamo tranquillizzati. Abbiamo raggiunto un costone a picco sulla spiaggia, seguito una freccia che ci indirizzava verso un pendio più morbido e ci siamo calati con una corda che si trovava già in loco. Questa cosa della corda, detta così, sembra assurda, ma è stato più semplice di quanto avessi mai potuto immaginare.

Shi Shi Beach toglie il fiato e si merita questa fatica. È sconfinata, bellissima, cangiante nei colori e nelle atmosfere. Faraglioni pieni di vegetazione, enormi tronchi d’albero levigati dal mare e poggiati sulla sabbia, animali del bosco e una luce indimenticabile. I surfisti cominciavano a raccogliere le cose per tornarsene indietro, altri invece si erano attrezzati con tende e fuochi per passare la notte, noi ci siamo sdraiati su un tronco gigante ad ammirare questo scorcio di mondo incontaminato. Poco prima del tramonto siamo andati via, non potevamo fare altrimenti, non avevamo nemmeno una torcia e francamente, l’idea di scalare una parete con una fune e rifarci due ore di trail nella poltiglia, al buio, non ci attirava per niente.

Siamo arrivati al parcheggio stanchissimi, infangati e disidratati. Il ritorno è stato più faticoso dell’andata, in alcuni momenti mi sarei lasciato cadere a terra stremato, solo una cosa mi spingeva a proseguire: l’idea di bere una birra ghiacciata nella veranda sulla spiaggia. Pensavo ardentemente ad una di quelle Budweiser con il tappo a vite che hanno loro, quelle che si bevono non appena entrano in casa, aprono il frigo, svitano il tappo senza camurrie del tipo: “ma dov’è l’apri bottiglie?”, accendono il baseball in Tv e si arricriano.  

Attratti da un cartello che pubblicizzava la vendita di carbonella homemade con legno di melo, cedro e ciliegio, ci siamo fermati davanti a questo mini market con annessa pompa di benzina, lo gestiva una famiglia di indiani Makah e abbiamo acquistato un sacco da 10 libre. Inconsciamente mi si è acceso come un campanello d’allarme, un segnale che mi avvertiva che c’era qualcosa di strano, ma sul momento non ci ho fatto caso, eravamo in ritardo sulla tabella di marcia e non volevamo trovare chiuso l’unico supermarket del posto. Siamo risaliti in macchina, ma abbiamo percorso solo pochi metri perché in uno slargo poco distante, un indiano Makah vendeva dei sacchetti pieni di cherry tomatoes di tutti i colori, ne abbiamo comprato uno e siamo ripartiti. Finalmente siamo arrivati al Washburn General Store e lì si è consumata la tragedia. Sì, perché a Neah Bay gli indiani Makah gestiscono tutto e gli indiani Makan praticamente non mangiano carne, hanno una tradizione millenaria di pesca e di caccia alla balena, ogni famiglia si fa le sue conserve e quel poco di carne che mangiano gli arriva il mercoledì. Era martedì sera, gli scaffali erano praticamente vuoti, c’erano dei nachos, del pesce sotto sale, dei tranci surgelati di merluzzo in pastella e qualche confezione di gelato Häagen-Dazs. Il campanello d’allarme ha iniziato a suonare di nuovo, questa volta all’impazzata, ho cominciato a correre tra i corridoi semi vuoti, ero in uno stato alterato di coscienza. “Non può essere, non può essere!” continuavo a ripetermi tra me e me, ma in realtà avevo capito tutto. L’avevo già capito al mini market della pompa di benzina, ma il mio inconscio, forse per proteggermi, me lo teneva nascosto: gli indiani Makah sono astemi. Cazzo! Gli indiani Makah non vendono né birra né qualsiasi altro alcolico, cazzo, cazzo! Per di più nel corridoio delle bevande era rimasta solo la Dottor Pepper e della Fanta alla mela. 

Mi è crollato il mondo addosso. Ero sudato, infangato, stanco, demoralizzato e incazzato. Inveivo ad alta voce contro le minoranze etniche, contro le riserve indiane e il fallimento delle politiche di integrazione del governo federale.

Donatella si è avvicinata per consolarmi, mi diceva: “dai, facciamo il pesce alla griglia, abbiamo il pomodoro, compriamo il gelato macadamia brittle, accomodiamo.”. Non c’è stato verso, io volevo solo una stramaledettissima birra.

L’indiano Makah alla cassa era impassibile, nemmeno ci guardava, quando ha alzato lo sguardo verso di me, per un attimo ho pensato che capisse l’italiano, mi ha scrutato da capo a piedi e ha fatto una faccia come a dire: selvaggio.