Cichiss

C’è una colonia di gatti che caca davanti al mio portone. Ogni giorno, tre/quattro cacate nuove si sommano e si impastano all’intonaco scozzolato dei vecchi palazzi di Ortigia e del garage abusivo e ormai sanato dal tempo, tirato su da qualche “spittuni” chiudendo uno dei vicoli che da Vittorio Veneto portavano a mare. Non ho una grande passione per i gatti ma li rispetto in quanto esseri viventi, per esempio, ce n’è uno rossiccio con tre zampe, che è sempre sul chi vive, evidentemente si porta ancora dietro lo shock dell’incidente, allora io, quando lo incrocio gli concedo il passo, faccio in modo che non scappi con quel suo incedere caracollante e insicuro e gli lascio il passaggio sul marciapiede o addirittura attraverso, per non recargli alcun disturbo. I gatti della colonia felina sono tutti ben nutriti e ricevono quotidianamente razioni di cibo, croccantini e scatolette. L’anno scorso, uno bianco e nero, doveva essersi in qualche modo affezionato perchè me lo trovavo sempre accanto: dietro l’angolo appena lo giravo, sotto la macchina o davanti al portone. Poi si è scocciato perchè ha scelto un altro angolo e la macchina di qualcun altro, ma del resto, io mi limitavo a sorridergli e poco altro. Comunque, la questione della cacca dei gatti davanti al portone è una bella rogna. Guai a uscire o fare rientro a casa soprappensiero, è un lusso che non possiamo permetterci. Bisogna sempre stare all’erta, controllare ogni singolo passo o farne uno più lungo della gamba. Col passeggino poi, dobbiamo produrci in pericolose evoluzione alla Holer Togni, con passaggi su due ruote o salti alla Bo e Luke di Hazzard. Per ovviare al problema ho comprato una scopa di saggina che lascio nel piccolo androne e quando posso, spazzo lì davanti, ma è solo un palliativo, mi limito a spostare la cacca da A a B, ma il giorno dopo, siamo punto e a capo. La scopa, tra l’altro, se la sono pure fregata, lasciandomi con una sensazione di impotenza e di fastidio.

Anni fa, una volta ogni due mesi circa, passava uno spazzino, arrivava a bordo di una Ape, un moncherino di scopa a mo’ di vessillo faceva capolino da un bidone nero posto sul cassone, lasciava il mezzo in mezzo alla strada e si dirigeva verso il lungomare, si accendeva una sigaretta e se la gustava a profonde boccate, appoggiato alla ringhiera, poi la spegneva e cominciava a spazzare per terra e con mio grade stupore, arrivava fino al mio portone e quando vedeva dei gatti gli gridava: “Cichiss”. Quelli sì che erano bei tempi, quando cinque o sei volte l’anno passava lo spazzino a ripulire ed era come vivere a Merano, a Baden Baden, a Tromsø. Da qualche anno non spazza più nessuno, l’angolo dove è allocato il mio portone è in completo abbandono e tutto il lato sinistro del lungomare è sommerso da cumuli sempre più alti di escrementi di animali, delle vere e proprie collinette di merda compatta, ci sono sacchetti di spazzatura che si decompongono abbandonati tra le auto parcheggiate, carte insivate da arancini troppo unti, cartacce e bicchieri di plastica da cocktail risalenti all’estate passata e lasciati lì dai giovani fruitori del solarium di fronte. Ci sono anche due bottiglie di birra, sono lì da così tanto tempo che gli abbiamo dato dei nomi: Margareth, la Corona con la buccia di limone marcio dentro e Sophie, una Beck’s da 66, mia figlia, ormai le riconosce. Ogni tanto, prima dell’alba, un rumore assordante mi desta dal sonno, è il fracasso del cosiddetto lavaggio strade: un macchinario con due spazzole rotanti avanza lentamente sul lato mare sollevando pruvulazzo, al suo fianco, un uomo munito di cannone soffiatore indirizza tutta la sporcizia  e la merda verso l’altro lato della strada, poi, soddisfatti vanno via.

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