Radio Stars

Nel periodo a cavallo tra le elementari e le medie, quando le giornate si accorciavano e faceva freddo per scendere in cortile a giocare, passavo le domeniche pomeriggio con mio padre. Acquisiti i risultati delle partite del campionato di Serie A, mettevamo in scena una finta trasmissione radio: microfoni, mixer, piatto e una doppia piastra per registrarci. Il format consisteva in collegamenti dai campi principali per un sunto e un commento sulla partita appena terminata. Ovviamente nessuno di noi aveva visto la partita – per i gol bisognava aspettare 90° minuto – quindi inventavamo di sana pianta. Dato che eravamo solo in due e mia mamma partecipava occasionalmente, avevamo aggiunto altri inviati che interpretavamo a turno: Nannovjić, Batalock e Vincenzo, che poi in realtà, non erano altro che i soprannomi di alcuni miei amici. Nannovjić era il fratello più grande di un mio compagno di classe e per la sua età, era un ragazzo posato, maturo e riflessivo. Batalock abitava nel palazzo ed era allampanato totale. Vincenzo era Vincenzo, un bambino che faceva nuoto con me. Tra un collegamento e l’altro mandavamo brani musicali e qualche volta mio padre suonava il piano.

Con il passare delle domeniche e il rodarsi del programma, decidemmo di aggiungere anche alcuni spot per pubblicizzare le attività commerciali della zona. C’era il Mondo dei Giocattoli (puoi comprare anche lui, il proprietario), c’era l’edicola di Panebianco (allegria, simpatia, cortesia), e poi c’era Concetto Li Noce. Li Noce era il titolare di un’autocarrozzeria in via Grottasanta e lo spot è indelebile nella mia memoria. Iniziava con rumori che simulavano un incidente: confusione, martello, chiave inglese, bottiglie. “Oh no! Ho ammaccato la mia macchina” diceva il personaggio interpretato da mio padre. “Non ti preoccupare – intervenivo io – vai da Concetto Li Noce, ti riparerà la macchina anche se schiacciata come una noce”. Poi nuovamente rumori, ma stavolta veramente esagerati: un glang, glang, deng infernale. “Ma che fai?”, chiedevo allarmato e mio padre, al culmine della tensione emotiva rispondeva: “Schiaccio la mia macchina”.