Le vite degli altri

Boothbay Harbor, nel Maine, è un paesino di duemila anime sulla strada per l’Acadia National Park, nostra destinazione definitiva e luogo dell’anima. Quando siamo arrivati in auto da Boston, abbiamo parcheggiato in una piazzetta e abbiamo fatto un giro a piedi per trovare un posto dove trascorrere la notte. La nostra scelta è caduta sull’Oceanside Inn perchè era luogo incantevole: una casa di legno grigia e bianca, con le tendine ricamate alle finestre e una vista mozzafiato sulla baia. Abbiamo bussato ma non rispondeva nessuno, la porta era spalancata così abbiamo aperto la zanzariera, siamo entrati in soggiorno e su un tavolino con sopra un telefono, c’era un foglio con scritto una cosa tipo: ciao, benvenuti, se non sono in casa, chiama questo numero. Donatella ha digitato il numero e dopo qualche squillo ha risposto la caserma dei vigili del fuoco del paese, lei si è scusata, pensando di aver sbagliato numero, ma invece, la voce dall’altro capo l’ha rassicurata e le ha passato Martin, il capo dei pompieri e padrone di casa, che ha detto che in pochi minuti sarebbe arrivato da noi. Martin era un settantacinquenne in gran forma, pensionato e capo volontario dei vigili del fuoco del paese. Si è subito scusato per l’attesa e ci ha raccontato che non si aspettava turisti perché la stagione era ormai terminata. Ci ha fatto vedere le stanze (erano tutte libere) e noi abbiamo scelto una camera al primo piano, con le finestre che davano sul vecchio pontile. Abbiamo portato su i bagagli e pagato. Alla fine della transazione ho chiesto a Martin la chiave e lui è rimasto di sasso. “Di  cosa?”, mi ha domandato sorpreso. “Della stanza, della porta d’ingresso della casa – ho detto io – sai, pensavamo di uscire a cena e al ritorno non vorremmo disturbare nessuno”. “Nessun disturbo – ha replicato Martin – ma questo è un posto tranquillo e le porte sono sempre aperte. Piuttosto, sapete che io faccio la migliore aragosta di tutta la contea? Se volete ne peschiamo qualcuna e ceniamo insieme in veranda.”. Come avremmo potuto dire di no.

Martin ha preparato la barca e siamo usciti a prendere le aragoste. C’è da dire che da queste parti, ogni famiglia possiede una barca e tre o quattro trappole piazzata nella baia. Martin si è posizionato sopra la prima, ha preso il galleggiante e tirato su la trappola. Dentro c’era un’aragosta enorme e una di medie dimensioni. Le ha estratte e messe all’interno di un secchio di alluminio, poi ha ricaricato la trappola, sistemato il galleggiante e buttato tutto in mare. Siamo ripartiti in direzione della seconda trappola posizionata a una 50 di metri in linea d’aria. Stessa procedura di prima, ma stavolta una delle aragoste dentro la trappola sembrava più piccola. Io ho esultato lo stesso, sia per fargli piacere, sia perché ero davvero emozionato, ma Martin non era molto convinto ha detto: “meglio controllare.”, ha tirato fuori una specie di regolo, ha misurato il crostaceo e l’ha ributtato in mare. “Troppo piccola – mi ha detto – almeno un pollice!”. Quella sera abbiamo mangiato le aragoste cotte al vapore e condite col burro fuso. Martin ci ha raccontato un pezzo della sua vita: che lui è in pensione ma fa il comandante volontario dei Vigili del Fuoco, che sua moglie era morta l’inverno scorso e che lui, anche se a volte arriva distrutto, aveva deciso di continuare a gestire il B&B perché era la passione di Katherine, che le sue figlie sono molto affettuose ma vivono lontano e poi che c’era una cosa che sua moglie avrebbe voluto fare più di tutte ma che non è riuscita a fare: visitare l’Italia. Martin ci raccontava di sé come se fossimo amici da sempre, con una naturalezza e una dignità che abbiamo apprezzato dal primo istante. Noi gli abbiamo parlato dell’Italia, ma senza recriminazioni del tipo non funziona quello, non funziona questo, ma come un posto incantato, pieno di storia e di arte, un Paese di cui Katherine si sarebbe certamente innamorata.

Alla fine della cena abbiamo sparecchiato e lui ha tirato fuori una bottiglia di bourbon e dei bicchieri e ci ha dato la buonanotte: “ragazzi – ha detto – io devo ancora vedere delle scartoffie e domani devo svegliarmi presto per prepararvi la colazione, voi fate come se fosse a casa vostra”. Noi l’abbiamo ringraziato e gli abbiamo augurato la buonanotte, lui ha fatto un paio di passi, poi si è voltato è ha detto: “no, grazie a voi, davvero.” e ha accennato un sorriso. È entrato in casa e abbiamo sentito lo scricchiolio degli scalini di legno che portavano al piano di sopra, poi le luci che si accendevano nella sua stanza e dopo un po’ ha acceso lo stereo. 

Ci sono delle musiche che ti restano dentro a discapito del tempo che passa: tu non le ascolti mai, non trovano spazio nelle tue playlist, non le citeresti nemmeno, eppure, appena senti le prime note, un brivido ti scorre sulle schiena, i nervi si tendono, il cuore accelera e poi è tutto un rincorrersi di immagini, di sensazioni, di ricordi, di speranze. Non so se è stato un caso, se la passava la radio o se Martin avesse scelto proprio quella canzone ma “Save Me” di Aimee Mann è il brano che chiude “Magnolia”, il capolavoro di Paul Thomas Anderson. Nell’ultima scena c’è Jim che va a casa di Claudia e la trova a letto, scossa, depressa, immersa in un’atmosfera opprimente. La sera prima, distrutta dal passato che la tormenta, dalle sue insicurezze e dalla cocaina, aveva detto a Jim che non avrebbe più voluto vederlo, che lei era una persona sbagliata e che non si meritava di essere felice. Quando Jim entra nella stanza da letto la canzone sta già suonando, lui inizia a parlare e poi si siede ai piedi del letto, quello che dice si intuisce solamente, niente di trascendentale però, Jim è un tipo semplice, le dice: sei una bella persona, io non voglio perderti, cose così, ma quello che conta è quello che sta cantando Aimee Mann perché i due discorsi – quello di Jim e il testo della canzone – si intersecano, sono due facce della stessa medaglie, due punti di vista che si completano. Poi c’è un riff di chitarra, una cosa semplicissima, poche note elementari ma di svolta e il pezzo si apre, entra la luce, i cuori si spalancano e in quel momento Claudia, che in tutta la scena ha avuto sempre un’espressione affranta, sorride, solo un accenno, ma quel sorriso, ma quante cose dice! Nero, titoli di coda.