Devozioni

Ritorno le iniziative del comune per il Decoro Day. Anni fa, destò molto scalpore il gigantesco murales raffigurante una moderna Santa Lucia disegnata sulla facciata di un caseggiato della Mazzarona. oggi, per placare le critiche dei cattolici più integralisti e riportare l’immaginario iconografico in un contesto più tradizionale, il Comune di Siracusa ha deciso di far dipingere sul palazzo attiguo, una poderosa effigie dell’ex Senatore Lo Curzio…

Seduzioni

E anche ieri eri lì, in bella mostra, vestita di rosso. Ne ero sicuro, tu ci sei sempre, non ti perdi mai un evento. Ho imparato a non darti confidenza, a evitarti, a guardarti da lontano, al massimo un cenno di saluto, ma con distacco, senza mostrare alcun tipo di coinvolgimento. Però mi piaci, mi sei sempre piaciuta ma purtroppo non posso più fidarmi di te, questa è la verità. Per quanto ti trovi attraente, ti sei dimostrata subdola, equivoca ed infida. Certo, hai un fascino sofisticato e una naturalezza che ti rende unica. Quando vuoi sei in grado di stupire e di ammaliare con il tuo profumo intenso e familiare, con le tue forme seducenti e quei colori mediterranei, ma io ho imparato a conoscerti e so quanto sei pericolosa. Con te nei paraggi non sono mai tranquillo, perché sei insensibile, spietata e prevaricatrice. Quante ne hai combinate in questi anni? Quante scenate, disperazioni, imbarazzi, fughe in lacrime hai provocato da quando ci conosciamo?

Per fronteggiarti, per non darti sazio, ho imparato a tenere sempre tutto sotto controllo, a dominare le emozioni e ogni singolo muscolo del mio corpo, sviluppando la capacità di gestire in maniera impeccabile calice di vino, piatto, tovagliolo e posate. Mi sono forgiato in anni e anni di estenuanti allenamenti, ho imparato ad affrontare party, apericene, buffet, inaugurazioni, matrimoni, comunioni e battesimi di ogni ordine e grado. Mi sentivo sicuro di me, padrone della situazione, ma poi ho ceduto, inspiegabilmente. Non volevo farlo ma è successo, mi sono avvicinato, mi hai sorriso ammiccante, ti ho sfiorato con la mano e ho percepito un fremito, ho avvicinato le labbra e quel cazzo di pomodoro a cubetti mi è caduto sulla camicia. Minchia, lo sapevo! Stronza bruschetta bastarda, ti odio.

 

Presto Principe

Ormai è gonfio di umidità e ha le pagine ingiallite, è una vecchia edizione economica Feltrinelli di Barnum di Baricco, è rimasta a Fontane Bianche e ogni anno, alla fine, finisce che me la rileggo. Ogni volta mi soffermo su una frase che dice più o meno: “la tristezza infinita delle verdure bollite e del circo…”, ora, a me le verdure bollite mi piacciono, certo non è un piatto che ordino al ristorante ma è una pietanza terapeutica e defaticante e alcune volte, la sera, a casa, dopo una giornata di sbattimenti, casini e fatture non pagate, sento l’esigenza di tagliarmi due zucchine, una patate, una carota, e una testa di finocchio e aspettare quel fischio rassicurante della pentola a pressione. Per il circo invece è diverso, concettualmente m’indispone. Lo so che è storia, tradizione, i Togni, gli Orfei, il Circo di Montecarlo in prima serata su Rai Tre, il Clown d’oro al Vasquez, però oggi, nel XXI secolo, l’idea degli animali costretti in quelle misere gabbie è insopportabile. Passare da Targia o dai Pantanelli, alzare gli occhi e vedere le espressioni tristi delle giraffe, nate per ammirare l’orizzonte sconfinato della Savana e finite con gli occhi fissi sull’insegna a neon di una sala bingo o di un concessionario di auto usate è qualcosa di straziante. Però, lo confesso, nonostante tutto, ogni volta che ci passo davanti sono tentato di fermarmi ed entrare. C’è un motivo, e lo so che è un’eventualità impossibile, ma io spero sempre di rivedere lui, il Principe dei Coccodrilli che ammirai più di trent’anni fa.

Era un circo sgangherato, un pomeriggio invernale e nebbioso, uno slargo alla periferia di Enna. Non ricordo il nome del circo ma ricordo che andai con mio padre e mia madre per trascorrere il pomeriggio. Solite cose: i clown, le cavallerizze con le paillettes, qualche animale esotico, gli acrobati e poi c’era lui, il domatore di coccodrilli. Sulla carta era un sedicente principe indiano, cosa lo avesse portato a Enna nel novembre del 1986 è un mistero. Il principe, agghindato con turbante, diadema, pantaloni sahariani e mantello, in realtà non era un domatore ma più propriamente un incantatore. Per il suo numero aveva a che fare con tre coccodrilli di media/piccola pezzatura. Le creature, annoiate e intirizzite dal freddo, erano con tutta probabilità stordite da psicofarmaci o da qualche altra droguccia mescalina. Il Principe si piazzava davanti ad uno di loro, gli apriva le ganasce e ci infilava la mano dentro, poi, osando di più, perfino la testa. Il pubblico reagiva tiepido, come se nulla fosse. Con la sola imposizione delle mani il Principe costringeva il coccodrillo annoiato a restare con la bocca aperta o gli faceva compiere delle lentissime e faticosissime piroette su se stesso, gli animali ricordavano vagamente quei padri di famiglia in sovrappeso che decidono di iscriversi a pilates. Il numero, nel suo complesso, era di una monotonia disarmante e anche io, che ero solo un bambino, provavo un certo imbarazzo per questo Principe costretto a coprirsi di ridicolo per portare un pezzo di pane a casa. Il pubblico non sembrava pensarla diversamente perché al termine dell’esibizione, gli applausi furono tiepidi e partì anche qualche fischio irridente. Poi, il colpo di scena.

Ora, esistono due teorie a riguardo. La prima, quella che definirei positivista, sostiene che il colpo di scena finale sia stato un unicum irripetibile: il numero andato male, la posizione dei coccodrilli sulla pista e altri fattori oggettivi avrebbero creato le condizioni ideali per attuarlo. La seconda ipotesi, quella che chiamerò romantica, vuole che questo gran finale venisse eseguito ad ogni singola messa in scena. Io propendo per la romantica e proprio per questo motivo, ogni volta che un Circo è arrivato in città, ho preso informazioni, chiesto a quelli che danno i biglietti gratis al semaforo, telefonato e inviato e-mail senza ottenerne mai niente, un’informazione, un indizio.

– Pronto?

– Sì, buongiorno, senta, mi scusi, avete un incantatore di coccodrilli?

– No, ma ci sono tantissimi animali: la tigre, Il leone, gli orsi siberiani…

– Certo, capisco, ma io sto cercando un principe indiano, era piuttosto famoso negli anni ’80, adesso avrà una sessantina d’anni e vorrei rintracciarlo per poterlo ringraziare…

– Ci sono due elefanti indiani…

– Scusi, ma lei che è nel giro, non è che mi aiuterebbe a rintracciarlo?

– Ma chi?

– Ma come chi! Il principe indiano, l’incantatore di coccodrilli…

– Ma chi lo conosce a questo?

– Non avete un database, qualcosa?

 – Ma che sta dicendo?

 – Parlo del Principe indiano…

– Senta, adesso mi sta scocciando, mi lasci lavorare. Vuole o non vuole acquistare i biglietti?

 – No, se non c’è il Principe non compro niente.

Applausi tiepidi e qualche fischio irridente, gli assistenti del Principe– o forse i suoi sudditi – si caricano un coccodrillo ciascuno e cominciano a dirigersi verso le quinte. Lui, il Principe, li segue con passo regale fino a quando un urlo straziante rompe il brusio del tendone pieno di gente. È la presentatrice, ha i capelli biondi sciolti sulle spalle e indossa una gonna cortissima e una giacca di lamè, ha gli occhi sgranati e indica un punto della pista. Tutti ci voltiamo a guardare, c’è un coccodrillo, è il più grande dei tre, si muove con lentezza esasperante verso gli spalti, prima di poter essere raggiunto, il pubblico avrebbe tutto il tempo di alzarsi con calma e defluire ordinato all’esterno. La presentatrice grida un terrorizzato: “Presto principe! Presto Principe!”. È un attimo, il Principe si volta di scatto, lascia cadere il mantello e corre verso la bestia feroce, la fronteggia, la fissa e impone le sue mani come se fosse un cavaliere Jedi. Il coccodrillo apre le fauci, sembra uno sbadiglio, ma il Principe non ci pensa due volte e gli salta addosso, i due si rotolano per terra, il coccodrillo non fa la minima resistenza, vuole solo tornarsene nella sua gabbia. Il principe ne esce vittorioso, si issa il coccodrillo sulle spalle manco fosse un tappeto persiano e se lo porta via. La presentatrice ci invita ad applaudire e ringraziare il Principe che con coraggio e sprezzo del pericolo ha affrontato a mani nude un pericoloso predatore evitando una strage di pubblico. Tra gli spalti, pochissimi applausi, la stragrande maggioranza delle persone è impassibile, non ha capito… non certo la pericolosità della situazione, ma la grandezza e la disperazione della messa in scena. I miei genitori ridono di gusto, scattano in piedi, io li emulo e insieme cominciano a gridare entusiasti: “Grazie Principe! Grazie Principe!”.

 

Landing

Sul Catania-Berlino l’applauso per l’atterraggio è stato talmente fragoroso e spontaneo che per la prima volta mi sono unito anche io al giubilo generale con cadenzati e sinceri “bravo” rivolti al comandante. Il mio atteggiamento ha suscitato l’apprezzamento genuino del signore al 15D che, sul bus che ci portava al terminal, mi ha detto: “Cettu ca chisti su piloti troppu bravi… chi spacchiu a fari Alitalia!”

 

Con le ali

Le reazioni delle persone davanti al pappapane cu l’ali sono sempre sconsiderate e fuori controllo, io per primo, lo ammetto. Non c’è tigre, leone, serpente velenoso, cane feroce o tirannosauro che tenga, davanti al pappapane cu l’ali tutti vanno fuori di testa. Cosa rende questo insetto così temuto e bistrattato è un mistero, probabilmente una combinazione di fattori: il colorito tra il marrone e il rossiccio, le antenne vigili e le orribili zampette pelose, ma la caratteristica che rende il pappapane cu l’ali terrificante e imprevedibile è la sua capacità di volare. Il volo del pappapane cu l’ali non è mai calibrato, niente a che fare con le traiettorie della mosca, distante anni luce dal planare leggiadro della zanzara, estraneo al vorticare ossessivo della cimice. Il pappapane cu l’ali, quando è messo alle strette, spicca un salto e sbatte le ali. Quando vola  emette un suono sconcertante, una specie di “fapfapfapfap” e quando lo senti è terrore puro. L’orrore nasce dal fatto che il pappapane cu l’ali non è per niente a suo agio in volo, non è cosa sua, non è capace di usare le ali, non è in grado di scegliere una traiettoria e di seguirla, il suo librarsi nell’aria è regolato dall’alea, dal caso. Questa imprevedibilità è la sua arma più efficace ed è la miccia in grado di generare scene di caos e panico di massa.

L’altra sera, a cena in un vicolo di Ortigia, a Siracusa, è spuntato fuori dal nulla, enorme, sospettoso, risaliva il muro su cui poggiava il nostro tavolo e quello di una coppia di commensali di Bolzano. Conosco bene i proprietari del ristorante e apprezzo la dedizione e la cura che mettono nella gestione, per cui, per non fare una scenata, io e Donatella, con molto sangue freddo, ci siamo alzati piano piano e con discrezione abbiamo richiamato l’attenzione del maitre. Lui era impegnato a prendere le ordinazioni di una tavolata, così, mentre i turisti danesi indugiavano nella scelta delle pietanze, mi ha rivolto uno sguardo come a dire: “Emi, che succede? Hai gli occhi del terrore, tutto ok?”. Io ho mosso le labbra per mimare la parola pappapane e poi, ho aggiunto: “enorme” e con le braccia attaccate al corpo, ho fatto il gesto delle ali. L’ho visto congedarsi dalla tavolata e dirigersi a passo veloce verso di noi, non voleva dare nell’occhio. Nel frattempo si erano avvicinati anche un cameriere e la sommelier, tutti erano in grave imbarazzo ma per fortuna nessuno degli altri avventori si era accorto di niente. Il cameriere ha preso un tovagliolo di stoffa e si è avvicinato al pappapane nel tentativo di catturarlo e di farlo sparire ma quello aveva capito tutto così in un attimo: “fapfapfapfap”, è decollato. Ha disegnato una traiettoria sconclusionata, prima sembrava diretto verso il balconcino del primo piano ma poi ha virato bruscamente ed è precipitato sulla schiena nuda di una ragazza della tavolata di turisti danesi. Lei deve aver sentito qualcosa perché si è rivolta all’amica alla sua sinistra e le ha chiesto di controllarle la schiena. L’amica ha avuto solo il tempo di sgranare gli occhi, poi il caos. Urla, tavoli rivoltati, bicchieri infranti, gente che scappava, chi proteggeva i bambini, donne in lacrime, preghiere, quello col coltello in mano pronto a difendersi. I clienti più distanti cercavano di capire e chiedevano: “che sta succedendo, che sta succedendo?”. In pochi secondi il vicolo si era svuotato, sembrava una scena di guerra, eravamo rimasti solo io e Donatella, la coppia di Bolzano e il personale disperato del ristorante. Con una flemma invidiabile quello di Bolzano ha detto che era impossibile che un singolo scarafaggio potesse aver determinato quell’incredibile bordello, allora sono intervenuto per puntualizzare e ho detto: “ma che diavolo stai dicendo! Anzi, ringrazia che non ci sono stati feriti… quello non era un semplice scarafaggio, quello era un pappapane con le ali”.

5000

Grazie. Il fatto che 5000 persone seguano questa pagina è la dimostrazione di come l’umanità sia ormai sull’orlo del baratro. La cosa però, lo ammetto, mi riempie il cuore di gioia, per cui, per sdebitarmi e ringraziarvi del vostro affetto e della vostra perseveranza, invierò a ciascuno di voi il Kit Pitacorico contenente:

– Vasetto caponata d’amare;

– Kit falsificazione pass Ztl Ortigia;

– Olio su Tela “Giudizio Universale” con Dio proteso a sfiorare con un dito la mano di Vinciullo;

– Mappa catastale fasulla terreno nuovo ospedale;

– Audiolibro “Sindaco Italia legge nuovo bando rifiuti”;

– Foto di gruppo con Meetup 5 Stelle da inserire in curriculum;

– Spilla Alberto da Giussano che trangugia panino Maremonti;

– Magnete frigo Parcheggio Talete;

– Dispenser griffato per Sassaemayones;

– Funchetto porta fortuna.

Vergognomi assai ma necessito soldi droga.