Annunci turistici online, le tipologie aretusee:

– Bed & Breakfast

– Bread & Breakfast

– Break & Breadfast

– Bed & Brestfast

– Bad & Brecchifast

– Casa Vacanza

– Casa Vacanze

– Case Vacanza

– Case Vacanze

– Casi Vacanzi

– Villetti su mare Ognina

– Cottage signorile tutto rifinito Club A Fanusa

– Schalè da sogno con giaddino Tivoli

Non è un paese per vecchi

Ho ricevuto un commento anonimo a un post di qualche giorno fa, il commento diceva: “ma frequentate solo posti di vecchi? Che palle tu e quello che scrivi.”. C’ho pensato un po’ e ho deciso di rispondere.

Non so se inconsciamente ce li andiamo a cercare ma effettivamente, in viaggio, tra una tappa e l’altra, io e Donatella finiamo spesso in qualche posto di vecchi e la cosa, alla fine, nemmeno ci dispiace, voglio dire, entrambi abbiamo superato i quaranta, entrambi abbiamo vissuto la notte in moltissime sfaccettature e adesso, francamente, col lavoro, lo stress e tutto il resto, un po’ di tranquillità è proprio quello che andiamo a cercare. Certo, ai concerti, quando meritano e quando possiamo, ci andiamo ancora, anzi, tentiamo di organizzare i viaggi proprio in funzione di questi, per esempio, a maggio volevamo andare a vedere Bon Iver a Berlino ma poi, co sto fatto del Covid, è saltato tutto. È vero, non frequentiamo le discoteche, né siamo attratti da Ibiza, Riccione o dal  più prosaico Malibù, ma del resto, parlo per me, non è che le avessi frequentate molto, dopo la fase “ballo dei licei”, piuttosto, se proprio devo dirla tutta, a proposito di Berlino, mi piacerebbe poter mettere piede al Berghain, ma più che per scassarmi di musica techno e di droghe sintetiche, per il piacere di poterne parlare, che poi, tra l’altro, lì dentro, le droghe pare siano vietatissime. Il Berghain è uno dei club più esclusivi del mondo e la sua fama si alimenta dal mistero che lo circonda. Per tentare di entrarci bisogna prima affrontare una coda mitologica e poi, quando finalmente si arriva nei pressi della porta d’ingresso di questa gigantesca ex centrale elettrica, c’è un uomo, il capo dei buttafuori, una vera istituzione tra il popolo della notte berlinese, che decide il tuo destino. Non c’è dress code, non c’è orientamento sessuale, religione, tatuaggi sulla faccia, creste di capelli verdi, mutande di lattex o completi di Prada che tengano, tutto è deciso dall’alea. Su internet è pieno di forum e di articoli anche di testate rinomate come il New York Times e il Guardian che si prodigano in consigli su come varcare la porta d’ingresso, ma sono tutte stronzate, non esiste un modo scientifico per riuscire a entrare al Berghain. E se alla fine, per puro caso, uno riesce a farcela e pensa di aver finalmente capito e la settimana dopo si ripresenta allo stesso orario, vestito allo stesso modo, con la stessa espressione in volto, lo rimbalzano e non lo fanno entrare. Le dimensioni di questo fenomeno sociologico sono talmente spropositate che negli ultimi tempi è diventato cool perfino fare solamente fila: un sacco di gente fa serata in coda perché ritiene che stare in fila al Berghain sia comunque più fico e divertente che entrare in uno degli altri 2000 club berlinesi. Tutto questo, sommato ad un impianto audio straordinario, alla selezioni di djs da tutto il mondo, al divieto assoluto di scattare fotografie del locale, cosa che ha aumentato l’aurea di mistero, alle sale e salette in cui perdersi e nelle quali pare possa succedere di tutto, ha contribuito ad alimentare il mito. Per dire, questi a Capodanno fanno una serata esclusivissima che inizia all’una di notte del primo gennaio e finisce la mattina del 4 gennaio. E perfino io che non sono amante del genere, che ormai mi cala il sonno alle 22:30, sul divano di casa, io, che come il Maestro Canello, porterei avanti le lancette dell’orologio per brindare all’anno nuovo il prima possibile e andarmene a letto, mi sento spaventosamente attratto.

Comunque, tutta sta digressione era solo per dirti che non è che orientiamo i nostri viaggi su Fiuggi o Abano Terme o come dici tu, posti di vecchi, ma di solito scegliamo una regione piuttosto vasta, noleggiamo una macchina e giriamo senza un programma definito e in questo modo, alla fine, oltre a risparmiare un bel po’ di soldi con sistemazioni last minute, torniamo sempre con qualche storia da raccontare

Per esempio, una volta, nei pressi di Balestrand, un paesino sul Songfjord, in Norvegia, avevamo scelto un albergo a conduzione familiare: otto camere otto, letteralmente sul fiordo. L’età media degli ospiti sarà stata di 84 anni e l’arzilla proprietaria (80 anni a occhio e croce), notando che la osservavamo mentre distribuiva e sistemava le cartelle sui tavoli per la tombola della sera, mossa a compassione, ci ha consigliato di tornare in paese per trascorrere la serata. Lì, diceva, c’erano ristoranti, vita notturna, musica e balli sfrenati. Siccome stavamo morendo di fame, e la tombola proprio non ci allettava, incuranti della fitta pioggia, siamo usciti in strada sotto un ombrello troppo piccolo per ripararci entrambi. Abbiamo aspettato e poi preso un autobus che ci ha portato in paese. La situazione non era esattamente quella che ci era stata descritta: anzi, il paese era deserto e l’unico posto aperto era il maestoso Kviknes hotel.

Questo, rispetto al nostro, era frequentato da giovanotti con un’età media di 74 anni, aveva una gigantesco salone da pranzo con un pantagruelico buffet imbandito con ogni ben di Dio. A differenza nostra, da queste parti, chi si avvicina al buffet lo fa con grazia ed educazione inaudite, sorride spesso, ti invita a servirti per primo e nessuno si infila in controsenso o svuota l’intero contenuto di un vassoio nel proprio piatto. Dopo cena, avevamo ancora del tempo a disposizione prima di prendere il bus che ci avrebbe riportato al nostro alloggio, ma di passeggiare fuori non se ne parlava, la pioggia era aumentata e cominciava a far freddo, così abbiamo girato tra le sale dell’hotel fino a quando, un signore timido ha richiamato la nostra attenzione e ci ha invitato ad entrare in una sala per un concerto.

Io sono sempre attratto dai musicisti e dalle loro storie, soprattutto da quelli che non ce l’hanno fatta e Olav Halvarsen sembrava proprio uno di questi. In una bacheca faceva bella mostra una locandina triste, con un suo primo piano di una trentina di anni prima e sotto, come dei necrologi, alcuni estratti di una vecchia rassegna stampa che lo esaltava come: “one of the really great performer of our time”, “sparkling jewels in elegant interpretation”, “his touch is unique”, “poetry and virtuosity” e “Norwegian master pianist!”. Olav ha attaccato il suo recital interpretando classici intramontabili: “My Way”, “All the things You are”, “Unforgettable”, cose così, la sala era praticamente vuota, c’era qualche coppia sonnecchiante di turisti sparsa qua e la e due signori molto bene vestiti che bevevano cognac da giganteschi bicchieri balloon e giocavano a carte. Nessuno prestava attenzione alla sua performance e gli applausi, a parte i nostri, erano scarsi e di circostanza. Olav, gli va riconosciuto, aveva una bella sensibilità e  un tocco che faceva intuire un passato da pianista promettente e dopo ogni esecuzione, si avvicinava con freddezza al microfono e senza mai voltarsi verso il pubblico, dichiarava titolo e compositore del brano appena eseguito.

Ha continuato così per un po’: “I’ve Got You Under My Skin”, “Just a Gigolo”, “Moonlight in Vermont”, poi, ha preso il microfono ed ha richiamato l’attenzione del pubblico. Ha detto che quello che avrebbe eseguito era un brano molto significativo per lui, un brano che lo riportava ad un periodo molto bello della sua vita, ha detto che si era trovato davanti ad un bivio importante per la sua carriera, che  doveva fare una scelta e che alla fine, aveva scelto, senza rimpianti.

Si è raccolto per qualche secondo e poi ha staccato “Cavatina” di Stanley Myers, il pezzo che chiude “Il Cacciatore”, il capolavoro di Michael Cimino, che è uno di quei film che vedi da adolescente e ti segnano per tutta la vita. Amore, amicizia, dolore, lealtà, tutte le emozioni di due ore di film sono racchiuse in quell’armonia soave. La musica ha questa capacità di spalancare l’immaginario e di richiamare i ricordi di una vita e io ho cominciato a pensare a mia mamma, ai primi concerti, a “un colpo solo”, ai sogni che si infrangono e agli strascichi che ti lasciano dentro. Chissà che scelta aveva fatto Olev, aveva rinunciato alla sua carriera? C’era di mezzo una donna? Un amico lo aveva tradito e lui non aveva avuto la forza di reagire? Avrei voluto chiederglielo ma non c’era tempo, il nostro autobus stava per passare. Olev non l’ha suonata bene, era visibilmente emozionato: accordi sbagliati, note false e un finale tirato per i capelli. C’è stato il solito applauso di circostanza e come da copione, si è avvicinato al microfono e ha dichiarato titolo e autore. Noi ci siamo alzati per andare via, cercando di arrecare il minor disturbo possibile e lui, per la prima volta si è voltato, ci siamo guardati per qualche secondo e secondo me l’ha visto che avevo gli occhi pieni di lacrime.

Come Turiddo

Ci sono degli argomenti che non riesco proprio a capire, non mi appassionano, non stimolano in me alcuna curiosità, più mi sforzo di capirli più mi sembrano grigi, insulsi, freddi, respingenti e preferisco non sapere, preferisco vivere in un limbo di ignoranza. Mi capita con tutto quello che riguarda le tasse: Tari, Imu, Irpef, avvisi e sanzioni. Donatella fa di tutto per spiegarmi, mi dice che sono cose semplici, che basta concentrarsi ed io all’inizio ci provo, ci provo con tutto me stesso, ma poi, regolarmente, dopo un’ora di spiegazioni ed esempi pratici, alla più semplice delle domande, io frano, miseramente e ogni volta mi sento come doveva sentirsi il fattorino Turiddo.

Siamo nei primi anni del 1900 e la mia bisnonna Concettina, ama trascorrere le sue giornate nella farmacia del padre: serve al banco, è una ragazza moto intelligente e conosce tutti i farmaci e le posologie a memoria. Nonostante la sua sia una famiglia piuttosto liberale, Concettina, a differenza di suo fratello, non avrà la possibilità di studiare per diventare farmacista. Un giorno, decise che avrebbe aiutato Turiddo – il fattorino tuttofare – a prendere il diploma di terza elementare o quanto meno, ad avere una istruzione di base che gli permettesse di leggere i nomi sui pacchetti e consegnarli a domicilio senza fare confusione.

Concettina cominciò ad insegnargli lettere, sillabe e dittonghi e dopo aver studiato tutto l’alfabeto, munita di immagini di animali con i nomi stampati, chiedeva al fattorino di indovinare il nome dell’esemplare rappresentato su ogni cartolina.

“Allora, questo che animale è?” diceva rivolta a Turiddo. “Un gatto” rispondeva sicuro quello. 

“Bravo Turiddo, un gatto. Vedi qui? C’è scritto: G A doppia T O. Gat-to, hai capito?”. 

“Si signorina Concettina”.

“Questo invece?”.

“Un lupo”.

“Giusto, è un lupo. Quindi: L U P O, lu-po. Ci siamo?”. 

“Sì!” diceva Turiddo, sempre meno convinto. 

“Ora – gli faceva Concettina – proviamo senza le immagini, concentrati. Allora: G A doppia T O…”.

“Lu-po”, rispondeva Turiddo con la fronte perlata di sudore. 

Gelati

– Preco?

– Buongiorno, volevo una vaschetta da mezzo chilo, per favore.

– Cetto, che gusti?

– Metta: pistacchio, caffè e fior di latte, grazie.

– Voli macari quacche ostia?

– Scusi… non ho capito…

– Quacche cono… i cialte!

– Ah! Sì, grazie… 4.

– Puttroppo è venuto 800 grammi chi fazzu?

– MInchia!

– Avanti, ca c’è a crisi ro Coronavirus…

– Sì, appunto, anche per me però… 

– Ci rialu i cialte e poi, u gelatu ca facemu nuautri è u megghiu i tutta Sarausa… tutto attigginale, chilometro zero, incretinenti scetti uno a uno.

– Lo so, però ogni volta con sta storia del peso… va be’, lasci.

– Sono 18 euri.

– Ecco a lei.

– E qua ci sono i due euri di resto.

– Bene, mi fa lo scontrino per favore?

– …

– Non mi guardi così, è una richiesta legittima.

– Ce lo faccio solo perchè è lei.

– La ringrazio!

– Arrivedecci.

– Aspetti un secondo, mi scusi, mi toglie una curiosità?

– MI tica…

– Ma come fa a farci entrare 800 grammi di gelato in una vaschetta da 500?

– Comu fazzu? Ca niente, ca uso quella da 750…

qrf

Maturità 2020 – le tracce a Siracusa

– Il tabasco minaccia l’idillio tra sassa e mayonese? Il candidato sviluppi il relativo argomento in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», utilizzando, in tutto o in parte, e nei modi che ritiene opportuni, i documenti e i dati forniti da Nuccio e dal Panino di Notte.

Il nuovo Ospedale. Il candidato ripercorra le tappe dell’epopea dell’infrastruttura siracusana, individuando le similitudini con la tradizione del poema epico letterario con riferimento alla Chanson de Roland e all’Orlando Furioso che presentano azioni inverosimili, avventure fantastiche e disvalori dell’agire umano.

Peppe Patti: martire o provocatore? Illustra i tuoi giudizi con riferimenti alle tue conoscenze, alle tue letture, alla tua esperienza personale e scrivi un testo in cui tesi e argomenti siano organizzati in un discorso coerente e coeso. 

– “Sento parlare Gennuso alla radio: ed è subito sera”. Il candidato si soffermi sugli aspetti linguistico lessicali della poesia e analizzi la visione del mondo, espressa nel testo ermetico pitacorico.

Cipollina o Carne di Cavallo? Il rapporto Sbizzer, indice economico eccellenze siracusane, mostra la curva di crescita della carne di cavallo surclassare quella della rosticceria tradizionale. Per alcuni analisti, il dato della carne di cavallo, incrociato con il consumo dei condimenti, in particolare ogghiurepipi, funchetti e sassaemayoness,  getterebbe le basi per un new deal enogastronomico. Il candidato esprima il suo pensiero sulla crescita esponenziale del CIN (cavallo interno lordo) alla luce dell’esperienza personale.

Che Soddisfazione

13 agosto 1999, Emanuele Scieri viene assassinato dentro la caserma Gamerra di Pisa, al rientro dalla libera uscita. È il suo primo giorno in quella caserma, è arrivato dal CAR di Firenze da poche ore. Al contrappello serale risulta assente, i suoi compagni di corso che hanno passato la serata con lui in piazza dei Miracoli, fanno presente che Emanuele è rientrato in caserma. Nessuno lo cercherà mai. Sul registro scriveranno: mancato rientro, ma è solo la prima di tante menzogne e superficialità. Giorni dopo, una recluta viene mandata da un superiore a pulire una discarica con una scopa. Una strana coincidenza. Lì, sotto la torre di asciugatura dei paracadute, dove sono accatastati, tavoli, sedie e materiale di risulta, la recluta troverà il cadavere di Emanuele in stato di decomposizione, è il 16 agosto del 1999, sono passati tre giorni, tre giorni tra i più vergognosi della storia delle forze armate di questo Paese. Ci sono voluti ventuno anni per squarciare un muro di omertà e di silenzi e la storia non è ancora finita. Ieri, finalmente, la Procura di Pisa ha chiuso le sue indagini e gli indagati per l’omicidio di Emanuele Scieri salgono a cinque. Ci sono i caporali Panella, Zabarra e Antico, c’è il generale Celentano, quello dello Zibaldone, quello che improvvisamente, a ferragosto del 1999, decide di partire nel cuore della notte da Livorno, dove era di stanza, per fare un’ispezione a sorpresa alla Gamerra. Un’ispezione sui generis, fatta senza mai scendere dall’auto e passando a pochi metri dal cadavere di Emanuele. L’ultimo indagato è il tenente Ramondia che secondo la Procura di Pisa, appena viene scoperto il corpo senza vita di Emanuele, prende il telefono è chiama a Roma il caporale Panella, che nel frattempo era stato mandato in licenza. Cosa si saranno detti? Non lo sappiamo ancora, abbiamo solo i tabulati. Queste sono solo richieste di rinvio a giudizio e per scrivere la parola fine a questa terribile vicenda passeranno ancora degli anni, ma, per la procura di Pisa però una cosa è evidente: non si trattò solamente di un colpo di testa di un singolo o di tre caporali esaltati e violenti, ma ci fu la copertura da parte dei vertici militari.

Le conclusioni della Procura di Pisa sono sbalorditive per due ragioni: la prima perché vengono individuate, per la prima volta, delle responsabilità da parte dei vertici militari, cosa che la Procura militare non fa; la seconda è che lo sapevamo, lo sapevamo da sempre, lo avevamo capito subito, ma prima ci dissero suicidio, malore, depressione, incidente e poi il caso venne archiviato. C’è voluta tutta la forza di volontà, il coraggio e l’amore di Isabella Guarino e di Francesco, la mamma e il fratello di Emanuele e naturalmente di Corrado Scieri, il padre, morto nel 2011; c’è voluta la testardaggine degli amici di “Verità e Giustizia” e la caparbietà, la professionalità e il grande senso delle istituzioni di Sofia Amoddio che nella scorsa legislatura, contro tutto e contro tutti, ha sfidato la Difesa, ha ottenuto quello che per vent’anni era stato negato: l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta (voto contrario di Lega e Fratelli d’Italia), ha riaperto i fascicoli, li ha studiati, ha riportato a galla le incongruenze, le magagne nelle indagini e le scabrose omissioni. Quel lavoro certosino e meticoloso è stato consegnato alla Procura di Pisa e ha permesso al Procuratore di riaprire le indagini.

Quello che presumibilmente è successo quella notte di agosto 1999 era già ipotizzato nella relazione finale della Commissione Parlamentare, in quelle pagine c’è un affresco vivido e terribile di cosa era e come veniva gestita la Caserma Gamerra in quegli anni. Oggi sappiamo quello che quello che è successo ad Emanuele poteva accadere a chiunque altro perché nel presidio dello Stato, nella caserma di eccellenza di uno dei corpi militari più blasonati dell’esercito italiano onore e disciplina avevano ben altri significati.

Ieri, quando ho appreso la notizia, ho esultato e poi ho mandato un messaggio a Sofia. Non ci sentiamo mai, o comunque molto raramente, lei è tornata a fare l’avvocato e io scrivo per altri, poca politica, molto web. Qualche anno fa quando lei era la Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri, io ero il suo assistente parlamentare e il capo ufficio stampa della Commissione. Così, ho ripensato alle ore passate a rileggere verbali, a sottolineare, a cercare contraddizioni, riferimenti, omissioni nei brogliacci delle audizioni. Al tempo dedicato per riaccendere i riflettori e riportare il caso all’attenzione dei media nazionali, alle ipotesi, alle intuizioni, alle certezze crollate, alle incazzature e alle delusioni cocenti. A un certo punto, per la solita crisi di Governo, si profilò lo scioglimento anticipato delle Camere, significava buttare il lavoro di due anni e restare con niente in mano. Fu una corsa contro il tempo, una fatica immane, io ho fatto poco, solo il mio, però, a ripensarci oggi… che soddisfazione.  

Le vite degli altri

Boothbay Harbor, nel Maine, è un paesino di duemila anime sulla strada per l’Acadia National Park, nostra destinazione definitiva e luogo dell’anima. Quando siamo arrivati in auto da Boston, abbiamo parcheggiato in una piazzetta e abbiamo fatto un giro a piedi per trovare un posto dove trascorrere la notte. La nostra scelta è caduta sull’Oceanside Inn perchè era luogo incantevole: una casa di legno grigia e bianca, con le tendine ricamate alle finestre e una vista mozzafiato sulla baia. Abbiamo bussato ma non rispondeva nessuno, la porta era spalancata così abbiamo aperto la zanzariera, siamo entrati in soggiorno e su un tavolino con sopra un telefono, c’era un foglio con scritto una cosa tipo: ciao, benvenuti, se non sono in casa, chiama questo numero. Donatella ha digitato il numero e dopo qualche squillo ha risposto la caserma dei vigili del fuoco del paese, lei si è scusata, pensando di aver sbagliato numero, ma invece, la voce dall’altro capo l’ha rassicurata e le ha passato Martin, il capo dei pompieri e padrone di casa, che ha detto che in pochi minuti sarebbe arrivato da noi. Martin era un settantacinquenne in gran forma, pensionato e capo volontario dei vigili del fuoco del paese. Si è subito scusato per l’attesa e ci ha raccontato che non si aspettava turisti perché la stagione era ormai terminata. Ci ha fatto vedere le stanze (erano tutte libere) e noi abbiamo scelto una camera al primo piano, con le finestre che davano sul vecchio pontile. Abbiamo portato su i bagagli e pagato. Alla fine della transazione ho chiesto a Martin la chiave e lui è rimasto di sasso. “Di  cosa?”, mi ha domandato sorpreso. “Della stanza, della porta d’ingresso della casa – ho detto io – sai, pensavamo di uscire a cena e al ritorno non vorremmo disturbare nessuno”. “Nessun disturbo – ha replicato Martin – ma questo è un posto tranquillo e le porte sono sempre aperte. Piuttosto, sapete che io faccio la migliore aragosta di tutta la contea? Se volete ne peschiamo qualcuna e ceniamo insieme in veranda.”. Come avremmo potuto dire di no.

Martin ha preparato la barca e siamo usciti a prendere le aragoste. C’è da dire che da queste parti, ogni famiglia possiede una barca e tre o quattro trappole piazzata nella baia. Martin si è posizionato sopra la prima, ha preso il galleggiante e tirato su la trappola. Dentro c’era un’aragosta enorme e una di medie dimensioni. Le ha estratte e messe all’interno di un secchio di alluminio, poi ha ricaricato la trappola, sistemato il galleggiante e buttato tutto in mare. Siamo ripartiti in direzione della seconda trappola posizionata a una 50 di metri in linea d’aria. Stessa procedura di prima, ma stavolta una delle aragoste dentro la trappola sembrava più piccola. Io ho esultato lo stesso, sia per fargli piacere, sia perché ero davvero emozionato, ma Martin non era molto convinto ha detto: “meglio controllare.”, ha tirato fuori una specie di regolo, ha misurato il crostaceo e l’ha ributtato in mare. “Troppo piccola – mi ha detto – almeno un pollice!”. Quella sera abbiamo mangiato le aragoste cotte al vapore e condite col burro fuso. Martin ci ha raccontato un pezzo della sua vita: che lui è in pensione ma fa il comandante volontario dei Vigili del Fuoco, che sua moglie era morta l’inverno scorso e che lui, anche se a volte arriva distrutto, aveva deciso di continuare a gestire il B&B perché era la passione di Katherine, che le sue figlie sono molto affettuose ma vivono lontano e poi che c’era una cosa che sua moglie avrebbe voluto fare più di tutte ma che non è riuscita a fare: visitare l’Italia. Martin ci raccontava di sé come se fossimo amici da sempre, con una naturalezza e una dignità che abbiamo apprezzato dal primo istante. Noi gli abbiamo parlato dell’Italia, ma senza recriminazioni del tipo non funziona quello, non funziona questo, ma come un posto incantato, pieno di storia e di arte, un Paese di cui Katherine si sarebbe certamente innamorata.

Alla fine della cena abbiamo sparecchiato e lui ha tirato fuori una bottiglia di bourbon e dei bicchieri e ci ha dato la buonanotte: “ragazzi – ha detto – io devo ancora vedere delle scartoffie e domani devo svegliarmi presto per prepararvi la colazione, voi fate come se fosse a casa vostra”. Noi l’abbiamo ringraziato e gli abbiamo augurato la buonanotte, lui ha fatto un paio di passi, poi si è voltato è ha detto: “no, grazie a voi, davvero.” e ha accennato un sorriso. È entrato in casa e abbiamo sentito lo scricchiolio degli scalini di legno che portavano al piano di sopra, poi le luci che si accendevano nella sua stanza e dopo un po’ ha acceso lo stereo. 

Ci sono delle musiche che ti restano dentro a discapito del tempo che passa: tu non le ascolti mai, non trovano spazio nelle tue playlist, non le citeresti nemmeno, eppure, appena senti le prime note, un brivido ti scorre sulle schiena, i nervi si tendono, il cuore accelera e poi è tutto un rincorrersi di immagini, di sensazioni, di ricordi, di speranze. Non so se è stato un caso, se la passava la radio o se Martin avesse scelto proprio quella canzone ma “Save Me” di Aimee Mann è il brano che chiude “Magnolia”, il capolavoro di Paul Thomas Anderson. Nell’ultima scena c’è Jim che va a casa di Claudia e la trova a letto, scossa, depressa, immersa in un’atmosfera opprimente. La sera prima, distrutta dal passato che la tormenta, dalle sue insicurezze e dalla cocaina, aveva detto a Jim che non avrebbe più voluto vederlo, che lei era una persona sbagliata e che non si meritava di essere felice. Quando Jim entra nella stanza da letto la canzone sta già suonando, lui inizia a parlare e poi si siede ai piedi del letto, quello che dice si intuisce solamente, niente di trascendentale però, Jim è un tipo semplice, le dice: sei una bella persona, io non voglio perderti, cose così, ma quello che conta è quello che sta cantando Aimee Mann perché i due discorsi – quello di Jim e il testo della canzone – si intersecano, sono due facce della stessa medaglie, due punti di vista che si completano. Poi c’è un riff di chitarra, una cosa semplicissima, poche note elementari ma di svolta e il pezzo si apre, entra la luce, i cuori si spalancano e in quel momento Claudia, che in tutta la scena ha avuto sempre un’espressione affranta, sorride, solo un accenno, ma quel sorriso, ma quante cose dice! Nero, titoli di coda.

 

Progetti per il futuro

– Senti a me: ti devi fare i cosso della ricostruzione delle unchie. L’ha fatto Rosinella e mischina, sta riprentento a travagghiari, ci trasunu 4 soddi.

– Mamma, non mi piace farici l’unchie alle pessone, allora fazzu a parrucchiera ni Robbetta. 

– Sì, ca stana pighiannu a tia. Chidda Robbetta sa luvatu macari a racazza ca ci faceva i sciampi…

– Mii, ma che devo fare allora?

– Senti alla mamma, fatti i cosso pelle unchie e accuminci piano piano no palazzo.

– Ma come no palazzo! Senza necozio?

– Pii, signuri! Giovanni, ci vo riri macari tu? 

– Ma gioia mia a papà, prima ri pinsare o necozio, insigniti bonu u misteri… e poi viremu.

– Però a me fare le unchie non mi piace propria. Come ve lo devo dire?

– Ma insomma ma allora si po sapiri chi bo fari?

– Non lo so… fosse… l’istruttrice di yoca.