Un pensiero su OSS

Da più parti mi è stato chiesto cosa penso di OSS e delle feroci polemiche di questi giorni. Bene, per me OSS è una bomba: un festival ben fatto, artisticamente ineccepibile e con una organizzazione e una comunicazione veramente valide. Avrei partecipato volentieri al boat party con Erlend Oye e amici pitacorici molto più preparati di me su jazz electro et simila, mi confermano un cartellone con nomi di assoluto rilievo o in procinto di sfondare. La scelta dei luoghi invece mi lascia perplesso, soprattutto per via Logoteta trasformata in una disco-vespasiano all night long, senza alcuna cura dei poveracci che ci abitano e che – sebbene siano descritti da una certa “controcultura” aretusea come ricchi signorotti viziati e accidiosi – hanno diritto di dormire o di aprire una finestra prima dell’una di notte. Il boom di presenze turistiche degli ultimi anni ha esasperato una situazione già precaria; il caos, la mancanza totale di controlli e la maleducazione delle persone hanno fatto il resto. Quando e se si riuscirà a programmare una stagione turistica tenendo conto delle peculiarità delle offerte artistico-culturali e dei luoghi, avremo vinto tutti e fatto il bene di Ortigia.

Le polemiche sterili a colpi di “sono più colto io e tu non capisci un cazzo” o “se volete stare tranquilli vendete la casa e trasferitevi alla Pizzuta” si commentano da sole e dimostrano come la miseria umana sia uniformemente distribuita e quanto sia ancora distante la luce alla fine del  tunnel.

Cronaca di una cena impietosa

Caro ristoratore di Noto,

ti scrivo per condividere le terribili sensazioni che ho avuto cenando nel tuo locale. Una location spettacolare e ben curata e una mise en place moderna, lasciavano presagire una cena ricca di soddisfazioni, ma con sommo rammarico, non è stato così.

Dal primo momento ho percepito che dietro quella perfezione stilistica si celava mediocrità e pressappochismo. Avevamo scelto il tuo locale per un festeggiamento importante. Arriviamo alle 21:00, appena seduti qualcuno ci chiede se vogliamo dell’acqua. Scegliamo una naturale e una frizzante. Le bottiglie non arriveranno mai, nemmeno dopo innumerevoli richieste. “Le stanno preparando al banco” è stata l’ultima notizia fornitaci intorno alle 21:45. Ordiniamo seguendo i consigli dello chef, così alcuni di noi virano sulla mirabolante insalata di crostacei e frutti di mare e sugli “strepitosi” spaghetti con le vongole veraci. Sul vino ci dividiamo: alcuni optano per il rosso, altri per il bianco. Ordiniamo due bottiglie: il rosso non è quello che abbiamo scelto, il bianco sembra uscito dal portabagagli di una macchina lasciata sotto il sole nel parcheggio del lido Arenella. Chiediamo spiegazioni e ci viene detto che il rosso scelto è terminato, mentre di bianchi freschi ci sono solo vinacci o bottiglie dal prezzo esageratamente gonfiato. Optiamo per un enorme secchiello del ghiaccio che, posto al centro del tavolo, inibirà qualsiasi tipo di comunicazione tra i commensali non attigui. Intanto, intorno alle 21:30 il tavolo accanto al nostro è occupato da un sindaco della provincia e da altri commensali abbrutiti. Alle 21:35 un cameriere ci comunica che le vongole sono finite, alcuni di noi virano su una semplice pasta alla norma. Alle 22:30 siamo ancora senza cibo mentre il tavolo dei potenti banchetta che è una meraviglia. Chiamiamo il maitre per chiedere delle spiegazioni e lamentarci. Si scusa, ci dice che la cucina è andata nel pallone e ci confida che uno dei commensali seduti con il sindaco della provincia è il proprietario del ristorante e che ha preteso di mangiare prima. Al loro tavolo compaiono perfino gli spaghetti alle vongole. Faccio i miei complimenti sarcastici, propongo di andare via e optare per un gelato riparatore o una democratica granita con brioche. Nessuno appoggia la mia mozione, mi sento uno sfigato come Speranza o Fassina in una direzione PD.

Improvvisamente cominciano ad arrivare tutti i piatti contemporaneamente, non c’è distinzione tra antipasti e portate principali. Il tavolo è già occupato dallo spropositato secchiello del ghiaccio il che rende le operazioni logistiche alquanto complicate. Nel complesso, devo ammettere, abbiamo mangiato veramente male: piatti insulsi, senza amore, senza passione, ingredienti slegati, una cocente delusione. L’insalata di mare è triste, severa, tendente al grigio, con scampi e gamberi di scarsa qualità, le verdure sono insapore tranne il sedano, che è l’unico ingrediente che appreziamo per gusto e consistenza. La zuppetta di crostacei e frutti di mare – servita con forchettina e senza cucchiaio – ottiene pareri discordanti: due su tre la trovano orribile, l’altra ne apprezza il sapore, ma è a dieta da un mese e mangerebbe qualsiasi cosa, perfino tondini di ferro. In questa portata gli scampi sono interi ed è veramente difficile aprirli senza procurare piogge e schizzi di guazzetto ovunque. Vedo mia mamma disperata, temo che possa fare scivolare gli scampi dentro la borsa e – come il ragionier Filini alle prese con il tordo alla cena della Serbelloni Mazzanti vien del Mare – pronunciare sollevata: “li ho divorati”. Il polpo croccante su crema di patate era molle e senza crema di patate; gli spaghetti ai ricci (di Malta) una sbobba indegna che nessuno avrebbe mangiato nemmeno in fame chimica.

Insomma, una Caporetto. E mentre in noi montava la rabbia per un servizio pessimo, per i piatti scadenti e per la serata rovinata, il tavolo dei potenti servito e riverito di tutto punto, ci sbatteva in faccia la fotografia sempre attuale di una Sicilia ancorata ai suoi terribili difetti. Abbiamo assistito al corollario di servilismi che hanno fatto sprofondare questa terra nel baratro da cui non verrà più fuori. Scene da corte medievale con vassalli, valvassori e valvassini che si prostrano ai piedi del potente, che levano calici in aria, baci, abbracci, auguri, promesse, menzogne, aliti pesanti, unghie incarnite, sudori, miasmi. Alla fine, per quanto il conto fosse salato e non tenesse conto di tutte le nostre lamentele, è stato un sollievo uscire dal tuo ristorante con la consapevolezza di non tornarci mai più.

Cordialità

 

Arcade Fire, un report senza capo né coda

Un live alla periferia est di Berlino, un’arena dentro un bosco, un pomeriggio di pioggia che si trasforma in una serata limpida e lunare, la birra a 8 euro al litro (ma se riconsegni il boccale di plastica ti ridanno indietro un euro per ogni boccale) e tutta l’energia e la passione che gli Arcade Fire sono capaci di sprigionare con le loro canzoni. Sono passati quasi 14 anni da quel pacchetto arrivato in redazione di Radio Fujiko a Bologna nell’inverno del 2004. Dentro – oltre ad un paio di album distribuiti da Self – lui: Funeral, il primo album. Di loro si parlava con sempre più insistenza – vedi endorsement di David Bowie – come della punta di diamante della nuova scena canadese che in quel periodo sfornava band validissime come gli Stars e i Broken Social Scene e i New Pornographers. Con Spotify e Facebook ancora algoritmi sperimentali o in uso solo in qualche campus americano, erano tempi in cui la musica si scaricava con esasperante lentezza da eMule e il social più utilizzato era il triste My Space, con l’immancabile add di Tom. Sebbene gli Arcade Fire fossero parecchio distanti dall’indie rock sgangherato che ascoltavo all’epoca, era impossibile non rendersi conto che dietro quella cassa in quattro si nascondevano paesaggi sonori e scelte timbriche degne di attenzione. Neighborhood#1 (Tunnels), la prima traccia dell’album, racchiudeva già in potenza – con quel suo incedere cadenzato, il crescendo da antologia e quel leitmotiv (fa, la, do, fa, mi) che torna di volta in volta affidato a chitarre, violini e voci – forza creativa e spiccata capacità comunicativa. Dal 2004 ad oggi gli Arcade Fire hanno intrapreso un percorso artistico che li ha portati ad ampliare il loro spettro sonoro, tirando fuori, uno dopo l’altro, album meravigliosi: Neon Bible (2007), The Suburbs (2010), Reflektor (2013). Dal vivo poi sono una forza della natura: dall’intimità di Piazza Castello a Ferrara nel 2006 alla magnificenza del Barcley Center di Brooklyn nel 2014, sono sempre tornato a casa consapevole di aver assistito ad un evento stupefacente. Anche il live di Berlino non è stato da meno: una set list senza cali di tensione, adrenalina e cori a squarciagola, elettronica e strumenti acustici, architetture sinfoniche e ritmi caraibici, chitarre in overdrive e liriche intimiste, qualche inevitabile mancanza e il giusto spazio ai nuovi brani. E che importa se Everything Now, il singolo che da il titolo al nuovo album in uscita a fine luglio, richiama incredibilmente le sonorità degli Abba con riff improponibili e i flauti a ricamare melodie da stereotipo disco fine ’70, gli Arcade Fire riescono ad abbattere persino preconcetti e ipocondrie musicali dimostrandosi, ancora una volta, unici.

Maggio e giugno pitacorici – il peggio di

Siracusa, 2750 anni di storia senza un vigile urbano…

Siracusa, è psicosi 2750 anni!!! Tutto fa brodo. Esemplare la storia del giovane Ancelo, il quattordicenne di viale Tunisi capace di scandire nitidamente “Siracusa d’amare” coi rutti e per questo divenuto, a furor di popolo, testimonial cittadino per i festeggiamenti dei 2750 anni della città!!! Sabato 13 maggio Ancelo si esibirà insieme al maestro Vessicchio che avrà l’onere e l’onore di dirigerlo in una suite di stornelli per orchestra e rutti.

Chissà che faccia ha fatto la mamma di quello che è tornato a casa con la statua divelta dal parco della pista ciclabile…

All’indomani delle polemiche sull’emergenza viabilità, Palazzo Vermexio annuncia l’Ammuzzobility Act: una vera rivoluzione basata sul metodo aleatorio. Tra imprevisti, probabilità e “vai in prigione senza passare dal via” (opzione ritirata dopo una accesa discussione in consiglio comunale), ogni automobilista, una volta giunto in Ortigia, dovrà estrarre il suo percorso obbligato pescando un bussolotto inserito all’interno di un’urna posta all’inizio del Ponte di S. Lucia. Critici i ristoratori che chiedono a gran voce l’inserimento della consumazione obbligatoria e la spartizione coatta degli avventori!!!

Arriva l’estate e ritorna la terribile piaga del karaoke. Ieri notte mi sono addormentato con un sottofondo musicale esasperante: un mantra di ritmi latini che mi ha indotto un sonno nervoso e contornato da incubi. Ho sognato struggenti battaglioni di neomelodici nei dehors del centro; improbabili coppie da piano-bar – tastierone midi lui, mentre lei, arrampicata su tacco vertiginoso e fasciata in abito di lamé due taglie più piccolo – a sparare acuti inappropriati e terminare ogni strofa con il peggior campionario di arzigogolate fiorettature. Karaoke con aspiranti cantanti da talent show che dedicano hit tatangiolesche – interpretate due toni sotto e fuori da qualsiasi scansione metrico-ritmica della partitura – ad un pubblico inerme. Improvvisazioni etnomusicologiche con zufoli, bummoli e tamburelli dei tempi che furono; i rapper ed i metallari duri e puri, poeticamente contro il sistema, ma in provincia disposti ad esibirsi nella pizzeria per famiglie a volumi da Coachella. Poi c’erano direttori creativi improvvisati, gestori che servono tutto in plastica e pretendono il coperto, che riciclano come aperitivo bordi di pizze già mangiate da altri, servono granita con mosca e a rimostranza rispondono: “la mosca ci entra pecchè la granita è docce, siggnore…”. Poi, sudatissimo, mi sono svegliato.

La Cucinotta in città…

Ancora vandali al Parco Robinson: bagni incendiati, cancelli divelti, tensostatico squarciato!!! Riunione straordinaria del Consiglio Comunale per trovare una soluzione… Ecco le più accreditate:

– Drastica. Bombardare la zona con napalm nel tentativo di sterminare i vandali. Gli analisti considerano sopportabile il numero delle vittime civili…

– Psicologica. Convincere gli abitanti del quartiere che tutto va bene e che si tratta di una nuova concezione di parco smart.

– Scarica Barile. Affidare la gestione ad una associazione no profit… Cazzi Vostri.

– Religiosa. Trasferire all’interno del parco la statua di Santa Lucia e sperare nel potere deterrente della fede e della supertizione…

– Tecnologica. Piantonare la struttura con 2 semafori intelligenti… tanto nessuno ha capito che cazzo fanno…

 

La Città a misura di turista

Preco?

– Ciao, crazie. Uhm, zwei cappuccino… und uno granita… pistaccia mit brioche… und… maybe a piece of walnut cake?

– ehm… cassata?

– walnut cake

– ehm… raviola ricotta?

– no… nut… mit noccioli…

– ah! arachiti!!! Allora: due cappuccinen, una cranita ti pistacchio con brioscia e quacche nocciolina… apposto, stanno arrivanto… encioi.

La città a misura di turista 2

Sono quintici euri

– certo, ha il Pos?

– …

– il Pos, per il pagamento con carta di credito

– ah! Cetto, carta o bancomat?

– Bancomat va bene, grazie

– no, qui solo contanti. Ce la faccio lo stesso la ricevuta?

Ma quale chimica green, ma quale turismo, il futuro è nel tubo innocenti!!! Cerco socio e/o finanziamento a fondo perduto per lancio start up…

Incredibile scoperta a Siracusa!!! Intervenuti per tappare una buca in via Savoia, operai trovano i resti di un dehor abusivo datato V secolo a.C!!!

Tutto pronto per la seconda edizione del Premio Vittorina!!! Da non confondersi con il Premio Vittorini, archiviato per gli scoraggianti risultati di un sondaggio tra la popolazione siracusana, che alla domanda conosce Elio Vittorini? Ha risposto, nel 86% dei casi, “è una marmitta per scooter”. Il Premio Vittorina vuole invece onorare la memoria di Vittorina Carnemolla detta “a sciarrina”, la donna siracusana rinomata per il suo astio immotivato nei confronti della più famosa nobildonna Christiane Reimann. Pur non avendo donato il suo patrimonio al Comune di Siracusa, Vittorina ha lasciato ai siracusani qualcosa di più importante: il gusto della polemica fine a se stessa, l’insulto senza motivo, il colpo al cerchio e quello alla botte. Per questi inestimabili lasciti morali, Siracusa ha deciso festeggiarla con un Premio alla sua memoria. Il bando di partecipazione ha già attirato l’attenzione di sciarrine, attaccabrighe e provocatori da ogni angolo del mondo.

Gentile ristoratore,

mi permetto di darti un consiglio. L’altra sera, passeggiando per le strade di Ortigia, ho notato il tuo chef accovacciato sul gradino che delimita l’uscio del tuo ristorante. La sala alle spalle era desolatamente vuota. Egli, piede destro su ginocchio sinistro, era intento ad armeggiare a mani nude con l’unghia coriacea ed ormai totalmente emancipata del suo gigantesco alluce valgo. La scena – come credo tu possa condividere – nonostante i richiami evidenti a suggestioni di fucine medievali e ferro battuto, non induceva, turisti ed autoctoni, ad entrare nel tuo locale. Mi permetto di chiederti: hai mai pensato di munire il tuo chef di un pratico kit per pedicure? Assicurati che non manchino mai: tenaglie, forbicine e tronchesi di calibri diversi, tagliacalli, spatola multiuso, gel silicone per occhio di pernice, raspa ergosoft e lima acciaio inox.  Con una corretta attrezzatura e qualche lezione di igiene personale, sono certo, i tuoi affari torneranno a fiorire. Cordialità

In epoca di burocrazie mastodontiche e appesantite e informatizzazione esasperata e deludente, il foglietto volante scritto a penna continua ad esercitare un fascino senza tempo. Impone autorevolezza, ma contemporaneamente richiede fiducia. Anonimo o nella versione con firma autografa in calce, esso rappresenta l’ultima reminiscenza di una società fondata sull’etica e allo stesso tempo, il germe inoculato che la distrugge…

 

Lo scontrino

– “Prego” – disse porgendo al cassiere del bar una banconota da venti euro ed uno scontrino su cui erano segnati due caffè, ma ottenne in cambio solo uno sguardo attonito.

– “E che ci devo fare io con questi?” – replicò dopo una breve pausa il cassiere stizzito.

– “Mi dispiace ma non ho spicci”

– “Ma come glieli cambio io questi?”

– “Guardi, non saprei. Trovi un modo” disse spazientito.

– “Ma almeno mi dica se vuole due da dieci, quattro da cinque, se vuole moneta”

– “No guardi, non ci siamo capiti, io devo pagare due caffè. Questo è lo scontrino che mi avete fatto voi!”

– “Ah!!!, mi scusi ma non l’avevo visto!!! Siccome non ne facciamo mai…”

– “Certo, capisco. E che vuole fare? Lo storniamo? Non vorrei averla messa in difficoltà”

– “No, ormai l’abbiamo fatto, pazienza…”

– “Mi scusi ancora per il disguido, se avessi saputo…”

– “Non si preoccupi, ogni tanto qualche scontrino lo dobbiamo fare. Ecco il suo resto”

– “Grazie mille e arrivederci”

– “CAMMELOOO” – urlando rivolto al ragazzo del bar – “a prossima vota ca fai nu scontrino pi du cafè t’ammazzu!”.

Cammelo annuisce.

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Cannoli e sicarette

Il volo per Berlino è fully booked, ti hanno assegnato il posto 30c. Il numero è ben visibile sulla tua carta d’imbarco, il personale di terra te l’ha perfino cerchiato con la penna. Durante l’imbarco alcuni annunci hanno spiegato da che porta accedere all’aeromobile in base al numero del posto per evitare confusione e perdite di tempo. Tu hai sentito, lo so, commentavi la cosa con tua moglie e invece…

Invece incredibilmente sali dalla porta anteriore. Trascini un trolley fuori misura, hai un doppio marsupio che indossi incrociato sul busto a mo’ di cartucciera e una guantiera da 24 di cannoli di Nonna Vincenza. Cerchi di liberarti del trolley nella cappelliera del 4a ma il tedesco dietro di te ti redarguisce malamente. Tu sorridi e farfugli una cosa tipo “Scusi, ma c’ho i cannoli e mi scanto che me li scafazzano”.Nessuno capisce o prova empatia per te. Stai bloccando tutta la fila, tua moglie è a rimorchio, gli altri passeggeri rumoreggiano. Continui a guardare a destra e sinistra e poi torni con lo sguardo sulla tua carta d’imbarco, come se un incantesimo possa toglierti dall’impasse e fare comparire la fila 30 dopo la 8. Stai per cedere e ti giochi la carta fila 11. Fai entrare tua moglie lato finestrino e ti piazzi a presidiare quei posti nel disperato tentativo che la fortuna vi assista e che nessuno li reclami. Purtroppo per te arrivano i possessori di quei posti, sono tedeschi, ti guardano. Nel tentativo disperato di impietosirli dici in italiano :“ma c’ho i cannoli”, indicando con uno sguardo disperato la guantiera. Interviene il personale di bordo, sembrano adolescenti, ti pregano di raggiungere il tuo posto e ti sequestrano il trolley che verrà imbarcato in stiva. Tua moglie si indigna e dice che non volerà mai più con questa compagnia.

Noi italiani che abbiamo assistito a tutta la scena assumiamo espressioni che significano: “scusateci, non siamo tutti così… come potete vedere In Italia c’è anche gente normale, che conosce le procedure di imbarco e non crea inutili intoppi, noi per esempio abbiamo già allacciato le cinture, non applaudiamo agli atterraggi… figuratevi che alcuni di noi acquistano perfino un quotidiano non sportivo”.

Il tizio due file davanti a me parla con il suo compagno di viaggio e si schernisce: “ma vadda a chisti! Ma ri unni calanu ra muntagna? mana fatto venere u nibbuso… ora ci spiu a signorina se prima ca pattemu mi pozzo mettiri na scaletta pì fumarimi na sicaretta”…