Una cosa così

Questa cosa della selezione musicale random di Spotify è spesso foriera di grandi soddisfazioni e a volte, quando l’algoritmo si inerpica sui sentirei della nostalgia, riporta a galla dei ricordi nascosti. Ieri, al tramonto, mentre facevo una passeggiata dopo il lavoro, è partita in cuffia “Get in the Ring” dei Guns n’ Roses che non sentivo da più un decennio ed è stato come se stessi percorrendo quello stesso lungomare in sella al mio Sì.

Sì, perché a 15 anni ho vissuto con i miei migliori amici, una vera e propria fase Guns n’ Roses, che consisteva nel riproporre il più fedelmente possibile le gesta e il repertorio della band californiana, per lo più in feste di compleanno, e balli di licei. Nulla era lasciato al caso: accordi, soluzioni armoniche e melodiche, pose, abiti, attitudine da rocker maledetti. I capelli lunghi erano il minimo sindacale, gli orecchini scontatissimi, quello che contava davvero erano i particolari, come quando trovai da Rubino, in viale Tica, lo stesso adesivo col teschio rosso, che Duff “Rose” McKagan aveva sul suo Fender bianco o quando Ignazio, dopo aver visto le foto di Axl Rose su un bootleg comprato da Cotton Club in via Roma, venne a scuola con degli attillatissimi leggings rossi, il chiodo sulle spalle, i capelli col frisè e una catenina che legava l’orecchino del lobo sinistro al piercing della narice. Una cosa stupefacente! 

C’era questa regola non scritta secondo la quale, essendo Ignazio il frontman della nostra band, doveva rifarsi alla poetica di Axl Rose. A Stefano, per dire, toccava Steven Adler o il torpissimo Matt Sorum mentre io, nonostante all’epoca sfoggiasi una invidiante chioma di ricci lunghi e setosi che mi avvicinava agli stilemi di Slash, dovevo guardare, controsenso e controvoglia, a Duff “Rose” McKagan. Questa suddivisione veniva riportata pedissequamente anche nella scelta dei brani da cantare perché nei Guns, alcuni pezzi erano appannaggio di Izzy Stradlin, il chitarrista ritmico e altri, appunto, di Duff. Così a me mi toccava cantare la sfacciata “It’s so Easy”, con il suo incedere punk e la ballatona ad effetto con la settima aumentata “So Blind”, tutta sbuffi e intimismo da due soldi.

Poi un giorno, Ignazio decise che anche noi dovevamo prendere una posizione sulla questione e che era arrivato il momento di affrontare “Get in the Ring”, un’invettiva irriverente e volgarissima contro la stampa prezzolata che scriveva menzogne su noi musicisti rock. Il brano aveva una parte centrale recitata, nella quale Duff – e quindi io – insultava pesantemente con ingiurie e volgarità assortite, Andy Secher di Hit Parade, Mick Wall di Circus! Kerrang e soprattutto Bob Guccione Jr di Spin, al quale venivano rivolti gli epiteti peggiori.

Per settimane ho ascoltato il brano, studiato e ripetuto fino alla nausea quelle parole per imparare a memoria il monologo turpe e incattivito e più parolacce c’erano, più cresceva in me la rabbia feroce contro questi pusillanimi. Guccione addirittura era entrato a pieno nella nostra Weltanschauung e veniva utilizzato per indicare nefandezze e carognate: “Minchia, a livello di Bob Guccione Junior!”.

Poi “Get in the Ring” alla fine non l’abbiamo mai fatta, non ricordo il motivo, forse, semplicemente avevamo virato verso gli U2 di Acthung Baby, non lo so, fatto sta che a me, nonostante abbia poi tralasciato la musica dei Guns, l’odio verso quei giornalisti e Bob Guccione Jr in particolare mi è sempre rimasto dentro: fermo, immotivato ed eterno. Poi una sera, per lavoro, nel backstage degli Aerosmith me lo sono trovato davanti, lui, Bob Guccione Jr in persona. Cioè, erano tutti in fibrillazione e dicevano: «è arrivato Bob, è arrivato Bob». Ovviamente non era nemmeno accreditato tra la stampa, era lì come ospite della band, magari era in vacanza da quelle parti, chissà. Sì perché Bob non è esattamente solo un giornalista, è un editore che ha fondato decine di magazine e figlio di quel Bob Guccione Senior, ideatore di Penthaouse, per dire. 

Dentro di me ero molto combattuto, lo guardavo con sospetto mentre mi risaliva tutto l’odio e il disprezzo che mi avevano inculcato i Guns n Roses quando ero adolescente. Poi, tra una cosa e un’altra mentre il live era quasi al termine, ci siamo ritrovati insieme davanti ad un enorme frigo pieno di birra dello sponsor. Solo che il frigo era stato ricaricato da poco e le bottiglie al suo interno non erano ancora molto fredde, lui era davanti a me e ha cominciato a tastarle tutte per scegliere quella con la temperatura migliore. Io lo guardavo e pensavo: ma guarda che stronzo questo, i Guns avevano ragione da vendere, “You want antagonize me? Antagonize me motherfucker!? Get in the ring motherfucker and I’ll kick your bitchy little ass!”. Alla fine ne ha trovate un paio e una me l’ha porta con un gesto di una gentilezza disarmante. Io ho subito pensato a un tranello ma lui ha detto una cosa che mi ha spiazzato, tipo: «first who works», ora non mi ricordo precisamente, insomma, il senso era questo e io mi sono sentito mortificato e avrei voluto chiedergli scusa per tutte le volte che gli saranno fischiate le orecchie per gli insulti e gli improperi che gli arrivavano dalla mia cameretta di Siracusa, allora ho sorriso stupito, l’ho ringraziato e gli ho detto: “Mr. Guccione, very very kind of you» ma lui era stato già risucchiato in un capannello di altre persone e si vedeva che tutti gli volevano bene e io avrei voluto chiamare Ignazio, contattarlo in qualche modo per dirgli che ci eravamo sbagliati e che Bob era un picciotto a posto, ma Ignazio non lo sentivo da anni e non avevo idea di dove fosse, non lo so nemmeno adesso, dice che fa surf in Namibia, o una così così. 

2021

A tutti i folli, i solitari, i pitarri, gli spittuni e la gente per bene. Quelli che sono in corsia a salvare le vite; quelli che sono guariti e quelli che non ce l’hanno fatta; quelli che la mascherina sempre sotto il mento e quelli che non se la tolgono mai; quelli che restiamo umani; quelli che di umano hanno ben poco; quelli che parcheggiano in doppia fila e quelli che le piste ciclabili poi non passa l’ambulanza, quelli che dovrebbero controllare ma non lo fanno; quelli che non raccolgono la cacca del cane e quelli che la pestano; quelli che telefonano ai Vigili Urbani come se questi poi intervenissero; quelli che si svegliano presto; quelli che annaffiano le piante nei vicoli  di Ortigia o sui balconi di Neapolis; quelli che differenziata non ne faccio perchè poi buttano tutto assieme; quelli che non pagano la Tari; quelli che lavorano coi bambini dei quartieri a rischio; quelli che tornavano a casa tardi e ora c’è il coprifuoco alle ventidue; quelli che solo caipirinha alla fragola; quelli che corso Gelone è come gli Champs-Élysées; quelli che la pizza non è bruciata, noi la facciamo così; quelli del fritto misto solo coi calamari; quelli che il Corvo glicine caldo a ventidue euro; quelli che cercano sempre di propinarti il cerniotto di venti chili da fare alla matalotta; quelli del Cenone di Capodanno menù sorpresa e take away; quelli col pos sempre rotto; quelli che passeggiano quando tira il vento e il lungomare è deserto; quelli che si fregano la tassa di soggiorno; quelli che sparano i fuochi d’artificio ogni notte; quelli che viva Santa Lucia prima Dio e dopo Idda; quelli dei biglietti gratis al Teatro Greco e quelli che pagano sempre; quelli che la zona industriale è la Sincat; quelli che hanno le macchine con l’adesivo Camel Trophy Borneo ‘85; quelli che la tua invidia è la mia fortuna; quelli che solo destagionalizzando e poi non sanno che diavolo vuol dire; quelli che guardano le onde; quelli che aspettano le barche che entrano in porto; quelli che accolgono gli ultimi; quelli che e io pago e poi non pagano mai niente, quelli che dicono ambo quando esce il primo numero; quelli che hanno sprecato tutte le occasioni; quelli che hanno paura del tempo che passa; quelli che cercano un cestino; quelli che trovano l’amore; quelli che si ricordano tutto e quelli che fotografano le discariche; quelli che cantano sottovoce; quelli che non sanno perdere; quelli che non sanno vincere; quelli che sono l’opposto di quello che postano; quelli dell’offerta culturale a spese degli artisti; quelli che si credono artisti; quelli che si indignano; quelli che se ne fottono; quelli che si vaccinano e quelli che non si fidano; quelli che scrivono le lettere e quando finisci di leggerle hai gli occhi pieni di lacrime; quelli che sono nati ieri e quelli che sono rimasti bambini; quelli che Siracusa è troppo bella; quelli che si sentono fregati; quelli che sono rimasti soli; quelli che scappano via e quelli che rimangono qui.

Buon Anno da Archimete Pitacorico.

Buon Natale

Questo Natale, più di ogni altra cosa, mi  mancheranno le atmosfere uniche che solo la Tombola del Popolo riesce a creare. La Tombola del Popolo è un’invenzione di mio padre che già in passato aveva proposto in famiglia e senza successo, diversi “divertissement”. Fra questi, su tutti, spiccava il Mercante in Fiera delle malattie, un gioco spietato che metteva i partecipanti davanti al proprio io più profondo e li sfidava nell’eterna lotta tra brama di danaro e scaramanzia. La provocazione fallì perché nessuno voleva partecipare all’asta delle carte (Mamma, mi compri l’epatite B? No, Tesoro hai già la bronchite, la varicella e l’ipertensione, basta così). 

La Tombola del popolo ha un intento più sociologico che è quello di attualizzare il gioco alle dinamiche e alle insidie della società odierna. I principi base sono quelli della tombola tradizionale ma con un nuovo regolamento cervellotico, infernale e contorto, che riesce a scontentare tutti. Il gioco prevede pesanti restrizioni, multe salate e confisca di cartelle a chi dice, per esempio, “tombolino” oppure “ambo” alla chiamata del primo giannetto. Ogni richiesta al cartellone: “è uscito il 23?”, costa 50 centesimi e se il giocatore ripete la domanda nel corso della partita, a pagare sarà anche il giocatore seduto alla sua sinistra. Per i premi è prevista una pericolosa redistribuzione delle risorse: donazioni controvoglia, prelievi forzosi e altre nefandezze basate sul caso.

Per esempio, se un giocatore fa la cinquina non è detto che riceverà il suo premio. Dichiarando il punto e dopo la verifica da parte del cartellone, interverrà una commissione di saggi munita di mazzo di carte siciliane e di taccuino con codici e leggende. Il giocatore dovrà pescare una carta, ad ogni carta è associata un’azione. Gli scenari sono mutevoli: puoi essere fortunato e vincere il tuo premio; ti può essere confiscato e aggiunto al monte premi della tombola; può essere considerato pensione d’oro e decurtato di una percentuale a favore di chi ha fatto ambo o di uno che manco sta giocando; se peschi il cavallo sei costretto a donare la vincita al giocatore che siede alla tua destra, insomma, cose così.

La prima volta che abbiamo provato a giocare abbiamo fatto due giri, poi sono cresciuti i malumori, la tensione nell’aria era tangibile, i parenti si guardavano con sospetto mentre mio papà aveva un ghigno beffardo tipo Travaglio a Otto e Mezzo. La situazione stava precipitando tanto che è dovuta intervenire mia mamma per dire: basta giocare, adesso apriamo il panettone delle Tre Marie.

Non è un paese per vecchi

Ho ricevuto un commento anonimo a un post di qualche giorno fa, il commento diceva: “ma frequentate solo posti di vecchi? Che palle tu e quello che scrivi.”. C’ho pensato un po’ e ho deciso di rispondere.

Non so se inconsciamente ce li andiamo a cercare ma effettivamente, in viaggio, tra una tappa e l’altra, io e Donatella finiamo spesso in qualche “posto di vecchi” e la cosa, alla fine, nemmeno ci dispiace, voglio dire, entrambi abbiamo superato i quaranta, entrambi abbiamo vissuto la notte in moltissime sfaccettature e adesso, francamente, col lavoro, lo stress e tutto il resto, un po’ di tranquillità è proprio quello che andiamo a cercare. Certo, ai concerti, quando meritano e quando possiamo, ci andiamo ancora, anzi, tentiamo di organizzare i viaggi proprio in funzione di questi, per esempio, a maggio volevamo andare a vedere Bon Iver a Berlino ma poi, co sto fatto del Covid, è saltato tutto. È vero, non frequentiamo le discoteche, né siamo attratti da Ibiza, Riccione o dal  più prosaico Malibù, ma del resto, parlo per me, non è che le avessi frequentate molto, dopo la fase “ballo dei licei”, piuttosto, se proprio devo dirla tutta, a proposito di Berlino, mi piacerebbe poter mettere piede al Berghain, ma più che per scassarmi di musica techno e di droghe sintetiche, per il piacere di poterne parlare, che poi, tra l’altro, lì dentro, le droghe pare siano vietatissime. Il Berghain è uno dei club più esclusivi del mondo e la sua fama si alimenta dal mistero che lo circonda. Per tentare di entrarci bisogna prima affrontare una coda mitologica e poi, quando finalmente si arriva nei pressi della porta d’ingresso di questa gigantesca ex centrale elettrica, c’è un uomo, il capo dei buttafuori, una vera istituzione tra il popolo della notte berlinese, che decide il tuo destino. Non c’è dress code, non c’è orientamento sessuale, religione, tatuaggi sulla faccia, creste di capelli verdi, mutande di lattex o completi di Prada che tengano, tutto è deciso dall’alea. Su internet è pieno di forum e di articoli anche di testate rinomate come il New York Times e il Guardian che si prodigano in consigli su come varcare la porta d’ingresso, ma sono tutte stronzate, non esiste un modo scientifico per riuscire a entrare al Berghain. E se alla fine, per puro caso, uno riesce a farcela e pensa di aver finalmente capito e la settimana dopo si ripresenta allo stesso orario, vestito allo stesso modo, con la stessa espressione in volto, lo rimbalzano e non lo fanno entrare. Le dimensioni di questo fenomeno sociologico sono talmente spropositate che negli ultimi tempi è diventato cool perfino fare solamente fila: un sacco di gente fa serata in coda perché ritiene che stare in fila al Berghain sia comunque più fico e divertente che entrare in uno degli altri 2000 club berlinesi. Tutto questo, sommato ad un impianto audio straordinario, alla selezioni di djs da tutto il mondo, al divieto assoluto di scattare fotografie del locale, cosa che ha aumentato l’aurea di mistero, alle sale e salette in cui perdersi e nelle quali pare possa succedere di tutto, ha contribuito ad alimentare il mito. Per dire, questi a Capodanno fanno una serata esclusivissima che inizia all’una di notte del primo gennaio e finisce la mattina del 4 gennaio. E perfino io che non sono amante del genere, che ormai mi cala il sonno alle 22:30, sul divano di casa, io, che come il Maestro Canello, porterei avanti le lancette dell’orologio per brindare all’anno nuovo il prima possibile e andarmene a letto, mi sento spaventosamente attratto.

Comunque, tutta sta digressione era solo per dirti che non è che orientiamo i nostri viaggi su Fiuggi o Abano Terme o come dici tu, posti di vecchi, ma di solito scegliamo una regione piuttosto vasta, noleggiamo una macchina e giriamo senza un programma definito e in questo modo, alla fine, oltre a risparmiare un bel po’ di soldi con sistemazioni last minute, torniamo sempre con qualche storia da raccontare.

Per esempio, una volta, nei pressi di Balestrand, un paesino sul Songfjord, in Norvegia, avevamo scelto un albergo a conduzione familiare: otto camere otto, letteralmente sul fiordo. L’età media degli ospiti sarà stata di 84 anni e l’arzilla proprietaria (80 anni a occhio e croce), notando che la osservavamo mentre distribuiva e sistemava le cartelle sui tavoli per la tombola della sera, mossa a compassione, ci ha consigliato di tornare in paese per trascorrere la serata. Lì, diceva, c’erano ristoranti, vita notturna, musica e balli sfrenati. Siccome stavamo morendo di fame, e la tombola proprio non ci allettava, incuranti della fitta pioggia, siamo usciti in strada sotto un ombrello troppo piccolo per ripararci entrambi. Abbiamo aspettato e poi preso un autobus che ci ha portato in paese. La situazione non era esattamente quella che ci era stata descritta: anzi, il paese era deserto e l’unico posto aperto era il maestoso Kviknes hotel.

Questo, rispetto al nostro, era frequentato da giovanotti con un’età media di 74 anni, aveva una gigantesco salone da pranzo con un pantagruelico buffet imbandito con ogni ben di Dio. A differenza nostra, da queste parti, chi si avvicina al buffet lo fa con grazia ed educazione inaudite, sorride spesso, ti invita a servirti per primo e nessuno si infila in controsenso o svuota l’intero contenuto di un vassoio nel proprio piatto. Dopo cena, avevamo ancora del tempo a disposizione prima di prendere il bus che ci avrebbe riportato al nostro alloggio, ma di passeggiare fuori non se ne parlava, la pioggia era aumentata e cominciava a far freddo, così abbiamo girato tra le sale dell’hotel fino a quando, un signore timido ha richiamato la nostra attenzione e ci ha invitato ad entrare in una sala per un concerto.

Io sono sempre attratto dai musicisti e dalle loro storie, soprattutto da quelli che non ce l’hanno fatta e Olav Halvarsen sembrava proprio uno di questi. In una bacheca faceva bella mostra una locandina triste, con un suo primo piano di una trentina di anni prima e sotto, come dei necrologi, alcuni estratti di una vecchia rassegna stampa che lo esaltava come: “one of the really great performer of our time”, “sparkling jewels in elegant interpretation”, “his touch is unique”, “poetry and virtuosity” e “Norwegian master pianist!”. Olav ha attaccato il suo recital interpretando classici intramontabili: “My Way”, “All the things You are”, “Unforgettable”, cose così, la sala era praticamente vuota, c’era qualche coppia sonnecchiante di turisti sparsa qua e la e due signori molto bene vestiti che bevevano cognac da giganteschi bicchieri balloon e giocavano a carte. Nessuno prestava attenzione alla sua performance e gli applausi, a parte i nostri, erano scarsi e di circostanza. Olav, gli va riconosciuto, aveva una bella sensibilità e  un tocco che faceva intuire un passato da pianista promettente e dopo ogni esecuzione, si avvicinava con freddezza al microfono e senza mai voltarsi verso il pubblico, dichiarava titolo e compositore del brano appena eseguito.

Ha continuato così per un po’: “I’ve Got You Under My Skin”, “Just a Gigolo”, “Moonlight in Vermont”, poi, ha preso il microfono ed ha richiamato l’attenzione del pubblico. Ha detto che quello che avrebbe eseguito era un brano molto significativo per lui, un brano che lo riportava ad un periodo molto bello della sua vita, ha detto che si era trovato davanti ad un bivio importante per la sua carriera, che  doveva fare una scelta e che alla fine, aveva scelto, senza rimpianti.

Si è raccolto per qualche secondo e poi ha staccato “Cavatina” di Stanley Myers, il pezzo che chiude “Il Cacciatore”, il capolavoro di Michael Cimino, che è uno di quei film che vedi da adolescente e ti segnano per tutta la vita. Amore, amicizia, dolore, lealtà, tutte le emozioni di due ore di film sono racchiuse in quell’armonia soave. La musica ha questa capacità di spalancare l’immaginario e di richiamare i ricordi di una vita e io ho cominciato a pensare a mia mamma, ai primi concerti, a “un colpo solo”, ai sogni che si infrangono e agli strascichi che ti lasciano dentro. Chissà che scelta aveva fatto Olev, aveva rinunciato alla sua carriera? C’era di mezzo una donna? Un amico lo aveva tradito e lui non aveva avuto la forza di reagire? Avrei voluto chiederglielo ma non c’era tempo, il nostro autobus stava per passare. Olev non l’ha suonata bene, era visibilmente emozionato: accordi sbagliati, note false e un finale tirato per i capelli. C’è stato il solito applauso di circostanza e come da copione, si è avvicinato al microfono e ha dichiarato titolo e autore. Noi ci siamo alzati per andare via, cercando di arrecare il minor disturbo possibile e lui, per la prima volta si è voltato, ci siamo guardati per qualche secondo e secondo me l’ha visto che avevo gli occhi pieni di lacrime.

Le vite degli altri

Boothbay Harbor, nel Maine, è un paesino di duemila anime sulla strada per l’Acadia National Park, nostra destinazione definitiva e luogo dell’anima. Quando siamo arrivati in auto da Boston, abbiamo parcheggiato in una piazzetta e abbiamo fatto un giro a piedi per trovare un posto dove trascorrere la notte. La nostra scelta è caduta sull’Oceanside Inn perchè era luogo incantevole: una casa di legno grigia e bianca, con le tendine ricamate alle finestre e una vista mozzafiato sulla baia. Abbiamo bussato ma non rispondeva nessuno, la porta era spalancata così abbiamo aperto la zanzariera, siamo entrati in soggiorno e su un tavolino con sopra un telefono, c’era un foglio con scritto una cosa tipo: ciao, benvenuti, se non sono in casa, chiama questo numero. Donatella ha digitato il numero e dopo qualche squillo ha risposto la caserma dei vigili del fuoco del paese, lei si è scusata, pensando di aver sbagliato numero, ma invece, la voce dall’altro capo l’ha rassicurata e le ha passato Martin, il capo dei pompieri e padrone di casa, che ha detto che in pochi minuti sarebbe arrivato da noi. Martin era un settantacinquenne in gran forma, pensionato e capo volontario dei vigili del fuoco del paese. Si è subito scusato per l’attesa e ci ha raccontato che non si aspettava turisti perché la stagione era ormai terminata. Ci ha fatto vedere le stanze (erano tutte libere) e noi abbiamo scelto una camera al primo piano, con le finestre che davano sul vecchio pontile. Abbiamo portato su i bagagli e pagato. Alla fine della transazione ho chiesto a Martin la chiave e lui è rimasto di sasso. “Di  cosa?”, mi ha domandato sorpreso. “Della stanza, della porta d’ingresso della casa – ho detto io – sai, pensavamo di uscire a cena e al ritorno non vorremmo disturbare nessuno”. “Nessun disturbo – ha replicato Martin – ma questo è un posto tranquillo e le porte sono sempre aperte. Piuttosto, sapete che io faccio la migliore aragosta di tutta la contea? Se volete ne peschiamo qualcuna e ceniamo insieme in veranda.”. Come avremmo potuto dire di no.

Martin ha preparato la barca e siamo usciti a prendere le aragoste. C’è da dire che da queste parti, ogni famiglia possiede una barca e tre o quattro trappole piazzata nella baia. Martin si è posizionato sopra la prima, ha preso il galleggiante e tirato su la trappola. Dentro c’era un’aragosta enorme e una di medie dimensioni. Le ha estratte e messe all’interno di un secchio di alluminio, poi ha ricaricato la trappola, sistemato il galleggiante e buttato tutto in mare. Siamo ripartiti in direzione della seconda trappola posizionata a una 50 di metri in linea d’aria. Stessa procedura di prima, ma stavolta una delle aragoste dentro la trappola sembrava più piccola. Io ho esultato lo stesso, sia per fargli piacere, sia perché ero davvero emozionato, ma Martin non era molto convinto ha detto: “meglio controllare.”, ha tirato fuori una specie di regolo, ha misurato il crostaceo e l’ha ributtato in mare. “Troppo piccola – mi ha detto – almeno un pollice!”. Quella sera abbiamo mangiato le aragoste cotte al vapore e condite col burro fuso. Martin ci ha raccontato un pezzo della sua vita: che lui è in pensione ma fa il comandante volontario dei Vigili del Fuoco, che sua moglie era morta l’inverno scorso e che lui, anche se a volte arriva distrutto, aveva deciso di continuare a gestire il B&B perché era la passione di Katherine, che le sue figlie sono molto affettuose ma vivono lontano e poi che c’era una cosa che sua moglie avrebbe voluto fare più di tutte ma che non è riuscita a fare: visitare l’Italia. Martin ci raccontava di sé come se fossimo amici da sempre, con una naturalezza e una dignità che abbiamo apprezzato dal primo istante. Noi gli abbiamo parlato dell’Italia, ma senza recriminazioni del tipo non funziona quello, non funziona questo, ma come un posto incantato, pieno di storia e di arte, un Paese di cui Katherine si sarebbe certamente innamorata.

Alla fine della cena abbiamo sparecchiato e lui ha tirato fuori una bottiglia di bourbon e dei bicchieri e ci ha dato la buonanotte: “ragazzi – ha detto – io devo ancora vedere delle scartoffie e domani devo svegliarmi presto per prepararvi la colazione, voi fate come se fosse a casa vostra”. Noi l’abbiamo ringraziato e gli abbiamo augurato la buonanotte, lui ha fatto un paio di passi, poi si è voltato è ha detto: “no, grazie a voi, davvero.” e ha accennato un sorriso. È entrato in casa e abbiamo sentito lo scricchiolio degli scalini di legno che portavano al piano di sopra, poi le luci che si accendevano nella sua stanza e dopo un po’ ha acceso lo stereo. 

Ci sono delle musiche che ti restano dentro a discapito del tempo che passa: tu non le ascolti mai, non trovano spazio nelle tue playlist, non le citeresti nemmeno, eppure, appena senti le prime note, un brivido ti scorre sulle schiena, i nervi si tendono, il cuore accelera e poi è tutto un rincorrersi di immagini, di sensazioni, di ricordi, di speranze. Non so se è stato un caso, se la passava la radio o se Martin avesse scelto proprio quella canzone ma “Save Me” di Aimee Mann è il brano che chiude “Magnolia”, il capolavoro di Paul Thomas Anderson. Nell’ultima scena c’è Jim che va a casa di Claudia e la trova a letto, scossa, depressa, immersa in un’atmosfera opprimente. La sera prima, distrutta dal passato che la tormenta, dalle sue insicurezze e dalla cocaina, aveva detto a Jim che non avrebbe più voluto vederlo, che lei era una persona sbagliata e che non si meritava di essere felice. Quando Jim entra nella stanza da letto la canzone sta già suonando, lui inizia a parlare e poi si siede ai piedi del letto, quello che dice si intuisce solamente, niente di trascendentale però, Jim è un tipo semplice, le dice: sei una bella persona, io non voglio perderti, cose così, ma quello che conta è quello che sta cantando Aimee Mann perché i due discorsi – quello di Jim e il testo della canzone – si intersecano, sono due facce della stessa medaglie, due punti di vista che si completano. Poi c’è un riff di chitarra, una cosa semplicissima, poche note elementari ma di svolta e il pezzo si apre, entra la luce, i cuori si spalancano e in quel momento Claudia, che in tutta la scena ha avuto sempre un’espressione affranta, sorride, solo un accenno, ma quel sorriso, ma quante cose dice! Nero, titoli di coda.

 

A4

Questo vergognoso e insano andazzo di pubblicare i miei racconti sta sfuggendo di mano e rischia di diventare pericoloso!

Grazie di cuore a Stefano Amato che ha scelto “Tournée” per l’ultimo numero della sua rivista letteraria A4.

Grazie anche a Leonardo Borrelli e Stefano Marino, senza i quali, questa storia non sarebbe stata la stessa.

Qui il link per leggere e scaricare il racconto.

Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maalox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.

Uscite

L’ho rivisto per caso, era appesantito e segnato dal tempo, non so nemmeno come ho fatto a riconoscerlo ma del resto quella sua uscita trionfale, durante quel trasloco di tanti anni fa è rimasta vivida nella mia memoria.

C’è qualcosa di estremamente teatrale in un’uscita trionfale: il professor Cane che abbandona la lezione di civiltà musicale afroamericana insultando i suoi studenti; Pete Doherty che va via dal camerino del Covo a Bologna con una chitarra non sua e si accende una sigaretta con il mozzone di quella precedente; Peppere che all’alba di un ferragosto, sul bagnasciuga di una spiaggia di Noto, scappa con quattro bottiglie familiari di Moretti – due per mano – muovendosi lateralmente, veloce e agile come un granchio e poi c’è lui, il tizio del trasloco.

Ero tornato per dare una mano ma i miei genitori avevano già impacchettato tutto. A casa mia non ci sono mai stati oggetti particolarmente preziosi. Una grande quantità di libri e dischi e qualche mobile antico comprato e poi restaurato. Mia mamma però, nella camera da letto, ha una toletta dell’800 a cui è particolarmente affezionata. Se la comprò a 18 anni, quando era una studentessa di filosofia a Catania, se la comprò con quello che chiamavano presalario. Non aveva in programma di sposarsi, non aveva intenzione di andare a vivere da sola, semplicemente vide quella toletta, si fece ammaliare dalle sue linee sinuose e morbide, dal piano di marmo venato e dallo specchio ovale in cima e se la comprò, senza pensarci due volte. Un comportamento piuttosto strano in fin dei conti perchè mia mamma è una marxista non dedita a sperperi.

Questo trasloco fu organizzato nei minimi particolari. I miei tendono ad essere molto efficienti per questo genere di cose e alla follia estemporanea di mia madre – un vulcano che ribolle di idee – si somma la razionalità maniacale di mio padre che con taccuino e matita, spunta tutte le voci precedentemente annotate. Il trasloco fu affidato ad una ditta locale, l’appuntamento era alle 7:00 di una mattina di fine estate. Vennero in cinque: tre picciotti di fatica, un tecnico addetto al montacarichi e un supervisore. Le operazioni di carico, per quanto lunghe ed estenuanti, erano procedute senza intoppi. A un certo punto arrivò il momento di caricare la toletta e mia mamma entrò in fibrillazione. I picciotti di fatica, già abbastanza stanchi per il lavoro fin lì svolto, ebbero una piccola incertezza e nello spostare la toletta dalla stanza da letto al balcone del salone dove era montato il montacarichi, sfiorarono impercettibilmente l’angolo del muro con il mobile. Furono momenti di grande tensione, mia madre voleva bloccare tutto, ma per fortuna intervenne lui, il supervisore. Indossava un jeans chiaro tagliato sopra il ginocchio, una camicia bianca di lino stirata perfettamente e portava un borsello con dentro dei documenti, un cellulare, sigarette e accendino. Ai piedi calzava degli zoccoli di legno modello Pescura. Telecomandò i ragazzi di fatica e in men che non si dica la toletta era stata posizionata sul montacarichi senza alcun danno. Mia madre non era ancora del tutto tranquilla e allora lui, con un balzo felino, scavalcò il balcone, poggiò la mano destra sul mobile, si accese una sigaretta, fece un cenno a quello di sotto e uscì di scena così, facendosi calare dal terzo piano. 

Non è detto che un’uscita trionfale risolva sempre una situazione, e non dipende dalla spontaneità o dalla meticolosa costruzione a tavolino perché certe volte, nonostante la carica drammaturgica, il pathos e il lirismo di cui si è alimentata, purtroppo, resta solo un gesto estetico.

La mia uscita trionfale, risale a molto tempo fa. Una sera, in un campeggio in qualche paese sperduto della Bretagna, dopo aver cenato con i miei genitori, mi aggiravo mordicchiando una mela golden, nei pressi di un campo da basket improvvisato. Con me, i due figli della coppia di amici dei miei genitori. Su questo spiazzo, un gruppo di ragazzi americani nostri coetanei, aveva posizionato due grandi bidoni della spazzatura, uno sopra l’altro, a simulare un canestro. Erano mormoni, figli di un paio di famiglie con prole numerosissima. Avevano noleggiato dei motorhome giganteschi con la moquette a pelo alto al pavimento e si erano piazzati nelle piazzole difronte a noi. Mia mamma, quando si scorse di quel pavimento peloso, ebbe quasi un mancamento e per reazione cominciò a pulire il nostro di camper, che era sempre lindo e ordinato.

Nel gruppo di giocatori c’erano anche delle ragazze, alcune erano in squadra, altre facevano il tifo, ma in maniera molto educata. Un paio le avevamo incontrate la mattina in piscina, una era davvero bellissima nel suo costume intero, aveva gli occhi nocciola e ci eravamo scambiati degli sguardi e dei timidi sorrisi. Quella sera, su quel campo da basket, portava i capelli castani raccolti sulla nuca con delle ciocche che le scendevano sul viso. Avremmo avuto al massimo 14 anni e con un inglese scolastico e titubante chiedemmo di poter giocare con loro. Ci risposero di no, senza tanti giri di parole, niente di razziale, almeno credo, nessun italiani, pizza, mafia, mandolino, semplicemente non avevano alcuna intenzione di fare la nostra conoscenza e poi, non ci ritenevano all’altezza di competere con loro. Solo la ragazza bella provò a far cambiare idea al fratello maggiore, ma non ci fu niente da fare anzi, il suo intervento fece innervosire il gruppo che ci fece capire che da lì dovevamo andar via, che dovevamo spostarci di lato perché la partita doveva riprendere immantinente. Incrociai lo sguardo della ragazza, sembrava dispiaciuta e lo ero anch’io, per me giocare sarebbe stata la scusa per conoscerla e chissà, magari, come nei film, poteva scapparci un bacio, invece niente. Delusi, ci spostammo sul lato del campo per permettere la ripresa del gioco. Ero appoggiato ad un lampione, finivo di mangiare la mia mela golden e fingevo distacco e disinteresse. All’improvviso la palla stoppata con foga da uno dei giocatori, rimbalzò verso di me. Fu una cosa naturale e sorprendente: l’addomesticai di petto, me la alzai con il sinistro e feci partire un pallonetto di destro che si andò a infilare nel canestro. I miei amici esplosero in un boato da stadio, i mormori erano increduli e sbalorditi, forse non avevano mai visto qualcuno calciare un pallone, la ragazza bella mi guardava ammirata. Io tremavo dall’emozione ma non volevo darlo a vedere, diedi l’ultimo morso alla mela, la gettai nel cestino attaccato al lampione, mi girai verso i miei amici e con finta sufficienza dissi: “andiamo”. Con la coda dell’occhio vedevo la ragazza bella che mi seguiva con lo sguardo, adorante. “È fatta! – pensavo tra me e me mentre mi dirigevo verso il camper dei miei – domani mattina in piscina farò un ingresso trionfale, e lei sarà lì ad aspettarmi e finalmente potremo vivere un’intensa e travolgente storia d’amore e poi tornerò a Siracusa e lo racconterò a tutti e poi ci scriveremo e io andrò in America da lei e lei verrà da me e io avrò già il motorino e insieme andremo a mare al Plemmirio”. Il giorno dopo, mi svegliai presto, non stavo nella pelle, volevo godermi il trionfo, uscii dal camper per fare colazione e per vedere se riuscivo a sbirciarla ma rimasi basito: davanti a me il vuoto, le piazzole deserte, i camper con il pavimento di pelo lungo erano spariti, portandosi via l’unico possibile grande amore mormone della mia vita. 

Bagagli a mano

La civiltà di un popolo si misura dalle dimensioni del bagaglio a mano che porta a bordo dell’aereo. Sono passati decenni dallo stop alla deregulation degli anni ’90, quando potevi salire in aereo con un borsone, uno zaino, la chitarra per i falò e la guantiera con gli arancini da portare ai coinquilini dell’università. Erano tempi felici e spensierati, i biglietti erano cartacei, a bordo ti davano la Gazzetta dello Sport, le caramelle gommose e le salviette umidificate, si fumava nei bagni di Fontanarossa e Ryanair era solo una leggenda narrata da chi aveva avuto esperienze all’estero. Si volava Alitalia, Meridiana e per noi fortunati, per un breve lasso di tempo, Windjet, la compagnia catanese fallita perché un passeggero su due si fregava i giubbotti salvagente e le cinture di sicurezza.

Prima dell’undici settembre i controlli erano ancora una formalità e non esisteva il web check-in, così, se si partiva in gruppo, uno andava al banco accettazione con i biglietti e i documenti di tutti gli amici e gli altri se la facevano alla larga per nascondere i bagagli e quei giganteschi pacchi contenenti: bottiglie di salsa fatta in casa, caponata, stratto, pomodori secchi, olive condite. Oppure, in inverno: il torrone, la giggiulena ed i totò. Cannoli, arancini e pesce invece, non hanno mai avuto stagioni. Una volta, un volo in partenza da Fontanarossa e diretto al Marconi di Bologna, partì con enorme ritardo e poi, in volo, per via della pesante nebbia che avvolgeva la Dotta, fu dirottato sull’aeroporto Catullo di Verona. Fu un viaggio estenuante di oltre nove ore, atterrati a Verona e aperta la cappelleria per recuperare il giaccone, c’erano tre spigole ormai scongelate che galleggiavano maleodoranti su due dita di acqua e ghiaccio sciolto. Il mio giaccone era completamente inzuppato e feteva da morire. La signora proprietaria dei pesci in questione, non era nemmeno particolarmente mortificata, attribuiva la responsabilità al ritardo della compagnia aerea e alle condizioni meteo che avevano vanificato le sue stime sullo scongelamento del pesce. Messa alle strette, per scusarsi, mi offrì una delle tre spigole, non accettai.

Oggi tutte le compagnie hanno inserito norme ferree per regolamentare il trasporto dei bagagli a bordo e non c’è modo di farla franca. L’unica cosa da fare è acquistare i vari Priority pass, Speedy boarding o diventare socio dei club Ulisse, frecce alate e compagnia bella. Qualcuno ancora ci prova, ma le maglie sono davvero troppo strette. Prima era più facile imbattersi in quelli che si piazzavano davanti al gate con larghissimo anticipo. Li riconoscevi perché di solito erano da soli, ma circondati da una quantità spropositata di valigie, erano sempre molto tesi e vivevano il momento con apprensione, così, non appena percepivano un movimento dietro al bancone – hostess, comandante, personale di terra, addetto alla sicurezza o semplice curioso – facevano un cenno e dalle sedute dei gate adiacenti cominciavano a fare capolino mogli, nanne, picciriddi e cognati. Il 90% delle volte era un falso allarme, bastava un altro gesto per riportare la situazione al punto di partenza. Quando gli facevi notare che quella era la fila dell’imbarco prioritario, ti dicevano che questo era tutto da dimostrare, che loro erano lì da due ore, in piedi, a presidiare quel metro quadrato di aeroporto e che avevano tutto il diritto di entrare per primi e piazzare il bagaglio, a qualunque costo.

Ultimamente invece in alcune città del Sud del Mondo, è stata sviluppata una nuova tecnica, l’ho vista con i miei occhi mentre m’imbarcavo su un volo Easyjet da Berlino a Catania. Io ero in fila per l’imbarco prioritario, insieme a me, due famiglie teutoniche con un paio di bambini ciascuna e un corollario di zainetti e passeggini, cinque o sei uomini d’affari catanesi con bagaglio 48h e borsa del computer e una coppia di trentenni berlinesi accuratamente e meticolosamente trasandati, con una valigia di pelle anni ’70 e una busta di plastica tipo “Mi manda Picone”. Espletate le procedure d’imbarco ci siamo posizionati davanti alle porte di vetro del gate, in attesa del bus che ci avrebbe portato per primi all’aeromobile, dietro di noi, il personale di terra aveva tirato un cordone per delimitare l’area e dividerci dal resto dei passeggeri. Ero concentrato a scrivere una mail e mi stavo godendo in cuffia la sesta sinfonia di Mahler diretta da Bernstein, quindi non è che proprio ci abbia fatto subito caso, ma poi, con la coda dell’occhio, ho notato qualcosa di scuro che scivolava davanti ai miei piedi, ho stoppato la musica e dopo pochi istanti ho sentito l’inconfondibile suono delle ruote del trolley e ne ho visto uno che si muoveva da solo, superava il cordone e si piazzava tra me e uno dei manager catanesi. Dopo qualche secondo, il sibilo di un borsone Pierre Cardin che scivolava sul pavimento e mi superava sulla destra. Ho alzato gli occhi e ho capito che alcuni passeggeri senza imbarco prioritario e per nulla disposti a farsi imbarcare il bagaglio, se ne liberavano lanciandolo con precisione assoluta all’interno del nostro settore. Sembrava una partita di bocce, come quando si va a pallino. A un certo punto, un passeggero maldestro ha sbagliato completamente il lancio, scagliando il suo trolley metallico talmente forte da colpire la porta di vetro. Un allarme si è messo a suonare, la hostess tedesca ha cominciato a urlare: “Achtung Achtung!”, il diabolico piano era stato scoperto, poi, c’è stato una specie di rastrellamento e i passeggeri che si erano macchiati di questa terribile nefandezza sono stati redarguiti e imbarcati per ultimi.

Non c’è niente da fare, è una questione culturale e di approccio alla vita. Per me, in effetti, non è concepibile affrontare un viaggio senza il mio bagaglio a mano alloggiato nella cappelliera sopra di me. È una tara mentale, lo so, ma lo devo avere a portata di mano, viaggia con me, non ci sono storie. Quando trovo la cappelliera sopra il mio posto già occupata, vivo la cosa come un affronto personale, così come quando posiziono il trolley e poi arriva uno e ci piazza sopra il sacchetto del duty free o un giaccone, per me è una terribile provocazione. Ma volete lasciarmi il mio spazio? Ho un trolley solo, compatibile, della misura e del peso quasi sempre corretti, a bordo non porto mai nient’altro, mai una borsetta, mai una busta piena di roba, un panino, manco l’acqua mi porto. Datemi solo quello che mi spetta, non chiedo altro. Scusate ma per me è una questione di serenità.

In un’altra occasione, l’amico che ci aveva accompagnato in auto all’aeroporto di Orly, a Parigi, aveva calcolato male i tempi, così siamo arrivati con più di due ore buone di anticipo sull’orario di partenza. Passati i controlli, ci siamo diretti verso la nostra uscita, convinti di trovarla ancora deserta, invece era già un brulicare di persone dirette a Catania. Il concetto di fila era stato riadattato alle esigenze dei singoli che l’avevano rielaborato, facendo proseliti. Nel totale caos di questa situazione, abbiamo deciso anche noi di creare, per protesta, una nostra fila personale, un po’ spostata sul centrosinistra. Al momento dell’imbarco è scoppiato un putiferio. Una calca indistinta premeva, spingeva e urlava, la pressione antropica era tipo quartiere popolare di Mumbai. Io e Donatella siamo stati tra i primi a passare e insieme ad una quarantina di passeggeri ci siamo immessi nel finger in attesa di avere l’ok per salire a bordo. A un certo punto, la hostess di Transavia ha annunciato che era stato raggiunto il limite massimo di bagagli consentiti a bordo e che gli altri passeggeri avrebbero dovuto consegnare il proprio per poi ritirarlo a Catania, al nastro bagagli. Non l’avesse mai detto: il finimondo, una sollevazione popolare, il sacco di Roma, la presa della Bastiglia, gli zapatisti in Messico, la rivolta di Los Angeles. Alcuni urlavano e pretendevano spiegazioni, altri urlavano e basta. Del resto, la fila immonda che loro stessi avevano creato, come in una parabola evangelica, aveva finito per favorire gli ultimi arrivati rispetto ai primi. Un gruppo di passeggeri ha cominciato a dare di matto, bloccando tutti gli altri e rifiutandosi di imbarcarsi se prima non si fosse eseguito un controllo meticoloso sulle dimensioni e sul peso dei bagagli dei primi quaranta passeggeri. Una signora aveva individuato in me il suo capro espiatorio e gridava a due centimetri dalla faccia della hostess francese: “Ouh!!! Talè a chiddu tignusu! Talè chi valiggia ssi sta carriannu… pare n’ammadio!”. Ora, io mi sentivo un po’ in imbarazzo, anche perché, in verità, il mio bagaglio rientrava perfettamente nelle dimensioni concesse dalla compagnia, sarà stato un po’ più pesante e in una situazione normale, la cosa, non mi avrebbe preoccupato, ma adesso, l’eventualità che tutto venisse messo in discussione e che il mio trolley potesse essere pesato e spedito in stiva, mi terrorizzava.

La ribellione non accennava a terminare, il volo cominciava ad accumulare ritardo. In cuor mio, pensando alla fermezza del popolo francese, speravo nell’intervento risoluto delle teste di cuoio, ma invece, incredibilmente, i negoziatori avallarono la richiesta degli insorti. Ci fu un applauso fragoroso dei dimostranti, fischi, persone che si abbracciavano, qualcuno persino si commosse. La signora continuava a inveire contro me, quello tignoso. Io nel frattempo, per camuffarmi, avevo calcato sulla testa il mio berretto di lana. Il nostro gruppo fu fatto avanzare lentamente sul finger, a due metri dal portellone dell’aereo, tre uomini in uniforme Transavia avevano approntato un check point, fermavano tutti, lasciavano passare sono borse di piccole dimensioni e sequestravano tutti i trolley. Io mi sono sentito come in posto di blocco nazista nella Francia occupata. Il passeggero davanti a noi ha subito la stessa sorte di quelli che l’avevano preceduto. Era il nostro turno, ho preso la mano di Donatella e in quel preciso istante, un tecnico con cuffie e gilet arancione ha attirato l’attenzione dei tre, è stato un attimo, un passo e ci siamo trovati oltre. Siamo entrati in aereo, mi tremavano le gambe, l’ho abbracciata, quasi in lacrime e ho bisbigliato: “amore, siamo salvi.”.

Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.