Bagagli a mano

La civiltà di un popolo si misura dalle dimensioni del bagaglio a mano che porta a bordo dell’aereo. Sono passati decenni dallo stop alla deregulation degli anni ’90, quando potevi salire in aereo con un borsone, uno zaino, la chitarra per i falò e la guantiera con gli arancini da portare ai coinquilini dell’università. Erano tempi felici e spensierati, i biglietti erano cartacei, a bordo ti davano la Gazzetta dello Sport, le caramelle gommose e le salviette umidificate, si fumava nei bagni di Fontanarossa e Ryanair era solo una leggenda narrata da chi aveva avuto esperienze all’estero. Si volava Alitalia, Meridiana e per noi fortunati, per un breve lasso di tempo, Windjet, la compagnia catanese fallita perché un passeggero su due si fregava i giubbotti salvagente e le cinture di sicurezza.

Prima dell’undici settembre i controlli erano ancora una formalità e non esisteva il web check-in, così, se si partiva in gruppo, uno andava al banco accettazione con i biglietti e i documenti di tutti gli amici e gli altri se la facevano alla larga per nascondere i bagagli e quei giganteschi pacchi contenenti: bottiglie di salsa fatta in casa, caponata, stratto, pomodori secchi, olive condite. Oppure, in inverno: il torrone, la giggiulena ed i totò. Cannoli, arancini e pesce invece, non hanno mai avuto stagioni. Una volta, un volo in partenza da Fontanarossa e diretto al Marconi di Bologna, partì con enorme ritardo e poi, in volo, per via della pesante nebbia che avvolgeva la Dotta, fu dirottato sull’aeroporto Catullo di Verona. Fu un viaggio estenuante di oltre nove ore, atterrati a Verona e aperta la cappelleria per recuperare il giaccone, c’erano tre spigole ormai scongelate che galleggiavano maleodoranti su due dita di acqua e ghiaccio sciolto. Il mio giaccone era completamente inzuppato e feteva da morire. La signora proprietaria dei pesci in questione, non era nemmeno particolarmente mortificata, attribuiva la responsabilità al ritardo della compagnia aerea e alle condizioni meteo che avevano vanificato le sue stime sullo scongelamento del pesce. Messa alle strette, per scusarsi, mi offrì una delle tre spigole, non accettai.

Oggi tutte le compagnie hanno inserito norme ferree per regolamentare il trasporto dei bagagli a bordo e non c’è modo di farla franca. L’unica cosa da fare è acquistare i vari Priority pass, Speedy boarding o diventare socio dei club Ulisse, frecce alate e compagnia bella. Qualcuno ancora ci prova, ma le maglie sono davvero troppo strette. Prima era più facile imbattersi in quelli che si piazzavano davanti al gate con larghissimo anticipo. Li riconoscevi perché di solito erano da soli, ma circondati da una quantità spropositata di valigie, erano sempre molto tesi e vivevano il momento con apprensione, così, non appena percepivano un movimento dietro al bancone – hostess, comandante, personale di terra, addetto alla sicurezza o semplice curioso – facevano un cenno e dalle sedute dei gate adiacenti, cominciavano a fare capolino mogli, nanne, picciriddi e cognati. Il 90% delle volte era un falso allarme, bastava un altro gesto per riportare la situazione al punto di partenza. Quando gli facevi notare che quella era la fila dell’imbarco prioritario, ti dicevano che questo era tutto da dimostrare, che loro erano lì da due ore, in piedi, a presidiare quel metro quadrato di aeroporto e che avevano tutto il diritto di entrare per primi e piazzare il bagaglio, a qualunque costo.

Ultimamente invece in alcune città del Sud del Mondo, è stata sviluppata una nuova tecnica, l’ho vista con i miei occhi mentre m’imbarcavo su un volo Easyjet da Berlino a Catania. Io ero in fila per l’imbarco prioritario, insieme a me, due famiglie teutoniche con un paio di bambini ciascuna e un corollario di zainetti e passeggini, cinque o sei uomini d’affari catanesi con bagaglio 48h e borsa del computer e una coppia di trentenni berlinesi accuratamente e meticolosamente trasandati, con una valigia di pelle anni ’70 e una busta di plastica tipo “Mi manda Picone”. Espletate le procedure d’imbarco ci siamo posizionati davanti alle porte di vetro del gate, in attesa del bus che ci avrebbe portato per primi all’aeromobile, dietro di noi, il personale di terra aveva tirato un cordone per delimitare l’area e dividerci dal resto dei passeggeri. Ero concentrato a scrivere una mail e mi stavo godendo in cuffia la sesta sinfonia di Mahler diretta da Bernstein, quindi non è che proprio ci abbia fatto subito caso, ma poi, con la coda dell’occhio, ho notato qualcosa di scuro che scivolava davanti ai miei piedi, ho stoppato la musica e dopo pochi istanti ho sentito l’inconfondibile suono delle ruote del trolley e ne ho visto uno che si muoveva da solo, superava il cordone e si piazzava tra me e uno dei manager catanesi. Dopo qualche secondo, il sibilo di un borsone Pierre Cardin che scivolava sul pavimento e mi superava sulla destra. Ho alzato gli occhi e ho capito che alcuni passeggeri senza imbarco prioritario e per nulla disposti a farsi imbarcare il bagaglio, se ne liberavano lanciandolo con precisione assoluta all’interno del nostro settore. Sembrava una partita di bocce, come quando si va a pallino. A un certo punto, un passeggero maldestro ha sbagliato completamente il lancio, scagliando il suo trolley metallico talmente forte da colpire la porta di vetro. Un allarme si è messo a suonare, la hostess tedesca ha cominciato a urlare: “Achtung Achtung!”, il diabolico piano era stato scoperto, poi, c’è stato una specie di rastrellamento e i passeggeri che si erano macchiati di questa terribile nefandezza sono stati redarguiti e imbarcati per ultimi.

Non c’è niente da fare, è una questione culturale e di approccio alla vita. Per me, in effetti, non è concepibile affrontare un viaggio senza il mio bagaglio a mano alloggiato nella cappelliera sopra di me. È una tara mentale, lo so, ma lo devo avere a portata di mano, viaggia con me, non ci sono storie. Quando trovo la cappelliera sopra il mio posto già occupata, vivo la cosa come un affronto personale, così come quando posiziono il trolley e poi arriva uno e ci piazza sopra il sacchetto del duty free o un giaccone, per me è una terribile provocazione. Ma volete lasciarmi il mio spazio? Ho un trolley solo, compatibile, della misura e del peso quasi sempre corretti, a bordo non porto mai nient’altro, mai una borsetta, mai una busta piena di roba, un panino, manco l’acqua mi porto. Datemi solo quello che mi spetta, non chiedo altro. Scusate ma per me è una questione di serenità.

In un’altra occasione, l’amico che ci aveva accompagnato in auto all’aeroporto di Orly, a Parigi, aveva calcolato male i tempi, così siamo arrivati con più di due ore buone di anticipo sull’orario di partenza. Passati i controlli, ci siamo diretti verso la nostra uscita, convinti di trovarla ancora deserta, invece era già un brulicare di persone dirette a Catania. Il concetto di fila era stato riadattato alle esigenze dei singoli che l’avevano rielaborato, facendo proseliti. Nel totale caos di questa situazione, abbiamo deciso anche noi di creare, per protesta, una nostra fila personale, un po’ spostata sul centrosinistra. Al momento dell’imbarco è scoppiato un putiferio. Una calca indistinta premeva, spingeva e urlava, la pressione antropica era tipo quartiere popolare di Mumbai. Io e Donatella siamo stati tra i primi a passare e insieme ad una cinquantina di passeggeri ci siamo immessi nel finger in attesa di avere l’ok per salire a bordo. A un certo punto, la hostess di Transavia ha annunciato che era stato raggiunto il limite massimo di bagagli consentiti a bordo e che gli altri passeggeri avrebbero dovuto consegnare il proprio per poi ritirarlo a Catania, al nastro bagagli. Non l’avesse mai detto: il finimondo, una sollevazione popolare, il sacco di Roma, la presa della Bastiglia, gli zapatisti in Messico, la rivolta di Los Angeles. Alcuni urlavano e pretendevano spiegazioni, altri urlavano e basta. Del resto, la fila immonda che loro stessi avevano creato, come in una parabola evangelica, aveva finito per favorire gli ultimi arrivati rispetto ai primi. Un gruppo di passeggeri ha cominciato a dare di matto, bloccando tutti gli altri e rifiutandosi di imbarcarsi se prima non si fosse eseguito un controllo meticoloso sulle dimensioni e sul peso dei bagagli dei primi cinquanta passeggeri. Una signora aveva individuato in me il suo capro espiatorio e gridava a due centimetri dalla faccia della hostess francese: “Ouh!!! Talè a chiddu tignusu! Talè chi valiggia ssi sta carriannu… pare n’ammadio!”. Ora, io mi sentivo un po’ in imbarazzo, anche perché, in verità, il mio bagaglio rientrava perfettamente nelle dimensioni concesse dalla compagnia, sarà stato al massimo un paio di chili più pesante e in una situazione normale, la cosa, non mi avrebbe preoccupato, ma adesso, l’eventualità che tutto venisse messo in discussione e che il mio trolley potesse essere pesato e spedito in stiva, mi terrorizzava.

La ribellione non accennava a terminare, il volo cominciava ad accumulare ritardo. In cuor mio, pensando alla fermezza del popolo francese, speravo nell’intervento risoluto delle teste di cuoio, ma invece, incredibilmente, i negoziatori avallarono la richiesta degli insorti. Ci fu un applauso fragoroso dei dimostranti, fischi, persone che si abbracciavano, qualcuno persino si commosse. La signora continuava a inveire contro me, quello tignoso. Io nel frattempo avevo calcato sulla testa il mio berretto di lana ma senza sortire alcun effetto. Il nostro gruppo fu fatto avanzare lentamente sul finger, a due metri dal portellone dell’aereo, tre uomini in uniforme Transavia avevano approntato un check point, fermavano tutti, lasciavano passare sono borse di piccole dimensioni e sequestravano tutti i trolley. Io mi sono sentito come in posto di blocco nazista nella Francia occupata. Il passeggero davanti a noi ha subito la stessa sorte di quelli che l’avevano preceduto. Era il nostro turno, ho preso la mano di Donatella e in quel preciso istante, un tecnico con cuffie e gilet arancione ha attirato l’attenzione dei tre, è stato un attimo, un passo e ci siamo trovati oltre. Siamo entrati in aereo, mi tremavano le gambe, l’ho abbracciata, quasi in lacrime e ho bisbigliato: “amore, siamo salvi.”.

Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.

 

 

C’era una volta in via Brenta

L’appuntamento era davanti a Sweet Sweet Way, un pomeriggio del marzo del 1991. Ad aspettarmi lì c’era Piero, con lui sarei andato a fare la prima prova con la mia prima band. Qualche giorno prima avevo ricevuto una sua telefonata al fisso di casa, si presentò ricordando i comuni trascorsi tennistici alla Cittadella e mi chiese se era vero che suonassi il basso, perché lui stava mettendo su una rock band. Era il momento che stavo aspettando da quindici giorni, da quando cioè, vista l’inflazione di chitarristi nelle scuole siracusane, avevo deciso che avrei suonato il basso elettrico e avevo sparso la voce in giro. C’era solo un piccolo problema: io non possedevo alcun basso elettrico.

Comunicai la notizia in famiglia, i miei erano entusiasti. Mio padre, che ha suonato il piano e il sax tenore con Gli Scettici, coi Mammasantissima e con altre formazioni locali, mi disse: “non ti preoccupare, ora andiamo a cercare un basso”. Aspettammo l’orario di apertura e ci fiondammo da Moscuzza alla ricerca di uno strumento di seconda mano, economico e per principianti. La scelta cadde su un Sakura bianco (modello Precision) appartenuto ad un amico di mio padre. Era la cosa più bella che avessi mai visto. Uno strumento modesto ma con una caratteristica unica: sulla paletta, il logo Sakura era stato coperto con una borchia d’ottone con l’incisione “Fender”. La trattativa fu veloce e per cinquantamila lire, lo portai a casa dentro una custodia morbida usata.

Mi presentai all’appuntamento in perfetto orario, andai in motorino, con le cinghie della custodia che mi segavano le spalle e l’inseparabile zaino militare a tracolla con la scritta “Kiss Pack You See” con dentro un quaderno per segnare gli accordi e un jack. Piero era già lì e insieme ci dirigemmo verso la sala prove a conoscere la band. Provammo nel salotto della casa di Stefano, completamente liberi, coi tappeti sotto i piedi, senza particolari accorgimenti per il volume, senza sordine di alcun tipo. Una cosa che trovai inconcepibile e che mi faceva sentire uno dei Rolling Stones, in quei set approntati negli studi rinomati di Los Angeles, con i divani, le piantane design, le modelle e il camino con la schermatura in vetro temperato.

La prima prova fu un’incessante esecuzione della durata di circa tre ore di With or Without You degli U2. Un turbinio di sedicesimi e di cori in falsetto che ci prosciugò tutte le energie ma che ci convinse che sì, la band poteva nascere: il feeling era da rodare, certo, ma le alchimie, quelle erano giuste, gli sguardi d’intesa sostituivano le parole e c’erano tutti i presupposti per costruire un repertorio vincente. Ci demmo appuntamento alla settimana successiva con l’obiettivo di finire l’arrangiamento del pezzo degli U2 e di cominciare a impostare un trittico dei Pink Floyd sul depresso andante: Time, Comfortably Numb e Wish You Were Here.

In verità, gli unici che sapevano suonare erano Stefano e Piero: il primo studiava batteria e pur essendo un ragazzino, aveva già una conoscenza musicale mostruosa, trasmessagli da suo papà, lo Zio Peppe; il secondo, era un virtuoso della tastiera, aveva alle spalle studi classici e nei momenti di cazzeggio, attaccava a suonare la Marcia Turca di Mozart a velocità supersonica, con le facce buffe tipo Amadeus di Miloš Forman e ci faceva morire dalle risate. La cosa ha innescato in me un riflesso pavloviano e ancora adesso, quando qualcuno la esegue – mi è successo di recente a un lunch concert alla Filarmonica di Berlino – mi commuovo e poi rido con le lacrime agli occhi. Poi c’ero io, che mi presentai il primo giorno con il basso accordato ma poi, non sapendo metterci mano e per paura di peggiorare le cose, decisi di non toccare più quelle chiavi per almeno un mese, causando alla band enormi problemi d’intonazione. Giovanni era il chitarrista, un’anima folk e un’attitudine da falò e da bionde trecce, occhi azzurri e poi c’era Antonio, il cantante e leader carismatico.

L’entusiasmo era alle stelle e raggiunse il suo picco quando mio padre, una sera, tornato a casa dall’ambulatorio, mi disse: “Vi ho trovato una serata, il 21 giugno al Castello Tafuri a Portopalo, è una festa di beneficenza della Croce Rossa, aprirete un nostro concerto e potrete suonare tre pezzi.”. Io ero felicissimo ma misi subito in chiaro le cose: “Vedi che noi abbiamo quattro pezzi.”. “Allora ne farete quattro.” – tagliò corto mi padre.

Le due settimane che precedettero il concerto furono contraddistinte da prove estenuanti e meticolose, inoltre, dato che avremmo eseguito dei brani dei Pink Floyd, decidemmo che sarebbe stato il caso di presentarsi sul palco con almeno due coriste. La scelta cadde su Barbara e Carmela, nessuna delle due aveva alcuna esperienza canora, ma del resto neanche noi, per cui ci sembro una scelta ponderata.

Finalmente arrivò il grande giorno. Ci incontrammo di pomeriggio per un breve soundcheck: avremmo suonato con gli strumenti e l’amplificazione del gruppo di mio padre e provammo tutti gli attacchi e i finali dei pezzi. A quell’epoca i miei avevano ancora un camper, residuato di vacanze in famiglia in giro per l’Europa, che mio padre sfruttava in queste occasioni per il trasporto strumenti. Divenne il nostro quartier generale, rimanemmo rintanati tutto il pomeriggio lì dentro a bere Coca Cola – forse trafugammo una bottiglia di prosecco e qualche birretta dal bar del Castello – a fumare qualche sigaretta ed a fare progetti per il futuro. Sì, perché nel frattempo, questa notizia che andavamo a suonare in trasferta, si era sparsa in giro e cominciammo a ricevere offerte e richieste per altre esibizioni. Per quell’estate avevamo già cinque o sei feste di compleanno e un fitto calendario di prove per incrementare il repertorio con nuovi pezzi di REM e Police.

Di quel primo concerto esiste da qualche parte un VHS ma non lo vedo da decenni. Non so dire con esattezza come suonammo e al dire il vero, non è che la cosa sia così importante. Eravamo una band di quattordicenni alle prime armi e alle prese con i Pink Floyd, davanti a un pubblico intervenuto per ballare l’hully gully. Ricordo che alla fine dell’esibizione ci mettemmo in circolo e ci abbracciammo forte, fu un gesto naturale e spontaneo. A poco a poco, i ragazzi andarono via con i loro genitori, io aspettai la conclusione della serata e aiutai mio padre a smontare gli strumenti. Tornammo lentamente verso casa, in camper, i miei chiacchieravano, io mi sdraiai sul letto della mansarda, per un attimo pensai alle due materie che avrei dovuto recuperare a settembre ma mi addormentai immediatamente, ero felice ed esausto.

L’amore ai tempi del Gilera

Lo scooter con marmitta elaborata entrò a velocità sostenuta alla Marina. Era un tardo pomeriggio e il sole stava per lasciare spazio ad una luna timida e sfocata. Il pilota schivò qualche passante e posteggiò in bella vista. Dal mezzo scesero in due: lei, vestitino bianco e coprispalla fucsia, calzava delle scarpe tipo espadrillas ma con molto tacco; lui indossava uno sfrontato abito in poliestere grigio luccicante, con una giacca oscenamente corta e una scarpa stringata a punta di diamante. Il sole tramontava, i due si sorrisero, si sfiorarono quasi imbarazzati, poi lui prese coraggio, la fissò negli occhi e indicando lo scooter le disse: “ouh, mettici a catina”.