Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maloox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.

Uscite

L’ho rivisto per caso, era appesantito e segnato dal tempo, non so nemmeno come ho fatto a riconoscerlo ma del resto quella sua uscita trionfale, durante quel trasloco di tanti anni fa è rimasta vivida nella mia memoria.

C’è qualcosa di estremamente teatrale in un’uscita trionfale: il professor Cane che abbandona la lezione di civiltà musicale afroamericana insultando i suoi studenti; Pete Doherty che va via dal camerino del Covo a Bologna con una chitarra non sua e si accende una sigaretta con il mozzone di quella precedente; Peppere che all’alba di un ferragosto, sul bagnasciuga di una spiaggia di Noto, scappa con quattro bottiglie familiari di Moretti – due per mano – muovendosi lateralmente, veloce e agile come un granchio e poi c’è lui, il tizio del trasloco.

Ero tornato per dare una mano ma i miei genitori avevano già impacchettato tutto. A casa mia non ci sono mai stati oggetti particolarmente preziosi. Una grande quantità di libri e dischi e qualche mobile antico comprato e poi restaurato. Mia mamma però, nella camera da letto, ha una toletta dell’800 a cui è particolarmente affezionata. Se la comprò a 18 anni, quando era una studentessa di filosofia a Catania, se la comprò con quello che chiamavano presalario. Non aveva in programma di sposarsi, non aveva intenzione di andare a vivere da sola, semplicemente vide quella toletta, si fece ammaliare dalle sue linee sinuose e morbide, dal piano di marmo venato e dallo specchio ovale in cima e se la comprò, senza pensarci due volte. Un comportamento piuttosto strano in fin dei conti perchè mia mamma è una marxista non dedita a sperperi.

Questo trasloco fu organizzato nei minimi particolari. I miei tendono ad essere molto efficienti per questo genere di cose e alla follia estemporanea di mia madre – un vulcano che ribolle di idee – si somma la razionalità maniacale di mio padre che con taccuino e matita, spunta tutte le voci precedentemente annotate. Il trasloco fu affidato ad una ditta locale, l’appuntamento era alle 7:00 di una mattina di fine estate. Vennero in cinque: tre picciotti di fatica, un tecnico addetto al montacarichi e un supervisore. Le operazioni di carico, per quanto lunghe ed estenuanti, erano procedute senza intoppi. A un certo punto arrivò il momento di caricare la toletta e mia mamma entrò in fibrillazione. I picciotti di fatica, già abbastanza stanchi per il lavoro fin lì svolto, ebbero una piccola incertezza e nello spostare la toletta dalla stanza da letto al balcone del salone dove era montato il montacarichi, sfiorarono impercettibilmente l’angolo del muro con il mobile. Furono momenti di grande tensione, mia madre voleva bloccare tutto, ma per fortuna intervenne lui, il supervisore. Indossava un jeans chiaro tagliato sopra il ginocchio, una camicia bianca di lino stirata perfettamente e portava un borsello con dentro dei documenti, un cellulare, sigarette e accendino. Ai piedi calzava degli zoccoli di legno modello Pescura. Telecomandò i ragazzi di fatica e in men che non si dica la toletta era stata posizionata sul montacarichi senza alcun danno. Mia madre non era ancora del tutto tranquilla e allora lui, con un balzo felino, scavalcò il balcone, poggiò la mano destra sul mobile, si accese una sigaretta, fece un cenno a quello di sotto e uscì di scena così, facendosi calare dal terzo piano. 

Non è detto che un’uscita trionfale risolva sempre una situazione, e non dipende dalla spontaneità o dalla meticolosa costruzione a tavolino perché certe volte, nonostante la carica drammaturgica, il pathos e il lirismo di cui si è alimentata, purtroppo, resta solo un gesto estetico.

La mia uscita trionfale, risale a molto tempo fa. Una sera, in un campeggio in qualche paese sperduto della Bretagna, dopo aver cenato con i miei genitori, mi aggiravo mordicchiando una mela golden, nei pressi di un campo da basket improvvisato. Con me, i due figli della coppia di amici dei miei genitori. Su questo spiazzo, un gruppo di ragazzi americani nostri coetanei, aveva posizionato due grandi bidoni della spazzatura, uno sopra l’altro, a simulare un canestro. Erano mormoni, figli di un paio di famiglie con prole numerosissima. Avevano noleggiato dei motorhome giganteschi con la moquette a pelo alto al pavimento e si erano piazzati nelle piazzole difronte a noi. Mia mamma, quando si scorse di quel pavimento peloso, ebbe quasi un mancamento e per reazione cominciò a pulire il nostro di camper, che era sempre lindo e ordinato.

Nel gruppo di giocatori c’erano anche delle ragazze, alcune erano in squadra, altre facevano il tifo, ma in maniera molto educata. Un paio le avevamo incontrate la mattina in piscina, una era davvero bellissima nel suo costume intero, aveva gli occhi nocciola e ci eravamo scambiati degli sguardi e dei timidi sorrisi. Quella sera, su quel campo da basket, portava i capelli castani raccolti sulla nuca con delle ciocche che le scendevano sul viso. Avremmo avuto al massimo 14 anni e con un inglese scolastico e titubante chiedemmo di poter giocare con loro. Ci risposero di no, senza tanti giri di parole, niente di razziale, almeno credo, nessun italiani, pizza, mafia, mandolino, semplicemente non avevano alcuna intenzione di fare la nostra conoscenza e poi, non ci ritenevano all’altezza di competere con loro. Solo la ragazza bella provò a far cambiare idea al fratello maggiore, ma non ci fu niente da fare anzi, il suo intervento fece innervosire il gruppo che ci fece capire che da lì dovevamo andar via, che dovevamo spostarci di lato perché la partita doveva riprendere immantinente. Incrociai lo sguardo della ragazza, sembrava dispiaciuta e lo ero anch’io, per me giocare sarebbe stata la scusa per conoscerla e chissà, magari, come nei film, poteva scapparci un bacio, invece niente. Delusi, ci spostammo sul lato del campo per permettere la ripresa del gioco. Ero appoggiato ad un lampione, finivo di mangiare la mia mela golden e fingevo distacco e disinteresse. All’improvviso la palla stoppata con foga da uno dei giocatori, rimbalzò verso di me. Fu una cosa naturale e sorprendente: l’addomesticai di petto, me la alzai con il sinistro e feci partire un pallonetto di destro che si andò a infilare nel canestro. I miei amici esplosero in un boato da stadio, i mormori erano increduli e sbalorditi, forse non avevano mai visto qualcuno calciare un pallone, la ragazza bella mi guardava ammirata. Io tremavo dall’emozione ma non volevo darlo a vedere, diedi l’ultimo morso alla mela, la gettai nel cestino attaccato al lampione, mi girai verso i miei amici e con finta sufficienza dissi: “andiamo”. Con la coda dell’occhio vedevo la ragazza bella che mi seguiva con lo sguardo, adorante. “È fatta! – pensavo tra me e me mentre mi dirigevo verso il camper dei miei – domani mattina in piscina farò un ingresso trionfale, e lei sarà lì ad aspettarmi e finalmente potremo vivere un’intensa e travolgente storia d’amore e poi tornerò a Siracusa e lo racconterò a tutti e poi ci scriveremo e io andrò in America da lei e lei verrà da me e io avrò già il motorino e insieme andremo a mare al Plemmirio”. Il giorno dopo, mi svegliai presto, non stavo nella pelle, volevo godermi il trionfo, uscii dal camper per fare colazione e per vedere se riuscivo a sbirciarla ma rimasi basito: davanti a me il vuoto, le piazzole deserte, i camper con il pavimento di pelo lungo erano spariti, portandosi via l’unico possibile grande amore mormone della mia vita. 

Bagagli a mano

La civiltà di un popolo si misura dalle dimensioni del bagaglio a mano che porta a bordo dell’aereo. Sono passati decenni dallo stop alla deregulation degli anni ’90, quando potevi salire in aereo con un borsone, uno zaino, la chitarra per i falò e la guantiera con gli arancini da portare ai coinquilini dell’università. Erano tempi felici e spensierati, i biglietti erano cartacei, a bordo ti davano la Gazzetta dello Sport, le caramelle gommose e le salviette umidificate, si fumava nei bagni di Fontanarossa e Ryanair era solo una leggenda narrata da chi aveva avuto esperienze all’estero. Si volava Alitalia, Meridiana e per noi fortunati, per un breve lasso di tempo, Windjet, la compagnia catanese fallita perché un passeggero su due si fregava i giubbotti salvagente e le cinture di sicurezza.

Prima dell’undici settembre i controlli erano ancora una formalità e non esisteva il web check-in, così, se si partiva in gruppo, uno andava al banco accettazione con i biglietti e i documenti di tutti gli amici e gli altri se la facevano alla larga per nascondere i bagagli e quei giganteschi pacchi contenenti: bottiglie di salsa fatta in casa, caponata, stratto, pomodori secchi, olive condite. Oppure, in inverno: il torrone, la giggiulena ed i totò. Cannoli, arancini e pesce invece, non hanno mai avuto stagioni. Una volta, un volo in partenza da Fontanarossa e diretto al Marconi di Bologna, partì con enorme ritardo e poi, in volo, per via della pesante nebbia che avvolgeva la Dotta, fu dirottato sull’aeroporto Catullo di Verona. Fu un viaggio estenuante di oltre nove ore, atterrati a Verona e aperta la cappelleria per recuperare il giaccone, c’erano tre spigole ormai scongelate che galleggiavano maleodoranti su due dita di acqua e ghiaccio sciolto. Il mio giaccone era completamente inzuppato e feteva da morire. La signora proprietaria dei pesci in questione, non era nemmeno particolarmente mortificata, attribuiva la responsabilità al ritardo della compagnia aerea e alle condizioni meteo che avevano vanificato le sue stime sullo scongelamento del pesce. Messa alle strette, per scusarsi, mi offrì una delle tre spigole, non accettai.

Oggi tutte le compagnie hanno inserito norme ferree per regolamentare il trasporto dei bagagli a bordo e non c’è modo di farla franca. L’unica cosa da fare è acquistare i vari Priority pass, Speedy boarding o diventare socio dei club Ulisse, frecce alate e compagnia bella. Qualcuno ancora ci prova, ma le maglie sono davvero troppo strette. Prima era più facile imbattersi in quelli che si piazzavano davanti al gate con larghissimo anticipo. Li riconoscevi perché di solito erano da soli, ma circondati da una quantità spropositata di valigie, erano sempre molto tesi e vivevano il momento con apprensione, così, non appena percepivano un movimento dietro al bancone – hostess, comandante, personale di terra, addetto alla sicurezza o semplice curioso – facevano un cenno e dalle sedute dei gate adiacenti, cominciavano a fare capolino mogli, nanne, picciriddi e cognati. Il 90% delle volte era un falso allarme, bastava un altro gesto per riportare la situazione al punto di partenza. Quando gli facevi notare che quella era la fila dell’imbarco prioritario, ti dicevano che questo era tutto da dimostrare, che loro erano lì da due ore, in piedi, a presidiare quel metro quadrato di aeroporto e che avevano tutto il diritto di entrare per primi e piazzare il bagaglio, a qualunque costo.

Ultimamente invece in alcune città del Sud del Mondo, è stata sviluppata una nuova tecnica, l’ho vista con i miei occhi mentre m’imbarcavo su un volo Easyjet da Berlino a Catania. Io ero in fila per l’imbarco prioritario, insieme a me, due famiglie teutoniche con un paio di bambini ciascuna e un corollario di zainetti e passeggini, cinque o sei uomini d’affari catanesi con bagaglio 48h e borsa del computer e una coppia di trentenni berlinesi accuratamente e meticolosamente trasandati, con una valigia di pelle anni ’70 e una busta di plastica tipo “Mi manda Picone”. Espletate le procedure d’imbarco ci siamo posizionati davanti alle porte di vetro del gate, in attesa del bus che ci avrebbe portato per primi all’aeromobile, dietro di noi, il personale di terra aveva tirato un cordone per delimitare l’area e dividerci dal resto dei passeggeri. Ero concentrato a scrivere una mail e mi stavo godendo in cuffia la sesta sinfonia di Mahler diretta da Bernstein, quindi non è che proprio ci abbia fatto subito caso, ma poi, con la coda dell’occhio, ho notato qualcosa di scuro che scivolava davanti ai miei piedi, ho stoppato la musica e dopo pochi istanti ho sentito l’inconfondibile suono delle ruote del trolley e ne ho visto uno che si muoveva da solo, superava il cordone e si piazzava tra me e uno dei manager catanesi. Dopo qualche secondo, il sibilo di un borsone Pierre Cardin che scivolava sul pavimento e mi superava sulla destra. Ho alzato gli occhi e ho capito che alcuni passeggeri senza imbarco prioritario e per nulla disposti a farsi imbarcare il bagaglio, se ne liberavano lanciandolo con precisione assoluta all’interno del nostro settore. Sembrava una partita di bocce, come quando si va a pallino. A un certo punto, un passeggero maldestro ha sbagliato completamente il lancio, scagliando il suo trolley metallico talmente forte da colpire la porta di vetro. Un allarme si è messo a suonare, la hostess tedesca ha cominciato a urlare: “Achtung Achtung!”, il diabolico piano era stato scoperto, poi, c’è stato una specie di rastrellamento e i passeggeri che si erano macchiati di questa terribile nefandezza sono stati redarguiti e imbarcati per ultimi.

Non c’è niente da fare, è una questione culturale e di approccio alla vita. Per me, in effetti, non è concepibile affrontare un viaggio senza il mio bagaglio a mano alloggiato nella cappelliera sopra di me. È una tara mentale, lo so, ma lo devo avere a portata di mano, viaggia con me, non ci sono storie. Quando trovo la cappelliera sopra il mio posto già occupata, vivo la cosa come un affronto personale, così come quando posiziono il trolley e poi arriva uno e ci piazza sopra il sacchetto del duty free o un giaccone, per me è una terribile provocazione. Ma volete lasciarmi il mio spazio? Ho un trolley solo, compatibile, della misura e del peso quasi sempre corretti, a bordo non porto mai nient’altro, mai una borsetta, mai una busta piena di roba, un panino, manco l’acqua mi porto. Datemi solo quello che mi spetta, non chiedo altro. Scusate ma per me è una questione di serenità.

In un’altra occasione, l’amico che ci aveva accompagnato in auto all’aeroporto di Orly, a Parigi, aveva calcolato male i tempi, così siamo arrivati con più di due ore buone di anticipo sull’orario di partenza. Passati i controlli, ci siamo diretti verso la nostra uscita, convinti di trovarla ancora deserta, invece era già un brulicare di persone dirette a Catania. Il concetto di fila era stato riadattato alle esigenze dei singoli che l’avevano rielaborato, facendo proseliti. Nel totale caos di questa situazione, abbiamo deciso anche noi di creare, per protesta, una nostra fila personale, un po’ spostata sul centrosinistra. Al momento dell’imbarco è scoppiato un putiferio. Una calca indistinta premeva, spingeva e urlava, la pressione antropica era tipo quartiere popolare di Mumbai. Io e Donatella siamo stati tra i primi a passare e insieme ad una quarantina di passeggeri ci siamo immessi nel finger in attesa di avere l’ok per salire a bordo. A un certo punto, la hostess di Transavia ha annunciato che era stato raggiunto il limite massimo di bagagli consentiti a bordo e che gli altri passeggeri avrebbero dovuto consegnare il proprio per poi ritirarlo a Catania, al nastro bagagli. Non l’avesse mai detto: il finimondo, una sollevazione popolare, il sacco di Roma, la presa della Bastiglia, gli zapatisti in Messico, la rivolta di Los Angeles. Alcuni urlavano e pretendevano spiegazioni, altri urlavano e basta. Del resto, la fila immonda che loro stessi avevano creato, come in una parabola evangelica, aveva finito per favorire gli ultimi arrivati rispetto ai primi. Un gruppo di passeggeri ha cominciato a dare di matto, bloccando tutti gli altri e rifiutandosi di imbarcarsi se prima non si fosse eseguito un controllo meticoloso sulle dimensioni e sul peso dei bagagli dei primi quaranta passeggeri. Una signora aveva individuato in me il suo capro espiatorio e gridava a due centimetri dalla faccia della hostess francese: “Ouh!!! Talè a chiddu tignusu! Talè chi valiggia ssi sta carriannu… pare n’ammadio!”. Ora, io mi sentivo un po’ in imbarazzo, anche perché, in verità, il mio bagaglio rientrava perfettamente nelle dimensioni concesse dalla compagnia, sarà stato al massimo un paio di chili più pesante e in una situazione normale, la cosa, non mi avrebbe preoccupato, ma adesso, l’eventualità che tutto venisse messo in discussione e che il mio trolley potesse essere pesato e spedito in stiva, mi terrorizzava.

La ribellione non accennava a terminare, il volo cominciava ad accumulare ritardo. In cuor mio, pensando alla fermezza del popolo francese, speravo nell’intervento risoluto delle teste di cuoio, ma invece, incredibilmente, i negoziatori avallarono la richiesta degli insorti. Ci fu un applauso fragoroso dei dimostranti, fischi, persone che si abbracciavano, qualcuno persino si commosse. La signora continuava a inveire contro me, quello tignoso. Io nel frattempo avevo calcato sulla testa il mio berretto di lana ma senza sortire alcun effetto. Il nostro gruppo fu fatto avanzare lentamente sul finger, a due metri dal portellone dell’aereo, tre uomini in uniforme Transavia avevano approntato un check point, fermavano tutti, lasciavano passare sono borse di piccole dimensioni e sequestravano tutti i trolley. Io mi sono sentito come in posto di blocco nazista nella Francia occupata. Il passeggero davanti a noi ha subito la stessa sorte di quelli che l’avevano preceduto. Era il nostro turno, ho preso la mano di Donatella e in quel preciso istante, un tecnico con cuffie e gilet arancione ha attirato l’attenzione dei tre, è stato un attimo, un passo e ci siamo trovati oltre. Siamo entrati in aereo, mi tremavano le gambe, l’ho abbracciata, quasi in lacrime e ho bisbigliato: “amore, siamo salvi.”.

Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.

 

 

C’era una volta in via Brenta

L’appuntamento era davanti a Sweet Sweet Way, un pomeriggio del marzo del 1991. Ad aspettarmi lì c’era Piero, con lui sarei andato a fare la prima prova con la mia prima band. Qualche giorno prima avevo ricevuto una sua telefonata al fisso di casa, si presentò ricordando i comuni trascorsi tennistici alla Cittadella e mi chiese se era vero che suonassi il basso, perché lui stava mettendo su una rock band. Era il momento che stavo aspettando da quindici giorni, da quando cioè, vista l’inflazione di chitarristi nelle scuole siracusane, avevo deciso che avrei suonato il basso elettrico e avevo sparso la voce in giro. C’era solo un piccolo problema: io non possedevo alcun basso elettrico.

Comunicai la notizia in famiglia, i miei erano entusiasti. Mio padre, che ha suonato il piano e il sax tenore con Gli Scettici, coi Mammasantissima e con altre formazioni locali, mi disse: “non ti preoccupare, ora andiamo a cercare un basso”. Aspettammo l’orario di apertura e ci fiondammo da Moscuzza alla ricerca di uno strumento di seconda mano, economico e per principianti. La scelta cadde su un Sakura bianco (modello Precision) appartenuto ad un amico di mio padre. Era la cosa più bella che avessi mai visto. Uno strumento modesto ma con una caratteristica unica: sulla paletta, il logo Sakura era stato coperto con una borchia d’ottone con l’incisione “Fender”. La trattativa fu veloce e per cinquantamila lire, lo portai a casa dentro una custodia morbida usata.

Mi presentai all’appuntamento in perfetto orario, andai in motorino, con le cinghie della custodia che mi segavano le spalle e l’inseparabile zaino militare a tracolla con la scritta “Kiss Pack You See” con dentro un quaderno per segnare gli accordi e un jack. Piero era già lì e insieme ci dirigemmo verso la sala prove a conoscere la band. Provammo nel salotto della casa di Stefano, completamente liberi, coi tappeti sotto i piedi, senza particolari accorgimenti per il volume, senza sordine di alcun tipo. Una cosa che trovai inconcepibile e che mi faceva sentire uno dei Rolling Stones, in quei set approntati negli studi rinomati di Los Angeles, con i divani, le piantane design, le modelle e il camino con la schermatura in vetro temperato.

La prima prova fu un’incessante esecuzione della durata di circa tre ore di With or Without You degli U2. Un turbinio di sedicesimi e di cori in falsetto che ci prosciugò tutte le energie ma che ci convinse che sì, la band poteva nascere: il feeling era da rodare, certo, ma le alchimie, quelle erano giuste, gli sguardi d’intesa sostituivano le parole e c’erano tutti i presupposti per costruire un repertorio vincente. Ci demmo appuntamento alla settimana successiva con l’obiettivo di finire l’arrangiamento del pezzo degli U2 e di cominciare a impostare un trittico dei Pink Floyd sul depresso andante: Time, Comfortably Numb e Wish You Were Here.

In verità, gli unici che sapevano suonare erano Stefano e Piero: il primo studiava batteria e pur essendo un ragazzino, aveva già una conoscenza musicale mostruosa, trasmessagli da suo papà, lo Zio Peppe; il secondo, era un virtuoso della tastiera, aveva alle spalle studi classici e nei momenti di cazzeggio, attaccava a suonare la Marcia Turca di Mozart a velocità supersonica, con le facce buffe tipo Amadeus di Miloš Forman e ci faceva morire dalle risate. La cosa ha innescato in me un riflesso pavloviano e ancora adesso, quando qualcuno la esegue – mi è successo di recente a un lunch concert alla Filarmonica di Berlino – mi commuovo e poi rido con le lacrime agli occhi. Poi c’ero io, che mi presentai il primo giorno con il basso accordato ma poi, non sapendo metterci mano e per paura di peggiorare le cose, decisi di non toccare più quelle chiavi per almeno un mese, causando alla band enormi problemi d’intonazione. Giovanni era il chitarrista, un’anima folk e un’attitudine da falò e da bionde trecce, occhi azzurri e poi c’era Antonio, il cantante e leader carismatico.

L’entusiasmo era alle stelle e raggiunse il suo picco quando mio padre, una sera, tornato a casa dall’ambulatorio, mi disse: “Vi ho trovato una serata, il 21 giugno al Castello Tafuri a Portopalo, è una festa di beneficenza della Croce Rossa, aprirete un nostro concerto e potrete suonare tre pezzi.”. Io ero felicissimo ma misi subito in chiaro le cose: “Vedi che noi abbiamo quattro pezzi.”. “Allora ne farete quattro.” – tagliò corto mi padre.

Le due settimane che precedettero il concerto furono contraddistinte da prove estenuanti e meticolose, inoltre, dato che avremmo eseguito dei brani dei Pink Floyd, decidemmo che sarebbe stato il caso di presentarsi sul palco con almeno due coriste. La scelta cadde su Barbara e Carmela, nessuna delle due aveva alcuna esperienza canora, ma del resto neanche noi, per cui ci sembro una scelta ponderata.

Finalmente arrivò il grande giorno. Ci incontrammo di pomeriggio per un breve soundcheck: avremmo suonato con gli strumenti e l’amplificazione del gruppo di mio padre e provammo tutti gli attacchi e i finali dei pezzi. A quell’epoca i miei avevano ancora un camper, residuato di vacanze in famiglia in giro per l’Europa, che mio padre sfruttava in queste occasioni per il trasporto strumenti. Divenne il nostro quartier generale, rimanemmo rintanati tutto il pomeriggio lì dentro a bere Coca Cola – forse trafugammo una bottiglia di prosecco e qualche birretta dal bar del Castello – a fumare qualche sigaretta ed a fare progetti per il futuro. Sì, perché nel frattempo, questa notizia che andavamo a suonare in trasferta, si era sparsa in giro e cominciammo a ricevere offerte e richieste per altre esibizioni. Per quell’estate avevamo già cinque o sei feste di compleanno e un fitto calendario di prove per incrementare il repertorio con nuovi pezzi di REM e Police.

Di quel primo concerto esiste da qualche parte un VHS ma non lo vedo da decenni. Non so dire con esattezza come suonammo e al dire il vero, non è che la cosa sia così importante. Eravamo una band di quattordicenni alle prime armi e alle prese con i Pink Floyd, davanti a un pubblico intervenuto per ballare l’hully gully. Ricordo che alla fine dell’esibizione ci mettemmo in circolo e ci abbracciammo forte, fu un gesto naturale e spontaneo. A poco a poco, i ragazzi andarono via con i loro genitori, io aspettai la conclusione della serata e aiutai mio padre a smontare gli strumenti. Tornammo lentamente verso casa, in camper, i miei chiacchieravano, io mi sdraiai sul letto della mansarda, per un attimo pensai alle due materie che avrei dovuto recuperare a settembre ma mi addormentai immediatamente, ero felice ed esausto.

L’amore ai tempi del Gilera

Lo scooter con marmitta elaborata entrò a velocità sostenuta alla Marina. Era un tardo pomeriggio e il sole stava per lasciare spazio ad una luna timida e sfocata. Il pilota schivò qualche passante e posteggiò in bella vista. Dal mezzo scesero in due: lei, vestitino bianco e coprispalla fucsia, calzava delle scarpe tipo espadrillas ma con molto tacco; lui indossava uno sfrontato abito in poliestere grigio luccicante, con una giacca oscenamente corta e una scarpa stringata a punta di diamante. Il sole tramontava, i due si sorrisero, si sfiorarono quasi imbarazzati, poi lui prese coraggio, la fissò negli occhi e indicando lo scooter le disse: “ouh, mettici a catina”.