Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Terza Parte

L’Onore dei Puzzo

Ianuzzo e Rita Puzzo sono due insegnanti in pensione costretti ad affrontare la quarantena a casa, da soli. I figli, ormai grandi, vivono fuori con le rispettive famiglie ed i Puzzo, non avvezzi alle tecnologie, riescono solamente a contattarli telefonicamente. I coniugi Puzzo sono delle persone per bene: comunisti ortodossi, credono ancora nel sindacato e sono attivi nel sociale, fanno volontariato, beneficenza e sostengono come possono la cooperazione internazionale, pagano tutte le tasse molti giorni prima della scadenza e si indignano per le storture di questa società. Una mattina di un giorno come tanti, il suono del citofono avverte che la spesa della settimana è arrivata a domicilio. Ianuzzo, si precipita giù, detesta fare aspettare le persone, lo trova una mancanza di rispetto. Al momento di pagare in contanti, il colpo di scena, a Ianuzzo mancano un euro e sessantotto centesimi. Sono momenti terribili e a nulla valgono le rassicurazioni del picciotto della spesa: “non si preoccupi signò Puzzo, appoi me li dà alla prossima settimana.”. L’affronto è totale, anche perchè, alla scena ha assistito la moglie di Prazio, del terzo piano, una famiglia gretta e sparrittera. Ianuzzo torna a casa, parla con Rita e insieme prendono una decisione: saldare il debito con il Supermercato. Senza giustificazione, senza mascherina (ha donato quelle che possedeva al 118) Ianuzzo intraprende un pericoloso viaggio in auto che lo porterà fino al Conad Formisano. Lì, deriso e offeso dagli altri clienti perchè non dotato di mascherina, sarà costretto ad affrontare un fila di due ore. Nessuno vuole credere alla sua storia, nessuno lo vuole fare passare avanti, nonostante le sue spiegazioni, ma alla fine, pagherà il debito e il suo onore sarà salvo.

Quel che resta del tonno

Intimista, inesorabile, sincero. Interamente girato in bianco e nero e con camera a spalla, “Quel che resta del tonno” è una struggente storia d’amore e di stenti tra due clochard avvinazzati e intransigenti che rifiutano qualsiasi tipo di aiuto. Fedeli alla loro filosofia di vita, Antoine (ex giocoliere e lanciatore di diablo) e Georgette (una problematica ragazza di buona famiglia, in rotta con le convenzioni) vivono all’interno del parcheggio Talete sostenendosi con quel poco che riescono a racimolare dalle elemosine dei cittadini. Il lockdown li colpisce duramente fino a prosciugare le loro già misere scorte. Una sera, davanti ad un cartone di Tavernello rosé e all’ultima scatoletta di tonno, decideranno insieme di abbandonare questa vita di stenti e dare fondo al bancomat di Georgette. 

Il Miglio verde

Giuseppina è una casalinga scrupolosa, efficiente e molto intelligente. Ha cresciuto 4 figli senza fargli mancare mai nulla e ha sempre onorato e rispettato il marito Salvatore. La sua è una famiglia perfetta. Giuseppina è una grande osservatrice e possiede innate capacità di apprendimento veloce: osserva bene e impara in fretta. Nel corso degli anni è diventata una cuoca provetta, una sarta impeccabile, un’esperta in disinfestazioni e pulizie, una ragioniera tutto fare specializzata in bilanci di famiglia e una appassionata di commercio online. Intuendo in anticipo il periodo di loock down, decide di acquistare a un prezzo conveniente delle scorte di cibo online. Cereali e legumi assortiti, trenta chili di granaglie che, secondo le sue stime, contribuirebbero a garantire il sostentamento della sua famiglia fino al 2021. Il giorno della consegna, però, Giuseppina è alle prese con una maionese e non può lasciare, così, incarica il marito Salvatore di scendere a controllare il carico. Ma il marito, timido e riservato, compulsato dal corriere che vuole solo andare via, firmerà la bolla senza controllare i prodotti. Salvatore scaricherà sul pavimento della cucina trenta chili di miglio verde e ammuffito dando inizio ad una delle tragedie familiare più strazianti dai tempi di Sofocle.

Paura e Delirio alla Bussola

Fraggetta, Scapellato, Urso, Germanà e Gallitto, sono 5 le famiglie che prima del lockdown sancito dal Governo, decidono di trasferirsi nelle proprie residenze a mare, per trascorre il periodo di quarantena distanti dal caos e dalla pressione antropica della città. Le cinque famiglie però, non avevano fatto i conti con Kevin, il primogenito dei Germanà, un ragazzo dissoluto e prepotente che prima, saccheggia e vandalizza le villette vuote e poi, comincia ad organizzare festini a base di alcool e droghe, insieme ad un gruppo di giovani malacarni di Cassibile. La vita dissoluta e la promiscuità con i malacarni di Cassibile lo faranno ammalare. Kevin è spaventasissimo, riflette sulla sua vita, prega moltissimo e promette a tutti che se dovesse scamparla, metterà la testa a posto e prenderà finalmente quel diploma alla scuola privata. I suoi genitori lo accolgono e lo mettono in quarantena in una villetta saccheggiata ma le altre quattro famiglia non sono d’accordo, non si fidano e per paura di contagi, chiedono ai Germanà, di allontanare il figlio degenerato. Solo la grande arte oratoria del Signor Germanà e la stima che riscuote, riusciranno a placare le ire delle famiglie. Per fortuna, quella di Kevin è solo una banale influenza stagionale e in meno di 24 ore, tornerà a scorrazzare impenitente e pieno di droghe con i suoi amici malacarni.

Lievito di Birra

Io e Donatella non panifichiamo mai, ultimamente invece, costretti a casa, avevamo pensato di provare a fare la pizza, ma nella prima spesa a domicilio, ci siamo scordati di inserire il lievito di birra e nella successiva, l’abbiamo ordinato ma non ci è mai arrivato. Pare che sia sparito da tutti gli scaffali di tutti i supermercati della città, alcuni dicono del mondo intero. Io ho chiesto in giro, sentito il parere di amici che si dilettano in cucina, ne ho scomodato un altro che produce birra artigianale e mi sono iscritto perfino a un gruppo Facebook che chiede formalmente che il Governo si prodighi con l’Europa per ottenere, oltre allo sblocco del MES e l’emissione di Coronabond per finanziare la risposta al Covid-19, la reintroduzione nella grande distribuzione dei panetti di lievito di birra. A quanto pare però, il Governo cincischia e l’Europa è sorda a questo genere di richieste e nessuno sa con certezza se il lievito di birra tornerà un giorno reperibile. 

Non poter fare la pizza è stata una cocente delusione così abbiamo virato verso il dolce. Recuperato del lievito vanigliato, abbiamo provato a fare un tortino per festeggiare i quattro mesi di Bruna, ma purtroppo, gli albumi non si sono montati a dovere e non avevamo stecche di vaniglia per la crema pasticciera per cui, alla fine è venuto fuori agglomerato compatto farcito da una crema all’uovo. In sé, non era nemmeno malvagio, ma non sapeva assolutamente di niente, il segreto era masticarlo e immaginare di mangiare qualcosa di molto gustoso. A me poi, procurava una acidità di stomaco lancinante. insomma, una Caporetto.

Abbiamo discusso della cosa, accettato i nostri limiti in ambito di pasticceria e ci siamo fatti coraggio a vicenda raccontandoci che la pizza, quella sì l’avremmo saputa fare, perché dai, è un processo molto più semplice e non si devono montare gli albumi a neve. Vuoi mettere? 

Abbiamo comunque processato la delusione e ci siamo arresi all’idea che per quanto durerà questa clausura forzata, il nostro forno non sfornerà nessun pane e nessuna pizza, ma una volta che questa terribile situazione sarà finita, ci impegneremo per acquisire tutto il know how necessario per poter produrre prodotti da forno in autonomia.

È passato qualche giorno, non saprei dire quanti – in questa situazione il tempo scorre ora veloce, ora lento – poi improvvisamente, mentre eravamo seduti sul divano e guardavamo un video sul mio computer, ho ricevuto un messaggio Whatsapp. Io utilizzo anche l’applicazione per laptop per cui mi è comparsa una notifica sullo schermo da un numero sconosciuto. Nell’anteprima si leggeva solamente “Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato…”:

Donatella ha chiesto subito: “ma chi è?”. 

“Non lo so – ho risposto – non ho idea, aspetta che lo apriamo.”.

Ho cliccato sull’anteprima per leggerlo per intero e c’era scritto: Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato ma non mi hai trovato e muori dalla voglia di preparare la pizza o il pane? Se vuoi acquistare un pezzo di lievito madre rispondi ok a questo messaggio. Sarai ricontattato.

“Ma sarà uno scherzo – ho detto io – dai, che cazzata!”. 

“Ma che ne sai – ha risposto lei – la gente in tempo di crisi si inventa qualsiasi cosa”.

“Sì, il mercato nero di lievito di birra – ho ribattuto – ma t’immagini?”.

“E se fosse vero?”. Ha chiosato Donatella.

Allora ho preso in mano la situazione, ho guardato Donatella negli occhi e ho detto: “ma tu sai cosa vuol dire accudire il lievito madre? È un essere vivente, bisogna dedicarsi anima e corpo, è una follia, una schiavitù. La gente esce pazza, le coppie si separano!”.

“Ma tu che ne sai? Lo dici solo per farmi rinunciare.”.

“Io l’ho visto con i miei occhi – ho detto serio – ho vissuto una situazione molto simile da ragazzo ed è stato terribile!”.

Non mi ricordo come iniziò, so solo che a un certo punto, mia zia Pina ricevette in regalo, coperto da un canovaccio di cotone, un bicchiere che conteneva dei fermenti lattici vivi o più propriamente Kefir, ma io all’epoca non lo sapevo che si chiamasse così. Per lei la cosa iniziò come un gioco: la sera versava del latte all’interno del bicchiere e il mattino dopo, come per magia, trovava lo yogurt. Giorno dopo giorno, seguendo i ritmi dei lieviti della fermentazione, mia zia Pina aggiungeva latte la sera e produceva yogurt al mattino. Dopo ogni passaggio, questo Kefir, che è a tutti gli effetti un organismo vivente, cresce, aumenta la sua massa e va quindi spostato in un contenitore più capiente. Così dal bicchiere dell’acqua venne trasportato con cura, manco fosse una divinità pagana, all’interno di una ciotola, poi in un barattolo di vetro da conserve, poi in una brocca d’acqua da 2 litri, poi in un recipiente gigantesco, in una pericolosissima escalation che cominciava a preoccupare mio zio ed i miei cugini. La zia Pina invece non voleva sentire ragioni, lo yogurt era ormai un pretesto, si era affezionata alla creatura, la nutriva, la proteggeva e la trattava come un ospite importante. Nel giro di poco tempo la produzione di yogurt divenne talmente intensiva da non essere più sostenibile. A nulla valsero i tentativi di mia zia di modificare la dieta della famiglia, abbandonando la cucina mediterranea per sposare quella indiana e quella greca che fanno largo uso di latticini fermentati. La situazione stava precipitando, la creatura aveva raggiunto le dimensioni della pilozza nel doppio servizio e puntava ad impossessarsi della vasca da bagno. Occorreva prendere una decisione difficile e sbarazzarsi una volta per tutte dell’essere. Mia zia si tormentò per un giorno e una notte e poi decise di dividersi dalla sua creatura. La suddivise in parti uguali e la portò in dono alle mogli di tutti gli altri condomini della scala A. Fu la fine! In men che non si dica il Kefir si prese, una ad una, tutte le famiglie e le costrinse a turni massacranti per farsi accudire e a sotterfugi per permettergli di liberarsi dello yogurt in eccedenza senza che la creatura se ne accorgesse. Alla fine dopo quattro mesi sotto il giogo del Kefir, nel corso di una riunione clandestina di condominio, si optò per la soluzione finale: la creatura fu stordita con dell’alcool etilico, caricata in macchina e poi fu sversata in un tombino dalla parti di Bosco Minniti.

Donatella che aveva ascoltato la mia storia con attenzione e contestualmente aveva fatto ricerche su internet per erudirsi in materia, ha detto laconica: “Ma io la pizza la voglio fare lo stesso.”. Poi ha aggiunto: “Rispondi al messaggio, andiamo allo step successivo, così scopriamo le loro carte e vediamo che succede.”.

Io mi sentivo agitato come la volta che a Piazza Adda, andai a comprare il mio primo pezzo di fumo e titubante ho detto: “Do’, amore, dobbiamo stare attenti! Questi sono giri pericolosi, non si può scherzare, probabilmente sono malavitosi, persone violente e senza pietà e detestano essere prese in giro.”.

“Hai ragione – mi ha risposto lei – ma sono troppo tentata…. Chiama Gabri, chiama qualcuno, vediamo se il messaggio è arrivato anche a loro.”.

Così ho preso il telefono e chiamato in vivavoce Gabriele, gli ho spiegato la situazione e lui mi ha confermato di aver ricevuto lo stesso messaggio ma di non essere interessato perché un suo amico, proprietario di una pizzeria, gli aveva fornito un onesto quantitativo di lievito. Poi mi ha detto: “però l’ha fatto mio fratello, ha risposto al messaggio e funziona.”.

“Ma chi è? – ho chiesto io – Un forno in città? Un corriere del cartello del lievito di birra che fa il doppio gioco e vuole arrotondare?”.

“Non ne ho idea – mi ha detto Gabriele – mio fratello non me l’ha detto. Dice che come il Fight Club, la prima regola è non parlare mai del lievito di birra”.

“Ma mi devo spaventare? Sono malacarni?”.

“Credo di no, ma comunque stai attento”.

Siamo rimasti in silenzio per un po’, ci siamo guardati a lungo, poi Donatella mi ha fatto un cenno col capo e io ho capito. Ho preso il telefono, selezionato il messaggio, digitato OK e premuto invio. Ora, stiamo aspettando una risposta.

 

Chi fazzu, lassu?

– Buongiorno chiamavo per una consegna a domicilio…

– Tove?

– Ortigia.

– Ottiggia si può fare, mi tica.

– Allora: 2 chili di arance tarocco.

– Sono du chili e mezzo, chi fazzu, lassu?

– Sì, va bene lasci…. ma, fa tutto in diretta?

– Cetto, senò mu scoddu.

– Ma non sarebbe meglio annotare l’ordine e poi lavorarlo successivamente?

– Mi deve insegnare come devo travagghiare?

– No, no, assolutamente! Mi scusi… allora precediamo…

– Preco.

– Due chili di mele fuji…

– Fusci fineru. Ci posso dare Golten, Pinchiroial, Telizia…

– Va bene, faccia un chilo di Golden e uno di Delizia.

– Sono un chilo e tre l’uno, lassu?

– …. Lassassi… Poi volevo: due chili di patate.

– Ci rugno chidda novella… ma u sacco è tri chila…

– Va bene… poi, delle carote.

– Carote.

– Sedano.

– Qua c’è il setano.

– Aglio.

– Quattro teste?

– Va bene. Ha cicoria?

– Bella amara e citringna…

– Me ne dia due mazzi e poi anche due mazzi di spinaci, per favore.

– Virissi ca i mazzi su nichi…

– Faccia tre.

– Fazzu tri e tri allora…

– Un chilo di pomodoro.

– Chi pomitoro vuole?

– Da insalata.

– Sono un chilo due e ottanta, lassu?

– Lasci… Ah! due chili di pere abate.

– Sono due chili e otto, lascio?

– No, scusi. duecento grammi in più va bene, ma mi ha cafuddato un altro chilo di pere…

– Non s’arraggiassi, ci stai luvannu…

– Altro?

– No, basta così. quanto le devo?

– Allora: tri e sessanta x 4, du chila, tre mazzi i ciroria… sono trentasette, facemu trentacincu…

– Bello caro!

– Traspotto compreso… e ci riualu u prezzemolo.

– Pagamento?

– Soddi contanti… Megghiu cuntati ca u caruso ca mannu, si confonte co resto.

In Fila

– Buongiorno… ci sono i numeretti?

– Comu?

– Scusi, è la mascherina… ci sono i numeretti?

– No, deve chietere chi è l’uttimo…

– Ok, scusate… chi è l’ultimo?

– Io.

– Ah,sempre lei… Grazie.

– Ma fosse me ne vado…

– …

– Questo è il tezzo supemmeccato oggi, cinni fussi unu ca vinni i ciciri e a simenza.

– MI pare che qui ci siano… almeno, ho questo vago ricordo. Sicuramente simenza e hanno anche i pistacchi, sono stato più volte tentato di comprarli… i ciciri non lo so.

– No depriàn c’eruno, ma a st’ura a gente si puttò tutti cosi.

– E che vuole… la psicosi, si rende conto anche lei, la frenesia di accaparrarsi generi di prima necessità…

– Sabbaggi! Sulu a nucidda americana lassunu… e chissemu scimmie? Oranchi tanchi?

Mi Manca

Mi manca andare a cena nei ristoranti turistici e improvvisati, quelli dove non andresti mai di tua spontanea volontà ma ti ci porta sempre una coppia di amici e tu sei stanco di fare costantemente la parte del rompipalle, di quello che fa il difficile e allora acconsenti e sai già cosa ti aspetterà. L’esasperazione dei coperti, lo spazio vitale ridotto a niente, la pressione antropica tipo megalopoli asiatica per mangiare un piatto di fritto misto in olio esausto, per di più solo con i calamari. Mi mancano le scuse più assurde, la strafottenza, il servizio ai limiti del self service ed i camerieri che sbagliano le ordinazioni. Mi mancano i primi con i frutti di mare con tre cozze biancastre e il piatto pieno di scorce vuote, gli “stricoli” al pesto di pistacchio industriale proposti a 15 euro e l’utilizzo esasperato dei diminuitivi: l’antipastino, i paccheretti, il filettino, il guazzettino, l’arrostino, l’insalatina, la grappetta e il dolcino. Mi mancano i tentativi di imbrusarti il cerniotto di 30 kg da fare alla matalotta, i tentacoli di polpo coriacei, tenaci e giganteschi come quelli di una piovra assassina. MI mancano le cotture sbagliate e la difesa degli errori fino alla morte, per la serie il cliente ha sempre ragione un cazzo! Mi manca l’incapacità a soddisfare le più semplici richieste: chiedi una pietanza senza prezzemolo e ti arriva sommersa di prezzemolo, ti chiedono se vuoi dell’altro pane e tu dici no, perchè il tavolo è coperto di piattini del giro di antipasti che ancora una volta avete avuto l’ardire di ordinare maledicendovi un secondo dopo averlo fatto e loro ti portano il pane, vuoi un vino e non c’è, ne scegli un altro e ti arriva caldo, il secchiello con ghiaccio però non si può posizionare altrimenti i camerieri non possono passare. MI manca porgere il mio piatto sporco al cameriere, è una cosa che faccio sempre, in qualsiasi occasione, per rispetto di chi sta lavorando. Mi manca osservare la tavolata di 20 turisti tedeschi, allampanati e felici di essersi accomodati ai tavoli di un dehors abusivo in un vicolo di Ortigia, ai quali stanno servendo tutte le rimanenze del frigo e della dispensa. Mi manca, a fine pasto, la domanda del ristoratore: “allora com’è andata?” e il doversi trattenere e rispondere “bene, bene”, perché se solo uno accennasse ad una critica, quello risponderebbe piccato: “Eh, ma da noi non si lamenta mai nessuno!”. Mi manca da morire chiedere il conto con il gesto della penna che scrive in aria, mi manca il conto quando arriva sul foglietto a quadretti, mi mancano i prezzi gonfiati a dismisura e i finti sconti, quel 138 euro cancellato con un colpo di penna Bic e rimpiazzato da 82, sfacciati! Mi manca pagare in contatti e fare le divisioni delle quote con l’iphone. Mi manca il pos, che in questi posti, è sempre rotto. Oggi un po’ di malinconia, c’ho pensato e ripensato, ma non posso farci niente, mi manca davvero. Bastardo virus, speriamo finisca presto…

 

 

Sotto Pressione

Non so più da quanti giorni sto chiuso in casa. È la verità, questa clausura forzata ha modificato le miei abitudini e tutti gli orari. Adesso vado a letto molto più tardi e mi alzo più tardi, scrivo tanto, leggo, mi sto riascoltando tutto Mahler, anche il Das Lied von der Erde, guardo una miriade di tutorial: da come produrre disinfettante con le teste d’aglio e la curcuma a come curare lo scorbuto a casa. Dedico un’ora della mattinata a esercizi ginnici, guardo serie tv e film in lingua originale, mi manca lo sport in tv in maniera lancinante e naturalmente, più di tutto, mi manca uscire di casa, passeggiare con mia figlia, guidare e andare in bici.

La mia esistenza al tempo del Coronavirus è scandita dai pasti, dalla preparazione dei pasti, dai biberon di Bruna, dalla preparazione dei biberon, dai bagnetti e dalla preparazione dei bagnetti. Poi, a fine serata, quando tutti sono andati a letto, esco di casa e vado a posizionare il mastello della differenziata del giorno, davanti al portone d’ingresso. Questa operazione è l’unico legame con lo scorrere del tempo come era prima dell’avvento del virus. Stare chiusi in casa – è inevitabile -genera tensioni, stati di ansia, e paranoie che riaffiorano dal passato o si presentano inedite, in tutte le loro drammatiche sfaccettature.

Quando ancora non si capiva cosa sarebbe stato di noi, se i supermercati sarebbero rimasti aperti o se nel giro di pochi giorni sarebbero stati saccheggiati da orde di malacarni e ci sarebbero stati roghi nelle strade, cupe vampe, sommosse popolari e la presa di Palazzo Vermexio, per non sapere né leggere né scrivere, ho fatto una discreta scorta di legumi secchi: ceci, lenticchie, fagioli e un invitante mix messicano. Per un imprinting ricevuto da bambino, al termine legumi a casa mia viene immediatamente associato quello di pentola a pressione. La mia pentola a pressione è con me da vent’anni, me la regalò mia mamma, quando nel 2000, a Bologna, lasciai l’appartamento con gli altri studenti e andai a vivere da solo.

Ma quanto può durare una pentola a pressione? Vent’anni di onorato servizio non saranno troppi? Ho cercato su internet, ma le opinioni a riguardo sono differenti, ho studiato grafici e curve di funzionamento ma nessuno si sbilancia. Perfino gli esperti della Lagostina tentennano. La psicosi Coronavirus, si sa, mina le certezze e adesso temo che tra una lenticchia e un misto di legumi, possa esplodermi in faccia.

Ho preso delle precauzioni: ho iniziato a maneggiarla con estrema cura, la lavo a mano con una spugnetta ad uso esclusivo, la ripongo lontana dalle altre pentole, avvolta dentro una vecchia federa di lino. La carico con gesti precisi e meticolosi, non supero mai i livelli, evito le fiamme troppo alte e quelle troppo deboli. Prima di posizionarla sul fornello grande, controllo che le valvole di sicurezza siano a posto, posiziono il coperchio centrandolo tra i due manici, chiudo e finalmente accendo il fornello. Di tutta la procedura, questa è la fase più tranquilla: la pentola non ha ancora sviluppato il vapore al suo interno ed è equiparabile a un comunissimo tegame. Certe volte, quando la guardo e aspetto che inizi a sfiatare per spostarla sul fornello piccolo, spero che la valvola rossa che segnala l’avvenuta formazione di vapore al suo interno, non salga mai, lo spero con tutte le mie forze. La pentola si sarebbe definitivamente rotta, ci metterei il doppio del tempo a cucinare i legumi, ma non rischierei di morire in una deflagrazione. 

Comunque, ho messo il timer del forno e anche uno sul telefono. Ho preso tutti gli accorgimenti del caso per proteggere le ragazze che amo: ho chiuso la cucina e l’ho trasformata in zona rossa e vietato a Donatella di entrarci anche solo per un bicchiere d’acqua o di sostare nei pressi con la bambina. Quando mancavano tre minuti alla fine della cottura, mi sono ricordato che non avevo ancora ritirato i mastelli della differenziata della sera prima. Io ho questa fissazione del tempo, da quando da piccolo ho iniziato a suonare il basso, cerco di fare incastrare le cose alla perfezione, è più forte di me, quando la scansione ritmica viaggia fluida, senza tentennamenti di sorta, mi sento in pace con il mondo anche se questo, mi comporta stress e un livello di attenzione sempre molto alto. Così, ho indossato i pantaloni della tuta, le scarpe da Coronavirus, mi sono alzato il cappuccio della felpa, messo un piumino leggero, guanti di lattice, mascherina e sono uscito. Fuori piovigginava e tirava vento, ho superato la corte interna e sono uscito in strada, ma dei mastelli non c’era traccia, spariti. Prima ho pensato ad una punizione del Comune per non averli ritirati in tempo – una volta, mi appiccicarono sopra un adesivo rosso che per me fu come un’onta, solo perché, dopo l’ennesimo cambio di orari, avevo posizionato il mastello troppo tardi rispetto all’orario consentito – poi, ho optato per il furto ad opera di qualche vicino bastardo. Ho alzato lo sguardo è c’era una macchina dei Vigili Urbani con due agenti che si sono voltati a guardarmi, stavano approntando un posto di blocco. Uno dei due mi ha chiesto: “lei dove sta andando?”. Io ho sorriso imbarazzato e ho detto: “no… niente… è che forse mi hanno fregato i mastelli”. L’agente non ha battuto ciglio: “Ha la giustificazione?”. “No, guardi – ho detto io facendo istintivamente due passi in avanti – non sto uscendo, si figuri, ero sceso a ritirare i mastelli ma sono spariti.”. Poi con la coda dell’occhio ho visto quello verde del vetro, infilato tra due macchine. Il vento della mattina doveva averli spostati. L’ho indicato e ho detto: “vede, lì c’è quello del vetro… quello della carta sarà in giro… lo recupero e cerco l’altro qui intorno.”. Il vigile non sembrava molto convinto e ha detto: “fermo lì.”, poi si è rivolto alla sua collega più anziana che gli ha fatto di sì con la testa, allora mi ha guardato e ha detto: “Può andare, ma non si allontani più di 200 metri.”. “No, No, quando mai! Sarà qui intorno.”, ho risposto io.

Mentre partivo alla ricerca del mastello di carta e cartone, il timer del telefono è scattato. “Minchia, La pentola a pressione!”, ho pensato tra me e me. Subito dopo ho ricevuto una telefonata di Donatella, preoccupata dal fatto che non fossi ancora tornato su. Gli ho spiegato che c’era un vento fortissimo e che i mastelli erano volati via e che stavo cercando quello della carta. Lei allora mi ha chiesto: “vedi che in cucina è suonato il timer del forno e sento la pentola a pressione che sfiata, che faccio? Entro e spengo?”. “Nooo – ho gridato – non ti avvicinare! È pericolosissimo, rischia di esplodere tutto! Prendi la bambina e nasconditi dietro al divano… copritevi la testa.”. La vigilessa che aveva sentito tutto si è allarmata e mi ha detto: “senta lei, ma che cosa esplode tutto? Che sta dicendo?”. Io gli ho fatto un cenno come a dire: “tranquilla, arrivo”, ma avevo visto il mastello blu che era dall’altro lato della strada, con il coperchio incastrato tra due sbarre della ringhiera del lungomare e mi sono diretto in quella direzione. Tempo, tempo, tempo – pensavo – prima battuta, prendere mastello; seconda, correre a casa; terza battuta, far sfiatare la pentola; finale: salvare la mia famiglia. La vigilessa ha cominciato ad alzare il tono della voce: “fermo, fermo. Venga qui”, muoveva la paletta. Mi sono avvicinato, ero in confusione e lei ha subito urlato: “a un metro di distanza!”. Mi sono piantato lì e  ho detto: “No guardi, è che ho i legumi sul fuoco con la pentola a pressione che sta sfiatando e ho lasciato la mia famiglia da sola.”. “Che sta aspettando – mi ha gridato quella – corra a spegnere, presto.”. Ho cominciato a correre, ma la vigilessa mi ha gridato dietro: “Non perda la testa, posi quei mastelli! Poi se li prende!”.

Ho fatto gli scalini a tre, sono entrato in cucina, ho trattenuto il fiato, spento il fornello e azionato la valvola e fatto uscire tutto il vapore. Mentre lo facevo, mi passavano davanti alcuni momenti della mia vita. Tutto è andato liscio, la valvola è scattata e ancora un po’ impaurito ho aperto il coperchio. Il mix messicano era perfetto, profumato, invitante. Sono entrato nell’altra stanza, ho tranquillizzato Donatella, le ho detto che anche per stavolta eravamo salvi e ho baciato Bruna, poi sono sceso dalla vigilessa per ringraziarla. A distanza di sicurezza le ho detto che mi scusavo, che avevo perso la testa, lei ha annuito e mi ha detto: “anche mio marito è terrorizzato dalla pentola a pressione.”. Io avrei voluto chiedere: “ma lei, per caso, sa quanto può durare una pentola del genere?”, ma non ho avuto tempo perché lei ha continuato: “Che legumi ha cucinato?”. Io ho risposto: “un mix messicano.” E lei: “l’ha preso al Decò, vero?”.

“Sì, in via Elorina.”.

“A casa ha della passata di pomodoro, cipolla e peperoncino?”

“Sì, credo di sì.”.

“Prepari un chili vegetariano, unisca i legumi e ci spruzzi sopra due gocce di limone, anche se sarebbe meglio il lime… ”.

“Grazie!”, ho detto stupito.

“Non c’è di che – ha risposto lei – adesso torni a casa, si metta al sicuro e ci lasci lavorare.”.

 

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Seconda Parte

I Predatori dell’H Perduta

Arrivano dal nulla, sono in mezzo a noi, non sentono ragioni, non riconoscono competenze e autorità, non capiscono quello che leggono e non riescono a scrivere un pensiero di senso compiuto. Sono suscettibili, incazzusi e hanno la pretesa di avere la verità dalla loro parte. Cosa succede quando un tranquillo forum Facebook di provincia viene preso d’assalto da una banda di analfabeti funzionali? Tutte le contromisure di buon senso saranno inutili e chi proverà a dialogare verrà annichilito. I Predatori dell’H Perduta è un cannibal horror, violento e crudele che veicola un giudizio negativo sul mondo dei social e sulla scuola pubblica. Il finale aperto ha fatto sbizzarrire la critica che è pronta a scommettere su un sequel.

La La OpenLand (Il Musical)

Un cast stellare e una storia coinvolgente che hanno garantito al film ben 9 nomination ai Villa Reimann Awards. Ilary e Kevin sono due cantanti neomelodici che si incontrano per caso su una chat di Whatsapp utilizzata per segnalare i posti di blocco delle forze dell’ordine per l’emergenza Coronavirus. Tra conversazioni zoppicanti, emoticon a muzzo, gattini e tazzine di caffè, tra i due nascerà un amore profondo e disarticolato. I due amano trascorrere tutto il loro tempo cantandosi struggenti frasi d’amore in videochiamata o scattando selfie che si inviano a vicenda. I giorni trascorro lenti e sempre uguali e dopo la chiusura del Grande Fratello Vip, i ragazzi avvertono con sempre maggiore pressione il desiderio di incontrarsi di persona. Ma come fare? Il DPCM parla chiaro e vieta qualsiasi tipo di spostamento. Quando la speranza sembra ormai persa, Savvuccio, un giovane boss emergente uscito dal carcere, contatterà Kevin ingaggiandolo per per un festone clandestino e segretissimo all’OpenLand. Kevin accetterà il rischio ma ad una condizione: poter dividere il palco con la sua amata. La notte della festa, qualcosa sembra andare storto: Ilary è in ritardo e non risponde al telefono, ma Savvuccio non sente ragione e ordina che lo spettacolo abbia inizio. Kevin è sul palco, è confuso, ha il cuore a pezzi, inizia a cantare ma non riesce a trovare l’intonazione, stecca, sbaglia delle parole, confonde i testi e il pubblico di malacarni rumoreggia, comincia a fischiare. Kevin si sente con le spalle al muro ma da nulla, un acuto impazzito sottolinea l’arrivo di Ilary, i due si abbracceranno e in duetto termineranno la hit neomelodica. Un applauso scrosciante farà da cornice a un lungo bacio appassionato che suggella l’amore tra i due cantanti, un momento prima che i lacrimogeni sparati dalla polizia facciano disperdere gli intervenuti campagne campagne nel tentativo di sottrarsi alla retata.

Auchan Buyers Club

Sono stati abbandonati senza remore, lasciati da soli, buttati fuori di casa per fare spazio a nipoti impenitenti con le zite piene di tatuaggi. Li hanno depredati dei propri risparmi e infilati in una fatiscente casa di cura dalle parti di Villasmundo. Sono i nanni di Auchan Buyers Club, organizzati, spietati, pronti a tutto. Erano con le spalle al muro ma hanno deciso di reagire: affanculo il Coronavirus, non ci fermerete! Ciccio, Iano e Bice sono tre ultraottantenni che scorrazzano per le strade della città su una Seicento bianca senza revisione. Forzano posti di blocco, violano tutti i protocolli di sicurezza e soprattuto vanno a fare la spesa giornalmente e tutti insieme all’Auchan. La critica ha già gridato al capolavoro, tra citazioni di Bertolucci e Truffaut, il film è un affresco spietato dei nostri giorni. Il finale- chiaro omaggio a Thelma e Lousie – è mozzafiato e allo stesso tempo struggente, con lo sputo dissacrante di Iano a un Carabiniere e la fuga in macchina verso la pista ciclabile e l’infinito.