Un sacco di tempo

Quindici anni sono tanti, un sacco di tempo. Certamente ero una persona diversa: altri interessi, altre aspirazioni, altre città. La musica occupava il novanta per cento della mia esistenza e scandiva inesorabilmente la mia vita, per cui me lo ricordo bene quando nell’inverno del 2004, a Radio Fujiko, Bologna, arrivò in redazione il pacco della Self. Dentro c’era lui: Funeral, il primo, immenso album degli Arcade Fire. L’avevamo ordinato perché di loro si parlava con sempre più insistenza come della punta di diamante della nuova scena canadese che in quel periodo sfornava band validissime come gli Stars e i Broken Social Scene e i New Pornographers. Era vero, l’album era strepitoso e lo è ancora, nel tempo, non ha perso smalto.

Sebbene gli Arcade Fire fossero parecchio distanti dall’indie rock sgangherato che ascoltavo all’epoca, era impossibile non rendersi conto che dietro quella cassa in quattro si nascondevano paesaggi sonori e scelte timbriche notevolissime. Neighborhood#1 (Tunnels), la prima traccia dell’album, racchiudeva già in potenza – con quel suo incedere cadenzato, il crescendo da antologia e quel leitmotiv melodico che torna di volta in volta affidato a chitarre, violini e voci – forza creativa e spiccate capacità comunicative.

Fu amore a primo ascolto: la loro musica ancora oggi, continua ad accompagnarmi e a suscitare sentimenti e sensazioni sempre più mature e complesse. Del resto, gli Arcade Fire sono stati molto affidabili e a parte qualche sbavatura, hanno continuato a sfornare uno dopo l’altro degli album tra l’eccezionale e il molto buono (Neon Bible, The Suburbs, Reflektor, Everything Now).

Dal vivo poi sono una forza della natura: dall’intimità di Piazza Castello a Ferrara alla magnificenza del Barcleys Center di Brooklyn, fino all’atmosfera rarefatta del concerto nel bosco del Kindl-Bühne Wuhlheide di Berlino, ogni volta che ho avuto il piacere di vederli live, ho assistito a qualcosa di unico e indimenticabile.

Il tempo è passato inesorabilmente, nel 2004 avevo 27 anni, tante idee confuse e bellissime per la testa, suonavo il basso in giro per l’Italia, conducevo un programma radiofonico. Oggi la prospettiva è cambiata, certo, non ci sarà più la radio, non ci saranno le tournée in giro per l’Italia, ma per dinci, si potrà continuare a cantare Wake Up a squarciagola e sentirsi in pace con il mondo.

 

36 ore, Mr. Lo Bello e il New York Times

In effetti ormai è proprio così, c’è un tempo limite, due giorni al massimo, non un minuto di più. Al di là dei gusti soggettivi sui ristoranti dove cenare, i bar dove bere un drink e sulle bancarelle dove acquistare il magnete de “Il Padrino”, il pezzo sul New York Times, per me, ha centrato il punto: 36 ore per ammirarne la bellezza mozzafiato, le architetture barocche e la pietra bianca; 36 ore per perdersi tra i sui vicoli, percorrerne uno a caso e ritrovarsi d’incanto davanti a un tramonto spettacolare o a un alba rigenerante; 36 ore per immergersi nelle acque diafane che la bagnano e poi fuggire via, a gambe levate, scappare il più lontano possibile dai rifiuti, dal puzzo e dagli olezzi, dalla maleducazione, dalla disorganizzazione, dalla disperazione e dall’anarchia di Siracusa, la città vittima di sè stessa.

36 ore sono il limite entro il quale la bellezza ancestrale del luogo riesce ancora ad abbagliare e nascondere tutto il resto: le magagne, le incongruenze, la mutazione antropologica e sociale di un intero quartiere, il suo lento agonizzare tra i tavoli e le sedie spaiate di un dehors e le auto lasciate in doppia e tripla fila.

Quando ho finito di leggere l’articolo, ho pensato al Signor Lo Bello e alla dedizione con la quale, una volta a settimana, esce dal basso in cui vive da cinquant’anni insieme alla moglie: in una mano regge una scaletta, di quelle basse, leggere, d’alluminio; nell’altra, un secchio che contiene quattro dita d’acqua, una pezza e una spugna. Il Signor Lo Bello raggiunge l’angolo della strada e posiziona la scaletta sul marciapiede con le mattonelle saltate via e mai più ripristinate. Con estrema lentezza – il Signor Lo Bello è un uomo anziano – si issa fino al terzo e ultimo gradino, quello più largo, tira fuori dalla tasca sinistra una chiave e con la mano destra apre la vetrinetta in ferro e vetro di una edicola votiva e inizia a pulire meticolosamente un ritratto di S. Lucia. Non so che detergente utilizzi ma quando finisce, tutto intorno profuma di pulito. Deve essere una cosa di famiglia, un segreto di sua moglie, perché anche la Signora Lo Bello non scherza in termini di pulizia. Anzi, quando fa il bucato e lo stende al sole nella piccola corte comune è come essere in paradiso, un profumo antico, inebriante e celestiale si infila sotto gli infissi di casa come un balsamo per l’anima. È un profumo che porta con se ricordi d’infanzia, è semplice ma fiero, armonioso e persistente.

Comunque, da un giorno all’altro, accanto all’edicola votiva, è stata posizionata – bucando la facciata del palazzo – la griglia del tubo di scarico della cappa dell’ennesima friggitoria. La griglia è maestosa e butta fuori i fumi maleodoranti di una cucina turistica con troppo aglio. Un’altra cosa fa la griglia: unge in maniera irriverente – anche per me che non sono credente – il vetro dell’edicola. Un brutto colpo per il Signor Lo Bello che da uomo d’altri tempi qual è, non si è nemmeno chiesto se l’insulso sfiatatoio sia stato autorizzato da qualcuno o se sia stata una “spittizza” del geometra e del ristoratore, del resto, sa benissimo che difficilmente qualcuno verrà mai a controllare, così, per non venire meno alla sua devozione genuina, ha deciso di ovviare al problema pulendo quel vetro e quell’immagine ogni mattina, puntuale, alle 6:45.

Ecco, alla To Do list del New York Times avrei aggiunto solo questo: Saturday, 6:45 a.m – Mr. Lo Bello and the holy box.

Chissà che storia c’è dietro a questa devozione. Mi sono sempre ripromesso di chiederglielo, ma poi non lo faccio mai, non vorrei rimestare brutti ricordi o avvenimenti spiacevoli della sua vita, non so, magari invece non è niente, magari è solamente il suo contributo, piccolo ma inestimabile, alla tutela e alla sopravvivenza di questa città.

Bagagli a mano

La civiltà di un popolo si misura dalle dimensioni del bagaglio a mano che porta a bordo dell’aereo. Sono passati decenni dallo stop alla deregulation degli anni ’90, quando potevi salire in aereo con un borsone, uno zaino, la chitarra per i falò e la guantiera con gli arancini da portare ai coinquilini dell’università. Erano tempi felici e spensierati, i biglietti erano cartacei, a bordo ti davano la Gazzetta dello Sport, le caramelle gommose e le salviette umidificate, si fumava nei bagni di Fontanarossa e Ryanair era solo una leggenda narrata da chi aveva avuto esperienze all’estero. Si volava Alitalia, Meridiana e per noi fortunati, per un breve lasso di tempo, Windjet, la compagnia catanese fallita perché un passeggero su due si fregava i giubbotti salvagente e le cinture di sicurezza.

Prima dell’undici settembre i controlli erano ancora una formalità e non esisteva il web check-in, così, se si partiva in gruppo, uno andava al banco accettazione con i biglietti e i documenti di tutti gli amici e gli altri se la facevano alla larga per nascondere i bagagli e quei giganteschi pacchi contenenti: bottiglie di salsa fatta in casa, caponata, stratto, pomodori secchi, olive condite. Oppure, in inverno: il torrone, la giggiulena ed i totò. Cannoli, arancini e pesce invece, non hanno mai avuto stagioni. Una volta, un volo in partenza da Fontanarossa e diretto al Marconi di Bologna, partì con enorme ritardo e poi, in volo, per via della pesante nebbia che avvolgeva la Dotta, fu dirottato sull’aeroporto Catullo di Verona. Fu un viaggio estenuante di oltre nove ore, atterrati a Verona e aperta la cappelleria per recuperare il giaccone, c’erano tre spigole ormai scongelate che galleggiavano maleodoranti su due dita di acqua e ghiaccio sciolto. Il mio giaccone era completamente inzuppato e feteva da morire. La signora proprietaria dei pesci in questione, non era nemmeno particolarmente mortificata, attribuiva la responsabilità al ritardo della compagnia aerea e alle condizioni meteo che avevano vanificato le sue stime sullo scongelamento del pesce. Messa alle strette, per scusarsi, mi offrì una delle tre spigole, non accettai.

Oggi tutte le compagnie hanno inserito norme ferree per regolamentare il trasporto dei bagagli a bordo e non c’è modo di farla franca. L’unica cosa da fare è acquistare i vari Priority pass, Speedy boarding o diventare socio dei club Ulisse, frecce alate e compagnia bella. Qualcuno ancora ci prova, ma le maglie sono davvero troppo strette. Prima era più facile imbattersi in quelli che si piazzavano davanti al gate con larghissimo anticipo. Li riconoscevi perché di solito erano da soli, ma circondati da una quantità spropositata di valigie, erano sempre molto tesi e vivevano il momento con apprensione, così, non appena percepivano un movimento dietro al bancone – hostess, comandante, personale di terra, addetto alla sicurezza o semplice curioso – facevano un cenno e dalle sedute dei gate adiacenti, cominciavano a fare capolino mogli, nanne, picciriddi e cognati. Il 90% delle volte era un falso allarme, bastava un altro gesto per riportare la situazione al punto di partenza. Quando gli facevi notare che quella era la fila dell’imbarco prioritario, ti dicevano che questo era tutto da dimostrare, che loro erano lì da due ore, in piedi, a presidiare quel metro quadrato di aeroporto e che avevano tutto il diritto di entrare per primi e piazzare il bagaglio, a qualunque costo.

Ultimamente invece in alcune città del Sud del Mondo, è stata sviluppata una nuova tecnica, l’ho vista con i miei occhi mentre m’imbarcavo su un volo Easyjet da Berlino a Catania. Io ero in fila per l’imbarco prioritario, insieme a me, due famiglie teutoniche con un paio di bambini ciascuna e un corollario di zainetti e passeggini, cinque o sei uomini d’affari catanesi con bagaglio 48h e borsa del computer e una coppia di trentenni berlinesi accuratamente e meticolosamente trasandati, con una valigia di pelle anni ’70 e una busta di plastica tipo “Mi manda Picone”. Espletate le procedure d’imbarco ci siamo posizionati davanti alle porte di vetro del gate, in attesa del bus che ci avrebbe portato per primi all’aeromobile, dietro di noi, il personale di terra aveva tirato un cordone per delimitare l’area e dividerci dal resto dei passeggeri. Ero concentrato a scrivere una mail e mi stavo godendo in cuffia la sesta sinfonia di Mahler diretta da Bernstein, quindi non è che proprio ci abbia fatto subito caso, ma poi, con la coda dell’occhio, ho notato qualcosa di scuro che scivolava davanti ai miei piedi, ho stoppato la musica e dopo pochi istanti ho sentito l’inconfondibile suono delle ruote del trolley e ne ho visto uno che si muoveva da solo, superava il cordone e si piazzava tra me e uno dei manager catanesi. Dopo qualche secondo, il sibilo di un borsone Pierre Cardin che scivolava sul pavimento e mi superava sulla destra. Ho alzato gli occhi e ho capito che alcuni passeggeri senza imbarco prioritario e per nulla disposti a farsi imbarcare il bagaglio, se ne liberavano lanciandolo con precisione assoluta all’interno del nostro settore. Sembrava una partita di bocce, come quando si va a pallino. A un certo punto, un passeggero maldestro ha sbagliato completamente il lancio, scagliando il suo trolley metallico talmente forte da colpire la porta di vetro. Un allarme si è messo a suonare, la hostess tedesca ha cominciato a urlare: “Achtung Achtung!”, il diabolico piano era stato scoperto, poi, c’è stato una specie di rastrellamento e i passeggeri che si erano macchiati di questa terribile nefandezza sono stati redarguiti e imbarcati per ultimi.

Non c’è niente da fare, è una questione culturale e di approccio alla vita. Per me, in effetti, non è concepibile affrontare un viaggio senza il mio bagaglio a mano alloggiato nella cappelliera sopra di me. È una tara mentale, lo so, ma lo devo avere a portata di mano, viaggia con me, non ci sono storie. Quando trovo la cappelliera sopra il mio posto già occupata, vivo la cosa come un affronto personale, così come quando posiziono il trolley e poi arriva uno e ci piazza sopra il sacchetto del duty free o un giaccone, per me è una terribile provocazione. Ma volete lasciarmi il mio spazio? Ho un trolley solo, compatibile, della misura e del peso quasi sempre corretti, a bordo non porto mai nient’altro, mai una borsetta, mai una busta piena di roba, un panino, manco l’acqua mi porto. Datemi solo quello che mi spetta, non chiedo altro. Scusate ma per me è una questione di serenità.

In un’altra occasione, l’amico che ci aveva accompagnato in auto all’aeroporto di Orly, a Parigi, aveva calcolato male i tempi, così siamo arrivati con più di due ore buone di anticipo sull’orario di partenza. Passati i controlli, ci siamo diretti verso la nostra uscita, convinti di trovarla ancora deserta, invece era già un brulicare di persone dirette a Catania. Il concetto di fila era stato riadattato alle esigenze dei singoli che l’avevano rielaborato, facendo proseliti. Nel totale caos di questa situazione, abbiamo deciso anche noi di creare, per protesta, una nostra fila personale, un po’ spostata sul centrosinistra. Al momento dell’imbarco è scoppiato un putiferio. Una calca indistinta premeva, spingeva e urlava, la pressione antropica era tipo quartiere popolare di Mumbai. Io e Donatella siamo stati tra i primi a passare e insieme ad una cinquantina di passeggeri ci siamo immessi nel finger in attesa di avere l’ok per salire a bordo. A un certo punto, la hostess di Transavia ha annunciato che era stato raggiunto il limite massimo di bagagli consentiti a bordo e che gli altri passeggeri avrebbero dovuto consegnare il proprio per poi ritirarlo a Catania, al nastro bagagli. Non l’avesse mai detto: il finimondo, una sollevazione popolare, il sacco di Roma, la presa della Bastiglia, gli zapatisti in Messico, la rivolta di Los Angeles. Alcuni urlavano e pretendevano spiegazioni, altri urlavano e basta. Del resto, la fila immonda che loro stessi avevano creato, come in una parabola evangelica, aveva finito per favorire gli ultimi arrivati rispetto ai primi. Un gruppo di passeggeri ha cominciato a dare di matto, bloccando tutti gli altri e rifiutandosi di imbarcarsi se prima non si fosse eseguito un controllo meticoloso sulle dimensioni e sul peso dei bagagli dei primi cinquanta passeggeri. Una signora aveva individuato in me il suo capro espiatorio e gridava a due centimetri dalla faccia della hostess francese: “Ouh!!! Talè a chiddu tignusu! Talè chi valiggia ssi sta carriannu… pare n’ammadio!”. Ora, io mi sentivo un po’ in imbarazzo, anche perché, in verità, il mio bagaglio rientrava perfettamente nelle dimensioni concesse dalla compagnia, sarà stato al massimo un paio di chili più pesante e in una situazione normale, la cosa, non mi avrebbe preoccupato, ma adesso, l’eventualità che tutto venisse messo in discussione e che il mio trolley potesse essere pesato e spedito in stiva, mi terrorizzava.

La ribellione non accennava a terminare, il volo cominciava ad accumulare ritardo. In cuor mio, pensando alla fermezza del popolo francese, speravo nell’intervento risoluto delle teste di cuoio, ma invece, incredibilmente, i negoziatori avallarono la richiesta degli insorti. Ci fu un applauso fragoroso dei dimostranti, fischi, persone che si abbracciavano, qualcuno persino si commosse. La signora continuava a inveire contro me, quello tignoso. Io nel frattempo avevo calcato sulla testa il mio berretto di lana ma senza sortire alcun effetto. Il nostro gruppo fu fatto avanzare lentamente sul finger, a due metri dal portellone dell’aereo, tre uomini in uniforme Transavia avevano approntato un check point, fermavano tutti, lasciavano passare sono borse di piccole dimensioni e sequestravano tutti i trolley. Io mi sono sentito come in posto di blocco nazista nella Francia occupata. Il passeggero davanti a noi ha subito la stessa sorte di quelli che l’avevano preceduto. Era il nostro turno, ho preso la mano di Donatella e in quel preciso istante, un tecnico con cuffie e gilet arancione ha attirato l’attenzione dei tre, è stato un attimo, un passo e ci siamo trovati oltre. Siamo entrati in aereo, mi tremavano le gambe, l’ho abbracciata, quasi in lacrime e ho bisbigliato: “amore, siamo salvi.”.

Seduzioni

E anche ieri eri lì, in bella mostra, vestita di rosso. Ne ero sicuro, tu ci sei sempre, non ti perdi mai un evento. Ho imparato a non darti confidenza, a evitarti, a guardarti da lontano, al massimo un cenno di saluto, ma con distacco, senza mostrare alcun tipo di coinvolgimento. Però mi piaci, mi sei sempre piaciuta ma purtroppo non posso più fidarmi di te, questa è la verità. Per quanto ti trovi attraente, ti sei dimostrata subdola, equivoca ed infida. Certo, hai un fascino sofisticato e una naturalezza che ti rende unica. Quando vuoi sei in grado di stupire e di ammaliare con il tuo profumo intenso e familiare, con le tue forme seducenti e quei colori mediterranei, ma io ho imparato a conoscerti e so quanto sei pericolosa. Con te nei paraggi non sono mai tranquillo, perché sei insensibile, spietata e prevaricatrice. Quante ne hai combinate in questi anni? Quante scenate, disperazioni, imbarazzi, fughe in lacrime hai provocato da quando ci conosciamo?

Per fronteggiarti, per non darti sazio, ho imparato a tenere sempre tutto sotto controllo, a dominare le emozioni e ogni singolo muscolo del mio corpo, sviluppando la capacità di gestire in maniera impeccabile calice di vino, piatto, tovagliolo e posate. Mi sono forgiato in anni e anni di estenuanti allenamenti, ho imparato ad affrontare party, apericene, buffet, inaugurazioni, matrimoni, comunioni e battesimi di ogni ordine e grado. Mi sentivo sicuro di me, padrone della situazione, ma poi ho ceduto, inspiegabilmente. Non volevo farlo ma è successo, mi sono avvicinato, mi hai sorriso ammiccante, ti ho sfiorato con la mano e ho percepito un fremito, ho avvicinato le labbra e quel cazzo di pomodoro a cubetti mi è caduto sulla camicia. Minchia, lo sapevo! Stronza bruschetta bastarda, ti odio.

 

Presto Principe

Ormai è gonfio di umidità e ha le pagine ingiallite, è una vecchia edizione economica Feltrinelli di Barnum di Baricco, è rimasta a Fontane Bianche e ogni anno, alla fine, finisce che me la rileggo. Ogni volta mi soffermo su una frase che dice più o meno: “la tristezza infinita delle verdure bollite e del circo…”, ora, a me le verdure bollite mi piacciono, certo non è un piatto che ordino al ristorante ma è una pietanza terapeutica e defaticante e alcune volte, la sera, a casa, dopo una giornata di sbattimenti, casini e fatture non pagate, sento l’esigenza di tagliarmi due zucchine, una patate, una carota, e una testa di finocchio e aspettare quel fischio rassicurante della pentola a pressione. Per il circo invece è diverso, concettualmente m’indispone. Lo so che è storia, tradizione, i Togni, gli Orfei, il Circo di Montecarlo in prima serata su Rai Tre, il Clown d’oro al Vasquez, però oggi, nel XXI secolo, l’idea degli animali costretti in quelle misere gabbie è insopportabile. Passare da Targia o dai Pantanelli, alzare gli occhi e vedere le espressioni tristi delle giraffe, nate per ammirare l’orizzonte sconfinato della Savana e finite con gli occhi fissi sull’insegna a neon di una sala bingo o di un concessionario di auto usate è qualcosa di straziante. Però, lo confesso, nonostante tutto, ogni volta che ci passo davanti sono tentato di fermarmi ed entrare. C’è un motivo, e lo so che è un’eventualità impossibile, ma io spero sempre di rivedere lui, il Principe dei Coccodrilli che ammirai più di trent’anni fa.

Era un circo sgangherato, un pomeriggio invernale e nebbioso, uno slargo alla periferia di Enna. Non ricordo il nome del circo ma ricordo che andai con mio padre e mia madre per trascorrere il pomeriggio. Solite cose: i clown, le cavallerizze con le paillettes, qualche animale esotico, gli acrobati e poi c’era lui, il domatore di coccodrilli. Sulla carta era un sedicente principe indiano, cosa lo avesse portato a Enna nel novembre del 1986 è un mistero. Il principe, agghindato con turbante, diadema, pantaloni sahariani e mantello, in realtà non era un domatore ma più propriamente un incantatore. Per il suo numero aveva a che fare con tre coccodrilli di media/piccola pezzatura. Le creature, annoiate e intirizzite dal freddo, erano con tutta probabilità stordite da psicofarmaci o da qualche altra droguccia mescalina. Il Principe si piazzava davanti ad uno di loro, gli apriva le ganasce e ci infilava la mano dentro, poi, osando di più, perfino la testa. Il pubblico reagiva tiepido, come se nulla fosse. Con la sola imposizione delle mani il Principe costringeva il coccodrillo annoiato a restare con la bocca aperta o gli faceva compiere delle lentissime e faticosissime piroette su se stesso, gli animali ricordavano vagamente quei padri di famiglia in sovrappeso che decidono di iscriversi a pilates. Il numero, nel suo complesso, era di una monotonia disarmante e anche io, che ero solo un bambino, provavo un certo imbarazzo per questo Principe costretto a coprirsi di ridicolo per portare un pezzo di pane a casa. Il pubblico non sembrava pensarla diversamente perché al termine dell’esibizione, gli applausi furono tiepidi e partì anche qualche fischio irridente. Poi, il colpo di scena.

Ora, esistono due teorie a riguardo. La prima, quella che definirei positivista, sostiene che il colpo di scena finale sia stato un unicum irripetibile: il numero andato male, la posizione dei coccodrilli sulla pista e altri fattori oggettivi avrebbero creato le condizioni ideali per attuarlo. La seconda ipotesi, quella che chiamerò romantica, vuole che questo gran finale venisse eseguito ad ogni singola messa in scena. Io propendo per la romantica e proprio per questo motivo, ogni volta che un Circo è arrivato in città, ho preso informazioni, chiesto a quelli che danno i biglietti gratis al semaforo, telefonato e inviato e-mail senza ottenerne mai niente, un’informazione, un indizio.

– Pronto?

– Sì, buongiorno, senta, mi scusi, avete un incantatore di coccodrilli?

– No, ma ci sono tantissimi animali: la tigre, Il leone, gli orsi siberiani…

– Certo, capisco, ma io sto cercando un principe indiano, era piuttosto famoso negli anni ’80, adesso avrà una sessantina d’anni e vorrei rintracciarlo per poterlo ringraziare…

– Ci sono due elefanti indiani…

– Scusi, ma lei che è nel giro, non è che mi aiuterebbe a rintracciarlo?

– Ma chi?

– Ma come chi! Il principe indiano, l’incantatore di coccodrilli…

– Ma chi lo conosce a questo?

– Non avete un database, qualcosa?

 – Ma che sta dicendo?

 – Parlo del Principe indiano…

– Senta, adesso mi sta scocciando, mi lasci lavorare. Vuole o non vuole acquistare i biglietti?

 – No, se non c’è il Principe non compro niente.

Applausi tiepidi e qualche fischio irridente, gli assistenti del Principe– o forse i suoi sudditi – si caricano un coccodrillo ciascuno e cominciano a dirigersi verso le quinte. Lui, il Principe, li segue con passo regale fino a quando un urlo straziante rompe il brusio del tendone pieno di gente. È la presentatrice, ha i capelli biondi sciolti sulle spalle e indossa una gonna cortissima e una giacca di lamè, ha gli occhi sgranati e indica un punto della pista. Tutti ci voltiamo a guardare, c’è un coccodrillo, è il più grande dei tre, si muove con lentezza esasperante verso gli spalti, prima di poter essere raggiunto, il pubblico avrebbe tutto il tempo di alzarsi con calma e defluire ordinato all’esterno. La presentatrice grida un terrorizzato: “Presto principe! Presto Principe!”. È un attimo, il Principe si volta di scatto, lascia cadere il mantello e corre verso la bestia feroce, la fronteggia, la fissa e impone le sue mani come se fosse un cavaliere Jedi. Il coccodrillo apre le fauci, sembra uno sbadiglio, ma il Principe non ci pensa due volte e gli salta addosso, i due si rotolano per terra, il coccodrillo non fa la minima resistenza, vuole solo tornarsene nella sua gabbia. Il principe ne esce vittorioso, si issa il coccodrillo sulle spalle manco fosse un tappeto persiano e se lo porta via. La presentatrice ci invita ad applaudire e ringraziare il Principe che con coraggio e sprezzo del pericolo ha affrontato a mani nude un pericoloso predatore evitando una strage di pubblico. Tra gli spalti, pochissimi applausi, la stragrande maggioranza delle persone è impassibile, non ha capito… non certo la pericolosità della situazione, ma la grandezza e la disperazione della messa in scena. I miei genitori ridono di gusto, scattano in piedi, io li emulo e insieme cominciano a gridare entusiasti: “Grazie Principe! Grazie Principe!”.

 

Complessi

Era una cosa che mi ronzava in testa da qualche anno, prima in maniera prepotente, poi, con il passare del tempo, un po’ si è andata affievolendo, ma non mi ha mai abbandonato, è sempre rimasta un’onta indelebile nella mia vita. Così l’altro giorno, da Dechatlon, quando le ho viste, identiche, in quel tubo da quattro, con la scritta US Open 2015, non sono riuscito a trattenere lo stupore: dovevano essere mie.

Ero andato lì per comprarmi uno spray lubrificante per la catena e i freni, perché, da qualche tempo, ho ripreso ad andare in bicicletta e dato che sono uno che si sveglia presto, ho cominciato ad assaporare queste uscite a capo di mattina, senza meta. Giro i quartieri uno alla volta, alcuni giorni con la musica nelle orecchie, altri senza, per gustarmi i silenzi della città che si risveglia. Osservo le serrande dei negozi chiusi, quelli che vanno a lavorare presto, i primi caffè al bar e quelli che arrivano in macchina e buttano la spazzatura a muzzonei mastelli di un condomino qualunque. In alternativa, mi dirigo verso la pista ciclabile, che a Siracusa è una striscia di terra battuta e asfalto rovinato che si snoda sull’incantevole scogliera di levante. La mattina presto, la pista già brulica di sportivi assortiti e di passeggiatori solitari, tra di loro vige un grande rispetto reciproco e ci si saluta ogni volta che ci s’incrocia come fanno gli svizzeri in Engadina: “guten morgen”, “guten tag”. A me piace arrivare fino alla fine del percorso e poi ritornare indietro. Quando tira il Greco e Levante l’andata è una faticaccia ma poi, al ritorno si vola ed è una sensazione bellissima. Ultimamente, sulla pista, tra la fine della Mazzarrona e la tonnara di Santa Panagia, è comparso un branco di cani randagi. Non so dire se siano malvagi come sembrano o fanno solo finta, ma un paio di volte sono sbucati dal nulla, appostati come gli indiani nei film western, e mi hanno rincorso abbaiando come pazzi per quasi cento metri, una distanza che se hai il vento contro, sembra non finire mai. Un’altra volta mi sono fermato per soccorrere una ragazza a piedi, era in lacrime, avevano tentato di azzannarla ma lei era riuscita a fuggire e adesso era sotto shock, così abbiamo fatto un pezzo di strada insieme fino a quando lei non ha preso una delle uscite laterali all’altezza di viale Tunisi e se n’è tornata a casa.

Da Dechatlon tra il reparto ciclismo e quello tennis c’è un negozio intero. Non so perché sono passato da quel corridoio, io in effetti non gioco a tennis da anni, non ho più nemmeno la racchetta. Da adolescente l’ho praticato con amore incondizionato, passione genuina e risultati trascurabili, se si esclude un rovescio a una mano, liftato, in backspin, che ancora oggi mi dà grandissime soddisfazioni sul tavolo da Ping Pong. Con Enrico, il cugino malacarne, ci allenavamo tra la Cittadella e il Matchball e poi interminabili pomeriggi e domeniche mattine nei campi più disparati: quello del condominio dei miei nonni e quello del fu glorioso Park Hotel di via Filisto. Poi, come molte cose nella mia vita, la passione si è andata a esaurire e per anni non l’ho più seguito. Donatella invece è rimasta un’appassionata e non si perde nemmeno un torneo in tv. Anche lei in passato ha giocato, ma a quanto dice, con risultati perfino peggiori dei miei.

Flushing Meadows, nel Queens, è un impianto gigantesco, da Manhattan ci arrivi in quarantacinque minuti di metro e se sei fortunato, senza bisogno di cambiare linea. Passati i tornelli si è catapultati in una specie di realtà parallela con decine di migliaia di persone che affollano gli spalti e un numero sconsiderato di negozi che vendono merchandising di ogni tipo. In questo contesto, l’elemento più importante non è il tennis, è il cibo, non c’è storia. Centinaia di punti di ristoro dislocati nell’impianto sfornano pietanze di tutti i tipi, h24. Ci sono gli hot dog, gli hamburger, i corn dog, ma anche i noodles orientali, le insalatone, il cibo macrobiotico, il guacamole, il pollo teriyaki, le tortillas, i burrito, i nachos, il fish and chips, la pizza, il kebab, i falafel, la babaganoush, i frozen yogurt con la frutta, i mac ‘n’cheese, le cheese cake, i coni gelato da 500 grammi l’uno quello piccolo, i caffè americani, l’espresso doppio, il cappuccino, lo champagne e milioni di litri di soda e birra. L’Arthur Ashee è uno stadio con 23mila posti a sedere e all’esterno di ogni anello, si susseguono una quantità infinita di punti ristoro, di fronte a ognuno di questi e parcheggiata una roulotte. A differenza del baseball, dove con il biglietto della partita puoi accedere gratuitamente ai buffet pantagruelici e rifornirti di cibo ogni volta che ne hai voglia, qui si paga tutto. La gente si prende il suo salsicciotto, le sue patatine e la bevanda che ha scelto e poi si dirige verso le roulotte. La prima volta che le ho viste ho pensato che si trattasse delle casse per pagare, c’era tutta questa gente in fila e io non riuscivo a darmi altra spiegazione. Non è così: mi trovavo a cospetto dell’eden della sassaemayoness. Sono dei parallelepipedi su due ruote – poco più piccoli di una comune roulotte quattro posti – all’esterno, in bella mostra, ci sono dei dispenser colorati; all’interno, quintalate di ketchup, mayonese, sottaceti, cetriolini in agrodolce, mostarda, salsa barbecue e altre salse speziate che servono a lubrificare il salsicciotto e ti permettono di mandare giù il boccone con più facilità. Ogni due ore passa un addetto con un mezzo elettrico, una specie di Apecar che fa la Chevrolet, aggancia la roulotte ormai svuotata dalle salse e la sostituisce con una piena.

Il bello del biglietto diurno per una giornata di cartellone di US Open è che una volta dentro, puoi andare a vedere quello che vuoi. Hai dei posti assegnati sulla tribuna dell’Arthur Ashee, il campo centrale e questi posti sono tuoi per tutto il giorno, ma tu sei libero di andare e venire, entrare negli altri 32 campi e vederti tutte le partite che ti interessano. La giornata scorreva placida, passavamo da un campo all’altro, ordinavamo da bere, quando improvvisamente: tack, al volo. È una circostanza più unica che rara: tu sei seduto tra gli spalti, uno dei giocatori stecca la risposta o spara uno smash all’incrocio delle righe e la pallina schizza via, supera il rettangolo di cemento, disegna una parabola, si perde un momento nella luce del sole, tu hai giusto il tempo di alzare un braccio e tack. La pallina è nella tua mano. Il pubblico ha iniziato ad applaudire e fischiare e io mi sentivo addosso gli occhi di tutti. Ho guardato in basso e c’era il raccattapalle che mi fissava, io ho percepito l’accenno di un gesto, una cosa come: “ouh mpare, ietta sa pallina, fozza”. Forse la paura di apparire agli occhi di tutti come l’italiano a corto di senso civico, fatto sta che ho aperto la mano e puf, l’ho rispedita dolcemente in direzione del raccattapalle. Donatella mi ha fulminato con lo sguardo e mi ha detto: “Ma perché?”. “Non lo so che mi è preso – ho risposto – tutti mi guardavano… mi sono cassariato, scusami, sono davvero mortificato”. “Ma dai – ha esclamato lei – ci portavamo a casa una pallina di uno Slam… ma quando ci ricapita”.

“Ma il raccattapalle mi è sembrato così perentorio”.

“Ma per favore… quelli te la chiedono indietro, ma nessuno gliela ridà”.

Un senso di frustrazione e inadeguatezza si è impossessato di me e a nulla sono valsi gli sparuti applausi di un gruppo di gentlemen ben oltre la settantina che avevano apprezzato il mio gesto signorile. Mi sentivo svuotato, come uno che non è riuscito a cogliere un’occasione. Donatella se n’è accorta e ha cercato di rincuorarmi, mi ha detto che in fondo non era successo niente, che era solo una pallina e ha suggerito di cambiare aria, prenderci qualcosa da bere e cambiare campo.

Quell’anno il torneo femminile fu caratterizzato dalla sorprendentemente finale tra due tenniste italiane: Flavia Pennetta e Roberta Vinci. La Pennetta si aggiudicò il trofeo ma la Vinci, in semifinale, aveva battuto la più grande e la più forte di tutte, Serena Williams. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere e nemmeno noi, ma ciò nonostante, per spirito patriottico, ci siamo diretti verso il campo 8 per vedere il match della Pennetta contro una sconosciuta wild card della Repubblica Ceca. La tennista italiana conduceva tranquillamente il gioco, la partita era al limite del monotono, stavamo per andarcene e raggiungere il campo centrale per l’inizio del match di Roger Federer, quando improvvisamente: tack, al volo. Di nuovo, pallina in mano, applauso del pubblico, urla di Donatella, sguardo del raccattapalle “ietta sa pallina”, occhi di tutti addosso, confuzione e puf: un attimo dopo la pallina già rimbalzava sul cemento diretta tra le mani del raccattapalle. Ho percepito un bisbigliato ma perentorio “ma vaffanculo”, il posto accanto a me era già vuoto.

“Dove vai?”

“…”

“Te la sei presa? Scusami”.

“…”

“Donatella”

“…”

“La prossima la tengo… te lo giuro!”.

“…”

“Donatella…aspettami”.

 

Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.