A Part of the Day

Mi capita quando ascolto musica in modalità random: la canzone parte a tradimento e mi ritrovo catapultato in un altro luogo, in un altro tempo. Mi è successo con A Part of the Day, un pezzo del 2001 di una demo che incidemmo con i Mersenne a Scordia in provincia di Catania. Lì c’era – e credo ci sia ancora – un ottimo studio di registrazione con strumentazione all’avanguardia, personale competente e ottimo rapporto qualità/prezzo se paragonato agli studi equivalenti di Milano o Bologna.

A quel tempo non avevamo i soldi per produrre un album vero e proprio, quindi entravamo in sala, suonavamo dal vivo e il primo take, di solito, era quello buono. Non siamo mai stati una band da sala d’incisione, sebbene tentassimo di comporre canzoni con un minimo di struttura, avevamo un’attitudine punk che faceva dell’immediatezza la nostra migliore qualità.

Certo, eravamo sprovveduti e Leo, per una immotivata paura di essere fregato, si spacciava per uno del posto e continuava a ripetere con marcato accento bolognese “tziamo tutti tzitziliani” a chiunque gli si parasse davanti, però la registrazione di questa demo fu una specie di spartiacque con tutto quello che avevamo fatto prima. A Part of the Day non faceva eccezione anzi, è proprio un brano sui generis, con una lunga intro strumentale, una strofa spezzata e un ponte con batteria, basso e chitarra che si rincorrono e che sembrano andare da nessuna parte. 

Qualche mese dopo, a Bologna, aprimmo un concerto di Eugene Kelly dei The Vaselines. L’ultimo brano della nostra scaletta era proprio A Part of the Day. Durante il cambio palco, mentre eravamo intenti a smontare le nostre cose il più velocemente possibile per permettere ai tecnici di montare l’altro set, Kelly si avvicinò sorridendo e mi disse una cosa tipo: “Your last song rocks!”, o forse era “Your last song sucks!”. Il fatto è che il dj aveva sparato la musica a palla e io da diciotto anni ho ancora sto dubbio.

Radio Stars

Nel periodo a cavallo tra le elementari e le medie, quando le giornate si accorciavano e faceva freddo per scendere in cortile a giocare, passavo le domeniche pomeriggio con mio padre. Acquisiti i risultati delle partite del campionato di Serie A, mettevamo in scena una finta trasmissione radio: microfoni, mixer, piatto e una doppia piastra per registrarci. Il format consisteva in collegamenti dai campi principali per un sunto e un commento sulla partita appena terminata. Ovviamente nessuno di noi aveva visto la partita – per i gol bisognava aspettare 90° minuto – quindi inventavamo di sana pianta. Dato che eravamo solo in due e mia mamma partecipava occasionalmente, avevamo aggiunto altri inviati che interpretavamo a turno: Nannovjić, Batalock e Vincenzo, che poi in realtà, non erano altro che i soprannomi di alcuni miei amici. Nannovjić era il fratello più grande di un mio compagno di classe e per la sua età, era un ragazzo posato, maturo e riflessivo. Batalock abitava nel palazzo ed era allampanato totale. Vincenzo era Vincenzo, un bambino che faceva nuoto con me. Tra un collegamento e l’altro mandavamo brani musicali e qualche volta mio padre suonava il piano.

Con il passare delle domeniche e il rodarsi del programma, decidemmo di aggiungere anche alcuni spot per pubblicizzare le attività commerciali della zona. C’era il Mondo dei Giocattoli (puoi comprare anche lui, il proprietario), c’era l’edicola di Panebianco (allegria, simpatia, cortesia), e poi c’era Concetto Li Noce. Li Noce era il titolare di un’autocarrozzeria in via Grottasanta e lo spot è indelebile nella mia memoria. Iniziava con rumori che simulavano un incidente: confusione, martello, chiave inglese, bottiglie. “Oh no! Ho ammaccato la mia macchina” diceva il personaggio interpretato da mio padre. “Non ti preoccupare – intervenivo io – vai da Concetto Li Noce, ti riparerà la macchina anche se schiacciata come una noce”. Poi nuovamente rumori, ma stavolta veramente esagerati: un glang, glang, deng infernale. “Ma che fai?”, chiedevo allarmato e mio padre, al culmine della tensione emotiva rispondeva: “Schiaccio la mia macchina”.

Il cielo stellato sopra di me

Il fatto è che alla fine, il cielo stellato più bello che io abbia mai visto, praticamente, non l’ho visto. Tutto nasce dall’abitudine, che poi forse è un vezzo, di non prenotare niente, di arrivare in un luogo e vedere che succede. Solo che io e Donatella siamo sempre stati due tipi iper cittadini, ci piacciono i teatri, l’arte contemporanea, i concerti indie nei club, i ristoranti, la musica sinfonica e le gallerie d’arte con le fotografie degli sconosciuti, insomma, abbiamo sempre scelto le nostre vacanze in funzione di questo. Poi, improvvisamente, a un certo punto ci è venuta questa smania della natura che ci ha completamente travolti. Così un viaggio che era stato pensato come una linea retta tra Los Angeles e San Francisco si è trasformato in un poligono complesso, con un perimetro di tremila miglia che delimitava il deserto dell’Arizona, lo Utah, le foreste di yucca, il fiume Colorado, la Death Valley, le sequoie giganti e Yosemite.

Proprio a Yosemite Valley Lodge, la sera del nostro arrivo, dopo una giornata interminabile trascorsa tra lunghe passeggiate sui sentieri della Sierra Californiana e 450 km di tornanti in auto,  abbiamo deciso di andare a vedere le stelle. Dopo una cena veloce e una bottiglia di Pinot Noir tappo a vite della Napa Valley, ci siamo recati nel luogo dell’appuntamento. Appena abbiamo attraversato la strada e siamo entrati nel bosco, siamo stati inghiottiti da un buio fitto e impenetrabile ai flash dei nostri Iphone. Abbiamo proceduto tentoni, seguito alcune voci e siamo arrivati fino a un abbeveratoio per cavalli, punto di partenza dell’escursione. Lì abbiamo fatto conoscenza con altre persone del gruppo. Tutti erano attrezzatissimi, indossavano indumenti tecnici e calzavano scarpe waterproof e antiscivolo, avevano torce, fischietti, spray anti orso, sacchi a pelo, coperte, zaini capienti, repellente per insetti, cappelli di lana, guanti, siero per serpenti, calzettoni doppi, provviste e borracce d’acqua. Noi avevamo una borsa a tracolla Eastpack con una spilla dei Devics e una della mia band quando suonavo, dentro: una copia di Pop up Magazine, che è una rivista con tutti gli appuntamenti culturali di Los Angeles presa all’edicola dell’aeroporto, un maglioncino di cotone Harmont & Blaine, un flaconcino tascabile di Amuchina, un blister di Maalox, mezzo sacchetto di patatine gusto avocado, la Lonely Planet Stati Uniti Occidentali e un fascicolo di Donatella “Pitruzzello contro Eni Gas e Luce”.

Abbiamo aspettato un po’, poi – preceduta da urla e schiamazzi che  in un primo momento mi hanno fatto pensare al peggio – è uscita dal bosco Liselotte, una pazza completa. Liselotte era la nostra guida, una laureanda svedese in astronomia e fisica, negli Usa per una internship all’Università di Sacramento. Ci siamo raccolti intorno e lei che ha iniziato a spiegare il percorso che avremmo fatto, ci ha invitato a camminare in gruppo e a non rimanere indietro e poi, euforica, ci ha detto che eravamo proprio fortunati perché quella notte non c’era nemmeno una nuvola, la luna era perfetta e il cielo sopra Yosemite, con la via lattea in bella evidenza, era uno spettacolo della natura .

Abbiamo camminato per più di un’ora, centellinando la batteria del telefono e usufruendo della gentilezza degli altri che, resisi conto della nostra inadeguatezza e dello stato d’indigenza in cui versavamo, si premuravano di aiutarci e ci chiedevano di continuo se andava tutto bene. Evelyn, una campeggiatrice sui sessanta del South Carolina in vacanza da sola, ci aveva preso sotto la sua ala e ci ha perfino chiesto se avessimo cenato, perché in caso lei aveva dei panini e delle barrette energetiche da offrirci. A un certo punto siamo usciti dal bosco e ci siamo trovati al centro di una valle, da lì, abbiamo proseguito per altri dieci minuti, camminando su un prato morbido e profumato. Sullo sfondo s’intravedeva il picco di El Captain e tutto intorno, richiami ai nomi degli ultimi aggiornamenti dei sistemi operativi di Apple. Dopo un po’ Liselotte ha detto: “Siamo arrivati. Tirate fuori i teli impermeabili” e tutti hanno cominciato ad armeggiare dentro gli zaini e tirato fuori questi quadratoni di plastica dura, che hanno disteso sul prato per poi sdraircisi sopra. Noi naturalmente ne eravamo sprovvisti, quindi abbiamo dovuto contare ancora una volta sul buon cuore di Evelyn che possedeva un telo a sei piazze e ci ha fatto accomodare. Mi sono sdraiato e ho messo a fuoco il cielo stellato sopra di me: non avevo mai visto niente di più bello. È stato un attimo, ho chiuso gli occhi e sono crollato, distrutto, stanchissimo.

I ricordi si limitano a Donatella che ogni tanto mi urtava e mi bisbigliava: “Girati, stai russando!”, niente più. Quando mi sono ridestato, infastidito dalla brusio del gruppo che ripiegava i teli e li riponeva negli zaini, non ho capito cosa stesse succedendo e ho chiesto: “Ma è già finito? Subito, così?”.

Donatella mi ha sorriso e ha risposto: “Sta albeggiando”.

“Scusa, mi sono addormentato. Ma tu almeno le hai viste le stelle?” – ho chiesto.

“Sì, è stato incantevole! Fino a un certo punto ho resistito, poi mi sono addormentata anch’io.” – ha detto lei.

“E queste coperte e questi cuscini di chi sono?”

“Devono essere di Evelyn – ha detto Donatella – quella donna è gentilissima, sono termiche, senza di lei saremmo morti congelati”.

Ci siamo alzati in piedi, abbiamo ripiegato le coperte, preso i cuscini e ci siamo diretti verso un piccolo fuoco da campo che era stato acceso qualche metro distante. Abbiamo raggiunto Evelyn per ridarle la sua roba, l’abbiamo ringraziata di cuore. Lei ci ha sorriso, ha baciato Donatella e ci ha porto due tazze di caffè caldo solubile. Non mi ero mai sentito così in pace con me stesso.