Correnti

Il fiume di acqua che scendeva da via Vittorio Veneto era così rigoglioso che ieri, mentre concitatamente cercavo di recuperare la spesa e correre verso casa, dal sacchetto biodegradabile già preventivamente spunnato, mi è caduto il salmone di Lidl ed è stato portato via dalla corrente, giù, giù, verso il carcere borbonico e poi, chissà dove…

Escursioni

La Sila, in Calabria, è un posto bellissimo ma è al Sud quindi potrebbe essere un posto ancora più bello se non fosse che, essendo al Sud, la natura preziosa, gli scorci mozzafiato, le atmosfere rarefatte, sono devastate dai piatti di plastica e dai sacchetti di spazzatura disseminati sotto gli alberi, dai cavalli di una famiglia di sinti calabresi, giostrai, al galoppo briglie sciolte nell’unico parchetto per bambini e dall’immancabile trenino turistico su gomma che sputa fumo nero dai suoi scarichi e appesta l’aria con una compilation di musica latina a volume spropositato con tutto il suo carico di “contigo”, “conmigo”, “tengo que besarte”, “nos vamo’ pa’ tu casa sin pijama, sin pijama”, “te pones celoso si bailo con otro”.

Di contro, abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi e di residenti del luogo che fa di tutto per rendere l’esperienza in Sila autentica e formativa: accoglienza diffusa, attenzione per i prodotti agroalimentari locali, studio della storia e delle tradizioni e un amore genuino per questa terra. Grazie a loro abbiamo potuto goderci una settimana immersi nella natura più incontaminata.

Parlando con le guide locali avevamo deciso di partecipare ad una escursione nei boschi con un gruppo di famiglie con bambini. L’escursione sarebbe stata di circa tre ore e con un taglio didattico specifico, per introdurre i più piccoli alla vita del bosco. C’era una coppia di Mantova con la loro figlia Arianna di 7 anni, c’era una famiglia romana con due gemelli, Rudi e Rebecca e una coppia giovanissima, lui di Cosenza, lei svedese, con Corrado, un bambino di circa quattro anni. C’era Ettore un dodicenne di Crotone scaltro ed equipaggiato come per un corso di sopravvivenza e un altro paio di famiglie con la rispettiva prole. Bruna, con il suo anno e mezzo era la più piccola del gruppo ed era sistemata dentro uno zaino per escursioni, appositamente noleggiato per l’occasione. Dopo un primo tratto di percorso costeggiando la strada delle vette, ci siamo inerpicati lungo un sentiero dentro il bosco. La temperatura era perfetta, i profumi delle resine inebrianti, Laura, la nostra guida, era affabile e molto scrupolosa, grazie a lei abbiamo visto la tana del serpente e quella dello scoiattolo, il “supermercato” del picchio, la casa del tasso e dove va a bere la martora. I bambini del gruppo erano entusiasti, Bruna un po’ meno, perché alla lunga, stare costretta dentro lo zaino era per lei un po’ noioso e poi perché le sue conoscenze etologiche non sono ancora così avanzate. 

In più, cominciava a montare un po’ di stanchezza perché, fino a quando si marciava, Bruna riusciva a distrarsi, cantavamo “Diamonds on the soles of her shoes” di Paul Simon e “Bimba a bordo” dei Re Acuti e tutto andava bene, ma quando ci fermavamo, tra spiegazioni e domande del pubblico, perdevamo un sacco di tempo e la bambina, dopo la prima ora, manifestava una certa insofferenza.

Ho cominciato a colpevolizzarmi e chiedevo a Donatella: “Ma come abbiamo potuto trascinarla qui? Come abbiamo potuto infliggerle questa prigionia per ore e ore, imbracata in uno zaino a noleggio mentre lei vorrebbe solo correre e fare lo scivolo?”. Donatella, che è molto più lucida di me, cercava di farmi ragionare: “Ma che dici? Stiamo facendo una bellissima escursione insieme.”, “Bruna sta bene, calmati, piuttosto coinvolgiamola di più, distraiamola”. Ma io niente, non sentivo ragioni, ogni suo lamento era come se mi infliggessero una coltellata, allora ad ogni stop, ho cominciato a dire alla guida e a tutto il gruppo cose tipo: “questo lo sappiamo, andiamo avanti”.  Oppure commentavo ad alta voce: “Superfluo.”, davo consigli: “Non ci raccontare proprio tutto, lasciaci anche con un po’ di mistero”, o davo indicazioni: “Da questa parte, circolare, circolare”.

Donatella si è avvicinata con la faccia tirata e mi ha detto: “la devi finire, sembri un pazzo!”.

Poi, dopo un altro tratto in salita, ci siamo fermati in cima ad una spianata dove c’era una specie di anfiteatro naturale di rocce e alberi e Laura ha iniziato un discorso sulla biodiversità, su come la coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali crei un equilibrio grazie alle loro reciproche relazioni e poi si è spinta ancora più in la, abbozzando quasi un’analisi sociologica e sottolinenando l’importanza delle differenze tra gli attori di un ecosistema in relazione alle condizioni ambientali.

Bruna scalpitava, si lamentava, io immaginavo terribili sofferenze e stavo per scoppiare in lacrime, ho guardato Donatella come a implorarla: liberiamola. Donatella ha detto: “facciamola scendere”. per Bruna è stato un sollievo, ha cominciato a sgranchirsi le gambe, prendere rametti e giocare con le pigne.  Per me è stato come rinascere, ho ripreso a respirare normalmente e mi sono rilassato.

A un certo punto Bruna si è accorta che gli altri bambini erano tutti intorno a Laura e ciascuno di loro imitava cinguettii di uccelli. Era tutto un Cip Cip, Piep Piep, Cra Cra. Ettore, quello vestito come un berretto verde, conosceva pure i versi dell’aquila reale, del gufo delle nevi e di qualsiasi altro volatile conosciuto nel mondo.

Praticamente Laura chiedeva ad ogni bambino da che città venisse e quali specie di uccelli conoscesse e ogni bambino rispondeva con un concerto di suoni e di onomatopee. Bruna si è fiondata in mezzo al capannello di bambini e si è piazzata sotto Laura, a trenta centimetri, fissandola dal basso verso l’alto. La guida le ha sorriso e per gentilezza le ha chiesto: “E tu da dove vieni?”. Ma questo Bruna non lo sa, è un argomento che non abbiamo ancora affrontato e così ha risposto: “Biddiii”, che è un termine polisemico che lei usa in varie situazioni, allora sono dovuto intervenire io: “Siracusa, ho detto tra il fiero e lo sconfortato”.

“E come ti chiami?”, le ha chiesto la guida.

“Buna“, ha risposto pronta.

“E a Siracusa, a casa tua, come fanno gli uccellini?”. 

Bruna non c’ha pensato due volte, ha aperto le braccia per fare le ali e ha risposto: “Ucuccu, Ucuccu.”. 

Estratti dal “Nanno col giubbotto blu”

In libreria a novembre 2021

Fuori è tutto è tranquillo, l’orizzonte è sgombro, la strada deserta e il mare sembra una tavola azzurra. Poi, in lontananza, nell’angolo, nascosto dietro una Jeep Renegade, lo vedo, sta tutto accucciato e con la mano mi indica qualcosa e mi fa segno di no. Mi volto e vedo una signora sulla sessantina, vestita bene, molto elegante. Passeggia nervosamente avanti e indietro e ogni tanto guarda l’orologio del telefono che tiene dentro una borsetta clutch. La signora è spazientita, prende coraggio e mi chiede: «ha visto per caso un signore distinto con un giubbottino blu?» 

Io tentenno e poi faccio: «no, mi dispiace.» 

La signora ha le lacrime agli occhi e va via a passo spedito: «lo sapevo – le sento dire – sempre la stessa storia ed io cretina che ci casco ogni volta.» 

Vedendola andare via il nanno col giubbotto blu ha abbandonato il suo nascondiglio e si è avvicinato. «Ma perché si comporta così? Ma chi era la signora?» gli ho chiesto infastidito. Lui sorride beffardo e dice: «a niente, una simpatia… però è una gran scassamichia.»

Buon Natale

Questo Natale, più di ogni altra cosa, mi  mancheranno le atmosfere uniche che solo la Tombola del Popolo riesce a creare. La Tombola del Popolo è un’invenzione di mio padre che già in passato aveva proposto in famiglia e senza successo, diversi “divertissement”. Fra questi, su tutti, spiccava il Mercante in Fiera delle malattie, un gioco spietato che metteva i partecipanti davanti al proprio io più profondo e li sfidava nell’eterna lotta tra brama di danaro e scaramanzia. La provocazione fallì perché nessuno voleva partecipare all’asta delle carte (Mamma, mi compri l’epatite B? No, Tesoro hai già la bronchite, la varicella e l’ipertensione, basta così). 

La Tombola del popolo ha un intento più sociologico che è quello di attualizzare il gioco alle dinamiche e alle insidie della società odierna. I principi base sono quelli della tombola tradizionale ma con un nuovo regolamento cervellotico, infernale e contorto, che riesce a scontentare tutti. Il gioco prevede pesanti restrizioni, multe salate e confisca di cartelle a chi dice, per esempio, “tombolino” oppure “ambo” alla chiamata del primo giannetto. Ogni richiesta al cartellone: “è uscito il 23?”, costa 50 centesimi e se il giocatore ripete la domanda nel corso della partita, a pagare sarà anche il giocatore seduto alla sua sinistra. Per i premi è prevista una pericolosa redistribuzione delle risorse: donazioni controvoglia, prelievi forzosi e altre nefandezze basate sul caso.

Per esempio, se un giocatore fa la cinquina non è detto che riceverà il suo premio. Dichiarando il punto e dopo la verifica da parte del cartellone, interverrà una commissione di saggi munita di mazzo di carte siciliane e di taccuino con codici e leggende. Il giocatore dovrà pescare una carta, ad ogni carta è associata un’azione. Gli scenari sono mutevoli: puoi essere fortunato e vincere il tuo premio; ti può essere confiscato e aggiunto al monte premi della tombola; può essere considerato pensione d’oro e decurtato di una percentuale a favore di chi ha fatto ambo o di uno che manco sta giocando; se peschi il cavallo sei costretto a donare la vincita al giocatore che siede alla tua destra, insomma, cose così.

La prima volta che abbiamo provato a giocare abbiamo fatto due giri, poi sono cresciuti i malumori, la tensione nell’aria era tangibile, i parenti si guardavano con sospetto mentre mio papà aveva un ghigno beffardo tipo Travaglio a Otto e Mezzo. La situazione stava precipitando tanto che è dovuta intervenire mia mamma per dire: basta giocare, adesso apriamo il panettone delle Tre Marie.

Un Eroe

L’eroe di questo Natale disadorno, l’unico che potrà risolleverà l’inevitabile l’atmosfera dismessa creata dal numero esiguo di parenti intervenuti stabilito per decreto, un Natale con le porzioni ridotte e il menù alternativo senza frittelle di baccalà (Biii, tutto quel traffico per friggere solo per quattro persone), senza il tavolo dei picciriddi che si tirano pezzi di torrone e di giggiulena, senza il vociare ininterrotto delle cognate sparrittere che finiranno a litigare su chi deve fare la cucina (e che c’entra scusa, a casa di mia madre la faccio io, da vostra madre la fate voi!). Un Natale senza gli improbabili abiti gessati del genero che si finge imprenditore e veste come Al Capone, senza i fiumi di minchiate, sempre le stesse, raccontate senza freni da maschi di famiglia in costante competizione tra di loro, l’eroe di questo Natale, dicevo, sarà colui che in attesa della mezzanotte, malgrado l’abbiocco dei più anziani e l’insofferenza dei più giovani, acquisterà otto cartelle della tombola anziché le sue solite due, aspetterà la chiamata del primo giannetto e finalmente griderà un liberatorio: “AMBO” e tutti, come per magia, cominceranno a ridere.

Graffiti

Ci sono palazzi che sono musei e raccontano storie attraverso scritte e graffiti. Il mio preferito è dalle parti di Viale Tunisi, a Siracusa, ci sono stato di recente, dopo trent’anni dall’ultima visita e mi sono emozionato come la prima volta.

Nel breve tragitto che dal parcheggio porta al portone d’ingresso si possono ammirare nell’ordine: “Gianni ama Giana”, poi, subito sotto, con un’altra grafia più discreta ma dal tratto incerto, una precisazione: “ma propria” che la critica attribuisce alla stessa Giana o Gianna. Una X però, è stata posta sopra, quasi a voler annullare quel tentativo di smentita e subito sotto, come una didascalia in una miniatura benedettina del XIV secolo, un’ulteriore precisazione: “buggiarda”.

A meno di un metro, l’autore Gianni, probabilmente in cerca di rivalsa per la storia finita male con Giana, si mette in mostra con un appassionatissimo e  sfacciato “Gianni e Loredana amore profano”. Il graffito, ad oggi, rimane perfettamente conservato senza alcun intervento a confutare la veridicità dell’affermazione. 

Arrivati davanti alla pulsantiera del citofono, non si può non rimanere affascinati da una scritta scolpita sull’intonaco del muro con un carattere così definito e maestoso da ricordare quello delle tavole della legge di Mosè. L’opera è enigmatica e polisemica: “Mirco e spichioso”. Ancora oggi gli studiosi si interrogano sul significato letterale, allegorico e morale.

Varcato l’ingresso del palazzo, si entra in quella che la critica chiama la gallerie delle meraviglie. Il breve corridoio che porta ad una piccola rampa di scale, oggi come ieri è un concentrato di vibranti emozioni, con quel “AIZ MAI” scritto sul lato destro con un pennarello rosso a cui fa da contraltare, sulla sinistra un magniloquente “Abbasso la droca”. Le due scritte sono sormontate da due giganteschi crigni gemelli che si fronteggiano l’un l’altro e si sbeffeggiano come la fontana dei fiumi del Bernini e la chiesa di Sant’Agnese del Borromini a piazza Navona.

Infine, quando gli occhi sono ormai saturi di tutta questa meraviglia concentrata in sol luogo, si ha giusto il tempo di girare l’angolo, entrare in ascensore e ammirare  sullo specchio “MORBO”, la gigantesca incisione ricca di fiorettature, degna di un maestro soffiatore di Murano, che l’autore ha piazzato esattamente lì, in ascensore, a elevarci simbolicamente verso la pace dei sensi.

E tutti si misero a ridere

Lo confesso, sulle tematiche religiose sono sempre stato confuso e svagato e ho sviluppato, sin da piccolo, una forma di rigetto da quando in prima elementare, la maestra ci chiese di disegnare la nostra santa preferita. Tutti i bambini della mia classe scelsero Santa Lucia, alcuni Santa Rita, quattro o cinque la Madonna, io invece optai per Immacolata Concezione, che per me non era un dogma, ma proprio nome e cognome di una santa. Al momento di presentare i lavori, i miei compagni che facevano il catechismo si misero a ridere e anche la maestra Lupo, che era una donna eccezionale, faceva fatica a restare seria. Ci rimasi un po’ male. Solo mia mamma, a casa, mi consolò. Mi disse che il tratto del mio disegno era netto e appassionato e che non dovevo prendermela se i miei compagni si erano messi a ridere e poi mi raccontò qualche storiella per bambini su Spinoza, Fichte, Kant e il dogmatismo.

Io ci tenevo ai giudizi di mia mamma ma in cuor mio sapevo benissimo di non essere portato per il disegno anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo riuscire a colorare dentro gli spazi senza sbavature, creare dal nulla, su un foglio bianco, una figura, l’illusione di un paesaggio o anche solamente le lettere del mio nome in tre dimensioni e con i neretti nei punti giusti, invece ero troppo scarso e dovevo farmene una ragione. 

Qualche anno dopo ero alle medie, camminavo svogliato verso la scuola, percorrendo la scorciatoia che da viale Tisia, passando dal parcheggio del supermercato Sagea, portava direttamente in via Polibio, quando improvvisamente mi fermai: avevo completamente dimenticato di fare il disegno. Il venerdì precedente la professoressa ci aveva chiesto di farci portare dai nostri genitori, fuori, in campagna, in un parco o a Buccheri, prendere una foglia con i colori dell’autunno e riprodurla su cartoncino. Mi sentivo perso ma poi, un raggio di luce si fece largo tra le nuvole e illuminò un punto preciso non molto distante da due cassonetti IGM, mi avvicinai e la vidi, era una foglia gigante, maestosa, marrone e verde scuro, molliccia e praticamente marcia. La presi con due dita e corsi verso il tabacchino di fronte, comprai un foglio di cartoncino, one shot, non avrei avuto il tempo di fare altri tentativi. Entrai in classe prima del suono della campanella e ci diedi dentro, la Prof di educazione artistica sarebbe arrivata da lì a qualche minuto. Mischiavo colori, passando da un pastello a un’imprecazione con disinvoltura e senza un piano preciso. Poi, troppo presto, arrivò il suono della campanella e la professoressa entrò in aula, io non avevo terminato, ero sudato, sfinito, tutti i miei compagni di classe misero i loro disegni sul banco e la professoressa li passò in rassegna. Stavo a testa bassa e con gli occhi quasi chiusi, percepii che si era fermata davanti a me e la sentii sussurrare “Oh mio Dio!”. Mi aspettavo una ramanzina e le risate dei miei compagni, invece la professoressa continuò: “Questo lavoro pulsa di vita pur rappresentando la morte”, io rimasi interdetto ma lei continuò e disse una cosa tipo: “ragazzi, riuscite a scorgere la plasticità di questi colori, il loro fondersi e diventare materia, i rimandi fiamminghi e l’immediatezza Fauves? Emiliano – mi disse elettrizzata – mi sa che abbiamo un vincitore del concorso annuale, firma la tua opera perché questa andrà incorniciata e appesa all’ingresso della scuola insieme alle altre opere più importanti nella storia della Elio Vittorini.” Tornai a casa euforico, c’erano anche i miei nonni, raccontai tutto quello che era successo, gli dissi di come mi ero sentito perduto e di quella foglia trovata per caso nel deserto di cemento di via Polibio, della passione che avevo messo su quel foglio e di come la professoressa era rimasta impressionata tanto da chiedermi di fare incorniciare l’opera per poterla esporre a scuola, in aeternum. Ascoltarono in silenzio la mia storia, quasi increduli ma curiosi di ammirare il mio disegno. Con orgoglio, tirai fuori dallo zaino il capolavoro e tutti si misero a ridere.

Buon Compleanno

Mi ricordo che un momento prima sonnecchiavo sul divano mentre la mamma guardava uno dopo l’altro, gli episodi di The Good Fight, che è una serie legal, spin-off di The Good Wife e un attimo dopo scendevo di corsa le scale trascinando un trolley e un borsone con una targhetta a forma di orsetto con il tuo nome. Era notte fonda e non abbiamo incontrato anima viva, le strade erano deserte, a un certo punto è partita New York I Love You But You’re Bringing Me Down di LCD Soundsystem, il tempo si è sospeso e ho avuto la sensazione di raggiungere Catania in un attimo. Durante il tragitto non facevo altro che chiedere a tua mamma: “quante sono?”, “ogni quanto?”, “sono forti?”, “come ti senti?”, ed a cercare di rassicurarla: “stiamo arrivando”, le ho detto, che non avevamo nemmeno imboccato il ponte umbertino per uscire da Ortigia. 

Io mi aspettavo di trovare il pronto soccorso ostetrico pieno di gente, famiglie catanesi, parenti altrui intenti a fumare, bere caffè, buttare voci e scrivere sui muri cose tipo: “oggi è nato Bred quattru chili e quattru u masculuni i papà” oppure “Sant’Agata ci ha fatto la grazia 3700 chili di amore benvenuta principessa Sharon Graziella Agatina Carnemolla”, insomma, ero preparato al peggio invece, con mio sommo stupore, non c’era nessuno. la mamma ha citofonato e l’hanno fatta entrare, io sono rimasto fuori, in una sala d’attesa vuota. Le cose sono andate per le lunghe, la mamma aveva le contrazioni ma non abbastanza frequenti e probabilmente, se fossimo stati di Catania o ci fossero state più persone in attesa ci avrebbero mandato a casa, ma non l’hanno fatto. La mamma è uscita per dirmelo, abbiamo concordato sul fatto che chiamare i nonni e farli correre in ospedale alle quattro di notte sarebbe stato superfluo, del resto, ci sarebbe voluto ancora molto tempo, ci siamo dati un bacio e poi lei è rientrata e io sono rimasto a guardia di quella porta in quella sala d’attesa vuota e anche se i dottori dicevano che ci sarebbero volute ore e mi consigliavano di andare in macchina a riposare, io da lì, non me ne sarei andato mai. Ho messo gli auricolari e iniziato ad ascoltare una selezioni di canzoni che stavo preparando per te, ho pensato ad una moltitudine di cose, alla mamma, a mia nonna Michela, a una lettera che mi scrisse mio padre per il mio primo compleanno fuori di casa, a quando suonavo ed a tutte le gioie, i dolori, le soddisfazioni e le cadute di una vita, poi è sorto il sole. Tua mamma era ancora attaccata al tracciato e allora, mi sono preso il permesso di andare a cercare un distributore automatico di caffè, ne ho bevuti due di seguito, preso una bottiglietta d’acqua e sono tornato di guardia.

In un modo o nell’altro le ore sonno passate, sono arrivati i nonni e ci siamo tenuti compagnia, ogni tanto la mamma scriveva e ci aggiornava sulla situazione. La sala d’attesa non era più vuota, c’erano un signore cingalese con due bambini piccoli ed educatissimi; un ragazzo molto giovane insieme alla suocera che avrà avuto la mia età e una signora col marito che aveva accompagnato la figlia. Poi il sole è tramontato e si è fatta sera ed è uscita un’infermiera che mi ha detto che c’eravamo e che se volevo assistere al parto dovevo indossare camice e calzari. Mi sono precipitato dentro e ho visto la mamma, stanchissima ma determinata come solo lei riesce ad essere. Mi sono piazzato accanto, quasi di trequarti e ho fatto quello che la stragrande maggioranza dei padri fa durante un parto: niente. Avrei voluto fare come nei film, tenerle la mano e dirle parole incoraggianti forse l’ho fatto, questo non me lo ricordo, l’ostetrica aveva tutto sotto controllo e la mamma era concentrata come non l’avevo mai vista nemmeno sotto scadenza di qualche causa milionaria.  

Poi è stato tutto un rincorrersi di immagini indelebili ma scollegate tra loro, come se fossero state montate da un regista pretenzioso, ci sono flashback, digressioni, fast forward e cose così, fino a quando sei arrivata tu ed eri esattamente come ti avevo immaginata, avevi lo stesso profilo di una delle prime ecografie che avevamo fatto, l’unica che avevo fotografato e che tenevo nel telefono. Ma la cosa che mi ha colpito di più sono state le tue mani, con le dita così affusolate, minuscole e perfette. Sei stata per qualche minuto abbracciata alla mamma e poi ti hanno portato via per adagiarti in una specie di scaldavivande, che mi ricordava quegli aggeggi delle colazioni degli alberghi dove tu inserisci la fetta di pane e il nastro inizia a girare e ti consegna il prodotto mediamente tostato e tu sei costretto a prendere la fetta e a farle fare un altro giro mentre, dietro di te, si forma la coda di persone impazienti. Io ti ho seguita e ho assistito impotente mentre una dottoressa arrivata dal nulla, ti bucava il tallone per lo screening neonatale e poi ho risposto a una specie di questionario:

– Nome?

– Emiliano

– Non il suo, quello della neonata.

– Mi scusi, Bruna.

– Padre?

– Io 

Insomma, cose così, al limite del surreale e tua mamma, dalla sala operatoria, mentre le davano dei punti, rispondeva correttamente, ad alta voce. Questa è materia sua, io la conosco, le sarà venuto in mente qualche codicillo o un precedente in una sentenza che avrà letto per caso e avrà pensato: metti che questi per un errore nelle risposte mi levano la bambina. 

Non è successo e dopo qualche giorno siamo tornati a casa ed eravamo in tre. Abbiamo iniziato a conoscerci e scoprirci, giorno dopo giorno e anche se questo è stato un anno complicato per tutti, con la gente chiusa in casa, le paure, le sofferenze e la socialità ridotta ai minimi termini, a me non è pesato, perchè stare con te e la mamma, osservare i tuoi progressi, scoprire la tua personalità in divenire è stato meraviglioso. Mi sarebbe piaciuto portarti in giro, viaggiare, frequentare i nostri amici che praticamente nemmeno ti conoscono, ma lo faremo, non ti preoccupare, nella vita bisogna anche saper aspettare.  

Sono quasi le sette e tra poco vi sveglierete e io non voglio perdermi nemmeno un minuto di questo giornata. Ti auguro di avere sempre la vitalità e la curiosità di questo primo anno insieme e che possa essere felice, anzi, come dice la nonna Teresa, che tu possa impegnarti ad essere felice. Non sarà sempre facile, dovrai dedicarti tanto e imparare a vivere le emozioni, belle o brutte che siano, nella giusta misura. La vita è un viaggio – e anche se questa è una metafora abusata – io ti auguro lo stesso di esplorare e di scoprire sempre posti nuovi, in giro per il mondo, in un libro, una canzone, una persona o una passione. Io e tua mamma, finché potremo, saremo sempre pronti a sostenerti, a darti consigli non richiesti, moniti, rimproveri e tutto il corollario di avvertimenti che ti faranno imbestialire. Così vanno le cose, ma per questo c’è ancora tempo.

Ecco, ti sei svegliata, sei in piedi dentro la culla e sorridi, hai sempre sorriso, la mamma ti sta cantando “Perchè è una brava ragazza” ma tu hai già adocchiato il computer e stai dicendo “Babran, ba ba ba”, è un segnale inequivocabile, chissà da dove nasce questa tua passione per i Beach Boys. Le note di Barbara Ann hanno riempito la stanza e stiamo tutti cantando e ballando in pigiama.

Buon Compleanno amore mio

Il tuo papà

Amori mormoni

Durante una di quelle estati in cui si è troppo piccoli per andare in vacanza da soli e troppo grandi per non pensare continuamente di voler essere altrove, mi aggiravo smangiucchiando una mela Golden nei pressi di un campo da basket improvvisato in un campeggio di qualche paese sperduto della Bretagna. Avevo appena finito di cenare con i miei genitori e insieme a me c’erano i due figli della coppia di amici dei miei con cui eravamo partiti in vacanza. Su questo spiazzo, un gruppo di ragazzi americani nostri coetanei, aveva posizionato uno sopra l’altro due grandi bidoni della spazzatura a simulare un canestro. I ragazzi erano mormoni, figli di un paio di famiglie con prole numerosissima. Avevano noleggiato dei motorhome giganteschi con la moquette a pelo alto al pavimento e si erano piazzati nelle piazzole difronte a noi. Nel gruppo di giocatori c’erano anche delle ragazze, alcune erano in squadra, altre facevano il tifo, ma in maniera molto composta. Un paio le avevamo incontrate la mattina in piscina, una era davvero bellissima nel suo costume intero, aveva gli occhi nocciola e ci eravamo scambiati degli sguardi e dei timidi sorrisi. Quella sera, su quel campo da basket, portava i capelli castani raccolti sulla nuca con delle ciocche che le scendevano sul viso. Avremmo avuto al massimo 14 anni e con un inglese scolastico e titubante chiedemmo di poter giocare con loro. Ci risposero di no, senza tanti giri di parole, niente di razziale, almeno credo, nessun italiani, pizza, mafia, mandolino, semplicemente non avevano alcuna intenzione di fare la nostra conoscenza e poi, non ci ritenevano all’altezza di competere con loro. Solo la ragazza bella provò a far cambiare idea al fratello maggiore, ma non ci fu niente da fare anzi, il suo intervento fece innervosire il gruppo che ci fece capire che da lì dovevamo andar via, che dovevamo spostarci di lato perché la partita doveva riprendere immantinente. Incrociai lo sguardo della ragazza, sembrava dispiaciuta e lo ero anch’io, per me giocare sarebbe stata la scusa per conoscerla e chissà, magari, come nei film, poteva scapparci un bacio, invece niente. Delusi, ci spostammo sul lato del campo per permettere la ripresa del gioco. Ero appoggiato ad un lampione, finivo di mangiare la mia mela golden e fingevo distacco e disinteresse. All’improvviso la palla stoppata con foga da uno dei giocatori, rimbalzò verso di me. Fu una cosa naturale e sorprendente: l’addomesticai di petto, me la alzai con il sinistro e feci partire un pallonetto di destro che si andò a infilare nel canestro. I miei amici esplosero in un boato da stadio, i mormori erano increduli e sbalorditi, forse non avevano mai visto qualcuno calciare un pallone, la ragazza bella mi guardava ammirata. Io tremavo dall’emozione ma non volevo darlo a vedere, diedi l’ultimo morso alla mela, la gettai nel cestino attaccato al lampione, mi girai verso i miei amici e con finta sufficienza dissi: “andiamo”. Con la coda dell’occhio vedevo la ragazza bella che mi seguiva con lo sguardo, adorante. È fatta! – pensavo tra me e me mentre mi dirigevo verso il camper dei miei – domani mattina in piscina farò un ingresso trionfale, e lei sarà lì ad aspettarmi e finalmente potremo vivere un’intensa e travolgente storia d’amore e poi tornerò a Siracusa e lo racconterò a tutti e poi ci scriveremo e io andrò in America da lei e lei verrà da me e io avrò già il motorino e insieme andremo a mare al Plemmirio e la sera la porterò al Troubadour a mangiare il Ghiottone e bere la Du Demon o un calice di Lancers rosè. Il giorno dopo, mi svegliai presto, non stavo nella pelle, volevo godermi il trionfo, uscii dal camper per fare colazione e per vedere se riuscivo a sbirciarla ma rimasi basito: davanti a me il vuoto, le piazzole deserte, i camper con il pavimento di pelo lungo erano spariti, portandosi via l’unico possibile grande amore mormone della mia vita. 

Affari di famiglia

L’ho capito immediatamente che se ne era andato quando ho letto un post che diceva: “era meglio Roger Moore”. No, no sono affatto d’accordo, per me, in quella parte, Sean Connery era impareggiabile e “Thunderball” e “Goldfinger” restano ad oggi i film di 007 più completi. Certo, Pierce Brosnan era un gran fico e Daniel Craig ha svecchiato il personaggio con dei risvolti inediti, ma i completi su misura e l’Aston Martin coupé celebrata anche da Spielberg in “Prova Prendermi” non sarebbero stati così iconici se a indossarli o a guidarla fosse stato un altro. 

Di film Connery ne ha girati tanti nella sua carriera, non tutti leggendari, questo è vero, tanto che alcuni critici, in passato, hanno messo in discussione il suo talento e ci può anche stare, quello che non può essere negato invece è il suo essere stato un grande personaggio. Come un buon vino, invecchiando è migliorato e il tempo che passava, le rughe che gli scavavano il viso, i capelli e la barba bianca, lo hanno trasformato e reso più versatile e completo. Nella sua lunghissima filmografia, a parte i film di 007 – tralasciando quell’apocrifo “Mai dire Mai” dove a diciassette anni di distanza vestiva di nuovo i panni di un imbolsito James Bond –  e “1885 la prima grande rapina al treno”, al fianco di quel geniaccio folle di Donald Sutherland, i film migliori per me si concentrano nella seconda metà degli anni ’80. Non so se si tratti di una coincidenza o dipenda dal fatto che in quegli anni si completa la mia passione per il cinema  e che li abbia rivisti decine e decine di volte, comunque, in ordine di uscita le sue interpretazioni imprescindibili sono: lo spadaccino Ramirez mentore di Highlander; Frate Guglielmo da Baskerville (Il nome della rosa); Jimmy Malone, il vecchio poliziotto incorruttibile (Gli Intoccabili); Henry Jones Sr, il padre Indiana Jones (Indiana Jones e l’ultima crociata) e Jessie Mcmullen l’anziano ladro di “Sono affari di famiglia” un film così massacrato dalla critica che penso sia piaciuto solo a me e al regista Sidney Lumet. 

La notizia della sua morte, immagino serena, a 90 anni, mentre dormiva nel letto di casa, mi ha turbato. Ho pensato a mia mamma che è stata una sua grande ammiratrice ed a una storia che francamente non so se mi sia stata raccontata veramente o sia il frutto della mia immaginazione, anche perché, se ci ripenso, trovo molto improbabile che nel 1966, a nemmeno 15 anni, mia mamma, in gita a Londra con suo papà e le famiglie degli altri operai dell’Enel, in uno di quei viaggi aziendali che erano delle vere e proprie epopee ferroviarie, lasciò il gruppo e insieme e ad un’altra ragazza, si avventurò da sola per le strade della metropoli inglese fino a raggiungere la casa di Sean Connery, bussò alla porta chiedendo di lui e una governante antipatica le disse che no, Sean era via chissà dove a girare un film. C’è un aspetto sfuggente e allo stesso tempo molto profondo che è difficile da spiegare, è come un filo invisibile che unisce dei punti, spazio, tempo e figure a cui sono legato più di quanto voglia ammettere. Sean Connery era una di queste, ma potrebbero essere George Harrison, Immanuel Kant, Michele Alboreto, Eric Hobbsbawm, Bud Powell, Gabriel Garcia Marquez o Paulo Roberto Falcao, solo per citarne alcuni. É un legame per osmosi, un legame che ha a che fare con quella grande e variegata cultura condivisa di una famiglia. Ogni famiglia ha la propria e dentro ci sono anche canzoni, film, battute, romanzi e aneddoti ripetuti allo sfinimento. Il quest’ottica, per me, Sean Connery non era semplicemente Sean Connery, ma molto di più: è mia mamma bambina che chiede al cassiere del cinema di poter entrare in sala per parlare urgentemente con suo padre, ma è solo una scusa per vedere un pezzo di film perché suo padre non è lì ma a lavoro, è Paul Simon che canta Graceland dall’autoradio Blaupunkt del camper, sono i dialoghi surreali dei film riportati nella vita reale, andare in bici con Fausto il pomeriggio dopo la scuola, il tuffo in piscina dopo il trionfo del Settebello a Barcellona ’92, è tempo che passa e un tassello che salta e quando uno si ferma a pensarci e si guarda indietro, inevitabilmente si ritrova gli occhi pieni di lacrime.