Happy Hour

Peppere il fine settimana lo trovavi al Mutenye, in via del Pratello e io proprio con Peppere volevo parlare perché era l’unico che mi capiva e che mi stava ad ascoltare. Bevevamo birra e ci raccontavamo le cose. Lui sapeva tutto perché lo avevo sempre aggiornato, passo dopo passo, emozione dopo emozione. Questa storia era diventata quasi di dominio pubblico, perché io ero proprio preso e sinceramente, non è che fossi uno sfigato, anzi.

Certo, ero fuori corso all’università – al Dams per giunta – però suonavo il basso in una band indierock abbastanza quotata in città, provavo a fare l’autore, conducevo due programmi radiofonici e vivevo da solo in un monolocale in centro, insomma, non mi potevo lamentare.

Raccontai a Peppere le ultime novità e di quel numero di telefono (numero – spazio – numero – spazio – numero) scritto al posto dell’oggetto di una mail vuota che avevo ricevuto nel pomeriggio. Peppere non ebbe nemmeno un dubbio e mi disse: “Emi, chiama.”.

Trangugiai la mia Augustiner Bräustuben in un sorso, mi feci coraggio e composi il numero sulla tastiera del mio Philips Genie. Dall’altra parte il telefono suonava a vuoto: uno, due, tre, quattro squilli, persi il conto, stavo per mettere giù, ma lei alzò la cornetta e iniziò a suonare Gymnopedie n.1 di Erik Satie e per me fu come essere sparato in orbita. Ero un romantico, lo ammetto, farcito di romanzi di Dostoevskij e di John Fante, sonate di Beethoven e sinfonie mahleriane e la semplicità di quelle settime maggiori, l’ingenuità di quelle dissonanze e quel lento incedere in ¾ mi sconvolse. Ero felicissimo. Certo, lei viveva a 800 km di distanza, ma lì, in quel vicolo buio e puzzolente di piscio, tra il Mutenye e il carcere minorile, per la prima volta capii quanto era ingiusta la vita e come dovevano sentirsi quei giovani detenuti che avevano le celle che affacciavano sulla strada del divertimento, dei sogni e della perdizione bolognese.

Tutto nacque perché mi ero trovato impelagato in una polemica sulle pagine di un noto settimanale musicale, avevo letto qualcosa che non condividevo per niente e decisi di rispondere con una lettera piena di vibrante indignazione. La lettera fu pubblicata sul numero successivo della rivista e nei giorni seguenti cominciai a ricevere una serie di e-mail da persone che commentavano quello che avevo scritto. Fra queste c’era la sua. Non ricordo cosa scrisse e non ricordo cosa le risposi ma da quel momento cominciammo a scriverci con regolarità: prima ogni tre o quattro giorni, poi quotidianamente, poi più volte al giorno. Parlavamo di musica, arte, letteratura, amicizia, amore, di noi, di quello che facevamo, di quello che avremmo voluto fare. Lei mi mandò le sue fotografie, io le mie, con posta tradizionale ci inviammo i cd con le nostre canzoni, i provini, i demo tape. Ci scambiavamo consigli e suggerimenti, lei mi correggeva la forma di alcuni testi in inglese, io le suggerivo il nome per un progetto di bossa nova che stava mettendo su per l’estate: “Orly!” le dissi, l’aeroporto parigino che negli anni ‘60/’70 fu lo scalo degli esiliati brasiliani dal regime dei generali. Samba de Orly, tra l’altro, era un pezzo di Toquino, Chico Buarque e Vinicius de Moraes il poeta, quello di “la vita è l’arte dell’incontro”, che all’epoca era una frase a cui attribuivo una moltitudine di significati.

Furono dei mesi intensi e sconclusionati che andarono ad intaccare la mia vita per come era stata fino ad allora. Dopo le prove con la band, per esempio, non mi fermavo più a cazzeggiare coi ragazzi ma tornavo subito a casa. Stessa cosa in radio, finivo il programma e scappavo via per poterla chiamare o per essere chiamato. Avevo anche un paio di flirt – mia nonna avrebbe detto “delle simpatie” – che cominciai a trascurare malamente. All’università poi, figuriamoci, andavo solo per i pochi esami rimasti. L’unica cosa a cui non rinunciavo era la saggezza di Peppere e le birre bavaresi del Mutenye.

Peppere cercava di farmi ragionare, capiva quello che provavo, ma sosteneva che questa storia, in queste condizioni, con questi ritmi, non poteva durare, non aveva senso. O decidevamo di vederci nell’arco di dieci giorni o era meglio chiuderla lì. Io ero d’accordo. Questa consapevolezza però mi scombussolava. Presi tempo ancora qualche giorno, poi, la invitai al concerto di Joseph Arthur a Modena.  La radio dove lavoravo mi permetteva di avere accrediti e biglietti gratis e io ne approfittavo più che potevo. Joseph Arthur poi era uno dei miei cantautori americani preferiti ed era appena uscito il suo nuovo album che conteneva una canzone, Honey and the Moon, che sembrava scritta per me. Lei all’inizio era entusiasta, poi mi comunicò che non sarebbe venuta, che non se la sentiva. Ci rimasi malissimo anche perché il concerto fu straordinario e molto intimo perché Joseph Arthur non lo conosceva nessuno e in sala saremo stati una trentina di spettatori al massimo.

A poco a poco i nostri contatti telefonici si diradarono, entrambi avevamo ripreso a fare quello che facevamo prima di monopolizzarci a vicenda. Ci sentivamo ancora, una volta al giorno, ci raccontavamo le nostre rispettive giornate ma come in una routine, senza il trasporto di prima. Entrambi eravamo come in attesa che uno dei due trovasse il coraggio di troncare definitivamente. Poi un giorno chiamai e lei non rispose, riprovai dopo qualche ora ma niente, squillava a vuoto, poi ancora e ancora, zero, tentai la sera, ma senza successo. Passai una notte agitata. “Ma come? – mi ripetevo – ma si fa così? Ma nemmeno una parola d’addio?”. Sì, con il senno di poi, era l’unica cosa da fare ma in quel momento non riuscivo ad accettarlo. La mattina seguente raccolsi tutte le sue cose: i regali, i dischi, i biglietti e andai alla Posta di piazza Minghetti, feci un pacco celere e le rimandai tutto indietro. Corsi da Peppere, era al Mutenye, parlava con Sante, il proprietario, lo tirai via e ci sedemmo nello stesso tavolino dove qualche mese prima tutto era cominciato.

Gli spiegai come mi sentivo, come sollievo e angoscia si scontrassero dentro di me e di come l’angoscia stava vincendo a mani basse. Gli raccontai del gesto sconclusionato e infantile di rispedirle tutto indietro e gli confidai che prima di farlo, avevo masterizzato una copia del cd con i suoi pezzi. Peppere mi ascoltò senza battere ciglio. Poi mi disse: “Lo sapevi che sarebbe andata a finire così.”.

“Certo – gli risposi – ma è stato comunque terribile.”.

“Tutte le cose belle finiscono prima o poi, dai retta a me, l’importante è esserci e viversele nel presente…”.

“Ma… mi parafrasi Biagio Antonacci?”.

“No, scusa, è che mi sono distratto perché sono quasi le 21:00 e sta finendo l’happy hour. Te la bevi un’altra?”.

“Sì, assolutamente.”.

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