Un sacco di tempo

Quindici anni sono tanti, un sacco di tempo. Certamente ero una persona diversa: altri interessi, altre aspirazioni, altre città. La musica occupava il novanta per cento della mia esistenza e scandiva inesorabilmente la mia vita, per cui me lo ricordo bene quando nell’inverno del 2004, a Radio Fujiko, Bologna, arrivò in redazione il pacco della Self. Dentro c’era lui: Funeral, il primo, immenso album degli Arcade Fire. L’avevamo ordinato perché di loro si parlava con sempre più insistenza come della punta di diamante della nuova scena canadese che in quel periodo sfornava band validissime come gli Stars e i Broken Social Scene e i New Pornographers. Era vero, l’album era strepitoso e lo è ancora, nel tempo, non ha perso smalto.

Sebbene gli Arcade Fire fossero parecchio distanti dall’indie rock sgangherato che ascoltavo all’epoca, era impossibile non rendersi conto che dietro quella cassa in quattro si nascondevano paesaggi sonori e scelte timbriche notevolissime. Neighborhood#1 (Tunnels), la prima traccia dell’album, racchiudeva già in potenza – con quel suo incedere cadenzato, il crescendo da antologia e quel leitmotiv melodico che torna di volta in volta affidato a chitarre, violini e voci – forza creativa e spiccate capacità comunicative.

Fu amore a primo ascolto: la loro musica ancora oggi, continua ad accompagnarmi e a suscitare sentimenti e sensazioni sempre più mature e complesse. Del resto, gli Arcade Fire sono stati molto affidabili e a parte qualche sbavatura, hanno continuato a sfornare uno dopo l’altro degli album tra l’eccezionale e il molto buono (Neon Bible, The Suburbs, Reflektor, Everything Now).

Dal vivo poi sono una forza della natura: dall’intimità di Piazza Castello a Ferrara alla magnificenza del Barcleys Center di Brooklyn, fino all’atmosfera rarefatta del concerto nel bosco del Kindl-Bühne Wuhlheide di Berlino, ogni volta che ho avuto il piacere di vederli live, ho assistito a qualcosa di unico e indimenticabile.

Il tempo è passato inesorabilmente, nel 2004 avevo 27 anni, tante idee confuse e bellissime per la testa, suonavo il basso in giro per l’Italia, conducevo un programma radiofonico. Oggi la prospettiva è cambiata, certo, non ci sarà più la radio, non ci saranno le tournée in giro per l’Italia, ma per dinci, si potrà continuare a cantare Wake Up a squarciagola e sentirsi in pace con il mondo.

 

Happy Hour

Peppere il fine settimana lo trovavi al Mutenye, in via del Pratello e io proprio con Peppere volevo parlare perché era l’unico che mi capiva e che mi stava ad ascoltare. Bevevamo birra e ci raccontavamo le cose. Lui sapeva tutto perché lo avevo sempre aggiornato, passo dopo passo, emozione dopo emozione. Questa storia era diventata quasi di dominio pubblico, perché io ero proprio preso e sinceramente, non è che fossi uno sfigato, anzi.

Certo, ero fuori corso all’università – al Dams per giunta – però suonavo il basso in una band indierock abbastanza quotata in città, provavo a fare l’autore, conducevo due programmi radiofonici e vivevo da solo in un monolocale in centro, insomma, non mi potevo lamentare.

Raccontai a Peppere le ultime novità e di quel numero di telefono (numero – spazio – numero – spazio – numero) scritto al posto dell’oggetto di una mail vuota che avevo ricevuto nel pomeriggio. Peppere non ebbe nemmeno un dubbio e mi disse: “Emi, chiama.”.

Trangugiai la mia Augustiner Bräustuben in un sorso, mi feci coraggio e composi il numero sulla tastiera del mio Philips Genie. Dall’altra parte il telefono suonava a vuoto: uno, due, tre, quattro squilli, persi il conto, stavo per mettere giù, ma lei alzò la cornetta e iniziò a suonare Gymnopedie n.1 di Erik Satie e per me fu come essere sparato in orbita. Ero un romantico, lo ammetto, farcito di romanzi di Dostoevskij e di John Fante, sonate di Beethoven e sinfonie mahleriane e la semplicità di quelle settime maggiori, l’ingenuità di quelle dissonanze e quel lento incedere in ¾ mi sconvolse. Ero felicissimo. Certo, lei viveva a 800 km di distanza, ma lì, in quel vicolo buio e puzzolente di piscio, tra il Mutenye e il carcere minorile, per la prima volta capii quanto era ingiusta la vita e come dovevano sentirsi quei giovani detenuti che avevano le celle che affacciavano sulla strada del divertimento, dei sogni e della perdizione bolognese.

Tutto nacque perché mi ero trovato impelagato in una polemica sulle pagine di un noto settimanale musicale, avevo letto qualcosa che non condividevo per niente e decisi di rispondere con una lettera piena di vibrante indignazione. La lettera fu pubblicata sul numero successivo della rivista e nei giorni seguenti cominciai a ricevere una serie di e-mail da persone che commentavano quello che avevo scritto. Fra queste c’era la sua. Non ricordo cosa scrisse e non ricordo cosa le risposi ma da quel momento cominciammo a scriverci con regolarità: prima ogni tre o quattro giorni, poi quotidianamente, poi più volte al giorno. Parlavamo di musica, arte, letteratura, amicizia, amore, di noi, di quello che facevamo, di quello che avremmo voluto fare. Lei mi mandò le sue fotografie, io le mie, con posta tradizionale ci inviammo i cd con le nostre canzoni, i provini, i demo tape. Ci scambiavamo consigli e suggerimenti, lei mi correggeva la forma di alcuni testi in inglese, io le suggerivo il nome per un progetto di bossa nova che stava mettendo su per l’estate: “Orly!” le dissi, l’aeroporto parigino che negli anni ‘60/’70 fu lo scalo degli esiliati brasiliani dal regime dei generali. Samba de Orly, tra l’altro, era un pezzo di Toquino, Chico Buarque e Vinicius de Moraes il poeta, quello di “la vita è l’arte dell’incontro”, che all’epoca era una frase a cui attribuivo una moltitudine di significati.

Furono dei mesi intensi e sconclusionati che andarono ad intaccare la mia vita per come era stata fino ad allora. Dopo le prove con la band, per esempio, non mi fermavo più a cazzeggiare coi ragazzi ma tornavo subito a casa. Stessa cosa in radio, finivo il programma e scappavo via per poterla chiamare o per essere chiamato. Avevo anche un paio di flirt – mia nonna avrebbe detto “delle simpatie” – che cominciai a trascurare malamente. All’università poi, figuriamoci, andavo solo per i pochi esami rimasti. L’unica cosa a cui non rinunciavo era la saggezza di Peppere e le birre bavaresi del Mutenye.

Peppere cercava di farmi ragionare, capiva quello che provavo, ma sosteneva che questa storia, in queste condizioni, con questi ritmi, non poteva durare, non aveva senso. O decidevamo di vederci nell’arco di dieci giorni o era meglio chiuderla lì. Io ero d’accordo. Questa consapevolezza però mi scombussolava. Presi tempo ancora qualche giorno, poi, la invitai al concerto di Joseph Arthur a Modena.  La radio dove lavoravo mi permetteva di avere accrediti e biglietti gratis e io ne approfittavo più che potevo. Joseph Arthur poi era uno dei miei cantautori americani preferiti ed era appena uscito il suo nuovo album che conteneva una canzone, Honey and the Moon, che sembrava scritta per me. Lei all’inizio era entusiasta, poi mi comunicò che non sarebbe venuta, che non se la sentiva. Ci rimasi malissimo anche perché il concerto fu straordinario e molto intimo perché Joseph Arthur non lo conosceva nessuno e in sala saremo stati una trentina di spettatori al massimo.

A poco a poco i nostri contatti telefonici si diradarono, entrambi avevamo ripreso a fare quello che facevamo prima di monopolizzarci a vicenda. Ci sentivamo ancora, una volta al giorno, ci raccontavamo le nostre rispettive giornate ma come in una routine, senza il trasporto di prima. Entrambi eravamo come in attesa che uno dei due trovasse il coraggio di troncare definitivamente. Poi un giorno chiamai e lei non rispose, riprovai dopo qualche ora ma niente, squillava a vuoto, poi ancora e ancora, zero, tentai la sera, ma senza successo. Passai una notte agitata. “Ma come? – mi ripetevo – ma si fa così? Ma nemmeno una parola d’addio?”. Sì, con il senno di poi, era l’unica cosa da fare ma in quel momento non riuscivo ad accettarlo. La mattina seguente raccolsi tutte le sue cose: i regali, i dischi, i biglietti e andai alla Posta di piazza Minghetti, feci un pacco celere e le rimandai tutto indietro. Corsi da Peppere, era al Mutenye, parlava con Sante, il proprietario, lo tirai via e ci sedemmo nello stesso tavolino dove qualche mese prima tutto era cominciato.

Gli spiegai come mi sentivo, come sollievo e angoscia si scontrassero dentro di me e di come l’angoscia stava vincendo a mani basse. Gli raccontai del gesto sconclusionato e infantile di rispedirle tutto indietro e gli confidai che prima di farlo, avevo masterizzato una copia del cd con i suoi pezzi. Peppere mi ascoltò senza battere ciglio. Poi mi disse: “Lo sapevi che sarebbe andata a finire così.”.

“Certo – gli risposi – ma è stato comunque terribile.”.

“Tutte le cose belle finiscono prima o poi, dai retta a me, l’importante è esserci e viversele nel presente…”.

“Ma… mi parafrasi Biagio Antonacci?”.

“No, scusa, è che mi sono distratto perché sono quasi le 21:00 e sta finendo l’happy hour. Te la bevi un’altra?”.

“Sì, assolutamente.”.

My Ideal Crash

Ne scrivo adesso perché se poi sarà una delusione, so già che per quello che mi hanno dato in passato e per quanto gli sono ancora riconoscente, non riuscirei a parlarne male. Non l’ho fatto con la reuinion dei Pixies, non l’ho fatto coi Pavement e non lo potrei fare per il tour del ventesimo anniversario di The Ideal Crash, il capolavoro dei dEUS, che si esibiranno stasera a Berlino. I dEUS sono stati una delle mie band preferite, il nostro incontro – ma forse sarebbe meglio dire scontro – risale al 1994: io ero un po’ prevenuto e invece mi piacquero subito, al primo ascolto e tra noi nacque un’intensa storia d’amore. Worst Case Scenario, il loro primo album, fu foriero di grandi soddisfazioni: era potente e intimista, sguaiato e dolcissimo, noisy ed essenziale. Era come mi sentivo io a 17 anni. La sintesi di quell’album, sta tutta in un paio di pezzi che continuano a trovare spazio nelle mie playlist digitali: Suds & Soda, schizzata e impertinente e Hotellounge, inesorabile, profonda e confidenziale.

Il loro secondo album, In a Bar under the Sea, non fece altro che alimentare questa passione, ma fu con The Ideal Crash, il loro capolavoro, che la sintonia divenne totale. Ogni traccia di quel disco era intimamente connessa a qualche mia fibra. The Ideal Crash rappresentava un passo in avanti per la poetica della band, era un disco complesso, sofferente, ma anche strafottente e ironico. Un connubio perfetto di musica e testi, una piccola meraviglia che ad ogni ascolto lasciava un senso di inquietudine sotto la pelle. Per dire, con il finale di Instant Street e con la sua chitarra caracollante e debosciata, ci feci la sigla del mio primo programma radiofonico e questo “ideal crash”, questo “scontro ideale”, influenzò anche la composizione di Frank’s Wild Years, uno dei brani dei Mersenne (la band in cui suonavo) a cui sono più legato.

Poi, come accade anche nelle storie d’amore più intense, improvvisamente ci siamo prima allontanati e poi persi e ognuno è andato per la sua strada. Io sono stato attratto da nuovi generi, loro hanno sfornato altri album, discreti, per carità, ma non siamo più riusciti a ricreare quell’armonia che c’era tra noi.

Un paio di volte ci siamo incontrati nel corso di quelle meravigliose Feste dell’Unità che fiorivano in estate, nelle campagne della provincia emiliana – ma non quella maestosa di Bologna, che aveva sempre un cartellone di spettacoli straordinario – parlo di quelle minori, quelle di posti come Crevalcore, Nonantola, Vignola, dove poteva capitare di ascoltare artisti del calibro di Ani Di Franco, Damien Jurado o che so, i Karate.

In queste occasioni però, ognuno di noi e rimasto sulle sue, giusto un cenno, così, da lontano. Del resto, la vita va veloce e ti mette davanti tali e tante cose che inevitabilmente alcune ti sfuggono tra le mani, anche se non vorresti.

Di tempo ne è passato tanto, vent’anni non sono pochi, ma il ricordo di quello che è stato è cristallizzato nelle loro canzoni e nelle sensazioni che mi porto dietro da allora. Stavolta credo il nostro incontro sarà differente dagli ultimi, come se si fosse chiuso un cerchio. Certo, all’inizio sarà un po’ imbarazzante, ma poi, sono sicuro che ci riconosceremo e ci sorrideremo.

 

A Part of the Day

Mi capita quando ascolto musica in modalità random: la canzone parte a tradimento e mi ritrovo catapultato in un altro luogo, in un altro tempo. Mi è successo con A Part of the Day, un pezzo del 2001 di una demo che incidemmo con i Mersenne a Scordia in provincia di Catania. Lì c’era – e credo ci sia ancora – un ottimo studio di registrazione con strumentazione all’avanguardia, personale competente e ottimo rapporto qualità/prezzo se paragonato agli studi equivalenti di Milano o Bologna.

A quel tempo non avevamo i soldi per produrre un album vero e proprio, quindi entravamo in sala, suonavamo dal vivo e il primo take, di solito, era quello buono. Non siamo mai stati una band da sala d’incisione, sebbene tentassimo di comporre canzoni con un minimo di struttura, avevamo un’attitudine punk che faceva dell’immediatezza la nostra migliore qualità.

Certo, eravamo sprovveduti e Leo, per una immotivata paura di essere fregato, si spacciava per uno del posto e continuava a ripetere con marcato accento bolognese “tziamo tutti tzitziliani” a chiunque gli si parasse davanti, però la registrazione di questa demo fu una specie di spartiacque con tutto quello che avevamo fatto prima. A Part of the Day non faceva eccezione anzi, è proprio un brano sui generis, con una lunga intro strumentale, una strofa spezzata e un ponte con batteria, basso e chitarra che si rincorrono e che sembrano andare da nessuna parte. 

Qualche mese dopo, a Bologna, aprimmo un concerto di Eugene Kelly dei The Vaselines. L’ultimo brano della nostra scaletta era proprio A Part of the Day. Durante il cambio palco, mentre eravamo intenti a smontare le nostre cose il più velocemente possibile per permettere ai tecnici di montare l’altro set, Kelly si avvicinò sorridendo e mi disse una cosa tipo: “Your last song rocks!”, o forse era “Your last song sucks!”. Il fatto è che il dj aveva sparato la musica a palla e io da diciotto anni ho ancora sto dubbio.

Sono già azzato

Quando mio papà suonava il sax con i Mammasantissima, c’erano alcune serate in cui mi era concesso andare a sentirli. Sebbene fossi ancora un bambino, il mondo della musica mi affascinava moltissimo, tanto che avrei potuto passare ore ed ore a osservare una prova, un soundcheck, una scaricata di strumenti, a sentire quelle storie. Questa mia propensione all’ascolto e all’osservazione aveva spinto i miei a prendere in considerazione per il mio futuro l’ipotesi di comprare una bottega, una putìa di frutta e verdura o una salumeria alla Borgata, così, una volta cresciuto, avrei potuto sedermi fuori e conversare con i clienti, ascoltare storie e raccontarne altre. Poi cambiarono idea e io mi iscrissi all’università, ma col senno di poi, adesso, quella putìa mi avrebbe fatto comodo. Comunque, proprio in virtù della mia giovane età, le serate dovevano soddisfare alcuni parametri: scuola chiusa il giorno dopo e venue cittadina. Altrimenti, niente. Nelle due ore di musica, cabaret e meraviglioso cazzeggio dei Mammasantissima, oltre alle pubblicità – Mangiate i biscotti della nonna, finché la nonna non si incazza; Valda, la presa della pastiglia – il momento che preferivo era quello della presentazione della band. Non che le presentazioni dei musicisti siano un momento particolarmente emozionante dello spettacolo, anzi, il più delle volte sono una pratica triste e sconfortante. Se mettiamo di lato il jazz e la sua liturgia, a chi può fregare di sapere – se non ai parenti più stretti che li conoscono già – che Carmelo Pappallardo è al basso o Enrico Li Causi alla pianola? Andiamo, siamo seri, a nessuno. E quel tristissimo: e io sono Mario, alla voce. Proferito con imbarazzo e la sala già mezza vuota. Lasciamo stare, per favore.

La presentazione dei Mammasantissima invece era irresistibile e sempre uguale a se stessa, come il repertorio che fu la loro fortuna e sventura. Ma questo è un altro discorso.  A un certo punto, uno dei leader della band (Enzo, Massimo o Bruno), diceva con decisione: alla batteria, Turuzzo Filippino. Ora, va detto che Turuzzo è stato un batterista eccezionale: uomo di media statura, aveva iniziato da piccolo, in un circo rivista e poi non aveva più smesso di suonare quei tamburi. Oggi riascoltando alcune registrazioni di allora, si nota subito una propensione naturale per i tempi dispari – forse dovuta alla fatalità di un braccio leggermente più corto dell’altro – e un’estrema sensibilità di tocco. Azzardando un paragone, lo accosterei ad Agostino Marangolo.

Alla batteria, Turuzzo Filippino. Dal fondo del palcoscenico Turuzzo partiva con un tempo incalzante in 2/4, tutto cassa, rullo e charleston aperto.

Aspetta un momento – lo interrompevano gli altri – saluta il pubblico. Azzati Turuzzo, azzati.

Al che Turuzzo rispondeva candidamente: ma sono già azzato!

Ah, è già azzato e già azzato – facevano eco gli altri.

Il pubblico scoppiava in una risata fragorosa, Turuzzo, contava ad alta voce: uan, tu, tri, fox e con una rullata in paradiddle (che poi i Blonde Redhead hanno ripreso identica per l’intro di Maddeing Cloud), riprendeva il 2/4 di prima e uno dopo l’altro entravano in crescendo tutti gli strumenti e anche se ero un bambino e l’avevo capito che era una gag che ripetevano in ogni serata, minchia, ma che finale pazzesco era?

 

Ripercussioni

Non siete stanchi di suonare per la dodicesima volta davanti a vostro cugino la cover della Mannoia che non vi viene nemmeno così bene?

Nel tentativo di mediazione tra i diritti all’espressione artistica e alla movida e quelli alla tranquillità e al giusto riposo di chi l’indomani deve andare a lavorare, si tralascia – oltre a regolamenti e leggi (il decibel è unità di misura internazionale tranne a Siracusa) – un elemento fondamentale e per quanto estremamente soggettivo, assai dirimente: ma non è che 9 volte su 10 suonate di merda?

No, perché secondo me, in questa faccenda, l’aspetto qualitativo ha un peso gigantesco. Con tutto il rispetto per chi si guadagna il pane suonando (l’ho fatto per anni), sono convinto che propinare 2 ore di cover arrangiate in maniera discutibile, suonare con le chitarre scordate calanti, montare il piatto china e la doppia cassa per il live in pizzeria, portare avanti il dogma della tonalità originale che tante vittime ha mietuto e tante continua a mietere tra gli spettatori incolpevoli… beh, tutto questo una ripercussione devastante sull’ambiente che ci circonda effettivamente ce l’ha. Qualcuno ci ha pensato?

Cordialità

I Soundgarden in via Iceta

È passato un anno dalla tragica scomparsa di Chris Cornell. Un ricordo sommesso, personalissimo e senza pretese.

Chi oggi ha 40 anni e ha indossato almeno una volta una camicia di flanella, non può che rimanere basito alla notizia della morte di Chris Cornell. Seattle era il centro del mondo e qui, nella provincia babba e senza internet, arrivava l’eco di una scena musicale che stava cambiando il modo di fare musica. Oltre alle canzoni, conoscevamo i personaggi di queste storie, i loro legami, le dispute, le band nate dalle ceneri di altre e tutto ci sembrava molto vicino a quello che vivevamo quotidianamente, nonostante l’enorme distanza che divideva Mar Ionio e Oceano Pacifico. I Soundgarden facevano parte di quel gran calderone della musica grunge, ma a modo loro, senza l’attitudine punk e scazzata dei Nirvana e scostandosi dalla perfezione stilistica dei Pearl Jam. I Soundgarden avevano dalla loro una potenza di suono eccezionale, una predilezione per i tempi dispari che li allontanava dalla tremenda ottusità hard/heavy e una voce unica. Cornell cantava come un pazzo, un urlatore che nemmeno Tony Dallara dei tempi d’oro, e cantava anche cose piuttosto interessanti e convincenti. Ma Cornell era anche capace di grande intimismo e spiccato lirismo, come ci dimostra ancora oggi quel gioiello grezzo dei Temple of the Dog. Era il 1993 e Emanuele Siracusa fu il primo a professarne il verbo e in pochi giorni anche io ero pazzo di Badmotorfinger. Provavamo i pezzi in via Iceta,  cambiavamo tonalità, li riarrangiavamo, ma niente, troppo complicati per suonarli dal vivo come si deve. Nel giro di tre anni arrivarono Superunknown e Down on the Upside: due album mostruosi per quantità e qualità di spunti sonori; due album pieni di canzoni mature e bellissime, canzoni che ho divorato con Stefano Marino nei primi anni di università a Bologna. Poi la band si è sciolta e a guadagnarci sono stati solo i Pearl Jam che hanno preso come batterista Matt Cameron (uno dei migliori batteristi della storia del rock)… ma questa è un’altra storia. Cornell ha continuato da solista e con il progetto Audioslave (con quel genio di Tom Morello alla chitarra) ma non è riuscito ad avvicinarsi nemmeno per sbaglio ai picchi toccati con i Soundgarden che rimarranno, almeno nella mia memoria, una delle cose più potenti di quel meraviglioso periodo di musica e sogni.