My Ideal Crash

Ne scrivo adesso perché se poi sarà una delusione, so già che per quello che mi hanno dato in passato e per quanto gli sono ancora riconoscente, non riuscirei a parlarne male. Non l’ho fatto con la reuinion dei Pixies, non l’ho fatto coi Pavement e non lo potrei fare per il tour del ventesimo anniversario di The Ideal Crash, il capolavoro dei dEUS, che si esibiranno stasera a Berlino. I dEUS sono stati una delle mie band preferite, il nostro incontro – ma forse sarebbe meglio dire scontro – risale al 1994: io ero un po’ prevenuto e invece mi piacquero subito, al primo ascolto e tra noi nacque un’intensa storia d’amore. Worst Case Scenario, il loro primo album, fu foriero di grandi soddisfazioni: era potente e intimista, sguaiato e dolcissimo, noisy ed essenziale. Era come mi sentivo io a 17 anni. La sintesi di quell’album, sta tutta in un paio di pezzi che continuano a trovare spazio nelle mie playlist digitali: Suds & Soda, schizzata e impertinente e Hotellounge, inesorabile, profonda e confidenziale.

Il loro secondo album, In a Bar under the Sea, non fece altro che alimentare questa passione, ma fu con The Ideal Crash, il loro capolavoro, che la sintonia divenne totale. Ogni traccia di quel disco era intimamente connessa a qualche mia fibra. The Ideal Crash rappresentava un passo in avanti per la poetica della band, era un disco complesso, sofferente, ma anche strafottente e ironico. Un connubio perfetto di musica e testi, una piccola meraviglia che ad ogni ascolto lasciava un senso di inquietudine sotto la pelle. Per dire, con il finale di Instant Street e con la sua chitarra caracollante e debosciata, ci feci la sigla del mio primo programma radiofonico e questo “ideal crash”, questo “scontro ideale”, influenzò anche la composizione di Frank’s Wild Years, uno dei brani dei Mersenne (la band in cui suonavo) a cui sono più legato.

Poi, come accade anche nelle storie d’amore più intense, improvvisamente ci siamo prima allontanati e poi persi e ognuno è andato per la sua strada. Io sono stato attratto da nuovi generi, loro hanno sfornato altri album, discreti, per carità, ma non siamo più riusciti a ricreare quell’armonia che c’era tra noi.

Un paio di volte ci siamo incontrati nel corso di quelle meravigliose Feste dell’Unità che fiorivano in estate, nelle campagne della provincia emiliana – ma non quella maestosa di Bologna, che aveva sempre un cartellone di spettacoli straordinario – parlo di quelle minori, quelle di posti come Crevalcore, Nonantola, Vignola, dove poteva capitare di ascoltare artisti del calibro di Ani Di Franco, Damien Jurado o che so, i Karate.

In queste occasioni però, ognuno di noi e rimasto sulle sue, giusto un cenno, così, da lontano. Del resto, la vita va veloce e ti mette davanti tali e tante cose che inevitabilmente alcune ti sfuggono tra le mani, anche se non vorresti.

Di tempo ne è passato tanto, vent’anni non sono pochi, ma il ricordo di quello che è stato è cristallizzato nelle loro canzoni e nelle sensazioni che mi porto dietro da allora. Stavolta credo il nostro incontro sarà differente dagli ultimi, come se si fosse chiuso un cerchio. Certo, all’inizio sarà un po’ imbarazzante, ma poi, sono sicuro che ci riconosceremo e ci sorrideremo.

 

Zombie personali

Dolores O’Riordan è morta ieri a 46 anni, improvvisamente. Non sono mai stato un fan dei Cranberries, li passavo in radio quando richiesti ma non mi hanno mai conquistato del tutto, credo di essere arrivato perfino ad odiare Zombie. Probabilmente perché intorno al ’98 o forse ’99, nel periodo che intercorse tra la fine di una band e la nascita di un’altra, organizzammo a Bologna, con Stefano, una serie di provini nel tentativo di trovare una cantante e un chitarrista. Tutte le ragazze che si presentarono volevano cantare immancabilmente Zombie, tutte le ragazze, immancabilmente la cantavano malissimo senza rendersi conto che, per quanto poggi su una linea vocale elementare, interpretare quella canzone è tutt’altro che facile. Insomma, non trovammo la cantante ma in compenso recuperammo Leo, con cui, oltre ad incidere un paio di dischi presto dimenticati da critica e pubblico, sviluppammo un’amicizia fraterna. Leo non sapeva suonare Zombie e neanche tante altre cose, però aveva una musicalità così ignorante e genuina che fu foriera di grandi soddisfazioni.

Abbandonate le pretese di diventare rock star, cambiata prospettiva e lavoro, nel 2010 mi trovai a fare l’addetto stampa per Heineken Jammin Festival, il mio compito – oltre ovviamente a bere birra – era quello di portare in giro Andrea Scarpa e Fabio

Lovino per un reportage di Vanity Fair e fare in modo che ogni loro richiesta venisse esaudita.

Di quel festival mastodontico, che quell’anno aveva in line up gente tipo Pearl Jam, Ben Harper, Aerosmith, Black Eyed Peas, Massive Attack e Green Day, porto con me ricordi indelebili del gruppo di colleghi fantastici con cui trascorsi quella settimana e alcune piccole suggestioni musicali. Tra queste, del tutto inaspettata, proprio il live dei Cranberries, che mi colpì per pulizia del suono e per intensità che non avrei mai immaginato. La sorpresa fu così grande e la voce della O’Riordan così incisiva, che proprio durante Zombie, girai davanti al palco e scattai questa foto.

 

PS. Qualche giorno prima, ricevetti una email di Stefano: “Io dovrei pubblicare un articolo su Heidegger e Gadamer in inglese nel 2011, e l’ho fatto precedere da una citazione in esergo, un verso di “Present Tense” che mi sembrava appropriato (la gente mette sempre Goethe o Leopardi o Shelley, a me andava di mettere Vedder): se te lo mando in allegato, te la sentiresti di stamparlo e darlo a Vedder? Gli dici che hai un amico ricercatore che considera Vedder degno di essere citato insieme a Heidegger e Gadamer. se ti scoccia, ovviamente, no problem, in effetti è una richiesta un po’ strana che ti faccio”.

Stampai l’articolo e lo consegnai al destinatario…

Pagghiazzi luddi

Mio nonno Santo era un uomo buono e rispettoso, mai una parola fuori posto, educato e sorridente, aveva capitan-findusun tono di voce sempre pacato. Gran lavoratore, non gli ho mai sentito dire nemmeno una parolaccia. Inspiegabilmente, si trasformava ogni qualvolta in tv passava lo spot dei bastoncini Findus. Siamo negli anni ’80 e il Capitano di allora era un signore anziano e bonario, con una barba bianca paciosa e un sorriso simpatico. Mio nonno andava su tutte le furie. Si conoscevano? C’erano dei trascorsi? Gli doveva del denaro? Non l’ho mai capito e neanche mia nonna, interrogata, ha saputo mai dare una risposta. Lui, mio nonno, appena il Capitan Findus compariva sullo schermo anticipato dal jingle, cominciava a muoversi infastidito sulla poltrona, seguiva sbuffando la scena e poi, indicando il televisore con la mano e scuotendo la testa diceva: Talìa stu pagghiazzu luddu! Poi si ricomponeva e tornava quello di un attimo prima…