Tre mastelli a Ortigia, Siracusa

Ieri sera sono andato a vedere Tre manifesti a Ebbing, Missouri e mi sono commosso. Un film potente, duro e interpretato magistralmente. Sono tornato a casa emozionato e scombussolato, ho aperto lo sgabuzzino, ho visto i tre mastelli per la differenziata e mi sono commosso di nuovo. In questi giorni parte in Ortigia la raccolta dei rifiuti porta a porta che, in termini di civiltà, rappresenta per la città un passo avanti senza precedenti e paragonabile solo alla stampa a caratteri mobili di Gutemberg o alla carne di cavallo nella vaschetta. Alle 23:40, con gesti solenni, ho posizionato fuori dal portone il mastello del vetro e il saccone della plastica e sono andato a letto soddisfatto.
Stamattina, delusione cocente: non era passato nessuno a ritirare i rifiuti. Volevo incazzarmi, prendere plastica e vetro (cosa che non faccio più da anni) e cafuddarli per sfregio nel cassonetto dell’indifferenziata, volevo scrivere un post irriverente e usare hashtag tipo #latri e #sifuttunuisoddibastaddi, ma poi ho pensato al film di Martin McDonagh. All’odio che genera odio, al sentimento di vendetta che avvelena e a tutti i limiti che sembrano insuperabili. Ho chiamato, scritto e chiesto spiegazioni e dall’altra parte ho trovato disponibilità e la consapevolezza di avere a che fare con un sistema nuovo e non rodato.
Il mastello del vetro e il saccone della plastica sono ancora lì, sotto il portone, ma non demordo, c’è in palio qualcosa di troppo importante per il futuro di questa città e stasera, è già il turno della carta.
 
Ps. Alle 16:39 il vetro e la plastica sono stati finalmente ritirati.

Zombie personali

Dolores O’Riordan è morta ieri a 46 anni, improvvisamente. Non sono mai stato un fan dei Cranberries, li passavo in radio quando richiesti ma non mi hanno mai conquistato del tutto, credo di essere arrivato perfino ad odiare Zombie. Probabilmente perché intorno al ’98 o forse ’99, nel periodo che intercorse tra la fine di una band e la nascita di un’altra, organizzammo a Bologna con Stefano, una serie di provini nel tentativo di trovare una cantante e un chitarrista. Tutte le ragazze che si presentarono volevano cantare immancabilmente Zombie, tutte le ragazze, immancabilmente la cantavano malissimo senza rendersi conto che, per quanto poggi su una linea vocale elementare, interpretare quella canzone è tutt’altro che facile. Insomma, non trovammo la cantante ma in compenso recuperammo Leo, con cui, oltre ad incidere un paio di dischi presto dimenticati da critica e pubblico, sviluppammo un’amicizia fraterna. Leo non sapeva suonare Zombie e neanche tante altre cose, però aveva una musicalità così ignorante e genuina che fu foriera di grandi soddisfazioni.

Abbandonate le pretese di diventare rock star, cambiata prospettiva e lavoro, nel 2010 mi trovai a fare l’addetto stampa per Heineken Jammin Festival, il mio compito – oltre ovviamente a bere birra – era quello di portare in giro Andrea Scarpa e Fabio

Lovino per un reportage di Vanity Fair e fare in modo che ogni loro richiesta venisse esaudita.

Di quel festival mastodontico, che quell’anno aveva in line up gente tipo Pearl Jam, Ben Harper, Aerosmith, Black Eyed Peas, Massive Attack e Green Day, porto con me ricordi indelebili del gruppo di colleghi fantastici con cui trascorsi quella settimana e alcune piccole suggestioni musicali. Tra queste, del tutto inaspettata, proprio il live dei Cranberries, che mi colpì per pulizia del suono e per intensità che non avrei mai immaginato. La sorpresa fu così grande e la voce della O’Riordan così incisiva, che proprio durante Zombie, girai davanti al palco e scattai questa foto.

 

PS. Qualche giorno prima, ricevetti una email di Stefano: “Io dovrei pubblicare un articolo su Heidegger e Gadamer in inglese nel 2011, e l’ho fatto precedere da una citazione in esergo, un verso di “Present Tense” che mi sembrava appropriato (la gente mette sempre Goethe o Leopardi o Shelley, a me andava di mettere Vedder): se te lo mando in allegato, te la sentiresti di stamparlo e darlo a Vedder? Gli dici che hai un amico ricercatore che considera Vedder degno di essere citato insieme a Heidegger e Gadamer. se ti scoccia, ovviamente, no problem, in effetti è una richiesta un po’ strana che ti faccio”.

Stampai l’articolo e lo consegnai al destinatario…

Fischia cazzo, fischia

Un Vigile urbano senza fischietto è come una carne di cavallo senza sbizzero. Il Vigile urbano senza fischietto manca di autorità e rinuncia alla sua arma migliore concorrendo al decadimento della società. Spending review, noia, muddura? Il perché i vigili di Siracusa non lo utilizzino resta un mistero. Per me il fischietto è l’accessorio irrinunciabile: più della divisa, più della paletta, esso è capace di dirimere controversie automobilistiche, di segnalare tutto e il contrario di tutto, di terrorizzare l’automobilista indisciplinato e svegliare dal torpore quello rincoglionito. Il fischietto ha un potere immenso e mi meraviglio come ai tempi d’oro, la Marvel non ci abbia costruito sopra un personaggio, un supereroe della municipale. Oggi con tutta probabilità ne avremmo un film con Matthew McConaughey. Vi sembra una follia? Per me non lo è. Quei segnali sonori, sanciscono ontologicamente il limite invalicabile tra lecito e illecito, tra civiltà e barbarie, tra bene e male. Quel fischio spalanca gli occhi del mondo sulla tua infrazione, ti espone a pubblico ludibrio, ma il suo potere deterrente genera anche un’importante tensione emotiva e sociale.

Io credo che il bello delle infrazioni sia farla franca, rischiare. Il brivido della trasgressione, l’adrenalina del parcheggio senza pagare, il brusco risveglio mattutino con la consapevolezza di avere lasciato la macchina sul marciapiede, hanno senso solo se sono mosse della grande partita a scacchi con l’establishment. Se invece tutto rimane impunito, se non c’è un fischio inesorabile e pronto a rimarcare le regole, a che serve infrangerle? È solo inutile caos. Le città dinamiche vivono questa dicotomia, Siracusa no.

Stamattina erano in due, a piedi, e risalivano con lentezza esasperante una centralissima via della città. Arrivati alla prima auto parcheggiata in divieto di fermata, si sono separati: il primo ha iniziato a esaminarne il muso; l’altro si è concentrato sul retro. Questa immagine mi ha riportato alla mente una scena del film Il Caso Moro, quando i Carabinieri, allertati da una chiamata anonima, scrutano guardinghi e si muovono intorno alla Renault 4 che conteneva il cadavere del Segretario della DC. Quella in divieto nel Corso non è una Renault 4 con dentro il corpo senza vita di qualcuno ma, con tutta probabilità, solo l’auto di un torpo che ha scientemente deciso di parcheggiare in divieto per prendere un caffè, controllare le pagelle della Juve sulla Gazzetta e al massimo, tentare il colpo della vita con un cartoncino Dado Matto. Trascorrono minuti interminabili senza che nessuno dei due prenda l’iniziativa. Il proprietario dell’auto, che dalla vetrina si è accorto della presenza dei vigili, esce dal bar con passo andante, in mano, l’ultimo boccone di raviola alla ricotta che trangugia bofonchiando scuse e lasciando cadere per terra il fazzolettino di carta che la conteneva, sale in macchina e si dilegua. I due vigili non emettono suono, né un rimprovero, né un avvertimento, niente. Si limitano a scuotere la testa e fare cenni con le mani come a dire, ma guarda questi cittadini indisciplinati che non rispettano il codice della strada, ma come dobbiamo fare? Con molti negozi ancora chiusi, la strada è ancora lontana dal livello standard d’inciviltà che la contraddistingue, i vigili s’incamminano verso la piazza, passo dopo passo, con cadenza esasperante, come una processione laica e molto sofferta. Un’enorme Suv sfreccia lasciandosi dietro una nuvola grigio-nera di gas di scarico che sembra sentenziare beffarda, della revisione me ne fotto. L’auto si affianca al ciglio destro della strada, il proprietario scende lesto, apre il bagagliaio e ne tira fuori due sacchetti neri della spazzatura e un vecchio aspirapolvere. Attraversa la strada e li conferisce illegalmente nel cassonetto dell’indifferenziata posto all’imbocco di un vicolo laterale. Il rumore delle bottiglie di vetro rimbomba nell’aria ancora tiepida di novembre, mentre l’aspirapolvere – scagliato dentro il cassonetto con una mossa tipo judo – sembra non emettere suono. Fischia cazzo fischia, penso o forse addirittura pronuncio ad alta voce, dato che uno dei vigili si volta di scatto verso di me. Sono sorpreso, mi preoccupo un po’, vuoi vedere che ora se la prendono con me? Mi riprendo e faccio cenno con la mano indicando l’uomo – che nel frattempo stava risalendo in macchina – come a dire, ma è possibile? Fate qualcosa. Il vigile mi guarda, annuisce con il capo e spalanca le braccia, capisco che non c’è modo di intervenire. Il collega accanto a lui non si è accorto di nulla.

Orsi

Sebbene alle presidenziali abbiano votato in massa per Trump per esorcizzare non si sa bene quali paure, da quelle parti sono tutti piuttosto socievoli con i turisti. Emigrant nel Montana è, nel vero senso della parola, un incrocio tra la Highway 89 e Murphy lane, ha una popolazione di 372 abitanti, un saloon, una bakery che la sera fa anche il barbecue, un general store, la pompa di benzina che vende il gallone a 2.3 dollari (praticamente 0.60 euro al litro), l’immancabile Us Post Office – vero baluardo dello Stato federale – una chiesa episcopale e uno sportello bancario. Gli abitanti vivono di agricoltura e di allevamento e in estate, con l’incremento di turisti diretti a Yellowstone, si sono attrezzati con strutture ricettive ricercate e ospitali. Come sia possibile che gli abitanti di questa contea immersa nella natura incontaminata abbiano votato l’unico Presidente a cui di natura, di emissioni inquinanti, di incendi e di riscaldamento globale non interessi nulla, è un mistero. Ho provato a chiederlo a Carol che insieme a Pete, suo marito da 41 anni ed ex allenatore di Wrestling, gestisce il delizioso B&B sul fiume  dove ho passato la notte. Carol mi ha detto tre cose: la prima è che ha votato Trump perché nonostante viva in uno Stato dove si può acquistare una pistola al supermercato, temeva una preoccupante deriva dei costumi come avvenuto a Seattle, dove, con la legalizzazione delle marijuana, stanno morendo tanti bambini. La seconda, di andare a cenare al Follow Yer’ Nose BBQ, ma di stare attento a non parcheggiare davanti alla chiesa nello stallo riservato a Padre Sheldon perché è un tipo fumantino. La terza, di chiedere in giro e di organizzarsi per andare a vedere gli orsi.

Avrei voluto approfondire il rapporto marjiuana – mortalità infantile, ma non possedendo gli strumenti linguistici per affrontare una discussione del genere, ho preferito soprassedere e dirigermi di corsa a cena anche perché a Emigrant nel Montana alle 19:00 chiude tutto.

Il Follow yer’ Nose una cosa sa fare, il barbecue, e lo capisci – come suggerisce il nome – qualche miglio prima di raggiungerlo, dall’odore dell’incredibile nube di fumo che immette nell’atmosfera. Puoi scegliere tra tre portate di maiale (pulled pork; brisket e ribs), una di pollo e un paio di manzo alle quali puoi abbinare quattro salse BBQ fatte in casa e un contorno che otto volte su dieci è di patate, di mais se hai un’indole da conservatore, di insalata verde per tenere a bada la coscienza. Il tutto innaffiato da quaranta tipi di birra tra cui scegliere. Abbiamo ordinato e ci siamo gustati la cena in veranda sorseggiando una buona Ipa locale, ma non sono riuscito a rilassarmi del tutto. Ogni volta che qualcuno alle mie spalle alzava la voce, pensavo subito, minchia, Padre Sheldon!

Poi tutto è avvenuto in maniera repentina, un momento prima avevo un bicchiere di birra in mano e guardavo Donatella parlare con altre persone al di la dello steccato, il momento dopo ero sul sedile posteriore dell’auto di Stan e Glenda – una coppia di sessantenni della Lousiana – in una carovana di macchine capeggiata da una pseudo guida locale, direzione orsi. Ho cercato di prendere la mia macchina, anche perché temevo che da un momento all’altro potesse tornare Padre Sheldon, trovare il suo posto occupato e piantare un casino, ma la pseudo guida mi ha tranquillizzato dicendomi che Sheldon era già tornato a casa indicandomi un pickup nero della Ford parcheggiato poco più avanti.

Abbiamo seguito una strada sterrata che si arrampicava su una montagna, scambiandoci formalità e complimenti sui rispettivi luoghi di origine fino a raggiungere il luogo prescelto.  L’atmosfera era carica di elettricità, tutti volevano vedere l’orso tutti erano lì per questo. Le persone hanno cominciato a caricarsi a vicenda, a convincersi, a condizionarsi, un po’ come accade da noi per i miracoli.

Funziona così: si raggiunge un punto di osservazione; un tizio con la t-shirt God forgive us, grida, look, behind the second tree on the right. Il punto da individuare si trova sul lato di una montagna a settecento metri in linea d’aria e l’indicazione è talmente generica da risultare inutile, dato che sul quel crinale ci sono almeno duemila second tree on the right. Tutti puntano il proprio binocolo in quella direzione, il tizio con la t-shirt mistica dice che adesso l’orso si sta spostando dietro una roccia ma che si vedono chiaramente orecchie e muso. Una dopo l’altra le persone cominciano ad esclamare cose tipo: wow, so cute, amazing, incredibile, the dream of my life, in un crescendo wagneriano di impeti ed emozioni. Anche Donatella riesce a scorgerlo, io mi impegno, scruto la montagna palmo a palmo ma niente. Sono l’unico a non vedere niente. Alla fine individuo la roccia, la mia visione è sfocata dalla distanza, ma sono quasi certo che dietro di essa non ci sia nessun orso. Dopo qualche minuto un uomo dal cassone del suo pickup esclama, the elk, on the top of the hill! Tutti ci giriamo a guardare. La collina è senza alberi – penso eccitato tra me e me – questo cervo non me lo faccio scappare. Punto il binocolo, percorro con lo sguardo il crinale avanti e indietro, una, due, tre volte. Intorno a me le stesse manifestazioni di gioia e stupore di prima e io niente. Sono frustrato, il morale è a terra. Poi quello del pickup dice, now is behind the rock. Capisco che ci stanno prendendo per il culo, riconsegno il binocolo e mi godo il tramonto facendomi beffe degli altri.

Tornati al B&B, Carol ci aspetta con una busta di marshmallow, ha accesso il fuoco in riva al fiume, ci invita a goderci la serata e ci lascia soli. Infilziamo un marshmallow ciascuno in due enormi spiedi e lo abbrustoliamo sul fuoco. Non siamo pratici per cui non sappiamo se la cottura del dolce sia corretta, quello che è certo è che i nostri si sono trasformati in due palle infuocate e zuccheratissime. Li assaggiamo e subito ci mettono in imbarazzo perché non sappiamo dove e come disfarcene (a Emigrant faranno la differenziata?). Il fiume scorre placido, la temperatura a valle è accettabile, la luna si riflette sull’acqua prima di nascondersi dietro una nuvola. Donatella cerca di convincermi che l’orso c’era veramente e che lei l’ha visto nitidamente. Io non voglio sentire ragioni, le dico che si è fatta abbindolare anche lei e che è stata protagonista di una gigantesca suggestione collettiva e che secondo me, in questa zona, manco orsi ci sono. Lei ribatte che se sono l’unico a non aver visto nemmeno un animale e che deve essere molto frustrante. Improvvisamente sentiamo dei rumori provenienti dai cespugli alla nostra destra, ci allarmiamo, poi un verso selvaggio e minaccioso, io non ho dubbi: porca troia un orso, scappiamo.

 

Il tizio dello scoglio

Se dovesse capitarvi di trovarvelo accanto, sappiate che non c’è niente che voi possiate fare. Dovrete conviverci, lui sta fermo lì e non ha nessuna intenzione di spostarsi. Provare ad intavolare una discussione con lui, provare a farlo ragionare è del tutto inutile.

Ho sempre amato andare a mare la mattina presto. La scogliera in quella zona di Fontane Bianche è frastagliata, ma ho steso il telo in una porzione di scoglio abbastanza piatta. Il mare, nonostante sia agosto inoltrato, è cristallino e un brezza di grecale lo increspa appena. Faccio un bagno rigeneratore: 12 bracciate di numero, un tentativo subito abortito di delfino e torno a stendermi sul telo. In mano Breve storia di quasi tutto di Bill Bryson nella traduzione di Mario Fillioley e mentre sono immerso nella lettura e intento a scoprire i misteri dell’evoluzione dell’uomo, ecco che lui compare. All’inizio percepisco solamente la sensazione di una presenza inopportuna. Non posso nemmeno immaginare che con tutta la scogliera libera qualcuno possa prendere in considerazione l’idea di accomodarsi a tre centimetri da me.

Con il libro ancora in mano, mezzo accecato da un sole che comincia a prende quota, penso possa trattarsi di qualche amico che non riconosco, magari un vecchio compagno di scuola, ma sebbene la controluce non mi permetta di avere una visione nitida, mi rendo conto che si tratta di qualcuno sopra i 60 e che nessuno dei miei ex compagni, per quanto la vita possa essere stata impietosa e sfrontata, abbia potuto assumere tali fattezze.

Mi metto seduto, controllo con un gesto automatico la borsa con il telefono al mio fianco e lo guardò per cercare di capire se ha bisogno di qualcosa. Lui è impassibile, nemmeno mi guarda, come se io non esistessi, come se fosse la cosa più naturale del mondo sedersi appiccicato ad un perfetto sconosciuto.

Chiedo gentilmente per quale motivo, con tutto lo spazio a disposizione, abbia sentito il bisogno di condividere con me quel metro quadro di scoglio. Risponde serafico che lui non disturba affatto, che la scogliera non è mia e che, soprattutto, io avrei occupato il posto migliore e questo non sarebbe giusto. Faccio notare che sono solamente arrivato prima di lui. Prima di me – mi urla contro – questa è bella! Ma lei lo sa che io vengo qui da 34 anni, lo sa? Tutto si fa più chiaro, capisco che si tratta di un fanatico. Il tizio dello scoglio è un uomo lombardo di età compresa tra i 65 ed i 70 anni. Negli anni ’80, penso, deve essere capitato da queste parti ed essersene innamorato, probabilmente ha anche acquistato una villetta in zona. Con gli anni, deve avere esasperato i concetti di proprietà ed usucapione.

Aspetti – sfoglio il mio libro come fosse un taccuino – dai miei appunti risulta che lei è qui solo da 31 anni… come la mettiamo? Sta forse cercando di fregarmi? Mi da del maleducato e mi dice stizzito che qui non mi conosce nessuno e che quindi non posso parlare in questi termini. Faccio presente che dato che siamo soli, nessuno conosce nemmeno lui, ma non riesco a strappargli nemmeno un sorriso. Capisco che questo genere di discussione potrebbe continuare all’infinito senza portare da nessuna parte, per il tizio dello scoglio sono un nemico, un occupante straniero che va ricacciato da dove è venuto. Non esistono regole di educazione condivisa, non esistono parametri ed indici di pressione antropica, è come trovarsi davanti un uomo di un’altra epoca.

Mi stendo infastidito e deciso a non mollare lo scoglio. Di continuare a leggere non se ne parla neanche, non ho più un briciolo di concentrazione, così provo a utilizzare la tecnica del diversivo dei tempi del liceo. La tecnica del diversivo, finemente affinata nel corso degli anni da Stefano – che adesso insegna all’università, scrive saggi sul pensiero di Adorno (Theodor) e tiene conferenze in giro per il mondo (non sulla tecnica del diversivo) – consiste nel destabilizzare l’avversario con gesti, posture, atteggiamenti del tutto fuori contesto. A scuola veniva utilizzata per lo più durante le partite di pallavolo nell’ora di educazione fisica. La mia squadra era sempre composta dai peggiori: protonerd, grunger, metallari e da quelli senza tuta. Stanchi di perdere ogni partita decidemmo di attuare questa tecnica. Nei momenti critici del match, mentre si aspettava in ricezione che la squadra avversaria servisse, qualcuno di noi gridava: diversivo… Era il segnale: grida, balli scomposti, quello che pogava, il passo del robot, l’air guitar sulle note urlate di Seek & Destroy, la camminata da gallo di Mick Jagger, quello che, tutto tremante, fingeva di accendere una vecchia Fiat 500 ingolfata. La nostra metà di campo si trasformava in un caos infernale e più spesso di quanto si possa immaginare, i nostri avversari, presi alla sprovvista, sbagliavano la battuta. La mia squadra, va detto, continuava comunque a perdere tutte le partite.

Forte di questo know-how, provo a destabilizzare il tizio dello scoglio. A intervalli regolari faccio sonore pernacchie, lo chiamo mamma e gli chiedo se ha preparato la parmigiana di melanzane, fingo di parlare al telefono con un frate che mi rileva scottanti retroscena sulla vita di Padre Pio. Niente da fare, è un osso duro. Ogni volta che alzo lo sguardo me lo ritrovo lì, impassibile, immobile.

La caletta comincia a riempirsi di altri bagnanti, arriva anche un vecchio paziente di mio padre, ci salutiamo con un cenno della mano, sparuti gruppi di persone con andatura incerta da infradito, posizionano teli e piccole sedie portatili dove possono. Il tizio dello scoglio li segue con lo sguardo, lo sento bisbigliare cose tipo: “no lì no”, oppure, “perfetto, c’è pure uno con la fiocina” e ancora “questa si fumerà almeno dieci sigarette”. Gli suggerisco di provare ad accomodarsi vicino a qualcuno di questi, così, per cambiare prospettiva. Lui non si scompone e sentenzia: senta, ha finito di fare il cretino? Non capisce che qui c’è in ballo qualcosa di più di una giornata a mare? Non ho il tempo di replicare, lui si alza e va via. Resto spiazzato. Decido di fare un bagno. Nei pressi dello scoglio dei tuffi c’è il vecchio paziente di mio padre che gioca con suo nipote. Mi avvicino e gli chiedo: Signor Spinoccia, ma lei da quanti anni viene qui? Dal 1984, mi fa lui, tutti gli anni. Quindi lei è praticamente la memoria storica di questo posto, affermo. Eh eh eh, mi sorride lui, u chiù vecchio, sicuru. E quel tizio lo conosceva? Chi, mi fa lui, il tuo amico? Non era un mio amico, gli rispondo. Ma se eravate seduti appiccicati, si stupisce. Lasci perdere, lo conosceva? No, mi fai lui, mai visto.

 

Un pensiero su OSS

Da più parti mi è stato chiesto cosa penso di OSS e delle feroci polemiche di questi giorni. Bene, per me OSS è una bomba: un festival ben fatto, artisticamente ineccepibile e con una organizzazione e una comunicazione veramente valide. Avrei partecipato volentieri al boat party con Erlend Oye e amici pitacorici molto più preparati di me su jazz electro et simila, mi confermano un cartellone con nomi di assoluto rilievo o in procinto di sfondare. La scelta dei luoghi invece mi lascia perplesso, soprattutto per via Logoteta trasformata in una disco-vespasiano all night long, senza alcuna cura dei poveracci che ci abitano e che – sebbene siano descritti da una certa “controcultura” aretusea come ricchi signorotti viziati e accidiosi – hanno diritto di dormire o di aprire una finestra prima dell’una di notte. Il boom di presenze turistiche degli ultimi anni ha esasperato una situazione già precaria; il caos, la mancanza totale di controlli e la maleducazione delle persone hanno fatto il resto. Quando e se si riuscirà a programmare una stagione turistica tenendo conto delle peculiarità delle offerte artistico-culturali e dei luoghi, avremo vinto tutti e fatto il bene di Ortigia.

Le polemiche sterili a colpi di “sono più colto io e tu non capisci un cazzo” o “se volete stare tranquilli vendete la casa e trasferitevi alla Pizzuta” si commentano da sole e dimostrano come la miseria umana sia uniformemente distribuita e quanto sia ancora distante la luce alla fine del  tunnel.

Cronaca di una cena impietosa

Caro ristoratore di Noto,

ti scrivo per condividere le terribili sensazioni che ho avuto cenando nel tuo locale. Una location spettacolare e ben curata e una mise en place moderna, lasciavano presagire una cena ricca di soddisfazioni, ma con sommo rammarico, non è stato così.

Dal primo momento ho percepito che dietro quella perfezione stilistica si celava mediocrità e pressappochismo. Avevamo scelto il tuo locale per un festeggiamento importante. Arriviamo alle 21:00, appena seduti qualcuno ci chiede se vogliamo dell’acqua. Scegliamo una naturale e una frizzante. Le bottiglie non arriveranno mai, nemmeno dopo innumerevoli richieste. “Le stanno preparando al banco” è stata l’ultima notizia fornitaci intorno alle 21:45. Ordiniamo seguendo i consigli dello chef, così alcuni di noi virano sulla mirabolante insalata di crostacei e frutti di mare e sugli “strepitosi” spaghetti con le vongole veraci. Sul vino ci dividiamo: alcuni optano per il rosso, altri per il bianco. Ordiniamo due bottiglie: il rosso non è quello che abbiamo scelto, il bianco sembra uscito dal portabagagli di una macchina lasciata sotto il sole nel parcheggio del lido Arenella. Chiediamo spiegazioni e ci viene detto che il rosso scelto è terminato, mentre di bianchi freschi ci sono solo vinacci o bottiglie dal prezzo esageratamente gonfiato. Optiamo per un enorme secchiello del ghiaccio che, posto al centro del tavolo, inibirà qualsiasi tipo di comunicazione tra i commensali non attigui. Intanto, intorno alle 21:30 il tavolo accanto al nostro è occupato da un sindaco della provincia e da altri commensali abbrutiti. Alle 21:35 un cameriere ci comunica che le vongole sono finite, alcuni di noi virano su una semplice pasta alla norma. Alle 22:30 siamo ancora senza cibo mentre il tavolo dei potenti banchetta che è una meraviglia. Chiamiamo il maitre per chiedere delle spiegazioni e lamentarci. Si scusa, ci dice che la cucina è andata nel pallone e ci confida che uno dei commensali seduti con il sindaco della provincia è il proprietario del ristorante e che ha preteso di mangiare prima. Al loro tavolo compaiono perfino gli spaghetti alle vongole. Faccio i miei complimenti sarcastici, propongo di andare via e optare per un gelato riparatore o una democratica granita con brioche. Nessuno appoggia la mia mozione, mi sento uno sfigato come Speranza o Fassina in una direzione PD.

Improvvisamente cominciano ad arrivare tutti i piatti contemporaneamente, non c’è distinzione tra antipasti e portate principali. Il tavolo è già occupato dallo spropositato secchiello del ghiaccio il che rende le operazioni logistiche alquanto complicate. Nel complesso, devo ammettere, abbiamo mangiato veramente male: piatti insulsi, senza amore, senza passione, ingredienti slegati, una cocente delusione. L’insalata di mare è triste, severa, tendente al grigio, con scampi e gamberi di scarsa qualità, le verdure sono insapore tranne il sedano, che è l’unico ingrediente che appreziamo per gusto e consistenza. La zuppetta di crostacei e frutti di mare – servita con forchettina e senza cucchiaio – ottiene pareri discordanti: due su tre la trovano orribile, l’altra ne apprezza il sapore, ma è a dieta da un mese e mangerebbe qualsiasi cosa, perfino tondini di ferro. In questa portata gli scampi sono interi ed è veramente difficile aprirli senza procurare piogge e schizzi di guazzetto ovunque. Vedo mia mamma disperata, temo che possa fare scivolare gli scampi dentro la borsa e – come il ragionier Filini alle prese con il tordo alla cena della Serbelloni Mazzanti vien del Mare – pronunciare sollevata: “li ho divorati”. Il polpo croccante su crema di patate era molle e senza crema di patate; gli spaghetti ai ricci (di Malta) una sbobba indegna che nessuno avrebbe mangiato nemmeno in fame chimica.

Insomma, una Caporetto. E mentre in noi montava la rabbia per un servizio pessimo, per i piatti scadenti e per la serata rovinata, il tavolo dei potenti servito e riverito di tutto punto, ci sbatteva in faccia la fotografia sempre attuale di una Sicilia ancorata ai suoi terribili difetti. Abbiamo assistito al corollario di servilismi che hanno fatto sprofondare questa terra nel baratro da cui non verrà più fuori. Scene da corte medievale con vassalli, valvassori e valvassini che si prostrano ai piedi del potente, che levano calici in aria, baci, abbracci, auguri, promesse, menzogne, aliti pesanti, unghie incarnite, sudori, miasmi. Alla fine, per quanto il conto fosse salato e non tenesse conto di tutte le nostre lamentele, è stato un sollievo uscire dal tuo ristorante con la consapevolezza di non tornarci mai più.

Cordialità