Presto Principe

Ormai è gonfio di umidità e ha le pagine ingiallite, è una vecchia edizione economica Feltrinelli di Barnum di Baricco, è rimasta a Fontane Bianche e ogni anno, alla fine, finisce che me la rileggo. Ogni volta mi soffermo su una frase che dice più o meno: “la tristezza infinita delle verdure bollite e del circo…”, ora, a me le verdure bollite mi piacciono, certo non è un piatto che ordino al ristorante ma è una pietanza terapeutica e defaticante e alcune volte, la sera, a casa, dopo una giornata di sbattimenti, casini e fatture non pagate, sento l’esigenza di tagliarmi due zucchine, una patate, una carota, e una testa di finocchio e aspettare quel fischio rassicurante della pentola a pressione. Per il circo invece è diverso, concettualmente m’indispone. Lo so che è storia, tradizione, i Togni, gli Orfei, il Circo di Montecarlo in prima serata su Rai Tre, il Clown d’oro al Vasquez, però oggi, nel XXI secolo, l’idea degli animali costretti in quelle misere gabbie è insopportabile. Passare da Targia o dai Pantanelli, alzare gli occhi e vedere le espressioni tristi delle giraffe, nate per ammirare l’orizzonte sconfinato della Savana e finite con gli occhi fissi sull’insegna a neon di una sala bingo o di un concessionario di auto usate è qualcosa di straziante. Però, lo confesso, nonostante tutto, ogni volta che ci passo davanti sono tentato di fermarmi ed entrare. C’è un motivo, e lo so che è un’eventualità impossibile, ma io spero sempre di rivedere lui, il Principe dei Coccodrilli che ammirai più di trent’anni fa.

Era un circo sgangherato, un pomeriggio invernale e nebbioso, uno slargo alla periferia di Enna. Non ricordo il nome del circo ma ricordo che andai con mio padre e mia madre per trascorrere il pomeriggio. Solite cose: i clown, le cavallerizze con le paillettes, qualche animale esotico, gli acrobati e poi c’era lui, il domatore di coccodrilli. Sulla carta era un sedicente principe indiano, cosa lo avesse portato a Enna nel novembre del 1986 è un mistero. Il principe, agghindato con turbante, diadema, pantaloni sahariani e mantello, in realtà non era un domatore ma più propriamente un incantatore. Per il suo numero aveva a che fare con tre coccodrilli di media/piccola pezzatura. Le creature, annoiate e intirizzite dal freddo, erano con tutta probabilità stordite da psicofarmaci o da qualche altra droguccia mescalina. Il Principe si piazzava davanti ad uno di loro, gli apriva le ganasce e ci infilava la mano dentro, poi, osando di più, perfino la testa. Il pubblico reagiva tiepido, come se nulla fosse. Con la sola imposizione delle mani il Principe costringeva il coccodrillo annoiato a restare con la bocca aperta o gli faceva compiere delle lentissime e faticosissime piroette su se stesso, gli animali ricordavano vagamente quei padri di famiglia in sovrappeso che decidono di iscriversi a pilates. Il numero, nel suo complesso, era di una monotonia disarmante e anche io, che ero solo un bambino, provavo un certo imbarazzo per questo Principe costretto a coprirsi di ridicolo per portare un pezzo di pane a casa. Il pubblico non sembrava pensarla diversamente perché al termine dell’esibizione, gli applausi furono tiepidi e partì anche qualche fischio irridente. Poi, il colpo di scena.

Ora, esistono due teorie a riguardo. La prima, quella che definirei positivista, sostiene che il colpo di scena finale sia stato un unicum irripetibile: il numero andato male, la posizione dei coccodrilli sulla pista e altri fattori oggettivi avrebbero creato le condizioni ideali per attuarlo. La seconda ipotesi, quella che chiamerò romantica, vuole che questo gran finale venisse eseguito ad ogni singola messa in scena. Io propendo per la romantica e proprio per questo motivo, ogni volta che un Circo è arrivato in città, ho preso informazioni, chiesto a quelli che danno i biglietti gratis al semaforo, telefonato e inviato e-mail senza ottenerne mai niente, un’informazione, un indizio.

– Pronto?

– Sì, buongiorno, senta, mi scusi, avete un incantatore di coccodrilli?

– No, ma ci sono tantissimi animali: la tigre, Il leone, gli orsi siberiani…

– Certo, capisco, ma io sto cercando un principe indiano, era piuttosto famoso negli anni ’80, adesso avrà una sessantina d’anni e vorrei rintracciarlo per poterlo ringraziare…

– Ci sono due elefanti indiani…

– Scusi, ma lei che è nel giro, non è che mi aiuterebbe a rintracciarlo?

– Ma chi?

– Ma come chi! Il principe indiano, l’incantatore di coccodrilli…

– Ma chi lo conosce a questo?

– Non avete un database, qualcosa?

 – Ma che sta dicendo?

 – Parlo del Principe indiano…

– Senta, adesso mi sta scocciando, mi lasci lavorare. Vuole o non vuole acquistare i biglietti?

 – No, se non c’è il Principe non compro niente.

Applausi tiepidi e qualche fischio irridente, gli assistenti del Principe– o forse i suoi sudditi – si caricano un coccodrillo ciascuno e cominciano a dirigersi verso le quinte. Lui, il Principe, li segue con passo regale fino a quando un urlo straziante rompe il brusio del tendone pieno di gente. È la presentatrice, ha i capelli biondi sciolti sulle spalle e indossa una gonna cortissima e una giacca di lamè, ha gli occhi sgranati e indica un punto della pista. Tutti ci voltiamo a guardare, c’è un coccodrillo, è il più grande dei tre, si muove con lentezza esasperante verso gli spalti, prima di poter essere raggiunto, il pubblico avrebbe tutto il tempo di alzarsi con calma e defluire ordinato all’esterno. La presentatrice grida un terrorizzato: “Presto principe! Presto Principe!”. È un attimo, il Principe si volta di scatto, lascia cadere il mantello e corre verso la bestia feroce, la fronteggia, la fissa e impone le sue mani come se fosse un cavaliere Jedi. Il coccodrillo apre le fauci, sembra uno sbadiglio, ma il Principe non ci pensa due volte e gli salta addosso, i due si rotolano per terra, il coccodrillo non fa la minima resistenza, vuole solo tornarsene nella sua gabbia. Il principe ne esce vittorioso, si issa il coccodrillo sulle spalle manco fosse un tappeto persiano e se lo porta via. La presentatrice ci invita ad applaudire e ringraziare il Principe che con coraggio e sprezzo del pericolo ha affrontato a mani nude un pericoloso predatore evitando una strage di pubblico. Tra gli spalti, pochissimi applausi, la stragrande maggioranza delle persone è impassibile, non ha capito… non certo la pericolosità della situazione, ma la grandezza e la disperazione della messa in scena. I miei genitori ridono di gusto, scattano in piedi, io li emulo e insieme cominciano a gridare entusiasti: “Grazie Principe! Grazie Principe!”.

 

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