Dilemmi

Se una fake news viene smentita da una news ufficiale e poi si scopre che la news ufficiale era in realtà una fake news e la fake news era invece una notizia vera, si crea un cortocircuito percettivo di elevata complessità. Sembra proprio quello che è successo a Siracusa dove, alla fine, è stato accertato che il finto infermiere del video denuncia era in realtà un vero infermiere e che quindi, il comunicato ufficiale dell’Asp nel quale si sosteneva che il vero infermiere fosse un finto infermiere e che la vera video denuncia fosse una finta video denuncia, non era vero. Dato che il vero comunicato ufficiale dell’Asp risultato poi falso non è stato mai smentito dai vertici dell’Asp, non è che a questo punto – è il sospetto è legittimo – ad essere finti sono i vertici dell’Asp?

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Terza Parte

L’Onore dei Puzzo

Ianuzzo e Rita Puzzo sono due insegnanti in pensione costretti ad affrontare la quarantena a casa, da soli. I figli, ormai grandi, vivono fuori con le rispettive famiglie ed i Puzzo, non avvezzi alle tecnologie, riescono solamente a contattarli telefonicamente. I coniugi Puzzo sono delle persone per bene: comunisti ortodossi, credono ancora nel sindacato e sono attivi nel sociale, fanno volontariato, beneficenza e sostengono come possono la cooperazione internazionale, pagano tutte le tasse molti giorni prima della scadenza e si indignano per le storture di questa società. Una mattina di un giorno come tanti, il suono del citofono avverte che la spesa della settimana è arrivata a domicilio. Ianuzzo, si precipita giù, detesta fare aspettare le persone, lo trova una mancanza di rispetto. Al momento di pagare in contanti, il colpo di scena, a Ianuzzo mancano un euro e sessantotto centesimi. Sono momenti terribili e a nulla valgono le rassicurazioni del picciotto della spesa: “non si preoccupi signò Puzzo, appoi me li dà alla prossima settimana.”. L’affronto è totale, anche perchè, alla scena ha assistito la moglie di Prazio, del terzo piano, una famiglia gretta e sparrittera. Ianuzzo torna a casa, parla con Rita e insieme prendono una decisione: saldare il debito con il Supermercato. Senza giustificazione, senza mascherina (ha donato quelle che possedeva al 118) Ianuzzo intraprende un pericoloso viaggio in auto che lo porterà fino al Conad Formisano. Lì, deriso e offeso dagli altri clienti perchè non dotato di mascherina, sarà costretto ad affrontare un fila di due ore. Nessuno vuole credere alla sua storia, nessuno lo vuole fare passare avanti, nonostante le sue spiegazioni, ma alla fine, pagherà il debito e il suo onore sarà salvo.

Quel che resta del tonno

Intimista, inesorabile, sincero. Interamente girato in bianco e nero e con camera a spalla, “Quel che resta del tonno” è una struggente storia d’amore e di stenti tra due clochard avvinazzati e intransigenti che rifiutano qualsiasi tipo di aiuto. Fedeli alla loro filosofia di vita, Antoine (ex giocoliere e lanciatore di diablo) e Georgette (una problematica ragazza di buona famiglia, in rotta con le convenzioni) vivono all’interno del parcheggio Talete sostenendosi con quel poco che riescono a racimolare dalle elemosine dei cittadini. Il lockdown li colpisce duramente fino a prosciugare le loro già misere scorte. Una sera, davanti ad un cartone di Tavernello rosé e all’ultima scatoletta di tonno, decideranno insieme di abbandonare questa vita di stenti e dare fondo al bancomat di Georgette. 

Il Miglio verde

Giuseppina è una casalinga scrupolosa, efficiente e molto intelligente. Ha cresciuto 4 figli senza fargli mancare mai nulla e ha sempre onorato e rispettato il marito Salvatore. La sua è una famiglia perfetta. Giuseppina è una grande osservatrice e possiede innate capacità di apprendimento veloce: osserva bene e impara in fretta. Nel corso degli anni è diventata una cuoca provetta, una sarta impeccabile, un’esperta in disinfestazioni e pulizie, una ragioniera tutto fare specializzata in bilanci di famiglia e una appassionata di commercio online. Intuendo in anticipo il periodo di loock down, decide di acquistare a un prezzo conveniente delle scorte di cibo online. Cereali e legumi assortiti, trenta chili di granaglie che, secondo le sue stime, contribuirebbero a garantire il sostentamento della sua famiglia fino al 2021. Il giorno della consegna, però, Giuseppina è alle prese con una maionese e non può lasciare, così, incarica il marito Salvatore di scendere a controllare il carico. Ma il marito, timido e riservato, compulsato dal corriere che vuole solo andare via, firmerà la bolla senza controllare i prodotti. Salvatore scaricherà sul pavimento della cucina trenta chili di miglio verde e ammuffito dando inizio ad una delle tragedie familiare più strazianti dai tempi di Sofocle.

Paura e Delirio alla Bussola

Fraggetta, Scapellato, Urso, Germanà e Gallitto, sono 5 le famiglie che prima del lockdown sancito dal Governo, decidono di trasferirsi nelle proprie residenze a mare, per trascorre il periodo di quarantena distanti dal caos e dalla pressione antropica della città. Le cinque famiglie però, non avevano fatto i conti con Kevin, il primogenito dei Germanà, un ragazzo dissoluto e prepotente che prima, saccheggia e vandalizza le villette vuote e poi, comincia ad organizzare festini a base di alcool e droghe, insieme ad un gruppo di giovani malacarni di Cassibile. La vita dissoluta e la promiscuità con i malacarni di Cassibile lo faranno ammalare. Kevin è spaventasissimo, riflette sulla sua vita, prega moltissimo e promette a tutti che se dovesse scamparla, metterà la testa a posto e prenderà finalmente quel diploma alla scuola privata. I suoi genitori lo accolgono e lo mettono in quarantena in una villetta saccheggiata ma le altre quattro famiglia non sono d’accordo, non si fidano e per paura di contagi, chiedono ai Germanà, di allontanare il figlio degenerato. Solo la grande arte oratoria del Signor Germanà e la stima che riscuote, riusciranno a placare le ire delle famiglie. Per fortuna, quella di Kevin è solo una banale influenza stagionale e in meno di 24 ore, tornerà a scorrazzare impenitente e pieno di droghe con i suoi amici malacarni.

Techaué

– Buonasera, fate consegne a domicilio?

– Techauè!

– Non ho capito…

– Techauè! Techauè, cetto che la facciamo, che desitera?

– Volevo ordinare 2 pizze… una margherita e una parmigiana.

– E poi?

– E basta.

– No! per techauè almeno 20 euro.

– Ah, ma da quando?

– Da Coronavirus.

– E al momento, con due pizze quanto spenderei?

– Untici.

– Quindi mancano 9 euro…

– Ci può aggiungere altre due pizze…

– Beh, quattro pizze, mi sembra esagerato.

– Si prenta la bira o na Coca, c’è la Fanta, le patatine, olive asgolane o l’antipasto misto che è patatine, olive asgolane e panelle. 

– Allora… senta, aggiunga due birre da 66 e una porzione di patatine. che birre ha?

– Drecker, Becker, Pisner…

– Ha Moretti?

– Sì.

– Allora due Moretti.

– Oook, venti euro tonte tonte…

– Senta, si può avere del ketchup e della maionese per le patatine?

– Sono un euro l’uno e poi ci sono due euro e cinquanta per il racazzo del Techauè.

– Guardi, sta diventando una spesa molto impegnativa, ne parlo con miamoglie e nel caso la richiamo.

Tanto qui distruggono tutto

Avrei voluto scrivere un pezzo carico d’indignazione sull’ospedale e sull’emergenza Coronavirus, sul video dell’infermiere, sulla risposta dell’Asp e sull’arrivo dei medici da Palermo che di fatto, commissariano la sanità siracusana e ne sanciscono il fallimento. In queste ore però ne sono stati scritti tanti, condivisibili e molto dettagliati, per cui sarei stato ridondante. 

C’è un aspetto però che mi lascia interdetto ed è lo sgomento di una parte della popolazione. Ma veramente volete farmi credere che non vi eravate accorti di quanto fosse basso il livello sanitario e organizzativo dell’Ospedale di Siracusa? Ma nessuno di voi è mai stato al Pronto Soccorso o a trovare qualcuno ricoverato? Sparare a zero in maniera indiscriminata e fare generalizzazioni, non serve a niente e del resto, è evidente come anche Siracusa ci siano medici coscienziosi, primari preparati, infermieri scrupolosi e reparti che funzionano dignitosamente, prendendosi cura dei pazienti, mettendo toppe ai buchi del sistema, facendo i conti con la carenza di budget e le ruberie perpetrate negli anni dalla politica, dal suo sottobosco e dai baronati. 

Al di là della veridicità del video virale dell’infermiere o presunto tale, al di là della risposta ufficiale dell’Asp, i problemi dell’ospedale di Siracusa sono lì da tempo, da anni, da sempre e l’emergenza Coronavirus li ha solo portati in superficie. C’è anche una nostra responsabilità in tutto questo? Secondo me sì! Evidente. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente, abbiamo nicchiato, alzato le spalle e detto: “che schifo! Però, va bè… che ci possiamo fare noi?”. Per anni abbiamo continuato a scegliere quelli che hanno contribuito a ridurlo così, alimentando clientele e bloccando i concorsi, per anni abbiamo osannato manager inefficienti e senza competenze. Ma veramente adesso ci stupiamo?

Quando qualche anno fa, in primavera, ricoverarono mia nonna a Siracusa, la portarono in un reparto fatiscente: i bagni erano luridi, non c’era carta igienica, non c’erano fazzoletti di carta per asciugarsi le mani, non c’era nemmeno il sapone e il personale paramedico era sottodimensionato. Le quattro degenti della stanza, erano completamente abbandonate a loro stesse, tutto gravava sulle spalle delle famiglie, che dovevano fare i turni,  accudirle, imboccarle, accompagnarle in bagno. Ma la famiglia può sopperire a tutte le mancanze di un sistema marcio? Cosa deve fare chi è solo? Chi non ha qualcuno pronta a lasciare tutto per correre in suo soccorso? Come deve fare chi lavora e non può prendersi cura di una persona cara? Ma che società è mai questa? Provate a mettere piede nella sala d’aspetto di un pronto soccorso a Berlino, tra tossici e ubriachi e restare inebriati dal profumo di pulito e dalla gentilezza del personale che non parla nemmeno la tua lingua. Minchia, a Monza, dopo un’intervento, l’infermiera spazzolava i capelli di mia mamma, un gesto che quando ci ripenso, mi commuove ancora.

In quel reparto, quella primavera, a Siracusa, l’unico conforto per mia nonna e per gli altri pazienti, era dato da una donna rumena, che a pagamento – e non tutti potevano permettersela – accudiva i pazienti con grande umanità e professionalità. Lavava, spugnava, faceva addirittura iniezioni e medicazioni. Era una di fuori, questa sì non aveva nessun rapporto con l’Asp eppure stava lì, a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare qualcun altro. Non lo faceva di nascosto, estorcendo denaro e minacciando, no, lo faceva alla luce del sole, con il il beneplacito della caposala e del primario. Già, il primario. All’inizio del reparto c’era la sua stanza, sopra la porta, una luce rossa sempre accesa lasciava credere che fosse impegnato a visitare qualcuno o impegnato in una riunione. Non l’abbiamo mai visto. Mia nonna è morta nel letto di casa sua e dopo tante sofferenze, aveva finalmente un’espressione serena. La donna rumena invece, qualche tempo dopo, è stata brutalmente assassinata dal suo ex compagno che pretendeva il denaro che lei guadagnava accudendo clandestinamente i pazienti di un reparto dell’ospedale di Siracusa.

La verità è che ci siamo assuefatti al degrado, l’abbiamo normalizzato. Ci hanno fatto credere che quello era il massimo che potessero offrirci e che dovevamo accontentarci e ringraziare, perchè alla fine, dopo tutto, eravamo ancora vivi. Invece avremmo dovuto gridare, denunciare, pretendere, reclamare i diritti, la dignità, le competenze. Come in un circolo vizioso, ci abbiamo messo anche del nostro, perchè il degrado chiama degrado e allora abbiamo iniziato a parcheggiare dentro, a fumare sulle scale, ad usare gli ascensori delle barelle, a sabotare porte allarmate, a entrare in dodici prima degli orari di visita, ad uscire tardi, a scrivere sui muri e distruggere le sedie. Con questi comportamenti abbiamo fornito l’alibi e per loro è stato facile dire: “non possiamo fare niente perché tanto qui, distruggono tutto”.

Chi fazzu, lassu?

– Buongiorno chiamavo per una consegna a domicilio…

– Tove?

– Ortigia.

– Ottiggia si può fare, mi tica.

– Allora: 2 chili di arance tarocco.

– Sono du chili e mezzo, chi fazzu, lassu?

– Sì, va bene lasci…. ma, fa tutto in diretta?

– Cetto, senò mu scoddu.

– Ma non sarebbe meglio annotare l’ordine e poi lavorarlo successivamente?

– Mi deve insegnare come devo travagghiare?

– No, no, assolutamente! Mi scusi… allora precediamo…

– Preco.

– Due chili di mele fuji…

– Fusci fineru. Ci posso dare Golten, Pinchiroial, Telizia…

– Va bene, faccia un chilo di Golden e uno di Delizia.

– Sono un chilo e tre l’uno, lassu?

– …. Lassassi… Poi volevo: due chili di patate.

– Ci rugno chidda novella… ma u sacco è tri chila…

– Va bene… poi, delle carote.

– Carote.

– Sedano.

– Qua c’è il setano.

– Aglio.

– Quattro teste?

– Va bene. Ha cicoria?

– Bella amara e citringna…

– Me ne dia due mazzi e poi anche due mazzi di spinaci, per favore.

– Virissi ca i mazzi su nichi…

– Faccia tre.

– Fazzu tri e tri allora…

– Un chilo di pomodoro.

– Chi pomitoro vuole?

– Da insalata.

– Sono un chilo due e ottanta, lassu?

– Lasci… Ah! due chili di pere abate.

– Sono due chili e otto, lascio?

– No, scusi. duecento grammi in più va bene, ma mi ha cafuddato un altro chilo di pere…

– Non s’arraggiassi, ci stai luvannu…

– Altro?

– No, basta così. quanto le devo?

– Allora: tri e sessanta x 4, du chila, tre mazzi i ciroria… sono trentasette, facemu trentacincu…

– Bello caro!

– Traspotto compreso… e ci riualu u prezzemolo.

– Pagamento?

– Soddi contanti… Megghiu cuntati ca u caruso ca mannu, si confonte co resto.