E tutti si misero a ridere

Lo confesso, sulle tematiche religiose sono sempre stato confuso e svagato e ho sviluppato, sin da piccolo, una forma di rigetto da quando in prima elementare, la maestra ci chiese di disegnare la nostra santa preferita. Tutti i bambini della mia classe scelsero Santa Lucia, alcuni Santa Rita, quattro o cinque la Madonna, io invece optai per Immacolata Concezione, che per me non era un dogma, ma proprio nome e cognome di una santa. Al momento di presentare i lavori, i miei compagni che facevano il catechismo si misero a ridere e anche la maestra Lupo, che era una donna eccezionale, faceva fatica a restare seria. Ci rimasi un po’ male. Solo mia mamma, a casa, mi consolò. Mi disse che il tratto del mio disegno era netto e appassionato e che non dovevo prendermela se i miei compagni si erano messi a ridere e poi mi raccontò qualche storiella per bambini su Spinoza, Fichte, Kant e il dogmatismo.

Io ci tenevo ai giudizi di mia mamma ma in cuor mio sapevo benissimo di non essere portato per il disegno anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo riuscire a colorare dentro gli spazi senza sbavature, creare dal nulla, su un foglio bianco, una figura, l’illusione di un paesaggio o anche solamente le lettere del mio nome in tre dimensioni e con i neretti nei punti giusti, invece ero troppo scarso e dovevo farmene una ragione. 

Qualche anno dopo ero alle medie, camminavo svogliato verso la scuola, percorrendo la scorciatoia che da viale Tisia, passando dal parcheggio del supermercato Sagea, portava direttamente in via Polibio, quando improvvisamente mi fermai: avevo completamente dimenticato di fare il disegno. Il venerdì precedente la professoressa ci aveva chiesto di farci portare dai nostri genitori, fuori, in campagna, in un parco o a Buccheri, prendere una foglia con i colori dell’autunno e riprodurla su cartoncino. Mi sentivo perso ma poi, un raggio di luce si fece largo tra le nuvole e illuminò un punto preciso non molto distante da due cassonetti IGM, mi avvicinai e la vidi, era una foglia gigante, maestosa, marrone e verde scuro, molliccia e praticamente marcia. La presi con due dita e corsi verso il tabacchino di fronte, comprai un foglio di cartoncino, one shot, non avrei avuto il tempo di fare altri tentativi. Entrai in classe prima del suono della campanella e ci diedi dentro, la Prof di educazione artistica sarebbe arrivata da lì a qualche minuto. Mischiavo colori, passando da un pastello a un’imprecazione con disinvoltura e senza un piano preciso. Poi, troppo presto, arrivò il suono della campanella e la professoressa entrò in aula, io non avevo terminato, ero sudato, sfinito, tutti i miei compagni di classe misero i loro disegni sul banco e la professoressa li passò in rassegna. Stavo a testa bassa e con gli occhi quasi chiusi, percepii che si era fermata davanti a me e la sentii sussurrare “Oh mio Dio!”. Mi aspettavo una ramanzina e le risate dei miei compagni, invece la professoressa continuò: “Questo lavoro pulsa di vita pur rappresentando la morte”, io rimasi interdetto ma lei continuò e disse una cosa tipo: “ragazzi, riuscite a scorgere la plasticità di questi colori, il loro fondersi e diventare materia, i rimandi fiamminghi e l’immediatezza Fauves? Emiliano – mi disse elettrizzata – mi sa che abbiamo un vincitore del concorso annuale, firma la tua opera perché questa andrà incorniciata e appesa all’ingresso della scuola insieme alle altre opere più importanti nella storia della Elio Vittorini.” Tornai a casa euforico, c’erano anche i miei nonni, raccontai tutto quello che era successo, gli dissi di come mi ero sentito perduto e di quella foglia trovata per caso nel deserto di cemento di via Polibio, della passione che avevo messo su quel foglio e di come la professoressa era rimasta impressionata tanto da chiedermi di fare incorniciare l’opera per poterla esporre a scuola, in aeternum. Ascoltarono in silenzio la mia storia, quasi increduli ma curiosi di ammirare il mio disegno. Con orgoglio, tirai fuori dallo zaino il capolavoro e tutti si misero a ridere.

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