Alla Posta

– A sintutu ca ana chiuso a scola di via Geri?

– Ma chi sta ricennu? Ma su pazzi?

– Dice che ci devono fare i micranti!

– Merde ca sunu! Non ci posso cretere… veggogna.

– A capito u sinnacu Italia…

– Bastardi, ma nun ci quagghia a facci? Cu tutti i problemi degli italiani??

– A quali italiani, francisi e teteschi… chisti sinni stana futtennu!

– Scusate se mi intrometto, ma a dire il vero pare che la scuola sia stata chiusa perché i locali non siano agibili, quindi pericolosi per i bambini e gli insegnanti. 

– E a lei cu c’ha ditto sta gran minchiata?

– L’ho letta qui, adesso, su un giornale online che smentiva categoricamente…

– See… chissa na bufala è. A cu vuno pigghiari pi fissa.

– Ora sicuro ci mettono quelli della nave Diciotto docu, come si chiama… chiddi ra passata simana va. Merde.

– Va be… hanno chiamato il 78, sono io. Mi congedo, buona giornata.

– A lei.

– Arrivedecci.

 

Allerta meteo, studenti in rivolta

Ana lassatu i scoli apette cu stu gran malutempu. Accua a sicchiate, grantine e una trompa t’aria ca i picciotti abbulavano strate strate. Noi stutenti superiori gridiamo basta ha tutto questo. U Sintaco deve chiudere a scola altrimenti si pigghia a responsabilità di tuttu stu buddello. A i stutenti dei paisi non li pono puttare mancu co i pumman. Nessuno a pensato hai pentolari è a tuti quei picciotti che non pono prendere i mutura picchì si assampanano tutti. Strate lachi e piene ti buche ca se ci cari ti struppii tutto. Pi beniri a scola ana dovuto venire motte madri ca machina pi accompagnare i figghi. Macari i genitori infatti sono furiosi per questa disogganizzazione e motti patri sa na dovuto susiri prima. Ora facemu a manifestazione e u sciopero. Appuntamento o campo squola cu tutti i picciotti ro movimento stutentesco. Se scampa a facemu che mutura.

Smile = Stronzo

Al netto dei glossari pitacorici sulla vicenda della Sea-Watch 3, c’è un aspetto molto inquietante che riguarda l’analfabetismo funzionale ormai dilagante. Praticamente, quasi l’60% degli utenti che ha commentato una qualsiasi notizia sull’argomento, ha dimostrato enormi difficoltà di comprensione del testo. Non sto parlando di piani narrativi, ideologie, convinzioni personali o della libertà di scrivere quello che ci pare. Il problema, gravissimo, è che sempre più persone non comprendono ciò che leggono, indipendentemente dal fatto che possa trattarsi di un articolo di approfondimento, un testo semplice, una filastrocca o un cartello stradale. Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza culturale non meno grave di qualsiasi crisi economica o recessione. Il fatto che il commento più scollegato e visionario che ho letto sia stato postato da una signora sulla cinquantina che – dalle informazioni del profilo – risulta essere docente di ruolo presso MIUR – Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, mi terrorizza. Di questo passo, tra qualche anno, avremo difficoltà a comprendere perfino gli emoticon più semplici.

Alla Catanese

Mentre la polizia ammanettava e portava fuori i facinorosi, sono tornato indietro per recuperare il drink di Donatella, rimasto miracolosamente intatto nonostante la gigantesca rissa appena sedata. Il mio ero riuscito a salvarlo un attimo prima di essere sfiorato da un bestione calvo e tatuato che si scagliava contro un altro malacarne del posto. Non mi sono trattenuto e ho chiesto al bar tender: wich kind of fight is it? Lui mi ha fulminato con lo sguardo e mentre con un panno asciugava il bancone e raccoglieva pezzi di vetro, ha risposto: It’s a fucking brawl, buddy. Allora ho detto: Where I come from we call it catanese style. E lui, stavolta senza nemmeno guardarmi, serissimo ha replicato: We don’t. Ho capito che la conversazione era terminata lì. Eravamo al bar del Padre Hotel di Bakersfield, California, l’indomani avremmo dovuto raggiungere Yosemite e io non vedevo una rissa con gente che si partiva alla catanese da più di vent’anni.

Accapparsi alla catanese significa affrontare il nemico con forza bruta e accecato dall’ira. Senza strategie, senza colpi precisi. Accapparsi alla catanese è una valanga di tumpulate, una gragnuola di pugni e pedate alla rinfusa: come un rullo compressore, avanzare sempre e indietreggiare mai. La frequenza dei colpi di chi si accappa alla catanese è tale da rendere complicato qualsiasi tentativo di difesa o contrattacco. Fronteggiare uno che si accappa alla catanese diventa impegnativo anche per un karateka o un judoka abituato ad allenarsi in un dojo di provincia. Ma quale Sensei e Sensei, mpare, quello che hai davanti è un pazzo scattiato e ti vuole scippare la testa per un futile motivo. Per i pugili forse è diverso, loro sanno incassare e se solo trovano lo spiraglio giusto, abbaullano anche quello che si parte alla catanese, non lo so. Il massimo, comunque, è quando tutti i contendenti si accappano alla catanese: l’ira di Dio.

Chi è stato adolescente negli anni ’90 a Siracusa sa di cosa sto parlando: è stato un periodo buio e difficile. Se da un lato quella generazione ha assistito e contribuito alla rinascita di Ortigia, dall’altro è stata vessata da picciuttazzi e malacarni assortiti. Le cappotte violente in piazza Duomo, i furti di giubbotti, orologi e perfino di scarpe. Bastava un pretesto per fare scoppiare il finimondo. Perfino le ragazze avevano le proprie gang. Una volta un mio amico, persona rispettabilissima, fu affiancato – zona piazza Adda – da uno zip truccato, in sella una coppia di ragazze tutte meches, scatush ed extension. Quella alla guida gli chiese: mpare, hai fumo? Lui, preso alla sprovvista, fece un’espressione stupita, come a dire: non ho capito. E l”altra seduta dietro, spazientita: lassalu peddiri, nun u viri ca è na facc’i minchia?

Ristabilita la calma nel bar del Padre Hotel di Bakersfield, California, un agente di polizia si è avvicinato per chiedere anche a noi cosa fosse successo. Donatella, che parla inglese molto meglio di me, gli ha detto che era stato un attimo: prima era tutto tranquillo, poi improvvisamente si è scatenato il caos, ma non sapevamo dire per quale ragione o chi avesse cominciato. L’agente ci ha detto di restare dove eravamo e si è allontanato per andare a parlare con il sergente. Io sono rimasto immobile in attesa che qualcuno mi congedasse e mi sono sentito come quando un nugulo di malacarni motorizzati ci intimo di accostare in viale Zecchino. Ero con Gianluca, in pieno pomeriggio. Il dialogo che ne scaturì fu surreale.

– Haipezz?

– Scusa?

– Haipezz?

– Ma… non… non capisco.

– Ouh, test’iminchia, ti stai ricennu: haipezz?

– No, mi dispiace.

– Rap’a sella, fozza.

Gianluca, come se si trattasse di un controllo delle forze dell’ordine, ubbidì sollevando la sella della sua Vespa pk. Il capo dei malacarni sgranò gli occhi e in tono canzonatorio, rivolto al branco disse: Ah, l’avipezz! Solo allora capimmo che cercava un panno per pulire lo sbuffo di miscela che era scolato sul fianco del suo scooter rubato. Presa la pezza, il capo si allontanò per riunirsi in conciliabolo con il branco, li sentivamo confabulare, avevamo mancato di rispetto e loro stavano deliberando la pena da infliggerci. Noi aspettavamo la sentenza, lì, ai lati della strada. Poi finalmente devono aver trovato un accordo perché più voci hanno esclamato all’unisono: ramuci a tumpulata. Così fu, pena scontata.

Il poliziotto è tornato con un mezzo sorriso e ci ha detto che potevamo andare. Siccome eravamo turisti si è perfino scusato a nome del Dipartimento di Polizia di Bakersfield, California, dicendo che in città stavano cercando di debellare questi rigurgiti di violenza con assistenti sociali e taser.

Col passare del tempo, a Siracusa, si sviluppò un vero e proprio movimento di resistenza clandestina che faceva proseliti tra gli studenti e si alimentava di racconti, locali sicuri, caratteristiche dei malacarni: nomi, cognomi, quartiere, moto guidata, luogotenenti, cosa li faceva imbufalire, pretesti, soprusi, punti deboli. Una vera e propria letteratura partigiana. Le migliori menti di quella generazione si misero all’opera per studiare il fenomeno e trovare una soluzione. Se eri uno che non voleva avere e creare problemi, il consiglio era di non rispondere a provocazioni, di rendersi invisibile e fare in modo che nessun malintenzionato notasse la tua presenza o quella dei tuoi amici. Oppure, se la tipologia di aggressore lo permetteva, intavolare un dialogo per far capire al sanguinario piantagrane che in fondo non ne valeva la pena, che picchiandoti avrebbe sprecato il suo tempo e che c’erano sicuramente delle attività criminali più interessanti da compiere. Il succo era: non dare l’impressione di sentirsi migliori del malacarne. Quindi, umiltà e portare a casa la pellaccia.

La letteratura dell’epoca racconta che i primi che provarono empiricamente questa teoria furono Giovanni e i suoi amici. Nel tentativo di entrare in macchina per fare ritorno a casa, Giovanni riuscì a calarsi nell’abitacolo sfiorando con lo sportello un Vespone parcheggiato a venti centimetri dalla sua auto. Un gruppo di scalmanati – insieme al proprietario del Vespone – sembravano non aspettare altro, uscirono dal bar dove erano rintanati e si scagliarono come fulmini contro l’auto di Giovanni: urla, sgraccate, offese, pugni sul cofano. Il proprietario voleva conto e ragione e con la faccia a due centimetri dal finestrino gridava: Cu è u chiù spacchiuso ca rintra?

Giovanni, barricato in auto, forte delle lezioni teoriche, non perse la calma, azionò la manovella del finestrino fino ad aprirne uno spiraglio e disse: no mpare, tranquillo, ca semu tutti test’i minchia.

 

Al via il servizio di refezione scolastica

L’amministrazione corre ai ripari e firma l’accordo con Assocavallo e Confpanini che si occuperanno dell’alimentazione nelle scuole dell’infanzia. Per i nutrizionisti del Comune, l’apporto energetico fornito dal Menù Kids – un pasto completo che comprende: Panino Maremonti con cavallo, camperetti, funchetti, ogghiorepipi e sassaemayoness, una vaschetta patatine fritte, una lattina di Coca Cola e un frutto – sarebbe perfettamente bilanciato e indicato per lo sviluppo di una sana siracusanità nei più piccini. Pronto all’intesa il Comitato mamme che chiede di modificare il menù con l’inserimento di un Cosciotto o di una Vaddostana due volte alla settimana.

Freddo nelle scuole: ecco la soluzione

Roghi di cassonetti e rifiuti nelle classi. È questa la soluzione temporanea individuata dopo il brainstorming in Prefettura per risolvere tempestivamente l’emergenza ghiaccio nelle scuole siracusane. In attesa dei sopralluoghi tecnici – le cui relazioni sono attese per i primi mesi del 2021 – e fino a nuova circolare dal MIUR, i dirigenti scolastici saranno autorizzati ad utilizzare il personale Ata e gli insegnati di religione per appiccare e gestire i piccoli incendi necessari.

Scuole ghiacciate, scatta la protesta

“Ouh! Viriti ca cà s’aggiggigia ppi daveru!”. È la denuncia del comitato studenti aretusei all’indomani della polemica sullo stato degli impianti di riscaldamento nelle scuole siracusane. “Nei scoli dela città stama murennu ri friddu. I temmosifoni su tutti rutti e dalle finestre trase u veleno. Chiddi re paisi ca venuno che mutura non si pono manco quariare picchì è tuttu astutatu e spatti non si pono puttari a cupetta picchì non ci trase sutt’asella. Ouh! Viriti ca ieri u temmometro ro telefono signava 8 gradi! Ma vi sta parennu ca stama babbiannu? Qua si deve fare quacche cosa subbito, basta. Accussì non si pono fari i lezioni e siamo costretti a fare sciopero e a manifestazione. I studenti a stu coppu sono uniti coi nsegnanti e i bidelli e u segretario picchì macari iddi stana murennu ro friddu. Chietiamo limmediata accensione di tutti gli impianti pi fari cauru. Basta scuse. L’appuntamento per la manifestazione è al bar di cosso Gelone, facemu anticchia i buddello e poi, che mutura, scinnemo a Ottiggia pe pallare cu l’Assessore”. Immediate le risposte del Vermexio e del Libero Consorzio che hanno avviato le verifica degli impianti. Arriva anche la solidarietà del Sindaco: se hanno freddo dategli dei Moncler!