L’investitura

I delegati dei quartieri nominati dal Sindaco, hanno nominato dei vice delegati che si occuperanno dei rioni. Questi, a loro volta, hanno nominato dei sotto delegati per ogni singolo condominio. In pieno rispetto delle norme anti Covid, la cerimonia solenne per l’insediamento ufficiale della corte è prevista per oggi a Villa Reimann. Il Sindaco Italia, per l’occasione in mantello di velluto rosso bordato di ermellino bianco, investirà di pieni poteri vassalli, valvassori e valvassini e li omaggerà di un pane di tipo scollo, simbolo di ricchezza e prosperità e di una copia con cornice placcata oro del dipinto “L’Investitura”, opera degli alunni della I C del comprensivo Lombardo-Radice vincitori del concorso “Il sindaco che vorrei”.

Code

– A sintutu ca ana chiuso a scola della Chintemi?

– Ma chi sta ricennu?

– Me cugnatu ca è carrabbineri dice che ci devono fare i micranti!

– Merde ca sunu! Non ci posso cretere… veggogna.

– A capito u sinnacu Italia…

– Bastardi, ma nun ci quagghia a facci? Cu tutti i problemi degli italiani?

– A quali italiani, francisi e teteschi… chisti sinni stana futtennu!

– Scusate se mi intrometto, ma a dire il vero la scuola è stata chiusa per dei casi di Covid e per permettere la sanificazione dei locali…

– E a lei cu c’ha ditto sta gran minchiata?

– L’ho letta qui, adesso, su un giornale online che…

– See… chissa na bufala è. A cu vuno pigghiari pi fissa.

– Ora sicuro ci mettono quelli che hanno sbarcato macari ca semu zona russa, dicalafici.

– Va be… hanno chiamato il 7, sono io. Mi congedo, buona giornata.

– A lei.

– Arrivedecci.

Scuole chiuse, arriva la presa di posizione degli studenti

Ci ata preso in giro che dopo natale si aprivano i scoli e invece u ministro Mazzolino si a stato muta. I scole restano ancora chiuse causanto danni per la cuttura, a socialità ri tutti i picciotti e un sacco ri ziti si stana lassannu. Basta! Ora vi assumete i responsabilità di quello che sta succetendo e di tutta sta confusione ca finìu a buddello preciso. Ma va putemu fari na domanta? Ma sti banchi che rotelle picchì i cattastuvu? Non si potevano usare si soddi pi fari i gite? Ora ci ano imparare i cose colla DAD ma non è a stissa cosa, completamente! Cu tutti i problemi di connessione ca ci sono nella città quannu ce maltempo. Tutto questo vuole dire una cosa: che ve ne state fottento della scola è di noi giovani del futuro.

Nella nostra reattà non ci sono manco i pumman ca ni pottunu peri peri e tutti i picciotti ana ghiri iennu che mutura anche in invenno. Infatti semu tutti rifriddati, ca tussi e u catarru e sicuramente così c’è più pobblema di ammiscarsi u virus ro coronavirus macari che professori e i bidelli. I scole sono colaproti e ogni spiffero è tanto e fa trasiri u veleno. Spatte, i bagni sono sempre cuasti e nei rubinetti non ce l’acua per lavarisi i manu come dice la legge. In motte scole appoi, ammanca laggibilità e i muri  si scozzulano tutti. Queste sono le domande scomote e anche se ci ano detto che i sintaco non centra nenti colle scuole superiori noi crediamo ca ciavissi a mettere i soldi ro comuni per fare i lavori che da tanto aspettiamo. 

Pe concludere i scole chiusi creanto attri pobblemi motto gravi come ad esempio la cammuria per i genitori che travagghiano o per quelli che si susunu taddu. Molti patri fanno i turni e non ni ponu dare renzia mentre le matri che non vanno a lavorare devono cucinare e puliziare la casa. A sto punto noi stutenti uniti chietiamo al governo e macari al sintaco di intervenire con decisione attravesso la concessione di una ricarica di vinticincu euro a ogni picciotto, masculo o fimmmina, fino o 31 gennaio.

E tutti si misero a ridere

Lo confesso, sulle tematiche religiose sono sempre stato confuso e svagato e ho sviluppato, sin da piccolo, una forma di rigetto da quando in prima elementare, la maestra ci chiese di disegnare la nostra santa preferita. Tutti i bambini della mia classe scelsero Santa Lucia, alcuni Santa Rita, quattro o cinque la Madonna, io invece optai per Immacolata Concezione, che per me non era un dogma, ma proprio nome e cognome di una santa. Al momento di presentare i lavori, i miei compagni che facevano il catechismo si misero a ridere e anche la maestra Lupo, che era una donna eccezionale, faceva fatica a restare seria. Ci rimasi un po’ male. Solo mia mamma, a casa, mi consolò. Mi disse che il tratto del mio disegno era netto e appassionato e che non dovevo prendermela se i miei compagni si erano messi a ridere e poi mi raccontò qualche storiella per bambini su Spinoza, Fichte, Kant e il dogmatismo.

Io ci tenevo ai giudizi di mia mamma ma in cuor mio sapevo benissimo di non essere portato per il disegno anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo riuscire a colorare dentro gli spazi senza sbavature, creare dal nulla, su un foglio bianco, una figura, l’illusione di un paesaggio o anche solamente le lettere del mio nome in tre dimensioni e con i neretti nei punti giusti, invece ero troppo scarso e dovevo farmene una ragione. 

Qualche anno dopo ero alle medie, camminavo svogliato verso la scuola, percorrendo la scorciatoia che da viale Tisia, passando dal parcheggio del supermercato Sagea, portava direttamente in via Polibio, quando improvvisamente mi fermai: avevo completamente dimenticato di fare il disegno. Il venerdì precedente la professoressa ci aveva chiesto di farci portare dai nostri genitori, fuori, in campagna, in un parco o a Buccheri, prendere una foglia con i colori dell’autunno e riprodurla su cartoncino. Mi sentivo perso ma poi, un raggio di luce si fece largo tra le nuvole e illuminò un punto preciso non molto distante da due cassonetti IGM, mi avvicinai e la vidi, era una foglia gigante, maestosa, marrone e verde scuro, molliccia e praticamente marcia. La presi con due dita e corsi verso il tabacchino di fronte, comprai un foglio di cartoncino, one shot, non avrei avuto il tempo di fare altri tentativi. Entrai in classe prima del suono della campanella e ci diedi dentro, la Prof di educazione artistica sarebbe arrivata da lì a qualche minuto. Mischiavo colori, passando da un pastello a un’imprecazione con disinvoltura e senza un piano preciso. Poi, troppo presto, arrivò il suono della campanella e la professoressa entrò in aula, io non avevo terminato, ero sudato, sfinito, tutti i miei compagni di classe misero i loro disegni sul banco e la professoressa li passò in rassegna. Stavo a testa bassa e con gli occhi quasi chiusi, percepii che si era fermata davanti a me e la sentii sussurrare “Oh mio Dio!”. Mi aspettavo una ramanzina e le risate dei miei compagni, invece la professoressa continuò: “Questo lavoro pulsa di vita pur rappresentando la morte”, io rimasi interdetto ma lei continuò e disse una cosa tipo: “ragazzi, riuscite a scorgere la plasticità di questi colori, il loro fondersi e diventare materia, i rimandi fiamminghi e l’immediatezza Fauves? Emiliano – mi disse elettrizzata – mi sa che abbiamo un vincitore del concorso annuale, firma la tua opera perché questa andrà incorniciata e appesa all’ingresso della scuola insieme alle altre opere più importanti nella storia della Elio Vittorini.” Tornai a casa euforico, c’erano anche i miei nonni, raccontai tutto quello che era successo, gli dissi di come mi ero sentito perduto e di quella foglia trovata per caso nel deserto di cemento di via Polibio, della passione che avevo messo su quel foglio e di come la professoressa era rimasta impressionata tanto da chiedermi di fare incorniciare l’opera per poterla esporre a scuola, in aeternum. Ascoltarono in silenzio la mia storia, quasi increduli ma curiosi di ammirare il mio disegno. Con orgoglio, tirai fuori dallo zaino il capolavoro e tutti si misero a ridere.

La Movita

“I sintaco Italia avrebbe a risolvere i pobblemi veri e no crealli.”. Parole di fuoco quelle del comitato Giovani Siracusani Pella Movita, dopo la presa di posizione del sindaco sulla situazione dei rifiuti alla Marina. “A noi, i rappresentanti dei giovani pella movita, sta cosa non ci piace che secondo i sintaco ha coppa e ha nostra accussì, senza prove, senza nenti. Sta cosa che ora, dopo che ci ata costretto a loctaun, a quaranta giorni di quarantena, non ci possiamo bere manco un coctel colla comitiva perchè questa e dittatura. Cioè prima non poteumu manco nesciri cche mutura ho ca zita e ora ca u virus sta morento ci tite che dovessimo essere responzabili è fosse macari stare ai casi? Ma state abbabbianto? Pecchè i sintaco non pensa ha mettere i cestini boni? Unni ano finito i cassonetti ca prima, passanto, ci ittauti a buttigghia ri birra e a catta nsivata? Noi giovani havemu u diritto di fare buddello proprio picchi semu giovani e ha scola pi stannu e finita e cosa dovessimo fare in una città ca e un paisazzu? Sulu a Marina potemu iri e quinti ve la dovete assuppare e starivi muti picchì chista e demograzia!”.

Il Trasferimento

Quando al penultimo anno di liceo, si sparse la voce che il nostro professore d’italiano e latino era stato minacciato da un balordo, di notte, a casa sua e che spaventato, aveva deciso di chiedere il trasferimento, sprofondammo tutti in un silenzio angosciato e surreale. Sì, perché il professore era un uomo anziano, mite, di una gentilezza disarmante e saperlo così spaventato, così provato da questa esperienza terribile, anche se non lo dava a vedere, era uno strazio. Chi poteva volergli male? Chi poteva metterlo sotto pressione in questo modo? Non certo un alunno, questo era fuori discussione. Il professore di italiano e latino era il meglio che si potesse chiedere: generoso in termini di voti, comprensivo sui malori strategici e sui finti decessi dei parenti più stretti che coincidevano con interrogazioni e compiti in classe e sempre disposto al dialogo e alla mediazione.

Era un conservatore, un uomo fondamentalmente di destra, leale e buono, troppo buono. Era un liberale cattolico che ammirava Scelba e che nulla aveva a che vedere con quell’anticonformismo di alcuni insegnanti di filosofia che avevano addosso l’aura dei rivoluzionari trotzkisti, né la prosopopea di quegli insegnati iscritti alla Cgil, che andavano per la maggiore. Eppure, tutti gli volevano un gran bene. Il suo concetto di didattica valicava i programmi ministeriali ma non perché il professore azzardasse – una volta gli chiesi se fossimo arrivati a fare Pasolini e lui candidamente mi rispose che non credeva si potesse insegnare al liceo – ma perché, piuttosto, si basava su un’idea di autogestione e di responsabilizzazione attraverso la quale, ciascun giovane alunno, avrebbe potuto maturare e comprendere le regole dello stare in classe e nel mondo. La cosa a dire il vero non funzionava sempre, perché a quella età, a me, di come stare al mondo mi interessava molto marginalmente, quello che mi interessava era andare alle feste malve, suonare il basso nel mio gruppo grunge e prendermi la patente per avere un mezzo di trasporto con quattro ruote e contestualmente un luogo dove potermi appartare con le ragazze. 

Durante le lezioni, il professore ci concedeva grande libertà: potevamo andare in bagno senza chiedere il permesso, ci permetteva di stabilire i calendari delle interrogazioni e di concordare con lui le date dei compiti in classe. Noi eravamo dei parassiti, delle sanguisughe, degli esseri ignobili che cercavano di ottenere sempre di più senza dare in cambio niente. Il professore lo capiva benissimo ma la sua indole di educatore zen lo portava a sopportare qualsiasi tipo di prevaricazione. 

Una domenica, ad esempio, organizzò una gita extrascolastica per mostrarci il suo paese natale, partimmo in pullman, eravamo due classi, le sue due classi. Fu una giornata piacevole, trascorsa tra le stradine in salita del borgo montano, la messa nella chiesa madre che io ed altri disertammo e un pranzo a menù fisso in una trattoria del posto. Non ricordo bene cosa successe esattamente, ma venne fuori che c’era stato un problema con il noleggio del pullman. Mancava una somma e l’autista, un gran pezzo di malacarne, scontroso e attaccabrighe, chiese la differenza in contanti, altrimenti, minacciava di lasciarci lì. A tutti era piuttosto chiaro che questo tizio si stava approfittando di noi, ma il professore intervenne con i suoi modi garbati e mise la differenza di tasca propria. Era convinto, ci confidò, che una volta venuto a sapere di questo spiacevole episodio, il sig. Amato (uso un nome di fantasia) titolare della ditta di autotrasporti, e noto mbrugghiuni e sautafossi, ci avrebbe contattati per chiedere scusa e rifondere il maltolto. Per un paio di settimane, prima di ogni lezione, il professore chiedeva a Carla, la mia compagna di classe che aveva noleggiato il bus, se il Signor Amato, per caso, si era fatto vivo. La risposta, ovviamente, era sempre negativa ma lui, non demordeva, e rispondeva: “non ti preoccupare, chiamerà domani”. Era fatto così.

Quell’anno scolastico fu caratterizzato da un continuo cambio di aule: dal piano terra passammo al primo, poi al secondo piano corridoio di destra, infine, in primavera, poco prima della fine dell’anno, fummo spostati nell’ultima classe in fondo al corridoio di sinistra. L’aula aveva delle ampie finestre, posizionate ad un’altezza superiore rispetto al normale. Non ci si poteva affacciare perché queste, davano su un lastricato solare che era la copertura della vecchia palestra. Ho questo ricordo indelebile di una lezione piuttosto monotona che aveva a che fare con un canto del Purgatorio di Dante, dalle finestre alte filtrava la luce del sole e la temperatura esterna era mite e invitante e così, uno dopo l’altro i ragazzi della mia classe – mentre il professore era piegato sul testo a leggere, emozionato, di Beatrice che congeda Virgilio e ne prendeva il posto – si alzavano silenziosamente, si avvicinavano alla finestra alta e scavalcavano raggiungendo il lastrico solare dove si adagiavano a prendere il sole come foche spiaggiate. La classe si stava svuotando, il professore continuava appassionato a leggere terzine di endecasillabi e dal terrazzino, il timbro della sua voce pareva un mantra, interrotto solamente dagli “uh” di sforzo dei ragazzi che si issavano sul davanzale della finestra e da quei “fapfapfap” delle scarpe da ginnastica dei più bassi che sfregavano sul muro. Io ero stato uno dei primi a salire sul tetto, ma la scena della classe che si svuotava così velocemente mi colpì profondamente tanto da decidere di calarmi dentro. Non lo facevo per me, lo facevo per il rispetto nei suoi confronti. Pensai a come poteva sentirsi quest’uomo che nel bene e nel male, dava tutto se stesso per l’insegnamento, pensai a quanto dovevamo essere ingrati per tradire così la sua fiducia, ai voti alti che mi metteva nei temi e a come inascoltato, mi spronasse a scrivere. 

I rumors delle minacce e della richiesta di trasferimento arrivarono un sabato mattina, in questo clima di giubilo perenne e fu davvero un fulmine a ciel sereno che rabbuiò gli animi di tutti. Se il professore fosse andato via sarebbe crollato il nostro intero mondo, ci avrebbero mandato un altro insegnate con altri metodi, altri voti, con la pretesa di darci il permesso per uscire dalla classe o di stabilire lui, da solo, le date dei compiti in classe. Ci organizzammo per un’assemblea pomeridiana, vennero tutti, anche quelli dei paesi, che normalmente tornavano a casa e il pomeriggio non si facevano vedere mai. Con mia grande sorpresa le più preoccupate erano le ragazze, le prime della classe, quelle che studiavano sempre, quelle che mai avrebbero scavalcato una finestra per prendersi il sole e che però avevano già programmato il loro futuro. Presero la parola e ci dissero che il problema era serio e andava affrontato con tempestività perché se il professore andava via, noi avremmo perso la nostra libertà, ma loro, rischiavano di vedere sfumare il futuro che avevano pianificato così bene, fatto di massimi voti alla maturità e dell’ingresso nelle prestigiose Università a numero chiuso. Discutemmo a lungo ai tavoli del bar del Duomo, la maggioranza di noi conveniva che non poteva trattarsi che dell’autista della gita in pullman. Però, insomma, non era una cosa semplice da risolvere, quello era un gran malacarne e sicuramente aveva deciso di spillare altri soldi al professore. “Denunciamo il fatto alla polizia.” diceva qualcuno, “no, no, non abbiamo prove – sosteneva qualcun altro – dobbiamo farlo uscire allo scoperto.”. Alla fine optammo per una sorta di ronda, un cordone di sicurezza attorno al palazzo del professore per notare movimenti sospetti, riconoscere e fotografare l’uomo e nel caso, extrema ratio, intervenire. Non sarebbe stato semplicissimo perché noi ragazzi, in classe, eravamo una minoranza, saremo stati una decina e tranne uno, eravamo tutti minorenni e senza patente. Cinque, inoltre, venivano dai paesi della provincia, si erano già fermati oltre orario il pomeriggio e quindi sarebbe stato inutile prenderli in considerazione. L’appuntamento fu fissato alle 22:00 sotto la casa del professore, arrivai in Vespone, con i fari spenti come convenuto. Sul posto c’era già l’Alfa 33 di Leonardo con a bordo gli altri elementi del commando, mi fecero cenno con gli abbaglianti, issai il Vespone sul cavalletto e li raggiunsi, quatto quatto, in macchina. Eravamo molto tesi ma anche divertiti come ci si diverte solo a quell’età. Cominciammo a fumare e ad organizzare il nostro piano d’azione. Luca si piazzò dietro un Suzuki Vitara con la macchina fotografica di suo padre e il teleobiettivo, io avevo il compito di fermare chiunque si avvicinasse al portone del condominio del professore e con la scusa di accendere una sigaretta, l’avrei dovuto fare voltare a favore di macchina fotografica; Gianni e Leonardo sarebbero rimasti in auto, pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Leonardo aveva il crick a portata di mano. Non passava nessuno, il ronco del Professore era completamente deserto, nemmeno una pizza d’asporto, nemmeno una coppia di ritorno dal cinema, niente. Stavamo per mollare e tornarcene a casa quando una figura con un giubbotto con il bavero alzato e un cappellino da baseball calcato in testa girò l’angolo. Il tizio si dirigeva proprio verso il portone del professore ma si muoveva circospetto, o almeno così mi sembrava, Io avevo il cuore in gola. L’uomo si fermò davanti alla pulsantiera del citofono, io spuntai fuori dal buio e chiesi: “mi scusi, ha da accendere?”, ma avevo la gola secchissima e mi uscì una specie di rantolo sofferente, l’uomo ebbe un sussulto di spavento e si voltò di scatto, io trasalii e istintivamente feci un passo indietro, Luca da dietro il Vitara cominciò a gridare: “È lui! È lui!”. Leonardo mise in moto l’Alfa 33 e partì sgommando verso di noi, suonava il clacson come un pazzo, Gianni brandiva il crick e gridava: “bastaddo!”. L’uomo era terrorizzato e cominciò a correre, si mise a gridare: “Aiuto! Aiuto!”. Alcune finestre che davano sul ronco si accesero, qualcuno uscì sul balcone. “S’è cacato addosso! – esultava Leonardo – andiamolo a pizzicare, diamogli la bella”. “Ma che cazzo dici? – cercai di dire con un tono autoritario mentre ridevo – leviamoci di qua che si stanno affacciando tutti. Vediamoci dietro la scuola”. Luca salì in macchina, io accesi il Vespone e sparimmo. Ero l’unico a dire che avevamo sbagliato e che quello era un povero cristo che non c’entrava niente. Luca invece ne era certo: “L’ho fotografato, l’ho visto benissimo con lo zoom! Cazzo era lui al 100%.”. “Lunedì porto il rullino a sviluppare da Valvo, lo pago io, non mi interessa, e poi vediamo chi ha ragione.”. Ci lasciammo così, con la parola di tenere la cosa per noi fino a quando non avremmo avuto le prove certe. Invece quando il lunedì arrivai a scuola, i miei compagni si erano sparati la chiappera e per farsi belli con le ragazze, raccontavano di delinquenti messi in fuga, inseguimenti mozzafiato e scontri a fuoco. Leonardo era il più su di giri, già di suo era fissato con armi da fuoco, sopravvivenza, arti marziali estreme e questa esperienza lo aveva caricato a molla e voleva raccontare tutto. A terza ora arrivò il professore, io cercai di dissuaderlo, di prendere tempo, di aspettare le fotografie per avere un riscontro certo ma lui non voleva sentire ragioni. Si lanciò in un discorso confuso e zoppicante, per fortuna la prese molto alla larga, disse o cercò di dire che tutti i problemi hanno una soluzione, che non si doveva sentire da solo, che la storia delle minacce era finita e che non c’era motivo per chiedere alcun trasferimento. Il professore lo ascoltava allibito e alla fine chiese: “ma quale trasferimento?”.

“Professore, non ci deve lasciare, ci rovina. Abbiamo risolto tutto e nessuno la minaccerà più”.

“Leonardo ma che minacce? Non ti capisco.”.

“Ma come quali minacce? Quelle dell’autista di Amato, il bastardo c’ha riprovato ma è scappato, l’abbiamo fatto scappare, non ci prova più. Stia tranquillo, è finita.”.

“Leonardo, non ho capito niente del tuo racconto e comunque sai che apprezzo il vostro modo di scherzare e la vostra giovine creatività, ma al contempo, sai benissimo che detesto la violenza e le storie che la usano come espediente narrativo fine a se stesso. La violenza è una cosa atroce che si manifesta anche quando nessuno se l’aspetta. Lo sapete che sabato sera un signore che abita nel mio palazzo è stato aggredito da dei balordi? Pensate che ai tempi di Scelba sarebbe mai potuto succedere?”.

In classe calò il silenzio, io feci un cenno agli altri del commando come a dire: “appena inizia la lezione, andiamo in bagno e ce la discutiamo.”, poi Marilena prese la parola e chiese: “Professore, mi scusi, ma quindi non è vero che ha chiesto il trasferimento?”.

“Ma che  trasferimento e trasferimento,  tra due anni vado in pensione…che motivo avrei? Avanti, bando alle ciance, oggi abbiamo letteratura latina, chi vuole leggere Tacito? Anzi, prima di iniziare, visto che me lo avete ricordato… Carla, il signor Amato ha chiamato per chiedere scusa?

“No professore, non ancora, mi dispiace.”

“Non fa niente, chiamerà.”.

Scuole chiuse, intervengono gli studenti

Ci ata pesso tempo a chiutere i scole e adesso vi assumete i responsabilità se qualche picciotto si ammala o ci piglia u coronavirus. Iavi du simane ca noi, stutenti dei scole superiori di Sarausa, stama ricennu ca è pericoloso. Nella nostra reattà non ci sono manco i pumman ca ni pottunu peri peri e tutti i picciotti ana ghiri iennu che mutura anche in invenno. Infatti semu tutti rifriddati e ca tussi e u catarru e sicuramente ci siamo ammisccati u virus macari che professori e i bidelli. I scole sono colaproti e ogni spiffero è tanto e fa trasiri u veleno. Spatte, i bagni sono sempre cuasti e nei rubinetti non ce l’acua per lavarisi i manu come dice la legge. Ora, dopo tutti i manifestazioni e i gridi d’allamme che ama fatto, finalmente u Ministro e u governo chiurunu tutti i scoli pi quacchi deci iorna, limitanto i pobblema dell’amiscata di virus ma creanto attri pobblemi motto gravi come ad esempio la cammuria per i genitori che travagghiano o per quelli che si susunu taddu. Molti patri fanno i turni e non ni ponu dare renzia mentre le matri che non vanno a lavorare devono cucinare e puliziare la casa. A sto punto noi stutenti uniti chietiamo al governo e macari al sintaco di intervenire con decisione attravesso la concessione di una ricarica di dieci euro a ogni picciotto, masculo o fimmmina, ca non po ghiri a scola.

Stiamo morento ti freddo!

“Stiamo morento ti freddo!”. È l’accorata denuncia del comitato studenti aretusei all’indomani della polemica sullo stato degli impianti di riscaldamento nelle scuole siracusane. “Nei scoli dela città s’aggiggia ppì daveru. I temmosifoni su tutti rutti e in motte finestre ci sono spifferi e trase u veleno. Chiddi re paisi ca venuno che mutura non si pono manco quariare picchì è tuttu astutatu e mischini non si pono puttari manco una cupetta picchì non ci trase sutt’asella. Aieri u temmometro dell’aifon signava 8 gradi! Ma vi sta parennu ca stama babbiannu? Qua si deve fare quacche cosa subbito, virìti zoccu potete fare Sintaco e chidda ra provincia picchì accussì non si pono fari i lezioni e siamo costretti a fare sciopero e a manifestazione. I studenti a stu coppu sono uniti coi nsegnanti e i bidelli e u segretario picchì macari iddi stana murennu ro friddu. Chietiamo limmediata accensione di tutti gli impianti pi fari cauru. Basta scuse. L’appuntamento per la manifestazione è al bar di cosso Gelone, facemu anticchia i buddello e poi, che mutura, scinnemo a Ottiggia pe pallare cu l’Assessore. Unnici, unnici e menza ni viremu a marina per ogganizzare u sciopero di domani”.

Cunsideralu Siei – Una storia vera

Siracusa 1994, il movimento studentesco lotta per i diritti degli studenti, contro la riforma Iervolino, per risposte certe in tema di edilizia scolastica e per caliarsi la scuola. Manifestazioni, assemblee studentesche, autogestioni e occupazioni si susseguono a ritmo serrato e nei primi mesi di scuola, i giorni di lezione svolti sono veramente pochi. In questo scenario, gli studenti accettano di farsi interrogare almeno una volta prima della fine del quadrimestre, per consentire il regolare svolgimento degli scrutini. Una interrogazione secca e benevola per riempire il registro e scollinare verso la seconda parte dell’anno scolastico.

– Midolo: Professore Artale?

– Artale: Tì?

– Midolo: Mi scusi, volevo chiederle per quale motivo mi ha messo quattro. Mi aveva detto che l’interrogazione era andata bene e l’ha detto anche a mia mamma al ricevimento genitori.

– Artale: Eh… Mitolo, ma con una sola interrogazione… eh… chi putemu fari… a nenti, questo quatrimestre è antato così. Appoi vediamo… ah, aanti.

– Midolo: No, mi scusi, non ho capito…

– Artale: Eh, Mitolo, non ti preoccupare, facemu accussì… tu consideralu siei.

– Midolo: (ironico) Ma come consideralu siei, professore, ma che vuol dire?

– Artale: Ti sto ticento, consideralu siei.

– Midolo: (tra il serio e il faceto) Professore, ma io a mio padre che gli dico: papà, è quattro ma tu cunsideralu siei?

– Artale: Bih, Mitolo, ora basta. I voti del primo quatrimestre sono così. Aanti. Per esempio: la signorina Saia è una signorina da otto… ma non è che c’ho messo otto io…

– Saia: Professore Artale?

– Artale: Tì?

– Saia: Guardi che mi ha messo otto.

– Artale: (stupito) Ma quannu?

– Midolo: Ha visto? Ma allora ce l’ha con me?

– Artale: Ma chi sta ricennu! Aanti, ora basta.(Poi, improvvisamente e con foga, voltandosi verso l’alunno Rizzo) Rizzo, tomani ni virieumu, domani t’anterrogo.

– Rizzo: (esterrefatto) Professore ma io non sto dicendo niente! Ma perché se la sta prendendo con me!

– Artale: A mia m’antaressa. Tomani nì viriemu! U nibbuso mata fattu venere. Cose ti pazzi… Ora basta. Che avete dopo?

– La classe: Educazione fisica

– Artale: E allora ripassatevi l’educazione fisica. Aanti.