Delenda est

Ma in un contesto con servizi da terzo mondo e senza una visione urbanistica del futuro, solo a me i dati di Confcommercio su Ortigia (+24,2% nuovi negozi; 23,1% attività ambulanti; 93,8% attività turistiche) appaiono come una minaccia e il risultato di una pericolosa bolla speculativa?

Photo Credit: ArchimetePitacorico – Il tavolo con il vicolo intorno, 2018

 

Pessimismo e Fastidio

Piazza Archimede è un volgarissimo parcheggio senza regole, corso Matteotti una lunga fila di auto di schiffariati in sosta vietata, Piazza Pancali una accozzaglia immonda di veicoli in divieto, Riva della Posta uno circuito infernale tra venditori di pescato di frodo, Corso Umberto un budello caotico con le auto parcheggiate in doppia fila e a spina di pesce.

Se per una ragione o per un’altra non si è in grado di fare rispettare il codice della strada; se non si vuole avallare la concezione che lo “sperto” viva meglio di chi rispetta le regole; se i Vigili Urbani – in auto sempre in tre – passano lisci e non si accorgono mai di niente e se tu glielo fai notare ti rispondono che loro sono lì per fare altro; se cambiano gli assessori e si alternano i comandanti ma la situazione continua a peggiorare; se non si ha il coraggio di intervenire e di provare a modificare le cose per rendere la città più vivibile, ma non sarebbe più dignitoso toglierli quei cartelli di divieto di sosta e di fermata e puntare sull’autodeterminazione coatta dell’automobilista?

L’Amore in TV

Il messaggio che ho ricevuto con l’annuncio del casting a Siracusa per un nuovo programma televisivo con Giorgia Palmas e Filippo Magnini diceva: “Sei segretamente innamorato ma non hai ancora avuto il coraggio di dichiararti? Un nuovo programma televisivo sull’amore ti può aiutare”. Ho pensato al tempo che passa, alla voglia di andare in tv a fare i cretini e di conseguenza a Stefano e ai primi anni universitari a Bologna, a quando cioè scrivevamo per partecipare a qualsiasi trasmissione televisiva.

Stefano, che adesso insegna filosofia all’università, aveva il coraggio di metterci la faccia, io coltivavo la mia passione autoriale e mi occupavo dei testi. Esordimmo con una sua strepitosa esibizione alla Corrida di Corrado e del Maestro Pregadio, proponendo una imitazione ridicola e surreale di alcuni animali. L’esibizione si concludeva con un climax finale ricco di pathos con Orso bianco (ruggito anonimo e movimento predatorio della braccia verso destra) e Orso bruno (stesso ruggito anonimo e movimento predatorio della braccia ma stavolta a sinistra). Mediaset continua ancora a mandarla in onda in quei nastroni estivi che non si è ben capito se alla fine siano “il meglio di” o “il peggio di”.

Comunque, nel nostro curriculum avevamo Amici, quando il programma della De Filippi era ancora un talk per “noi giovani”, dove proponemmo la tematica della vasectomia: io avrei dovuto interpretare l’amico parrinaro contrario per dogma; Forum con una lite temeraria su un accappatoio cacato; ma soprattutto Stranamore, con la buonanima di Alberto Castagna.

La storia che presentammo era semplice: a Bologna, Stefano, studente siracusano fuori sede si era innamorato di Valeria, studentessa a Cesena. Stefano e Valeria si amavano veramente e ora sono felicemente sposati ma questo alla redazione non lo scrivemmo. A differenza delle altre storie, dove di solito una coppia si lasciava e poi uno dei due scriveva al programma per poter riconquistare il suo amore perduto, la nostra storia era inedita. Stefano, grazie all’intervento di Stranamore avrebbe trovato finalmente il coraggio di dichiararsi alla sua amata attraverso una canzone. Tutto fu studiato nei minimi dettagli, anche la composizione di “Canzone per la mia migliore amica”, che era un compendio armonico e lessicale dei peggiori luoghi comuni della storia dell’umanità. Quando ci comunicarono che la troupe sarebbe venuta a casa nostra per registrare l’esterna, fummo presi dal panico. Non tanto per la paura di non essere all’altezza, ma perché il tinello della nostra casa bolognese era tappezzato di foto trash e di articoli di settimanali Cairo Editore. C’era una parete dedicata ai principini William e Harry; foto di Maurizio Costanzo in piscina, il bassista dei Queen, Toto Cutugno commosso e altre amenità di questo tipo. Insomma, non volevamo destare sospetti quindi, dapprima, come nel film La Stangata con Newman e Redford, pensammo di pagare Luca, un nostro amico, e travestirlo da imbianchino intento a rinfrescare le pareti di quella stanza, poi, per mancanza di budget, optammo per coprire la nostra galleria di immagini trash con dei cartelloni sui quali scrivemmo massime e aforismi che attribuimmo a caso ai vari Dalai Lama, Enzo Papa e JFK.

Quando la troupe e gli autori del programma arrivarono a casa nostra, provarono in un primo momento a sottoporci una loro sceneggiatura, ma ben presto si accorsero che la nostra era nettamente superiore. Inutile dire che quel camper brandizzato Stranamore parcheggiato davanti casa, creò stupore e scompiglio tra i residenti del nostro stabile. Perfino il capo condominio Venturini, pensionato settantenne che aveva fatto la resistenza e firmava gli avvisi che lasciava nell’androne con il suo nome di battaglia: “Lupo”, era emozionatissimo.

La registrazione andò una meraviglia e l’indomani la troupe si spostò a Cesena alla ricerca di Valeria che sebbene fosse innamorata di Stefano e sebbene fosse legata a me da sincera amicizia, ci comunicò che non sarebbe stata complice di questa follia, che avrebbe incontrato la troupe, guardato il videomessaggio con la canzone, ma che mai e poi mai avrebbe acconsentito di andare in trasmissione a Milano. Il Corriere di Cesena ci dedicò la spalla in prima: “Stranamore in città” e l’intera pagina quattro del quotidiano con due lunghi articoli, le foto del camper e una foto di Valeria.

Qualche tempo dopo Stefano fu chiamato in studio a Milano per registrare la puntata ma noi sapevamo già che Valeria non sarebbe andata. Stefano fu chiuso in un camerino, la storia che precedeva la nostra si prolungò oltremisura e gli venne detto che sarebbe stato ricontattato dopo due settimane per una nuova registrazione. Poi, purtroppo Castagna ebbe un malore e il programma fu sospeso.

Dopo quell’avventura fummo presi da altre cose: zite, esami all’università, la musica e smettemmo di scrivere alle redazioni dei programmi, poi una sera, intorno alle 19:00, squillò il telefono, rispondemmo ed era la redazione di Sarabanda che cercava un concorrente particolare, uno da eliminare subito ma abbastanza pazzoide da creare scompiglio. Che soddisfazione, evidentemente si era sparsa la voce.

 

Carnevale

Ogni anno, ad un certo punto, qualcuno mi dice una cosa tipo: vedi che oggi è giovedì grasso, che fai stasera? Festa in maschera? Ed io non so mai che rispondere perché, prima di tutto non ho ancora compreso il calendario religioso e non so cosa rappresentino e quando cadano la pentecoste, la quaresima, l’assunzione o gli altri appuntamenti dell’anno liturgico; in secondo luogo perché non vado ad una festa in maschera da più di vent’anni.

Lo confesso, sulle tematiche religiose sono sempre stato confuso e svagato e ho sviluppato, sin da piccolo, una forma di rigetto da quando, in prima elementare, la maestra ci chiese di disegnare la nostra santa preferita. Tutti i bambini della mia classe scelsero Santa Lucia, alcuni Santa Rita, quattro o cinque la Madonna, io invece optai per Immacolata Concezione, che per me era nome e cognome di una santa famosa. Al momento di presentare i lavori, i miei compagni si misero a ridere e anche la maestra Lupo, che era una donna eccezionale, faceva fatica a restare seria. Mia mamma mi consolò, mi disse che il tratto del mio disegno era netto e appassionato e che non dovevo prendermela se i miei compagni si erano messi a ridere perché in filosofia c’era una branca che si chiamava estetica e che studiava l’arte e il bello e si fondava sul concetto di polisemia. Io sul momento non ci capii niente, ma qualcosa mi dovette restare in testa perché molto tempo dopo, tipo rivalsa, in estetica mi ci laureai. Da quel momento, dopo essermi esposto al pubblico ludibrio, abbandonai definitivamente qualsiasi contatto con la religione e le sue festività tranne che per gli aspetti rigorosamente pagani: mangiate, scampagnate, regalie varie.

Comunque, per essere precisi, l’ultima volta che sono andato a una festa in maschera ero vestito da Slash, il chitarrista dei Guns n’ Roses, avevo 17 anni ed i capelli lunghi e ricci. Negli anni precedenti ero stato Coccinella; Superman; Sceriffo con doppia pistola a caps; Zorro; Punk londinese in una versione sui generis, molto più simile agli stilemi glam di Jem and the Holograms che ai Sex Pistols o ai Clash; Mimì Metallurgico e Cardinale.

Il carnevale è stato una festività molto importante per la mia esistenza e per la mia crescita: adoravo i coriandoli e le stelle filanti, la schiuma da barba e la polverina per starnutire che non ha mai fatto starnutire nessuno, ma più di tutto amavo indossare i vestiti che faceva mia nonna Michela. Sì perché mia nonna Michela confezionava degli abiti in maschera strepitosi, li faceva per i suoi tre nipoti e prima li aveva fatti per due figlie ed i rispettivi ziti. Erano abiti talmente belli e perfetti in ogni dettaglio che un paio di questi (Cicisbeo del ‘700 e Principessa Indù) mia mamma li conserva ancora.

L’abilità di mia nonna Michela con il cucito e il ricamo era sopraffina, tanto che in quella famiglia nessuno ha mai comprato un vestito. Con la sua macchina Singer, mia nonna era capace di confezionare qualsiasi tipo di abito: dal vestito da sera per la festa di una figlia, al completo gessato per il marito; dal cappotto sartoriale doppio petto, foderato e con spacco centrale, ai golf e alle camicie di tutte le fogge. Il mio vestito di Zorro, per esempio, era composto da una camicia di seta con le maniche a sbuffo e i polsini ricamati, i pantaloni di raso nero, un mantello con i bottoni al collo e nel suo insieme toglieva il fiato. Ovunque entrassi, tutti i bambini e tutte le mamme si voltavano a guardarmi. Poi ci avevamo aggiunto la sciabola d’ordinanza dell’Accademia Militare di Livorno di mio padre (naturalmente con lama senza filo) e fu proprio grazie a questo outfit irresistibile che ad una festa, al Trabocchetto, diedi il mio primo bacio ad una principessa molto profumata.

Il carnevale in qualche modo ha sancito il passaggio da bambino a giovane uomo, ma non per l’episodio del bacio alla principessa profumata, quanto per quello che avvenne qualche anno dopo, a Palazzolo Acreide. Durante la sfilata dei carri allegorici, in mezzo alla bolgia di maschere che saliva verso la piazza centrale del paese, mio padre indicò una persona e mi disse: “guarda quello, si è vestito a Bazzano”. Ma come è possibile pensai, Bazzano era un amico di mio nonno, giocavano insieme a carte, vestiva sempre in maniera impeccabile e zoppicava vistosamente dalla gamba destra. Mica era uno famoso! Mi voltai per osservare quest’uomo che indossava un completo grigio, un cappello di feltro grigio e che affrontava la strada in salita con passo inconfondibile. Rimasi attonito per qualche secondo, poi improvvisamente capii: era proprio Bazzano, quello vero.

Abbandoni

Una coppia di cinquantenni in sella ad uno scooter, accosta e getta nel carrellato dell’organico di un palazzo lungo una strada principale del centro storico, un sacchetto pieno di vetro, plastica e carcasse di pesce. Consapevole della probabile reazione, faccio notare ugualmente che almeno potevano usare quello dell’indifferenziata, così, per farla meno sporca. Lui, ha replicato serafico: “A picchì nun ti fai i cazzi toi”. Lei, per stemperare i toni: “Lassalu peddere a chistu, amunìnni”. Avrei voluto insistere e chiedergli una cosa tipo: “Ma secondo voi, il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?”. Ma poi ho desistito e ho sospirato uno scoraggiato: “E vabbè”. Lo scooter, intanto, si era allontanato di qualche decina di metri, la “signora” seduta dietro si è voltata e mi ha gridato: “Ancora cca si? Sciesso”.