Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maloox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.

Uscite

L’ho rivisto per caso, era appesantito e segnato dal tempo, non so nemmeno come ho fatto a riconoscerlo ma del resto quella sua uscita trionfale, durante quel trasloco di tanti anni fa è rimasta vivida nella mia memoria.

C’è qualcosa di estremamente teatrale in un’uscita trionfale: il professor Cane che abbandona la lezione di civiltà musicale afroamericana insultando i suoi studenti; Pete Doherty che va via dal camerino del Covo a Bologna con una chitarra non sua e si accende una sigaretta con il mozzone di quella precedente; Peppere che all’alba di un ferragosto, sul bagnasciuga di una spiaggia di Noto, scappa con quattro bottiglie familiari di Moretti – due per mano – muovendosi lateralmente, veloce e agile come un granchio e poi c’è lui, il tizio del trasloco.

Ero tornato per dare una mano ma i miei genitori avevano già impacchettato tutto. A casa mia non ci sono mai stati oggetti particolarmente preziosi. Una grande quantità di libri e dischi e qualche mobile antico comprato e poi restaurato. Mia mamma però, nella camera da letto, ha una toletta dell’800 a cui è particolarmente affezionata. Se la comprò a 18 anni, quando era una studentessa di filosofia a Catania, se la comprò con quello che chiamavano presalario. Non aveva in programma di sposarsi, non aveva intenzione di andare a vivere da sola, semplicemente vide quella toletta, si fece ammaliare dalle sue linee sinuose e morbide, dal piano di marmo venato e dallo specchio ovale in cima e se la comprò, senza pensarci due volte. Un comportamento piuttosto strano in fin dei conti perchè mia mamma è una marxista non dedita a sperperi.

Questo trasloco fu organizzato nei minimi particolari. I miei tendono ad essere molto efficienti per questo genere di cose e alla follia estemporanea di mia madre – un vulcano che ribolle di idee – si somma la razionalità maniacale di mio padre che con taccuino e matita, spunta tutte le voci precedentemente annotate. Il trasloco fu affidato ad una ditta locale, l’appuntamento era alle 7:00 di una mattina di fine estate. Vennero in cinque: tre picciotti di fatica, un tecnico addetto al montacarichi e un supervisore. Le operazioni di carico, per quanto lunghe ed estenuanti, erano procedute senza intoppi. A un certo punto arrivò il momento di caricare la toletta e mia mamma entrò in fibrillazione. I picciotti di fatica, già abbastanza stanchi per il lavoro fin lì svolto, ebbero una piccola incertezza e nello spostare la toletta dalla stanza da letto al balcone del salone dove era montato il montacarichi, sfiorarono impercettibilmente l’angolo del muro con il mobile. Furono momenti di grande tensione, mia madre voleva bloccare tutto, ma per fortuna intervenne lui, il supervisore. Indossava un jeans chiaro tagliato sopra il ginocchio, una camicia bianca di lino stirata perfettamente e portava un borsello con dentro dei documenti, un cellulare, sigarette e accendino. Ai piedi calzava degli zoccoli di legno modello Pescura. Telecomandò i ragazzi di fatica e in men che non si dica la toletta era stata posizionata sul montacarichi senza alcun danno. Mia madre non era ancora del tutto tranquilla e allora lui, con un balzo felino, scavalcò il balcone, poggiò la mano destra sul mobile, si accese una sigaretta, fece un cenno a quello di sotto e uscì di scena così, facendosi calare dal terzo piano. 

Non è detto che un’uscita trionfale risolva sempre una situazione, e non dipende dalla spontaneità o dalla meticolosa costruzione a tavolino perché certe volte, nonostante la carica drammaturgica, il pathos e il lirismo di cui si è alimentata, purtroppo, resta solo un gesto estetico.

La mia uscita trionfale, risale a molto tempo fa. Una sera, in un campeggio in qualche paese sperduto della Bretagna, dopo aver cenato con i miei genitori, mi aggiravo mordicchiando una mela golden, nei pressi di un campo da basket improvvisato. Con me, i due figli della coppia di amici dei miei genitori. Su questo spiazzo, un gruppo di ragazzi americani nostri coetanei, aveva posizionato due grandi bidoni della spazzatura, uno sopra l’altro, a simulare un canestro. Erano mormoni, figli di un paio di famiglie con prole numerosissima. Avevano noleggiato dei motorhome giganteschi con la moquette a pelo alto al pavimento e si erano piazzati nelle piazzole difronte a noi. Mia mamma, quando si scorse di quel pavimento peloso, ebbe quasi un mancamento e per reazione cominciò a pulire il nostro di camper, che era sempre lindo e ordinato.

Nel gruppo di giocatori c’erano anche delle ragazze, alcune erano in squadra, altre facevano il tifo, ma in maniera molto educata. Un paio le avevamo incontrate la mattina in piscina, una era davvero bellissima nel suo costume intero, aveva gli occhi nocciola e ci eravamo scambiati degli sguardi e dei timidi sorrisi. Quella sera, su quel campo da basket, portava i capelli castani raccolti sulla nuca con delle ciocche che le scendevano sul viso. Avremmo avuto al massimo 14 anni e con un inglese scolastico e titubante chiedemmo di poter giocare con loro. Ci risposero di no, senza tanti giri di parole, niente di razziale, almeno credo, nessun italiani, pizza, mafia, mandolino, semplicemente non avevano alcuna intenzione di fare la nostra conoscenza e poi, non ci ritenevano all’altezza di competere con loro. Solo la ragazza bella provò a far cambiare idea al fratello maggiore, ma non ci fu niente da fare anzi, il suo intervento fece innervosire il gruppo che ci fece capire che da lì dovevamo andar via, che dovevamo spostarci di lato perché la partita doveva riprendere immantinente. Incrociai lo sguardo della ragazza, sembrava dispiaciuta e lo ero anch’io, per me giocare sarebbe stata la scusa per conoscerla e chissà, magari, come nei film, poteva scapparci un bacio, invece niente. Delusi, ci spostammo sul lato del campo per permettere la ripresa del gioco. Ero appoggiato ad un lampione, finivo di mangiare la mia mela golden e fingevo distacco e disinteresse. All’improvviso la palla stoppata con foga da uno dei giocatori, rimbalzò verso di me. Fu una cosa naturale e sorprendente: l’addomesticai di petto, me la alzai con il sinistro e feci partire un pallonetto di destro che si andò a infilare nel canestro. I miei amici esplosero in un boato da stadio, i mormori erano increduli e sbalorditi, forse non avevano mai visto qualcuno calciare un pallone, la ragazza bella mi guardava ammirata. Io tremavo dall’emozione ma non volevo darlo a vedere, diedi l’ultimo morso alla mela, la gettai nel cestino attaccato al lampione, mi girai verso i miei amici e con finta sufficienza dissi: “andiamo”. Con la coda dell’occhio vedevo la ragazza bella che mi seguiva con lo sguardo, adorante. “È fatta! – pensavo tra me e me mentre mi dirigevo verso il camper dei miei – domani mattina in piscina farò un ingresso trionfale, e lei sarà lì ad aspettarmi e finalmente potremo vivere un’intensa e travolgente storia d’amore e poi tornerò a Siracusa e lo racconterò a tutti e poi ci scriveremo e io andrò in America da lei e lei verrà da me e io avrò già il motorino e insieme andremo a mare al Plemmirio”. Il giorno dopo, mi svegliai presto, non stavo nella pelle, volevo godermi il trionfo, uscii dal camper per fare colazione e per vedere se riuscivo a sbirciarla ma rimasi basito: davanti a me il vuoto, le piazzole deserte, i camper con il pavimento di pelo lungo erano spariti, portandosi via l’unico possibile grande amore mormone della mia vita.