Epica, Etica e Pathos

Gli adolescenti alla guida non li sopporto. Guidano malissimo, come è giusto che ogni adolescente debba guidare, ma anziché infilarti sulla destra in sella a un motorino, lo fanno a bordo di odiose microcar. Le strade sono diventate più pericolose da quando gli adolescenti alla guida delle odiose microcar si sono aggiunti alle suore con la Panda o con la Kangoo. I genitori, probabilmente, saranno più tranquilli sapendo che i figli scorazzano a bordo di una pseudo auto, ma il resto della popolazione vive nel terrore. Il fatto è che questi ragazzi possiedono odiose microcar ma pensano di guidare degli scooter, per cui compiono manovre pericolosissime, tagliano la strada senza freccia, salgono sui marciapiede, parcheggiano appiccicati alla tua macchina impedendoti di salire a bordo. Però, se li osservi un po’, quello che noti è uno sguardo spento, senza fremiti, senza emozione, almeno così mi pare, sembrano già adulti, con altri pensieri, altre preoccupazioni.

Nel 1991, se mi fossi presentato a scuola con una microcar, sarei stato preso per il culo, senza pietà, fino al diploma e forse oltre. Erano altri tempi, la stragrande maggioranza dei ragazzi guidava il Sì o la Vespa, si andava in due e senza casco, la miscela si faceva al 2% in inverno e al 3% in estate, e l’unica preoccupazione era legare bene la moto per non farsela fregare.

Ora, pare che questi adolescenti con le odiose Microcar, una cosa l’abbiano mutuata da quelli della generazione Vespa: la montatina. I dati della stradale non lasciano adito a dubbi, una percentuale sconsiderata di microcar risulta truccata: marmitte speciali, serbatoi supplementari, clacson polifonici, cerchi in lega da 16 pollici ma soprattutto, motori elaborati per avere più potenza, più velocità e più ripresa. Come negli anni ’90, questi adolescenti guidano bolidi pimpati e fuorilegge.

Anche il mio Sì di seconda mano era truccato, 41. Lo feci elaborare una mattina d’estate, affidandomi al know how del Cugino Malacarne. Lui conosceva tutti i meccanici della città e stabilì che Masino, vicino al mercato d’Ortigia, avrebbe fatto al caso mio. Devo ammettere che la cosa non m’interessava in modo particolare, avevo quasi quindici anni di lì a poco mi sarei preso il Vespone 125 di mio padre. Altri invece ci credevano veramente: la Vespa di Luciano faceva 140 km/h e Andrea aveva fatto modificare il pacco lamellare del suo Sì ed era diventato leggenda. Io lo feci per status symbol e scelsi di truccare il mio motorino il minimo indispensabile, giusto per migliorarne le prestazioni, senza strafare. Sì perché il Sì lanciato in velocità e su strada pianeggiante era affidabile, agile e maneggevole, il problema sorgeva al semaforo rosso e in prossimità di strade in salita. Capitava che nonostante i calcoli, le traiettorie, le strategie per arrivare all’incrocio con la luce del semaforo verde, qualche fatalità lo impedisse. Erano guai seri. Affrontare una salita con partenza da fermo, in due, era una sfida impegnativa. Come per la Macigno-mobile dei fratelli Slang, al Sì occorreva energia supplementare: il passeggero posteriore allargava le spalle per non fare cadere gli zaini della scuola – io avevo una borsa militare con la scritta “Kiss Pack You See” lungo la tracolla – e cominciava a pedalare come un forsennato. Il Sì si scomponeva e ondeggiava a destra e sinistra, la manopola del gas era a fondo, si contavano i colpi come l’equipaggio di un K2 alle Olimpiadi e in cima alla salita, alla fine, ci si sentiva come Bartali sullo Stelvio.

L’elaborazione del mio Sì non fu un gran successo, il ciclomotore aveva le stesse prestazioni di prima e neanche con la sostituzione della marmitta originale con una a curva larga, migliorò granché. In compenso aumentarono notevolmente le vibrazioni tanto che il parafango anteriore si sezionò a metà nel tentativo di rimuoverlo, fui costretto ad attorcigliarlo su stesso trasformandolo in una specie di unicorno che all’occorrenza fungeva anche da arma bianca.

Il problema era proprio questo, più il motore era truccato maggiore era la manutenzione e la possibilità di guasti e avarie. Anche per le odiose microcar è lo stesso, più sono elaborate, maggiore è la probabilità di vederle annaspare con il motore in fumo, come mi è capitato ieri, sull’acchianata Ambra. Il giovane pilota era sceso dall’abitacolo, sembrava un uomo d’affari e stava chiamando suo padre o più probabilmente l’assicurazione o il carro attrezzi, aveva l’aria rassegnata e indifferente come quella di un cinquantenne con l’auto in leasing.

Ma noi eravamo così? Direi più inconsapevoli, boh, sicuramente meno smart. Una volta un’auto che scendeva da viale Teracati bruciò il semaforo rosso nella direzione opposta alla nostra ed io fui costretto a frenare per non farmi travolgere. Era il 14 agosto del 1992, era ora di pranzo e Io e Ignazio ci trovammo ad affrontare l’acchianata Ambra senza nessuna rincorsa. Il Sì era allo stremo, la biella chiedeva pietà ed a nulla servivano le pedalate secche di Ignazio. Le operazioni erano ancora più complicate perché quella volta, trasportavamo nelle rispettive tracolle morbide, un basso Sakura truccato (aveva una finta borchia Fender sulla paletta) e una Squier Stratocaster. Arrancavamo, stavamo per capitolare, Ignazio continua a gridare: non ci dobbiamo fermare, non ci dobbiamo fermare, a nessun costo. All’improvviso l’illuminazione: un varco sulla destra, un cancello aperto. Sterzammo bruscamente e c’’infilammo nel cortile di una Villa, i proprietari erano seduti a tavola, in veranda, non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa stava succedendo: facemmo due giri di lancio intorno al cortile, prendemmo velocità e schizzammo fuori dal cancello, pronti ad aggredire l’acchianata, la vita e senza pensieri di auto in leasing.

 

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