PUM!

La città è una bolgia infernale di macchine, il codice della strada non vige più da tempo, la segnaletica è cancellata o fatiscente e ognuno può fare quello che gli pare. Le auto parcheggiate in doppia e tripla fila restringono le carreggiate e costringono tutti ad interminabili serpentoni e ingorghi snervanti. Chi deve girare a destra si mette a sinistra mentre chi deve andare a sinistra si tiene sulla destra e nessuno è in grado d’impegnare correttamente una rotatoria, probabilmente perché continuiamo a chiamarle “rotonte”. La maleducazione regna sovrana insieme al sopruso e alla spittizza, gli Stop e le precedenze sono elementi aleatori come in una partitura di Pierre Boulez. Nelle altre città il PUM è il Piano Urbano della Mobilità, a Siracusa, più che una rivoluzione sulla viabilità, pare il suono che si fa quando si spara un’altra minchiata.

 

Il Baratro

Il commento alle presunte dimissioni di Giovanni Randazzo: “ha rivato colle dimissioni ma ci ripenza dopo che si ano manciato tutti i soddi”, lasciato in calce e senza pudore da un tizio che, come si evince dalla sua bacheca, vende abusivamente frutta e verdura, guida un’auto di grossa cilindrata e si vanta di ricevere il Reddito di Cittadinanza, è la fotografia spietata di una nazione che scivola velocemente verso il baratro più buio, profondo e meritato.

Ciclopica

La chiusura “temporanea” della mostra Ciclopica, con le due sculture di Giacometti sequestrate dai Carabinieri perché ritenute dei falsi con firma taroccata, forse è la più grande malafiura nei 2752 anni di Siracusa. Più dei cassoni alla marina, più della pavimentazione di Corso Umberto. È come se al Teatro Greco cominciassero a rappresentare le Tragedie Pitacoriche (Agamennule, I Supplici, Tekra, le Noticiane) e le spacciassero per opere di Sofocle e di Euripide. Quando ne sono venuto a conoscenza ho pensato immediatamente alla gita in terza media e alla sensazione che ho provato quando arrivati in albergo, a Rimini, i miei compagni avevano tutti il beauty case della Mandarina Duck ed io invece ne avevo uno della Mandarancia Drink.

Il sequestro delle sculture crea un danno d’immagine senza precedenti che porta con se la mortificazione del concetto stesso di arte e di tutto quello che con fatica, studio e sacrificio ci gira intorno. Comunque, che la mostra non fosse in realtà quella dei proclami entusiastici dei primi giorni era piuttosto evidente a chiunque abbia messo piede almeno una volta in un museo o abbia visto una temporanea. Un’onesta mostra di provincia che più che rivolgersi a un pubblico cosmopolita si rivolgeva a uno locale, che magari non ha grande confidenza con l’arte ma che in questo modo avrebbe potuto avvicinarsi, incuriosirsi e magari appassionarsi alla materia. Non c’è niente di male in questo, anzi, sarebbe potuta essere una causa nobile, un obiettivo sincero, una specie di alfabetizzazione estetica, un omaggio – mettiamola così – al Maestro Abbado che si porta l’orchestra della Scala di Milano negli stabilimenti Ansaldo ed esegue per gli operai della fabbrica il Prometeo di Luigi Nonoper ricordare a tutti che l’arte non è il passatempo di una elite in pelliccia e mocassini ma il fuoco che arde e anima le istanze dei popoli.

L’aspetto che mi ha lasciato più attonito non è la scoperta di due opere false, che certo – per quanto ancora da accertare – è un fatto gravissimo, ma piuttosto la volontà di far passare una normalissima se non mediocre collezione di pezzi molto comuni e inflazionati, come un evento di altissimo profilo culturale. Questa cosa proprio mi spara qua, perché è stata ripetuta centinai di volte, come in un mantra. Ma nella città più provinciale del mondo, si sa, ci piace la grandeur, ci piace parlarci addosso e fare gli spavaldi, senza limiti. Invece il limite ci vuole, eccome. Quando spopolavano gli zatteroni del Dottor Scholl, non tutti potevano permetterseli e così, grazie alla strabiliante offerta merceologica della Fiera del Mercoledì (a casa mia “Mercatino”) si poteva optare per i modelli del Dott. Tonelli o per quelli del Dott. Rockford, sicuramente due onestissimi podologi, meno noti di Scholl ma altrettanto coscienziosi. Nessuno si vantava di averli acquistati, ma quelle scarpe svolgevano perfettamente il compito per il quale erano state prodotte: strascicare i piedi fino a consumarne la gomma della suola e utilizzarle come arma impropria.

Di tutta questa vicenda, la cosa che lascia più attoniti è quella sensazione di presa in giro che richiama gli echi di Tornatore e dell’Uomo delle Stelle: una Sicilia ingenua e attaccata ai suoi sogni che alla fine si infrangono miseramente. L’unica nota positiva potrebbe essere la richiesta di risarcimento del danno che il Comune di Siracusa, se tutto venisse confermato, dovrebbe chiedere agli organizzatori. M’immagino una cifra con un sacco di zeri, con la quale abbattere il costo della Tari, mettere in sicurezza le scuole o che so, rifare le strade della città.

Adesso, non resta che aspettare gli sviluppi giudiziari. Ho letto che da protocollo, c’era in programma anche una mostra sui contemporanei americani, beh, io ho un “Map” di Jasper Johns, stampa comune non numerata; un “Convergence” di Pollock, poster shop museo; un “Mustard on White” di Lichtenstein, cartoncino formato piccolo; un inflazionatissimo ma sempre gradevole “Chicken Noodle Soup “di Warhol. Se dovessero servire…

 

Servono Soldi

Dopo la Caporetto sull’aumento delle tasse per la concessione del suolo pubblico, Il Comune di Siracusa cambia strategia e per rimpinguare le casse, in osservanza dei rilievi mossi dalla Corte dei Conti, è pronto a commercializzare in tutto il mondo l’action figure del Sindaco Italia. Già in produzione le prime cinque linee di prodotti:

Italia Green, con bicicletta e abito biodegradabile;

Italia Beato, con saio e sandalo Birkenstock;

Italia Pizzuto, etereo e imbronciato;

Italia Cicisbeo, impreziosito da una miriade di accessori pregiati;

Italia Teddy Boy, con giubbetto di pelle e sneakers ai piedi.

Per la Mattel, partner dell’operazione, i margini di successo sono enormi, non si esclude quindi la produzione degli altri componenti della Giunta. Le indagini di mercato punterebbero su Randazzo togato, con cartella di pelle e fascicolo di parte e Moschella hippy con chitarra acustica e ramoscello di limone.

Ramazza

Cara Cantitata, Gentile Cantitato, 

in virtù dello spirito europeo che ci accomuna tutti e indistintamente da una tua esaltante vittoria o da una sonora sconfitta, oggi, a seggi chiusi, a simpolo sparrato, a risultati acquisiti e definitivi, sarebbe davvero un bel gesto, da parte tua, passare a ripulire le strade dallo schifo dei tuoi inutili santini elettorali. Cordialità. 

Le Tragedie Pitacoriche – Agamennule

Agamennule, 407 a.C.

Agamennule, sovrano di Cugni, è alla guida di una carovana che trasporta mandorle, olive e carrube alla Fiera del Sud, il più grande mercato dell’antichità sorto all’ombra delle maestose mura dionigiane di Siracusa. Accampatosi per la notte nel parcheggio della Frateria, viene sorpreso da un gruppo di malintenzionati guidati da Oreste – il re del Villaggio Miano – che fa razzia dei prodotti, buca le gomme della lapa di Agamennule e la vilipende con scritte offensive e graffiti a forma di crigno. Al risveglio Agamennule è incredulo. Eppure gli dei avevano predetto per lui fortuna e commercio propizio. Cos’era accaduto? Li aveva forse oltraggiati senza rendersene conto?

La disperazione lo assale fino a quando Zezetta, la sua figlia primogenita, vinta dal rimorso, gli confesserà che Salvuccio, nipote prediletto ed erede al trono di Cugni, ha tramato contro di lui organizzando l’agguato e confidando ad Oreste la posizione dell’accampamento.

Funestato dall’ira e dal nibbuso più totale, Agamennule prepara la sua terribile vendetta. Dapprima, imprigionando il nipote Salvuccio e costringendolo in esilio forzato in un campo di lavoro alla Fanusa, poi, sgheggiando la macchina di Oreste ed infine, con Zeus, Eolo e Poseidone dalla sua parte, scaglierà la sua maledizione sul Villaggio Miano, che da quel giorno in poi si allagherà alla minima pioggia.

Suolo Pubblico, si opti per il sorteggione

È una personalissima osservazione ma, al netto delle indicazioni della Corte dei Conti, io questa polemica sull’aumento degli oneri per la concessione del suolo pubblico non la capisco. Cioè, prima una pizza Crutaiola (per dire) me la facevate pagare 4 mila lire, adesso la servite a 13 euro o anche di più. Per fare i conti della serva: 13 euro equivarrebbero a 26 mila lire del vecchio conio, quindi un aumento del 650%. Ora – direte voi – ma questo che utilizza nella stessa frase “conti della serva” e “vecchio conio” che cosa ci vuole venire a dire, che alzare le tasse è giusto?

No, certo che no, ma vorrei sottolineare come a fronte di quel 650% di aumento dei prezzi, il 100% di aumento della concessione sulle strade di prima categoria e il 200% sulle strade “super” (che immagino voglia dire tipo Piazza Duomo) non mi sembra poi una percentuale esorbitante. In linea di principio assomiglia ad una ridistribuzione di ricchezza che se utilizzata per incrementare i servizi essenziali della città, potrebbe contribuire a mettere in moto quel circolo virtuoso di cui tutti parlano ma che da queste parti, nessuno ha mai visto.

Certo aggiungerete voi, ma così vengono penalizzati solo gli esercenti che pagano già le tasse, mentre non si fa nulla per contrastare gli evasori. È vero, o comunque si fa troppo poco. Forse, contestualmente, si sarebbero potute aumentare del 200% anche le multe da comminare a chi esercita e occupa suolo pubblico in maniera abusiva. Del resto li conosciamo tutti, sappiamo perfettamente quali sono le pizzerie che srotolano a perdita d’occhio tavoli e sedie lungo i vicoli ortigiani e i ristoranti che avanzano con i coperti e conquistano metri come in una partita di rugby. Li conosciamo tutti ma questi stanno sempre lì a farsi beffe di noi, tanto nessuno fa niente, che vergogna.

Comunque, per come la vedo io, camminare su un marciapiede senza dover scavalcare tavoli e menù scritti su enormi lavagne, dovrebbe essere un diritto di tutti, esattamente come dovrebbe esserlo affittare un locale di 8 metri quadrati e decidere di farci un ristorante. Avere per due spiccioli il suolo pubblico e piazzarci 40 coperti, no. Niente di personale ma fosse per me, stabilirei ogni anno un numero massimo di concessioni (che ne so, 80, lo dico a caso) e organizzerei un mega sorteggione pitacorico per aggiudicarsele. A ‘sto punto, che sia il fato a decidere. Lo so, sembra terribile, ma non è che è un obbligo di legge avere un dehor in Ortigia o quanto meno… non ancora.