Damilano a Siracusa e ritorno

All’inizio ero un po’scettico, invece lo spiegone di Marco Damilano su Moro (Un atomo di verità. Aldo moro e la fine della politica in Italia), andato in scena ieri al teatro Comunale di Siracusa, è stato una bellissima sorpresa e alla fine mi ha perfino commosso. Quasi due ore di narrazione, un ritratto di Aldo Moro che si spinge oltre il racconto dei 55 giorni di prigionia. Un teatro pieno per due terzi e tanta siracusanità sono stati gli ingredienti di una serata ortigiana che mi ha dato l’illusione di vivere, per una volta, in una città normale.

Quattro parole: hanno rapito Aldo Moro.

Quattro note: il riff di Shine on You crazy diamond dei Pink Floyd che Marco Bellocchio piazzò magistralmente al termine di Buongiorno Notte.

Altre quattro parole: posa il telefono, cazzo!

Sì perché in platea, non tutti i convenuti sembrano veramente interessati al racconto. Lo si capisce dalla selva di telefonini che fa capolino tra le file di posti e che genera una light pollution senza eguali. Facebook, WhatsApp, emoticon a muzzo, suonerie impazzite, “Che fa la Juve? No, io sono allo spettacolo di Alto Moro, sentiamoci topo”, strafottenza, imbarazzo. Ad ora di cena poi, alcuni preferiscono andare via, così, leggeri, in fuga.

Nel suo racconto, Damilano, rifugge i luoghi comuni e gli stereotipi e ci presenta un Moro diverso da quella che è la sua immagine pubblica, un uomo con tratti di personalità anche negativi e contraddittori. Tempo, flessibilità e verità sono i concetti su cui poggia la narrazione. Il tempo in cui siamo immersi, le epoche che viviamo ma anche il tempo interiore, quello nostro, personalissimo; la flessibilità, che è la capacità di modificare una prospettiva, di piegarsi senza spezzarsi, di muoversi nello spazio e nel tempo; la verità, che è ricerca e luce. Sintetizzando: conoscenza, intelligenza, dialogo. Trent’anni di vita politica italiana, il percorso di un uomo colto, di un padre costituente, di uno con un libretto universitario con tutti trenta e trenta e lode. Quante cose sono cambiate in questi quarant’anni dopo la sua morte? Tantissime, forse troppe. Vedere quelle foto, condividere o meno un punto di vista, ascoltare quei discorsi, Pasolini, Sciascia, confrontarli con quelli di oggi, ci dà la misura del cambiamento. Disarmante. In sala non c’è la politica. Due, forse tre e uno va via prestissimo.

Al siracusano ancora non riesce del tutto. I luoghi comuni e gli stereotipi ci sono quasi tutti, anche le pellicce in sala. Lo spettacolo inizia con più di venti minuti di ritardo perché molta gente non prende posto, rimane fuori a chiacchierare. Damilano fa capolino un paio di volte dalle quinte con la faccia di uno che si sta chiedendo: ma che sta succedendo? Perché questi non si siedono? Ma che stanno facendo? Il teatro ha una sua liturgia e noi, essendone stati privati per oltre mezzo secolo, forse l’abbiamo dimenticata, così come abbiamo dimenticato il ruolo della politica, che era orizzonte, senso collettivo e speranza ed è diventata pressapochismo, selfie e focolaio di paure e rabbie represse.

Foto di Dante Rapisarda.

 

Mito e Malacarne

Siracusa, riattivato il parcometro danneggiato in via Romagnoli: diventerà un’istallazione artistica. La macchinetta sarà capovolta, legata con grosse catena e affiancata alla statua di Prometeo. Le affinità tra Prometeo e il Parcometro sono evidenti: come il titano – il cui fegato veniva dilaniato ogni sera da un’aquila – il parcometro di via Romagnoli viene costantemente forzato da bande di delinquenti. Per la critica, gli elementi in comune e le analogie riscontrate, simboleggerebbero il rapporto tra mito e malacarne.

 

Il gatto Arturo (atto III)

Quindi Il linciaggio del clochard che ha massacrato il gatto Arturo non sarebbe mai avvenuto, i commenti al post con la falsa notizia invece rimangono e spingono a porsi alcuni interrogativi. Che società è quella nella quale ci si fa giustizia da soli? Chi può stabilire pene e condanne? Se non fosse stato un barbone rumeno ma il rampollo di qualche famiglia bene siracusana? Una foto profilo contornata di palloncini, fiorellini e cuoricini zuccherosi può celare una spietata terminator? Un uomo di dio può cliccare like ai peggiori commenti violenti e razzisti?

Le risposte dovrebbero essere scontate, ma negli ultimi anni, nel nome delle ingiustizie, delle frustrazioni e delle nostre mediocritá, abbiamo assistito al sovvertimento di molte regole del vivere civile.

Oggi poi è morto pure Bernardo Bertolucci, maestro indiscusso del cinema italiano, poeta delle immagini e narratore dell’angoscia esistenziale. Mi è tornata in mente la scena di Novecento quando Attila, l’ex guardiano diventato gerarca fascista, per spiegare alla cricca di amici come difendersi dal comunismo, sevizia e uccide un gatto. Attila, interpretato da uno stupefacente Donald Sutherland, si macchierà dei peggiori crimini e farà una brutta fine quando, dopo la Liberazione, mentre tentava la fuga, sarà brutalmente ucciso, trafitto dai forconi dei contadini.

L’Attila di Bertolucci è una metafora del male, la sua morte: la pena comminata da un tribunale del popolo in tempo di guerra. Per fortuna alla fine della Seconda guerra mondiale, il referendum prima e la Costituente poi, ci hanno messo nella posizione di poter avere, nero su bianco e alla luce delle atrocità del ventennio trascorso, una carta costituzionale che garantisce tutti regolando diritti e doveri dei cittadini.

Oggi, quelli che erano stati accolti come traguardi dell’umanità, raggiunti faticosamente dopo lotte interminabili, battaglie e morti, sono percepiti come inutili lacci che impedirebbero, a detta dei più, il corretto funzionamento della giustizia.

Ne viene fuori un mix preoccupante di Codice di Hammurabi e televoto. È la giustizia del web, quella che va esercitata in tempo reale, con un click. Quella che non tiene conto delle storie, delle situazioni, delle difficoltà, dei limiti, delle leggi e della loro esecuzione. Una realtá virtuale in due dimensioni, senza la gran cammurria dello spazio-tempo che complica inevitabilmente il tutto.

Ci sono davvero delle differenze tra l’aggressione al clochard e quella alla maestra che rimprovera l’alunno; tra il pestaggio dell’adolescente omosessuale e il dare fuoco all’anziano signore? Io credo di no, ma in caso di risposta affermativa, chi dovrebbe stabilirlo? Il gruppo WhatsApp dei genitori o il forum omofobi x Siracusa?

Pur condannando senza appello il terribile gesto del clochard, resto dell’idea che nessuna violenza vada tollerata perchè essa non serve a niente se non a moltiplicare e nutrire sé stessa. Perché una società civile che contempla la violenza, semplicemente non è una società civile.

Etica, Metafisica, Umanesimo e Noccioline

Il drastico capovolgimento delle regole del vivere civile non è una questione generazionale, almeno non più. È un cambiamento antropologico radicato ed evidente che sfocia nella totale mancanza di rispetto per qualsiasi regola, nel non assumersi alcuna responsabilità, nell’attribuire le colpe dei propri fallimenti agli altri. Sempre.

Ieri al supermercato, di prima mattina, un uomo sui sessanta – calzava sandali senza calze e aveva un alluce così valgo e l’unghia così lunga che si avvolgeva su se stessa come una spirale infernale – ha sputato dentro il mio cestello della spesa. Io stavo scegliendo la frutta, il cestello – già riempito con alcuni prodotti – era a cinque metri da me, l’uomo ha cominciato a mangiare della nocciolina americana sfusa da un espositore, non l’ha gradita e la sputata lì, dentro al mio cestello e poi si è allontanato con tranquillità. L’ho rincorso e ho richiamato la sua attenzione chiedendo spiegazioni ma lui mi ha detto che non avrebbe chiesto scusa, che la nocciolina faceva schifo e doveva sputarla e che la colpa era mia perché avevo lasciato il cestello lì. Ho provato a chiedergli perché non avesse usato il bidone della spazzatura dell’ortofrutta che era posizionato accanto a lui, ma non si è scomposto e ha detto una cosa tipo: ci pare che mi faccio ‘mbrusare pure la nucidda. Sua moglie, immobile, mi guardava come se fossi un extraterrestre. Mi sono voltato verso l’addetto ai salumi per cercare conforto ma lui ha alzato le spalle come a dire, la disputa è molto delicata ed entrambi avete le vostre ragioni, per cui preferisco mantenere una posizione di neutralità anche in funzione del mio ruolo di salumiere super partes. Un uomo sulla trentina, in tenuta sportiva griffata, ha assistito alla scena e mi ha detto: lascia perdere, con questi incivili non c’è niente da fare.

Ho lasciato il cestello con i prodotti in un angolo e l’ho sostituito con una senza saliva e nocciolina masticata e ho ripreso il mio giro tra i corridoi. Sbollita la rabbia mi sono fermato al banco per prendere un pezzo di parmigiano. Lì ho ritrovato il salumiere di prima, quello che non voleva sbilanciarsi. Ora stava parlando con una cliente di come la soluzione di tutti i problemi italiani sarebbe bombardare con armi nucleari la Germania. Praticamente nel giro di qualche minuto era passato da posizioni neutrali e attendiste tipo Svizzera a un interventismo sfacciato alla Kim Jong-un. Lo so che sembra surreale ma è andata proprio così. Per lui il popolo tedesco andrebbe sterminato senza pietà, le risorse depredate e i territori occupati. La signora, dopo averlo ascoltato ha detto: ma questo è un po’ razzista. Il salumiere ha subito precisato che il razzismo non c’entra perché i tedeschi sono bianchi e poi ha cominciato un’invettiva contro Martin Schultz, al quale attribuiva responsabilità gravissime che andavano da Alitalia alla sua situazione lavorativa. L’astio era così esasperato che mi sono chiesto se a questo punto il salumiere e Schultz si conoscessero.

Per un momento ho pensato di intervenire, di chiedere spiegazioni, di fargli notare che attribuire agli altri i nostri fallimenti non porta da nessuna parte, ma poi ho preferito rinunciare, mi sono allontanato e ho comprato del grana in busta dal banco frigo. All’uscita del supermercato, l’uomo sportivo griffato mi ha fatto un cenno di saluto, stava caricando la spesa sull’auto parcheggiata di sbieco nello stallo disabili del parcheggio vuoto.

 

Ztl: un corollario

Ho come l’impressione che a stagione turistica terminata, alcuni ristoranti siano vuoti perché si mangia di merda e si paga immotivatamente un fottio. I siracusani lo sanno, i turisti no. Poi, se vi fa piacere credere che il pass Ztl temporaneo per pranzare nei ristoranti di Ortigia, possa essere la soluzione a tutti i problemi e tipo incantesimo faccia tornare fresco il pesce, ricomponga il cannolo scomposto dal tempo, intonachi il muro scuzzulato, e renda professionale ed educato il personale… vabbé.