9000

Il fatto è che molti dicono: “no, io scrivo solo per me, per il gusto di scrivere…”, certo, anche io scrivo per il gusto di scrivere, ma mi piace pure che gli altri mi leggano e più siete, più sono sbalordito e soddisfatto. Grazie, davvero, i 9000 like sulla pagina di Archimete Pitacorico e le 100.000 visualizzazioni sul sito sono due traguardi inaspettati e gratificanti. Tutto ciò, manco a dirlo, non può che essere legato al senso di smarrimento e alla profonda crisi della società contemporanea, ma tant’è… quindi, come da tradizione, per ringraziarvi dell’affetto e della perseveranza che dimostrate, invierò a ciascuno di voi il kit pitacorico “Speciale Fase 2” che contiene:

– Mascherina mono elastico da agganciare esclusivamente all’orecchio;

– Dispenser ogghiurepipi disinfettante da parete;

 – Verga di mogano per garantire distanziamento sociale;

– Corredo fuochi artificio illegali;

 – Voucher cena romantica da incrasciato;

– Kit falsificazione pass Ztl Ortigia;

– Brick latte di mandorla scaduto;

– Frammento commemorativo Ponte Calafatari;

– Olio su Tela tipo “Giudizio Universale” con Dio proteso a sfiorare con un dito la mano di Vinciullo;

– Magnete frigo Parcheggio Talete;

– Funchetto porta fortuna.

Vergognomi assai ma necessito soldi droga.

 

Una questione di fiducia

Quello che sto vedendo in giro non mi piace per niente, lo trovo irrispettoso e pericoloso, per cui, ho tracciato una bella riga. La cosa è molto semplice, si tratta di una questione di fiducia: da una parte ci sono gli esercenti per bene, dall’altra quelli che si sentono spacchiosi. Io ho deciso di rispettare le regole e di prendere tutti gli accorgimenti per preservare la mia salute e quella degli altri, se tu non fai lo stesso, se per te è solo una farsa, se non indossi la mascherina o la metti lasciando il naso fuori, se prendi i generi alimentari senza utilizzare i guanti, se nonostante le vetrofanie ed i cartelli che hai appeso nel tuo esercizio commerciale, permetti ai clienti di entrare senza dispositivi di protezione individuale, se non intervieni quando questi bifolchi di assembrano al bancone o davanti allo scaffale, se ti interessa solo fare cassa per pagarti le rate del Suv, sappi che io, nel tuo negozio non ci rimetterò più piede e per quel che mi riguarda, scusa la franchezza, per me puoi anche chiudere.

Cordialità

Distanziamento Sociale: arrivano in città i primi 2000 assistenti civici

– Scusate…

– Chi bboi?

– Dovreste mantenere le distanze di sicurezza e indossare le mascherine, per favore…

– Ma cu spacchiu si?

– Assistente Civico scelto, Alessandro Privitera, per servirvi… sono un volontario che…

– Ma chi boli chistu? Cecca i iratinni, testiminchia!

– Non si alteri, Questo è un servizio civico di volontariato. Mi consideri come un distributore di buone maniere che, col sorriso sulle labbra…

– Ma chi sta ricennu?

– Forse lei non è al corrente che io, insieme ad altri 60mila colleghi in tutto il territorio nazionale, abbiamo il compito di sconsigliare ed eventualmente di segnalare comportamenti che…

– Bravo, segnala sta minchia!  

– Senta, io ho una responsabilità: far rispettare tutte le misure messe in atto per contrastare e contenere il diffondersi del virus

– Uora basta, non mi fari peddiri tempo… o cecchiti n’travagghiu, fatti zitu, fai zoccu voi, ma lassini peddiri.

– Ma io…

– Ancora ca si? Ti nna ghiri, sciesso?

Lo Apprezzeranno

Ieri ho letto un messaggio molto bello che mi ha colpito e fatto riflettere. Diceva una cosa tipo: da lunedì, quando vedrete qualcosa che non va in un bar, in un ristorante o in generale in qualsiasi attività aperta al pubblico, non indignatevi, non correte a denunciare, non sfogatevi sui social, ricordatevi che nessuno è perfetto e ognuno di noi sta cercando fare il meglio che può. Piuttosto – suggeriva il messaggio – ditelo ai gestori, lo apprezzeranno, escono da un brutto periodo e l’unica cosa che vogliono è rimettersi a lavorare… aiutiamoli, l’empatia è la soluzione migliore. 

Così, quando ho notato un bar con i tavolini uno appiccicato all’altro, dove erano accomodati una ventina di teenager intenti a  bere mojito e moscow mule, mi sono armato del mio sorriso più sincero e ho detto al proprietario: “Buongiorno, mi scusi se la importuno mentre sta lavorando ma lo faccio a fin di bene, posso solo immaginare quanto abbia sofferto in questi mesi di lockdown e adesso, anche per lei, è finalmente arrivato il momento di ripartire, tuttavia, voglio farle notare che in questo modo, sta contravvenendo alle più elementari regole di buon senso e come certamente saprà, alle norme in materia di sicurezza e distanziamento interpersonale previste nelle linee guida del DPCM e nell’ordinanza del Presidente della Regione Sicilia che le richiama. Ne era consapevole? Comunque, mi consideri a sua disposizione per eventuali chiarimenti e/o consigli.”. Ero pronto a ricevere un sentito ringraziamento e un saluto di gomito per il mio solidale interessamento e invece il proprietario mi ha guardato e ha chiesto: “Ma tu cu spacchi sì, nu sbiro e carrabbineri?”. 

– “No! solo un comune cittadino che ha a cuore la ripresa delle attività commerciali nel rispetto delle regole di salute pubblica…”. 

– “Ma talè a chistu! Ancora ca sì? Cecca i iratinni… facciminchia!”.

Il Rogito – Diario del nanno col giubbotto blu

16 maggio 2020

Ieri il Nanno col giubbotto blu è passato sotto casa intento a fare telefonate, Ninni, dietro di lui, gli passava di volta in volta un telefono diverso e diceva cose tipo: “chiddu ra casa ra via Bainsizza.”, oppure “chiddu ro basso ra via Umpria”. Una telefonata dopo l’altra. Poi, ad un certo punto, passandogli l’ennesima chiamata ha detto: “u notaro Fassapella.”. “Rammi ca!”, ha fatto il nanno strappandogli il telefono dalle mani. “Pronto Gianni – ha detto all’apparecchio – se, se… comu rici tu… se, se, propria… ahahaha, no, no… se, se… a quali abbtabblità mi sta ciccannu?… chi sacciu iu… tu mettici ca ci su tutti i catti, spacchiò t’antaressa…. se, se… no, no, non ci abbabbiari… no ammia… no manco a Sivvana… se, chista a n’testamo a Jonatha e Hilary, i me niputi… ok, ok… se, apposto… ni viremu lunetì.  Dopo aver chiuso la telefonata il nanno si è voltato verso di me per salutarmi e ha detto: “Sono gionni infennali… ma chistu è u mumento pi fari affari immobbiliari.”. “Ah!” ho esclamato stupito “effettivamente leggevo che i prezzi sono destinati a scendere e…”. “I cristiani su disperati – ha detto il nanno – ci levi a casa cu du liri.”. “Francamente le speculazioni non mi sono mai piaciute.”, gli ho risposto serio. “Nun fare sa facci… aanti, gli affari su affari – ha detto di rimando – non è ca stamu iennu a rubbare… paiamu…”. “Va be – ho fatto io – lasciamo perdere, cambiamo argomento… piuttosto ‘sta detrazione fiscale del 110% è ottima per ristrutturare e…”. “Nonzi – ha detto il nanno – a quali detrazione fiscale, iu risutto nullatenente… senza na lira.”. “Scusi – ho chiesto – ma allora come fa a comprare immobili?”. “Come fazzu… ca fazzu! Tu consitera che pigghiu a pensione ri cittatinanza, a pensione d’invalitità, u reddito ri cittatinanza ri Sivvana, u stipendio di Sivvana ca fa manichiur e perichiur case case e pigghia bonu; a percentuale ro bar e do tabbacchino ca n’accattammu quacchi cinc’anni fa; i soddi re case c’avemu affittate a Buggata e chiddi ra villa alle Fisci…”. “Cioè lei mi vuole far credere che ha anche un’abitazione alle isole Fiji?”, ho chiesto stupito. “Docu… Fisci, Mollucche… mu scoddu sempre… all’Arenella va.”. “Ovviamente tutto in nero…”, ho detto sarcastico. “Tutto in nero.”, ha confermato il nanno. “Ma perchè? – ho chiesto contrito – proprio lei si lamentava degli ospedali che non funzionano, ma lo sa che le tasse che non paga…” “Aspetta, femmiti. Ta fazzu iu na domanna… a picchi stu Statu e u Comuni m’ana scassare a minchia ammia, ciccannumi soddi? Mu sa riri? Aanti, pensici e poi m’arrispunni…. ora lassimi iri… salutamo”. “Salutiamo.” ho detto sommessamente. “Ninni, nun fari u gnorri, saluta macari tu – ha detto il nanno – pezzo ri porco e maralucato.”. 

Amaro in Bocca

La notizia della chiusura delle indagini da parte della Procura Militare di Roma sull’omicidio di Emanuele Scieri e l’accusa formale verso i caporali Antico, Panella e Zabarra, è uno piccolo squarcio sul quel muro di gomma su cui la famiglia e gli amici di Emanuele si scontrano da più di vent’anni, ma lascia l’amaro in bocca. La ricostruzione dei fatti è quella che sappiamo ormai tutti, quella cioè che la Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta da Sofia Amoddio, nella scorsa Legislatura, ha accertato grazie a nuovi elementi di prova ed a nuove intuizioni talmente evidenti da spingere il Procuratore Capo di Pisa a riaprire le indagini e ad indagare i tre caporali e il generale Celentano, che all’epoca dei fatti, era capo supremo del rinomato Corpo d’élite dell’esercito italiano. Dopo che la procura di Pisa aprì il fascicolo e spiccò i primi avvisi di garanzia, finalmente, dopo vent’anni, si ridestò dal suo torpore anche la Procura militare di Roma che iniziò, tra precisazioni imbarazzanti sul nonnismo e richieste di atti secretati, un suo filone di indagine. Certo, non si capisce bene su quali nuove prove, dato che quelle della Commissione Parlamentare d’Inchiesta erano in possesso solo della Procura di Pisa, ma tant’è.   

La differenza sostanziale tra le due inchieste è piuttosto evidente: mentre la Procura della Repubblica di Pisa oltre ad indagare i tre caporali, vaglia anche la posizione del Generale Celentano, probabilmente ritenendo che ci sia una responsabilità dei vertici del Corpo e della Caserma sull’accaduto (cadavere ritrovato dopo tre giorni, ispezione la notte di ferragosto del generale, altra ispezione degli ufficiali della caserma il giorno successivo), per la Procura militare di Roma gli eventuali responsabili sarebbero solamente i tre caporali, unici indagati. Ecco, per me questa mancanza è inaccettabile. Sono prevenuto, lo ammetto, ma i miei preconcetti si sono formati in vent’anni di mancanza di ammissioni di responsabilità, nei patetici tentativi di far credere che Scieri si fosse suicidato, che fosse depresso e assumesse psicofarmaci, che si fosse arrampicato in cima a quella torretta di asciugatura dei paracadute, nel cuore della notte di quel 13 agosto 1999, per cercare la linea del telefonino.

Quello che è successo quella notte di agosto lo si evince dalla relazione finale della Commissione, lì c’è un’affresco, vivido e terribile di cosa era e come veniva gestita la Caserma Gamerra in quegli anni. Oggi sappiamo quello che è successo ad Emanuele poteva accadere a chiunque altro perché lì, nel presidio dello Stato, nella caserma di eccellenza di uno dei corpi militari più blasonati dell’esercito italiano, le regole erano state riscritte e il sopruso e la violenza erano di casa. E in quel clima avvelenato e senza controllo della caserma Gamerra, un atto di nonnismo come quello che ha causato la morte di Emanuele Scieri, a cui fu imposto di scalare a forza di braccia una torretta nel cuore della notte, gli furono pestate le mani per farlo cadere e fu lasciato agonizzare fino alla morte, non è semplicemente un colpo di testa di un singolo o di tre caporali esaltati e violenti, ma una pratica parallela, accettata e tollerata nell’indifferenza e nella mancata assunzione di responsabilità.