Selvaggi

Le escursioni mi mettono sempre una sete bestiale, perciò questa volta, dopo le esperienze e tutti gli errori del passato, dopo aver finalmente sostituito la vecchia borsa a tracolla della Eastpack con uno zaino con due porta bottiglie integrati, mi sentivo pronto e adeguatamente equipaggiato. Quel pomeriggio avevamo deciso di andare a Shi Shi Beach, una spiaggia da mille e una notte che si trova sulla costa nord del Pacifico, all’interno della riserva degli indiani Makah nell’Olympic National Park, Stato di Washington.

L’Olympic National Park è un luogo incantato, dal 1981 – a ragion veduta – è patrimonio dell’umanità: chilometri di costa incontaminata, una catena montuosa con annessi ghiacciai e un pezzo gigante di foresta pluviale come all’equatore, solo che qui siamo a pochi chilometri dal confine con il Canada. 

La sera prima eravamo a Forks, qui ci ambientarono la saga di Twilight, ma a dire il vero, in giro non c’è traccia di vampiri stilosi e hype,  solo molta gente semplice. Hanno una pizzeria – Pacific Pizza si chiama – e un paio di bar con cucina, biliardo e Jukebox. C’eravamo goduti il tramonto spettacolare di Rialto Beach, che è una spiaggia molto frequentata dai surfisti e turisti. L’oceano trasportava una nebbiolina glaciale e noi ci eravamo accomodati accanto ad un falò di comunità, lasciato acceso da un gruppo di ragazzi che erano andati via. Il sole scendeva lentamente e dal campeggio libero dietro la fila di alberi che delimitava la spiaggia, arrivavano profumi intensi di brace, affumicature con legni pregiati e profumo di grigliate miste. Stavamo morendo di fame. Avevamo saltato il pranzo, così ci siamo messi in macchina e siamo tornati verso Forks. Lì, come ci succede sempre, ci siamo accorti che era troppo tardi: il tizio degli hamburger aveva chiuso la cucina, il supermarket sbarrato, la pizzeria non prendeva più ordinazioni. Eravamo disperati, stavamo lì, a due metri da questo gigantesco forno elettrico che continuava a sfornava le pizze dei clienti in attesa, senza poter fare niente. A nulla sono valse le capacità oratorie e persuasive di Donatella, non c’era verso, i gestori erano inamovibili e pignoli come il signor Dante.

Il signor Dante era il proprietario di una pizzeria in via Filisto, a Siracusa, alla fine degli anni ‘60. Mio padre mi raccontava che Dante l’aveva aperta una decina di anni prima, il quartiere, allora, era in espansione, il boom economico garantiva ai clienti qualche soldo da spendere fuori casa e lui faceva affari d’oro. Poi, con il passare del tempo, probabilmente per una serie di fattori diversi, il locale cominciò ad andare male. Dante, stoico, rimase lì, a guardia del passato, tra il banco circolare con i condimenti e il grande forno a legna. “Che ha pagato Pippuzzo?” chiedeva alla cassiera, indicando mio padre. Ormai si conoscevano da anni, da quando cioè mio padre era un ragazzino e adesso che viveva da solo, perché i suoi genitori si erano trasferiti a Enna, quando poteva, cercava di aiutarlo comprandosi una pizza d’asporto.

“Una maggherita signò Dante.” replicava precisa la ragazza.

“Pronta in 5 minuti.” Faceva lui mentre aveva già iniziato a stendere la pasta.

Il Signor Dante più che un pizzaiolo era un chimico molecolare, centellinava gli ingredienti con una precisione esasperata, mai una goccia di salsa di pomodoro in più, mai un pezzetto di mozzarella fuori posto, perfino l’aggiunta di una lacrima d’olio d’oliva, avveniva con un gesto velocissimo, quasi da prestigiatore, attraverso una bottiglia di vetro verde dal beccuccio stretto e sul quale poggiava pure il pollice per ostruirne l’uscita.

“Signor Dante, che fa, gliele aggiunge due olive?” chiedeva mio padre.

“Eh no! Poi diventa una Romana…” sentenziava Dante.

Comunque, quella sera a Forks, io ero disposto a spacciarmi per pizzaiolo – uno di quelli campioni del mondo che ci sono dalle nostre parti – ero pronto a farmela da solo la pizza, poi, per fortuna, una comitivona di giapponesi, mossa a compassione, ci ha offerto una delle pizze in più che avevano ordinato. Per sdebitarmi ho offerto loro un giro di Dottor Pepper, perché questa volevano. Ora, io non so se avete mai bevuto la Dottor Pepper, ma probabilmente è la bevanda più disgustosa sulla faccia della terra. Un mix di Coccoina: la colla alla mandorla; amarena e caramello. La provai con l’entusiasmo del novizio la prima volta che andai negli Stati Uniti e giurai che non l’avrei bevuta mai più. Comunque, la pizza in più si chiamava Rainbow ed era preparata con pesto alla genovese, mozzarella, peperoni gialli, salame, crema all’aglio e origano. Prima di servirla, il pizzaiolo, l’ha resa unica apponendo una sigla (le sue iniziali?) con uno spruzzo di formaggio spray. Scrivendone oggi sembra incredibile, ma lì, quella sera, a Forks, mi sembrò perfino buona.

L’indomani, dopo cinquanta miglia di tornanti a 40 chilometri orari di limite, siamo finalmente arrivati a Neah Bay, dove Donatella aveva trovato un cottage sulla spiaggia – Hobuck Beach Resort si chiamava – a un prezzo davvero stracciato. Donatella negli anni ha sviluppato questa skill fondamentale: abbandonati i soliti Expedia e Booking ha scovato un paio di siti americani che, se ci si trova nel posto giusto, al momento giusto e si ha l’ardire di aspettare fino all’ultimo istante, tipo asta on-line, si prendono ottime stanze a prezzi convenienti.  

Mentre scaricavamo i bagagli e prendevamo possesso dell’alloggio, notavo che gli occupanti degli altri cottage scaricavano provviste su provviste: casse di birra, sacchi di patate, pannocchie di mais, dispenser di salse, chili di carne e di pesce. Noi ci siamo sistemati e siamo subito risaliti in auto direzione Shi Shi Beach. Il programma era: facciamoci questa escursione, stiamo un po’ in spiaggia, torniamo prima che faccia buio, facciamo un po’ di spesa, compriamo due hamburger, del cheddar a fette, l’insalata e una di quelle confezioni di birra da sei, ci docciamo e ceniamo in veranda, in riva al mare. 

Abbiamo parcheggiato l’auto in un piccolo slargo e da lì, imboccato il trail per la spiaggia. Per raggiungere Shi Shi Beach bisogna affrontare un percorso a piedi di circa tre chilometri e mezzo all’interno della foresta. Il terreno è fangoso e rende il cammino incerto e difficoltoso, la vegetazione a tratti diventa fitta e quasi impenetrabile e l’umidità sfida le percentuali siracusane. Insomma, una faticaccia. Durante il percorso non abbiamo incontrato nessuno, eravamo completamente soli e la cosa ci angosciava un po’ perché pensavamo di avere sbagliato strada. Poi, dopo due ore di cammino, abbiamo cominciato a sentire l’oceano – il suo rumore potente e sfacciato non ha nulla a che vedere con quello del mare – e ci siamo tranquillizzati. Abbiamo raggiunto un costone a picco sulla spiaggia, seguito una freccia che ci indirizzava verso un pendio più morbido e ci siamo calati con una corda che si trovava già in loco. Questa cosa della corda, detta così, sembra assurda, ma è stato più semplice di quanto avessi mai potuto immaginare.

Shi Shi Beach toglie il fiato e si merita questa fatica. È sconfinata, bellissima, cangiante nei colori e nelle atmosfere. Faraglioni pieni di vegetazione, enormi tronchi d’albero levigati dal mare e poggiati sulla sabbia, animali del bosco e una luce indimenticabile. I surfisti cominciavano a raccogliere le cose per tornarsene indietro, altri invece si erano attrezzati con tende e fuochi per passare la notte, noi ci siamo sdraiati su un tronco gigante ad ammirare questo scorcio di mondo incontaminato. Poco prima del tramonto siamo andati via, non potevamo fare altrimenti, non avevamo nemmeno una torcia e francamente, l’idea di scalare una parete con una fune e rifarci due ore di trail nella poltiglia, al buio, non ci attirava per niente.

Siamo arrivati al parcheggio stanchissimi, infangati e disidratati. Il ritorno è stato più faticoso dell’andata, in alcuni momenti mi sarei lasciato cadere a terra stremato, solo una cosa mi spingeva a proseguire: l’idea di bere una birra ghiacciata nella veranda sulla spiaggia. Pensavo ardentemente ad una di quelle Budweiser con il tappo a vite che hanno loro, quelle che si bevono non appena entrano in casa, aprono il frigo, svitano il tappo senza camurrie del tipo: “ma dov’è l’apri bottiglie?”, accendono il baseball in Tv e si arricriano.  

Attratti da un cartello che pubblicizzava la vendita di carbonella homemade con legno di melo, cedro e ciliegio, ci siamo fermati davanti a questo mini market con annessa pompa di benzina, lo gestiva una famiglia di indiani Makah e abbiamo acquistato un sacco da 10 libre. Inconsciamente mi si è acceso come un campanello d’allarme, un segnale che mi avvertiva che c’era qualcosa di strano, ma sul momento non ci ho fatto caso, eravamo in ritardo sulla tabella di marcia e non volevamo trovare chiuso l’unico supermarket del posto. Siamo risaliti in macchina, ma abbiamo percorso solo pochi metri perché in uno slargo poco distante, un indiano Makah vendeva dei sacchetti pieni di cherry tomatoes di tutti i colori, ne abbiamo comprato uno e siamo ripartiti. Finalmente siamo arrivati al Washburn General Store e lì si è consumata la tragedia. Sì, perché a Neah Bay gli indiani Makah gestiscono tutto e gli indiani Makan praticamente non mangiano carne, hanno una tradizione millenaria di pesca e di caccia alla balena, ogni famiglia si fa le sue conserve e quel poco di carne che mangiano gli arriva il mercoledì. Era martedì sera, gli scaffali erano praticamente vuoti, c’erano dei nachos, del pesce sotto sale, dei tranci surgelati di merluzzo in pastella e qualche confezione di gelato Häagen-Dazs. Il campanello d’allarme ha iniziato a suonare di nuovo, questa volta all’impazzata, ho cominciato a correre tra i corridoi semi vuoti, ero in uno stato alterato di coscienza. “Non può essere, non può essere!” continuavo a ripetermi tra me e me, ma in realtà avevo capito tutto. L’avevo già capito al mini market della pompa di benzina, ma il mio inconscio, forse per proteggermi, me lo teneva nascosto: gli indiani Makah sono astemi. Cazzo! Gli indiani Makah non vendono né birra né qualsiasi altro alcolico, cazzo, cazzo! Per di più nel corridoio delle bevande era rimasta solo la Dottor Pepper e della Fanta alla mela. 

Mi è crollato il mondo addosso. Ero sudato, infangato, stanco, demoralizzato e incazzato. Inveivo ad alta voce contro le minoranze etniche, contro le riserve indiane e il fallimento delle politiche di integrazione del governo federale.

Donatella si è avvicinata per consolarmi, mi diceva: “dai, facciamo il pesce alla griglia, abbiamo il pomodoro, compriamo il gelato macadamia brittle, accomodiamo.”. Non c’è stato verso, io volevo solo una stramaledettissima birra.

L’indiano Makah alla cassa era impassibile, nemmeno ci guardava, quando ha alzato lo sguardo verso di me, per un attimo ho pensato che capisse l’italiano, mi ha scrutato da capo a piedi e ha fatto una faccia come a dire: selvaggio. 

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