Selvaggi

Le escursioni mi mettono sempre una sete bestiale, perciò questa volta, dopo le esperienze e tutti gli errori del passato, dopo aver finalmente sostituito la vecchia borsa a tracolla della Eastpack con uno zaino con due porta bottiglie integrati, mi sentivo pronto e adeguatamente equipaggiato. Quel pomeriggio avevamo deciso di andare a Shi Shi Beach, una spiaggia da mille e una notte che si trova sulla costa nord del Pacifico, all’interno della riserva degli indiani Makah nell’Olympic National Park, Stato di Washington.

L’Olympic National Park è un luogo incantato, dal 1981 – a ragion veduta – è patrimonio dell’umanità: chilometri di costa incontaminata, una catena montuosa con annessi ghiacciai e un pezzo gigante di foresta pluviale come all’equatore, solo che qui siamo a pochi chilometri dal confine con il Canada. 

La sera prima eravamo a Forks, qui ci ambientarono la saga di Twilight, ma a dire il vero, in giro non c’è traccia di vampiri stilosi e hype,  solo molta gente semplice. Hanno una pizzeria – Pacific Pizza si chiama – e un paio di bar con cucina, biliardo e Jukebox. C’eravamo goduti il tramonto spettacolare di Rialto Beach, che è una spiaggia molto frequentata dai surfisti e turisti. L’oceano trasportava una nebbiolina glaciale e noi ci eravamo accomodati accanto ad un falò di comunità, lasciato acceso da un gruppo di ragazzi che erano andati via. Il sole scendeva lentamente e dal campeggio libero dietro la fila di alberi che delimitava la spiaggia, arrivavano profumi intensi di brace, affumicature con legni pregiati e profumo di grigliate miste. Stavamo morendo di fame. Avevamo saltato il pranzo, così ci siamo messi in macchina e siamo tornati verso Forks. Lì, come ci succede sempre, ci siamo accorti che era troppo tardi: il tizio degli hamburger aveva chiuso la cucina, il supermarket sbarrato, la pizzeria non prendeva più ordinazioni. Eravamo disperati, stavamo lì, a due metri da questo gigantesco forno elettrico che continuava a sfornava le pizze dei clienti in attesa, senza poter fare niente. A nulla sono valse le capacità oratorie e persuasive di Donatella, non c’era verso, i gestori erano inamovibili e pignoli come il signor Dante.

Il signor Dante era il proprietario di una pizzeria in via Filisto, a Siracusa, alla fine degli anni ‘60. Mio padre mi raccontava che Dante l’aveva aperta una decina di anni prima, il quartiere, allora, era in espansione, il boom economico garantiva ai clienti qualche soldo da spendere fuori casa e lui faceva affari d’oro. Poi, con il passare del tempo, probabilmente per una serie di fattori diversi, il locale cominciò ad andare male. Dante, stoico, rimase lì, a guardia del passato, tra il banco circolare con i condimenti e il grande forno a legna. “Che ha pagato Pippuzzo?” chiedeva alla cassiera, indicando mio padre. Ormai si conoscevano da anni, da quando cioè mio padre era un ragazzino e adesso che viveva da solo, perché i suoi genitori si erano trasferiti a Enna, quando poteva, cercava di aiutarlo comprandosi una pizza d’asporto.

“Una maggherita signò Dante.” replicava precisa la ragazza.

“Pronta in 5 minuti.” Faceva lui mentre aveva già iniziato a stendere la pasta.

Il Signor Dante più che un pizzaiolo era un chimico molecolare, centellinava gli ingredienti con una precisione esasperata, mai una goccia di salsa di pomodoro in più, mai un pezzetto di mozzarella fuori posto, perfino l’aggiunta di una lacrima d’olio d’oliva, avveniva con un gesto velocissimo, quasi da prestigiatore, attraverso una bottiglia di vetro verde dal beccuccio stretto e sul quale poggiava pure il pollice per ostruirne l’uscita.

“Signor Dante, che fa, gliele aggiunge due olive?” chiedeva mio padre.

“Eh no! Poi diventa una Romana…” sentenziava Dante.

Comunque, quella sera a Forks, io ero disposto a spacciarmi per pizzaiolo – uno di quelli campioni del mondo che ci sono dalle nostre parti – ero pronto a farmela da solo la pizza, poi, per fortuna, una comitivona di giapponesi, mossa a compassione, ci ha offerto una delle pizze in più che avevano ordinato. Per sdebitarmi ho offerto loro un giro di Dottor Pepper, perché questa volevano. Ora, io non so se avete mai bevuto la Dottor Pepper, ma probabilmente è la bevanda più disgustosa sulla faccia della terra. Un mix di Coccoina: la colla alla mandorla; amarena e caramello. La provai con l’entusiasmo del novizio la prima volta che andai negli Stati Uniti e giurai che non l’avrei bevuta mai più. Comunque, la pizza in più si chiamava Rainbow ed era preparata con pesto alla genovese, mozzarella, peperoni gialli, salame, crema all’aglio e origano. Prima di servirla, il pizzaiolo, l’ha resa unica apponendo una sigla (le sue iniziali?) con uno spruzzo di formaggio spray. Scrivendone oggi sembra incredibile, ma lì, quella sera, a Forks, mi sembrò perfino buona.

L’indomani, dopo cinquanta miglia di tornanti a 40 chilometri orari di limite, siamo finalmente arrivati a Neah Bay, dove Donatella aveva trovato un cottage sulla spiaggia – Hobuck Beach Resort si chiamava – a un prezzo davvero stracciato. Donatella negli anni ha sviluppato questa skill fondamentale: abbandonati i soliti Expedia e Booking ha scovato un paio di siti americani che, se ci si trova nel posto giusto, al momento giusto e si ha l’ardire di aspettare fino all’ultimo istante, tipo asta on-line, si prendono ottime stanze a prezzi convenienti.  

Mentre scaricavamo i bagagli e prendevamo possesso dell’alloggio, notavo che gli occupanti degli altri cottage scaricavano provviste su provviste: casse di birra, sacchi di patate, pannocchie di mais, dispenser di salse, chili di carne e di pesce. Noi ci siamo sistemati e siamo subito risaliti in auto direzione Shi Shi Beach. Il programma era: facciamoci questa escursione, stiamo un po’ in spiaggia, torniamo prima che faccia buio, facciamo un po’ di spesa, compriamo due hamburger, del cheddar a fette, l’insalata e una di quelle confezioni di birra da sei, ci docciamo e ceniamo in veranda, in riva al mare. 

Abbiamo parcheggiato l’auto in un piccolo slargo e da lì, imboccato il trail per la spiaggia. Per raggiungere Shi Shi Beach bisogna affrontare un percorso a piedi di circa tre chilometri e mezzo all’interno della foresta. Il terreno è fangoso e rende il cammino incerto e difficoltoso, la vegetazione a tratti diventa fitta e quasi impenetrabile e l’umidità sfida le percentuali siracusane. Insomma, una faticaccia. Durante il percorso non abbiamo incontrato nessuno, eravamo completamente soli e la cosa ci angosciava un po’ perché pensavamo di avere sbagliato strada. Poi, dopo due ore di cammino, abbiamo cominciato a sentire l’oceano – il suo rumore potente e sfacciato non ha nulla a che vedere con quello del mare – e ci siamo tranquillizzati. Abbiamo raggiunto un costone a picco sulla spiaggia, seguito una freccia che ci indirizzava verso un pendio più morbido e ci siamo calati con una corda che si trovava già in loco. Questa cosa della corda, detta così, sembra assurda, ma è stato più semplice di quanto avessi mai potuto immaginare.

Shi Shi Beach toglie il fiato e si merita questa fatica. È sconfinata, bellissima, cangiante nei colori e nelle atmosfere. Faraglioni pieni di vegetazione, enormi tronchi d’albero levigati dal mare e poggiati sulla sabbia, animali del bosco e una luce indimenticabile. I surfisti cominciavano a raccogliere le cose per tornarsene indietro, altri invece si erano attrezzati con tende e fuochi per passare la notte, noi ci siamo sdraiati su un tronco gigante ad ammirare questo scorcio di mondo incontaminato. Poco prima del tramonto siamo andati via, non potevamo fare altrimenti, non avevamo nemmeno una torcia e francamente, l’idea di scalare una parete con una fune e rifarci due ore di trail nella poltiglia, al buio, non ci attirava per niente.

Siamo arrivati al parcheggio stanchissimi, infangati e disidratati. Il ritorno è stato più faticoso dell’andata, in alcuni momenti mi sarei lasciato cadere a terra stremato, solo una cosa mi spingeva a proseguire: l’idea di bere una birra ghiacciata nella veranda sulla spiaggia. Pensavo ardentemente ad una di quelle Budweiser con il tappo a vite che hanno loro, quelle che si bevono non appena entrano in casa, aprono il frigo, svitano il tappo senza camurrie del tipo: “ma dov’è l’apri bottiglie?”, accendono il baseball in Tv e si arricriano.  

Attratti da un cartello che pubblicizzava la vendita di carbonella homemade con legno di melo, cedro e ciliegio, ci siamo fermati davanti a questo mini market con annessa pompa di benzina, lo gestiva una famiglia di indiani Makah e abbiamo acquistato un sacco da 10 libre. Inconsciamente mi si è acceso come un campanello d’allarme, un segnale che mi avvertiva che c’era qualcosa di strano, ma sul momento non ci ho fatto caso, eravamo in ritardo sulla tabella di marcia e non volevamo trovare chiuso l’unico supermarket del posto. Siamo risaliti in macchina, ma abbiamo percorso solo pochi metri perché in uno slargo poco distante, un indiano Makah vendeva dei sacchetti pieni di cherry tomatoes di tutti i colori, ne abbiamo comprato uno e siamo ripartiti. Finalmente siamo arrivati al Washburn General Store e lì si è consumata la tragedia. Sì, perché a Neah Bay gli indiani Makah gestiscono tutto e gli indiani Makan praticamente non mangiano carne, hanno una tradizione millenaria di pesca e di caccia alla balena, ogni famiglia si fa le sue conserve e quel poco di carne che mangiano gli arriva il mercoledì. Era martedì sera, gli scaffali erano praticamente vuoti, c’erano dei nachos, del pesce sotto sale, dei tranci surgelati di merluzzo in pastella e qualche confezione di gelato Häagen-Dazs. Il campanello d’allarme ha iniziato a suonare di nuovo, questa volta all’impazzata, ho cominciato a correre tra i corridoi semi vuoti, ero in uno stato alterato di coscienza. “Non può essere, non può essere!” continuavo a ripetermi tra me e me, ma in realtà avevo capito tutto. L’avevo già capito al mini market della pompa di benzina, ma il mio inconscio, forse per proteggermi, me lo teneva nascosto: gli indiani Makah sono astemi. Cazzo! Gli indiani Makah non vendono né birra né qualsiasi altro alcolico, cazzo, cazzo! Per di più nel corridoio delle bevande era rimasta solo la Dottor Pepper e della Fanta alla mela. 

Mi è crollato il mondo addosso. Ero sudato, infangato, stanco, demoralizzato e incazzato. Inveivo ad alta voce contro le minoranze etniche, contro le riserve indiane e il fallimento delle politiche di integrazione del governo federale.

Donatella si è avvicinata per consolarmi, mi diceva: “dai, facciamo il pesce alla griglia, abbiamo il pomodoro, compriamo il gelato macadamia brittle, accomodiamo.”. Non c’è stato verso, io volevo solo una stramaledettissima birra.

L’indiano Makah alla cassa era impassibile, nemmeno ci guardava, quando ha alzato lo sguardo verso di me, per un attimo ho pensato che capisse l’italiano, mi ha scrutato da capo a piedi e ha fatto una faccia come a dire: selvaggio. 

Boarding pass

E niente, nonostante mi atteggi a viaggiatore cosmopolita, nonostante abbia imparato a viaggiare leggero, a non mettere il lucchetto alla valigia per difendere dalle brame dei malintenzionati quattro paia di mutande comprate in saldo da Yuval, nonostante abbia sposato in pieno la rivoluzione digitale e abbia tutto sullo smartphone: biglietti, carte d’imbarco, voucher hotel, mappe di Google e prenotazioni varie. Nonostante utilizzi Uber, paghi con Apple pay e abbia iniziato pure a raccogliere i punti mille miglia et similia; niente, nonostante tutto ciò, il giorno della partenza a me mi viene la smania di perdere l’aereo. Non si tratta di una nevrosi tipo: oddio, il passaporto! Oppure: ho chiuso il gas? No, è solo paura immotivata di non arrivare in tempo.

Mia moglie invece è l’opposto, non si scompone mai. Per me le indicazioni delle compagnie aeree di presentarsi in aeroporto con il dovuto anticipo sono diktat assoluti, per lei, generici consigli. Lei è sempre tranquilla e capace di gestire ogni situazione: gli altoparlanti hanno gracchiato l’ultima chiamata per il suo volo e lei è ancora impantanata ai controlli? Io mi sentirei morire, lei chiede gentilmente permesso, spiega la situazione e tutti la fanno passare. All’imbarco, quando si forma quel capannello di disperati che spinge per accedere per primi sull’aeromobile e piazzare il trolley in cappelliera, io sono tra quelli che subdolamente cerca di guadagnare posizioni e avvantaggiarsi del caos, lei entra con gli ultimi e trova sempre il posto libero per il suo bagaglio. Se viaggia sola, spesso ottiene upgrade gratuiti e vola in classe superiore. Descritta in questo modo, al giorno d’oggi, qualche leghista o grillino potrebbe perfino azzardare, che so: radical chic. Ma non è questo il punto. Anzi, mia moglie è esperta in danno da vacanza rovinata e averla nello stesso volo è una garanzia. Una notte, a Fiumicino, con un volo che continuava a procrastinare la partenza senza alcuna motivazione, chiese di parlare con un responsabile della compagnia e ottenne buoni pasto per tutti i passeggeri, voucher hotel e riprotezione sul volo del mattino successivo per quelli che avevano perso le coincidenze. Fu acclamata tipo Michael Collins dopo un comizio a Belfast e i passeggeri del volo, se avessero potuto, le avrebbero affidato il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture.

Comunque, riflettendoci, questa paura di perdere l’aereo deve avere a che fare con un imprinting familiare. Se ci penso, anche i miei genitori sono come me: la puntualità che degenera e diventa patologia, il calcolo dell’imprevisto che si trasforma in ossessione, la tisana rilassante sostituita dal Tavor. Quando viaggiavamo insieme, eravamo talmente in anticipo che praticamente, metà della vacanza la passavamo negli aeroporti in attesa del volo. Da quanto ho contezza, mi ricordo sempre e solo di partenze all’alba. Non voglio esagerare ma tutto questo deve essere legato a fattori antropologici e sociologici. Voglio dire: mia moglie è stata abituata a viaggiare sin da piccola, credo che il suo primo volo intercontinentale l’abbia fatto a 2 anni. Io a 32. Lei è cresciuta tra Genova, Buenos Aires e New York, io tra Siracusa, contrada Gallina e l’Arenella. Lei ha usufruito di servizi pubblici eccellenti e trasporti puntuali, a me, l’unico servizio puntuale che mi viene in mente è l’arrotino. Lei ha vissuto in città con strade a scorrimento veloce e infrastrutture, io per raggiungere l’aeroporto di Catania dovevo percorrere la SS 114 Orientale Sicula. Ecco, credo sia questo il nodo principale, tutta questa smania di perdere l’aereo nasce da lì, dall’inaffidabilità di quel tracciato che ha condizionato me e la mia famiglia. Sono passati anni dalla sua dismissione, ma i suoi effetti nefasti sono rimasti indelebili: mio padre, per dire, tende a guidare più a destra, a cavallo della corsia d’emergenza; mia madre a volte è vittima di allucinazioni e vede auto che le vengono addosso. A me è rimasta questa ossessione dell’imprevisto che potrebbe compromettere l’arrivo in aeroporto e solo in aeroporto. Non mi succede in nessun altro caso. Mia moglie dice che negli anni sono notevolmente migliorato, ma in realtà, lo do solo a vedere.

– A che ora è il volo?

– A mezzogiorno esatto.

– Quindi l’imbarco alle 11:30? Allora dobbiamo essere in aeroporto alle 10:30, dunque dovremmo partire da casa alle 9:30, ma metti una pipì, una ruota a terra, un tamponamento, un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, che so, forse sarebbe il caso di uscire di casa alle 8:30.

– Ma c’è l’autostrada, stai tranquillo, ci mettiamo 35 minuti.

– Ma tu non consideri il bordello infernale di Corso Umberto.

– Dai, non esagerare, nella peggiore delle ipotesi possiamo perdere al massimo dieci minuti.

– No, no, scusa, trovo veramente poco edificante il tuo tentativo di sminuire un problema gravissimo come il bordello vergognoso di Corso Umberto.

– Ma dovremmo risolverlo adesso? Non ci pensare. Hai anche la valigia già pronta, rilassati.

– Va bene, hai ragione, scusa. Partiamo alle 9:45 ok? La sveglia però la metto all’alba… non si sa mai.

Viaggio al termine dell’arancino

In 12 giorni di Norvegia ho preso aerei, treni, aliscafi e traghetti, ho alloggiato in hotel e in case vacanze, ho perfino noleggiato un’auto, ma nessuno mi ha mai chiesto un documento d’identità. Mai. Io mi ero portato dietro anche il passaporto, metti che mentre sono in vacanza, l’Italia decide di uscire dall’Europa, Schengen e casini vari. Mi sentivo più tranquillo così e invece niente, ogni volta che provavo a mostrare il documento venivo stoppato. Ci fosse stato uno che si sia preso la briga di controllare che io fossi la stessa persona fotografata lì sopra. Perfino la macchinetta del check in all’aeroporto di Bergen si è rifiutata. Io tentavo di scansionare il passaporto e lei mi scriveva cose tipo: “esagerato” oppure “basta il numero della prenotazione”. La cosa mi è sembrata strana, soprattutto considerando quanta importanza diamo dalle nostre parti alla sicurezza, che è diventata argomento centrale dell’agenda politica.

Il fatto è che in Norvegia si fidano degli altri. Sono pochissimi, hanno un costo della vita spropositato e stipendi proporzionati, zero criminalità, qualche rissa alcolica e un problema con l’eroina, tanto da dover rimettere le luci viola nei bagni pubblici che manco la Berlino di Christiane F. e i picciotti dello Zoo. Hanno un governo conservatore di centrodestra, eletto per difendere le radici vichinghe e contrastare l’immigrazione. L’esecutivo però, negli ultimi tempi, ha scricchiolato sotto i colpi del fato e della vita: un ministro populista e xenofobo si è innamorato di una rifugiata iraniana e ha mollato tutto al grido di peace and love; un altro ha rassegnato le dimissioni per permettere alla moglie di realizzare il suo sogno professionale negli Stati Uniti, come le aveva promesso vent’anni prima. Insomma, mettetela come credete, ma si tratta di un Paese ad altissimo tasso di civiltà.


Il terziario, affidato a personale gentile e competente, si mixa alla perfezione con il do-it-yourself e garantisce servizi puntuali ed impeccabili. Se vuoi, puoi fare tutto da te, perfino il drop off in aeroporto: pesi il bagaglio, paghi la differenza se il peso è superiore a quello consentito, stampi e attacchi l’etichetta con la destinazione e schiacci il pedale del nastro trasportatore. In stazione, a Myrdal, ho visto un cane poliziotto che lavora da solo. Non era accompagnato da un agente umano, era autonomo, girava tra i bagagli, annusava, faceva il suo mestiere ed era molto rispettato. Probabilmente guadagnerà perfino più di un appuntato dei Carabinieri.

Ottimi stipendi, contratti part time e flessibilità, permettono ai norvegesi di lavorare il giusto e di poter investire il tempo libero in famiglia, di svagarsi e viaggiare. Tradotto: alta qualità della vita.

Il traghetto per le Lofoten era più pulito dell’ospedale di Siracusa e il camionista nerboruto, in canotta e baffoni, dopo essersi mangiato due porzioni di bacalao, si è messo a leggere “Ogni cosa è illuminata”di Safran Foer. A contatto con questa realtà il tempo si diluisce, cambiano le prospettive, svanisce lo stress (tranne quello per l’estratto conto della carta di credito) e si inizia a respirare profondamente, immersi in una natura meravigliosa e incontaminata. Purtroppo come ogni cosa bella, anche questa era destinata a finire.

Il mio sogno si è infranto all’aeroporto di Amsterdam, al gate del volo per Catania. In pochi minuti sono tornato quello di prima: sospettoso, pieno di pregiudizi e di rancore, disposto a combattere fino alla morte per il trolley in cabina mentre – a gomiti alti – cercavo di difendermi da un orda di viaggiatori che voleva farsi beffe della fila all’imbarco.

Il volo è stato letteralmente preso d’assalto, le persone salivano a bordo con valigie spropositate che cercavano di infilare dove potevano, gridavano, si affannavano, sudavano. L’aereo era talmente vecchio da avere ancora i posacenere all’estremità dei braccioli. Se ci penso, ogni volta che ho preso un aereo così vecchio ero diretto a Catania, ero diretto a sud. Mai il contrario. Chissà se sia una coincidenza, una mia percezione o la politica precisa di alcune compagnie aeree. Dopo un’ora di ritardo accumulato in partenza, il comandante ci ha informato che per via dell’enorme traffico su Catania, ne avremmo accumulato altro sorvolando Fontanarossa fino all’autorizzazione della torre di controllo.

Nel terminal, i finger sputavano migliaia di passeggeri che confluivano a passo svelto verso la sala del ritiro bagagli e si sommavano a quelli scaricati dai bus navetta. Sembrava la scena di un film catastrofico o un colpo di stato. Mentre aspettavo la mia valigia al nastro numero 2 – che distribuiva contemporaneamente i bagagli di quattro voli – mi guardavo intorno demoralizzato e confuso. In questo caos si faceva largo un finanziare con un cane antidroga al guinzaglio, probabilmente – ho pensato – c’è ancora qualcuno che torna da Amsterdam e ammuccia l’erba o il fumo nella valigia. Alla mia sinistra, un uomo stava mangiando un arancino da un fazzoletto insivato e io non riuscivo a capire come diavolo se lo fosse procurato: l’aveva portato con se dalla città di provenienza? glielo hanno passato da fuori? Come ha fatto?

Ho ripensato alle atmosfere rarefatte che avevo lasciato in Norvegia, agli scompartimenti dei treni dove è vietato parlare, all’educazione delle file nei loro aeroporti e perfino al cane poliziotto di Myrdal, sicuramente meno stressato di questo qui e mi sono chiesto: ma io che ci faccio qui? Poi, l’uomo alla mia sinistra, indicando il cane antidroga, si è rivolto al finanziere e gli ha domandato: “ciù pozzu rari un pizzuddu d’arancino o cane?“. Allora sì, ho capito.

Senza ghiaccio

– Ma tu viaggi assai?

– No… non proprio. Anzi, mi piacerebbe viaggiare di più.

– Ommai cu Raianèr l’aeri custunu picca, però c’è sta gran camurria dei ritaddi. Du uri su assai!

– Guardi, non me ne parli, rischio di perdere la coincidenza.

– U sacciu. macari io… a camurria ri fari sti scali è chista. A priva vota ca pessi a coincitenza all’aeropotto a Gemmania, m’assittai o bar e vireva a chisti ca si calaunu sti gran panini ca canni e si viveunu sti gran bicchieruni i birra. O cammareri ci fici signu e ci rissi: u paninu come a chiddu ma puttare. Ouh, com’è ca mi puttaru na speci i ‘nsalata unni c’era u mais, a carota, un pummaroru lariu e  n’pezz i burro tantu! Dicalafici, ti renti conto? Mancu na proteina. Comunque a cosa meglio è u manciari mediterraneo… u coppo ra pasta, va! Ma non è usanza so, i teteschi manciunu male.

– Certo, la dieta mediterranea è notoriamente la più sana e bilanciata. Comunque non si preoccupi, il comandate ha appena fatto l’annuncio che abbiamo recuperato in volo e che atterreremo solamente con un’ora di ritardo, per cui dovremmo riuscire a prendere le rispettive coincidenze.

– Ouh, grazie. Ma allora quannu atterramu?

– Alle 20:45, tra 40 minuti.

– Allora avemu u tempo preciso preciso pi fàrini ‘n Camparigin.

– Purtroppo su questo volo non servono alcolici… Ah, ma se lo fa lei!

– Shhh, nu nni facemu sgamare… eh eh eh.

– Ma il ghiaccio ce l’ha?

– No, senza ghiaccio.

Orsi

Sebbene alle presidenziali abbiano votato in massa per Trump per esorcizzare non si sa bene quali paure, da quelle parti sono tutti piuttosto socievoli con i turisti. Emigrant nel Montana è, nel vero senso della parola, un incrocio tra la Highway 89 e Murphy lane, ha una popolazione di 372 abitanti, un saloon, una bakery che la sera fa anche il barbecue, un general store, la pompa di benzina che vende il gallone a 2.3 dollari (praticamente 0.60 euro al litro), l’immancabile Us Post Office – vero baluardo dello Stato federale – una chiesa episcopale e uno sportello bancario. Gli abitanti vivono di agricoltura e di allevamento e in estate, con l’incremento di turisti diretti a Yellowstone, si sono attrezzati con strutture ricettive ricercate e ospitali. Come sia possibile che gli abitanti di questa contea immersa nella natura incontaminata abbiano votato l’unico Presidente a cui di natura, di emissioni inquinanti, di incendi e di riscaldamento globale non interessi nulla, è un mistero. Ho provato a chiederlo a Carol che insieme a Pete, suo marito da 41 anni ed ex allenatore di Wrestling, gestisce il delizioso B&B sul fiume  dove ho passato la notte. Carol mi ha detto tre cose: la prima è che ha votato Trump perché nonostante viva in uno Stato dove si può acquistare una pistola al supermercato, temeva una preoccupante deriva dei costumi come avvenuto a Seattle, dove, con la legalizzazione delle marijuana, stanno morendo tanti bambini. La seconda, di andare a cenare al Follow Yer’ Nose BBQ, ma di stare attento a non parcheggiare davanti alla chiesa nello stallo riservato a Padre Sheldon perché è un tipo fumantino. La terza, di chiedere in giro e di organizzarsi per andare a vedere gli orsi.

Avrei voluto approfondire il rapporto marjiuana – mortalità infantile, ma non possedendo gli strumenti linguistici per affrontare una discussione del genere, ho preferito soprassedere e dirigermi di corsa a cena anche perché a Emigrant nel Montana alle 19:00 chiude tutto.

Il Follow yer’ Nose una cosa sa fare, il barbecue, e lo capisci – come suggerisce il nome – qualche miglio prima di raggiungerlo, dall’odore dell’incredibile nube di fumo che immette nell’atmosfera. Puoi scegliere tra tre portate di maiale (pulled pork; brisket e ribs), una di pollo e un paio di manzo alle quali puoi abbinare quattro salse BBQ fatte in casa e un contorno che otto volte su dieci è di patate, di mais se hai un’indole da conservatore, di insalata verde per tenere a bada la coscienza. Il tutto innaffiato da quaranta tipi di birra tra cui scegliere. Abbiamo ordinato e ci siamo gustati la cena in veranda sorseggiando una buona Ipa locale, ma non sono riuscito a rilassarmi del tutto. Ogni volta che qualcuno alle mie spalle alzava la voce, pensavo subito: “minchia, Padre Sheldon!”.

Poi tutto è avvenuto in maniera repentina, un momento prima avevo un bicchiere di birra in mano e guardavo Donatella parlare con altre persone al di la dello steccato, il momento dopo ero sul sedile posteriore dell’auto di Stan e Glenda – una coppia di sessantenni della Lousiana – in una carovana di macchine capeggiata da una pseudo guida locale, direzione orsi. Ho cercato di prendere la mia macchina, anche perché temevo che da un momento all’altro potesse tornare Padre Sheldon, trovare il suo posto occupato e piantare un casino, ma la pseudo guida mi ha tranquillizzato dicendomi che Sheldon era già tornato a casa indicandomi un pickup nero della Ford parcheggiato poco più avanti.

Abbiamo seguito una strada sterrata che si arrampicava su una montagna, scambiandoci formalità e complimenti sui rispettivi luoghi di origine fino a raggiungere il luogo prescelto.  L’atmosfera era carica di elettricità, tutti volevano vedere l’orso tutti erano lì per questo. Le persone hanno cominciato a caricarsi a vicenda, a convincersi, a condizionarsi, un po’ come accade da noi per i miracoli.

Funziona così: si raggiunge un punto di osservazione; un tizio con la t-shirt God forgive us, grida: “look, behind the second tree on the right”. Il punto da individuare si trova sul lato di una montagna a settecento metri in linea d’aria e l’indicazione è talmente generica da risultare inutile, dato che sul quel crinale ci sono almeno duemila second tree on the right. Tutti puntano il proprio binocolo in quella direzione, il tizio con la t-shirt mistica dice che adesso l’orso si sta spostando dietro una roccia ma che si vedono chiaramente orecchie e muso. Una dopo l’altra le persone cominciano ad esclamare cose tipo: “wow”, “so cute”, “amazing”, “incredibile”, “the dream of my life”, in un crescendo wagneriano di impeti ed emozioni. Anche Donatella riesce a scorgerlo, io mi impegno, scruto la montagna palmo a palmo ma niente. Sono l’unico a non vedere niente. Alla fine individuo la roccia, la mia visione è sfocata dalla distanza, ma sono quasi certo che dietro di essa non ci sia nessun orso. Dopo qualche minuto un uomo dal cassone del suo pickup esclama: “the elk, on the top of the hill!”. Tutti ci giriamo a guardare. La collina è senza alberi – penso eccitato tra me e me – questo cervo non me lo faccio scappare. Punto il binocolo, percorro con lo sguardo il crinale avanti e indietro, una, due, tre volte. Intorno a me le stesse manifestazioni di gioia e stupore di prima e io niente. Sono frustrato, il morale è a terra. Poi quello del pickup dice: “now is behind the rock”. Capisco che ci stanno prendendo per il culo, riconsegno il binocolo e mi godo il tramonto facendomi beffe degli altri.

Tornati al B&B, Carol ci aspetta con una busta di marshmallow, ha accesso il fuoco in riva al fiume, ci invita a goderci la serata e ci lascia soli. Infilziamo un marshmallow ciascuno in due enormi spiedi e lo abbrustoliamo sul fuoco. Non siamo pratici per cui non sappiamo se la cottura del dolce sia corretta, quello che è certo è che i nostri si sono trasformati in due palle infuocate e zuccheratissime. Li assaggiamo e subito ci mettono in imbarazzo perché non sappiamo dove e come disfarcene (a Emigrant faranno la differenziata?). Il fiume scorre placido, la temperatura a valle è accettabile, la luna si riflette sull’acqua prima di nascondersi dietro una nuvola. Donatella cerca di convincermi che l’orso c’era veramente e che lei l’ha visto nitidamente. Io non voglio sentire ragioni, le dico che si è fatta abbindolare anche lei e che è stata protagonista di una gigantesca suggestione collettiva e che secondo me, in questa zona, manco orsi ci sono. Lei ribatte che se sono l’unico a non aver visto nemmeno un animale e che deve essere molto frustrante. Improvvisamente sentiamo dei rumori provenienti dai cespugli alla nostra destra, ci allarmiamo, poi un verso selvaggio e minaccioso, io non ho dubbi: “porca troia un orso, scappiamo”.

 

Cannoli

Il volo per Berlino è completo, ti hanno assegnato il posto 30c. Il numero è ben visibile sulla tua carta d’imbarco, il personale di terra te l’ha perfino cerchiato con la penna. Durante l’imbarco alcuni annunci hanno spiegato da che porta accedere all’aeromobile in base al numero del posto per evitare confusione e perdite di tempo. Tu hai sentito, lo so, commentavi la cosa con tua moglie e invece.

Invece incredibilmente sali dalla porta anteriore. Trascini un trolley fuori misura, hai un doppio marsupio che indossi incrociato sul busto a mo’ di cartucciera e una guantiera da 24 di cannoli di Nonna Vincenza. Cerchi di liberarti del trolley nella cappelliera del 4a ma il passeggero dietro di te ti redarguisce malamente. Tu sorridi e farfugli una cosa tipo: “Scusi, ma c’ho i cannoli e mi scanto che me li scafazzano”. Nessuno capisce o prova empatia per te. Stai bloccando tutta la fila, tua moglie è a rimorchio, gli altri passeggeri rumoreggiano. Continui a guardare a destra e sinistra e poi torni con lo sguardo sulla tua carta d’imbarco, come se un incantesimo possa toglierti dall’impasse e fare comparire la fila 30 dopo la 8. Stai per cedere e ti giochi la carta fila 11. Fai entrare tua moglie lato finestrino e ti piazzi a presidiare quei posti nel disperato tentativo che la fortuna vi assista e che nessuno li reclami. Purtroppo per te arrivano i possessori di quei posti, sono tedeschi, ti guardano compassionevoli. Nel tentativo disperato di impietosirli dici in italiano: “ma c’ho i cannoli”, indicando con uno sguardo disperato la guantiera. Interviene il personale di bordo, ti pregano di raggiungere il tuo posto e ti sequestrano il trolley che verrà imbarcato in stiva. Tua moglie si indigna e dice che non volerà mai più con questa compagnia.

Noi italiani che abbiamo assistito a tutta la scena assumiamo espressioni come a dire: scusateci, non siamo tutti così… come potete vedere In Italia c’è anche gente normale, che conosce le procedure di imbarco e non crea inutili intoppi, noi per esempio abbiamo già allacciato le cinture, non applaudiamo agli atterraggi… figuratevi che alcuni di noi acquistano perfino un quotidiano non sportivo.

Il tizio due file davanti a me parla con il suo compagno di viaggio e si schernisce: “ma vadda a chisti! Ma ri unni calanu ra muntagna? mana fatto venere u nibbuso… ora ci spiu a signorina se prima ca pattemu mi pozzo mettiri na scaletta pì fumarimi na sicaretta”…