A un metro da terra

Ortigia scoppia di turisti e, com’è naturale, alcune stradine diventano impraticabili, soprattutto quelle piene di locali ed esercizi commerciali. Ieri, dopo un aperitivo con Bruna e Donatella, abbiamo deciso di prenderci delle pizze d’asporto e tornarcene a casa. Così, armato della pazienza di quello che prende le pizze d’asporto e non ha prenotato, mi sono fatto largo in una pizzeria di queste con il nome in dialetto, una dove qualche settimana prima avevamo mangiato una buona pizza e ho ordinato due margherite e una con i “biuste” per Bruna che è in quella fase della crescita in cui la pizza coi würstel rappresenta una affermazione di sé, un passaggio quasi obbligato prima della prima Fanta.

Pagato e ordinato, il ragazzo alla cassa mi ha detto: «Dieci minuti, Miste!»e ha fatto un gesto come ad accomodarmi fuori. Io ho capito la situazione, il locale era molto affollato, così, mettendo in conto anche la possibilità di aspettare più di 10 minuti, sono uscito e ho raggiunto le ragazze che mi aspettavano di fronte al locale.

La viuzza era molto affollata: tra turisti che passeggiavano, turisti in attesa del loro tavolo in pizzeria e i pochi indigeni come noi che aspettavano le pizze d’asporto, si faceva fatica a muoversi. A un certo punto, mentre con Bruna cercavamo di indovinare la nazionalità di una famiglia alle prese con un cannolo scomposto, un tizio con accento del nord mi ha detto una cosa tipo: «Eh, però levatevi di qui che siete davanti al mio negozio… State aspettando la pizza? (pronunciato con disprezzo) Allora andate a mettervi più in fondo… dai, dai.». Già al primo “dai” ero pronto a sbraitare e annichilirlo dialetticamente ma poi, dato che non voglio che Bruna si abitui alla violenza, neanche verbale, mi sono ricordato di un’intervista a Meryl Streep in cui raccontava come aveva costruito il personaggio di Miranda Priestly ne Il Diavolo Veste Prada e di come, per risultare così credibile e altera, si fosse ispirata alla calma glaciale del Clint Eastwood regista, capace di incutere timore a tutta la troupe senza mai alzare la voce. Così mi sono voltato, ho squadrato il mio interlocutore dall’alto verso il basso, ho accennato un sorriso e ho risposto: «No, mi dispiace, mi sa che preferiamo restare qui… è tutto». Anche perché, e lo dico a scanso di equivoci, non stavamo affatto impedendo l’ingresso nel negozio, eravamo solamente a lato di una delle due grandi entrate del basso commerciale, costretti lì dal flusso della folla. Il negoziante, ha continuato sarcastico e Donatella ha ribadito che quella fino a prova contraria quella era una strada pubblica e che era nostro diritto stare lì. ll tizio cercava evidentemente la provocazione e ha cominciato a dire in maniera canzonatoria: «Ma certo, il diritto di cittadini siciliani, il diritto di italiani e anche di europei vero?». Al che, mi sono raccolto per un paio di secondi, mi sono voltato guardandolo negli occhi e tradendo all’inizio un filo di emozione ho detto: «Guardi, questo è solo l’inizio, la stagione è appena cominciata, Peparini non è ancora in scena, le temperature sono accettabili, forse lei è nuovo e non ha ancora capito, forse non le hanno spiegato… non può contrastare il flusso, non può opporre resistenza, non può fare niente. Qui è in trincea caro signore, qui si subisce e si sopravvive. Se non regge la confusione le consiglio di chiudere, di andare via e di aprire il suo negozietto alla Pizzuta.».

Come in una drammaturgia di Samuel Beckett, in quell’esatto istante e uscito il cameriere: «Le tre maggherite di cui una biuste?». «Sono mie.» – ho detto deciso e afferrando i cartoni, mi sono allontanato camminando a un metro da terra.

Abissi

Ho come l’impressione che negli ultimi anni, antropologicamente, la tipologia di turisti che approda a Siracusa si sia modificata in peggio e con essa – ovviamente, le due cose sono in strettissima relazione – anche la qualità dei servizi. Come se la città attraesse con maggiore forza sempre più cafoni da ogni parte del mondo e la famiglia scandinava – per fare un esempio – sia stata soppiantata dalla comitiva di torpi griffati D&G. Te ne accorgi dalle macchine a noleggio in doppia fila o sugli scivoli dei disabili, dalla spazzatura non differenziata davanti al basso adibito a casa vacanze, dalle foto in cinque aggrappati alla colonna del V secolo. Lo so che si tratta di un punto di vista parziale, ma nel mio microcosmo di relazioni, nessuno vuole più venire a Siracusa, nessuno si sogna di farlo. Pur amando questi luoghi, hanno imparato a odiarli profondamente. Preferiscono prendere una casa vicino al mare, fuori dai centri affollati, più isolata possibile. Non vanno più a cena fuori , non fanno più shopping nei negozi di Ortigia ma si limitano a comprare pesce azzurro, pomodori, cucunci e qualche bottiglia di vino. Sono in vacanza a Siracusa ma è come se fingessero di essere altrove e quando li chiami per invitarli e dici “andiamo a mangiarci una pizza a Ortigia?” loro si mortificano e ti dicono “no, no Ortigia no, per favore, soffriamo troppo a vederla ridotta così, venite voi qui, Hans Christian ha imparato a fare il masculino a cotoletta”. 

Love Boat

Msc resta a Siracusa anche nel 2023, il nuovo itinerario prevede attracchi da sogno alla Fanusa, nelle dorate spiagge di Contrada Gallina, Eloro, Pozzallo e Civitavecchia.

The Love Boat: Clockwise from left: Fred Grandy, Ted Lange, Bernie Kopel, Lauren Tewes and Gavin MacLeod (center) Image Source: Paramount Home Entertainment

Ma quale futuro

Ne avevo scritto qui, e non che mi aspettassi chissà che reazione, ma dopo sei mesi di turismo esasperato, di tutto esaurito, di case vacanze nei garage, di ristoranti con il tanfo di pesce marcio e i dehor abusivi sui sagrati delle chiese, la situazione non è cambiata, anzi ho notato un peggioramento che mi ha annichilito. Ieri era festa e c’era una simpatica iniziativa a piazza Duomo con i Vigili del Fuoco, i bambini e la befana. La piazza era strapiena, e anche se in giro era tutto uno “Stai scuppiannu”, “Ancora manciare…dicalafici” , “Mpare, sono in chetosi” e “A Befana mi puttò a Citrosodina”, i bar esplodevano di umanità: nanni, picciriddi, pellicce, abiti sintetici, tatuaggi orrendi e rolex veri, rolex falsi.

Quando con una fortuna sfacciata mi sono accomodato al tavolino completamente sommerso dei resti delle consumazioni altrui, avevo già capito l’antifona. Sul mio tavolo c’erano una quindicina di tazzine di caffè, succhi di frutta, coppette di gelato, carte insivate di pizzette e arancini, bottigliette di Crodino vuote, bottigliette di Crodino piene, Crodini interamente versati sul tavolo che sgocciolava, ciotole di olive con olive e ossi sputati dentro, patatine fritte, una monoporzione di salsa rosa (forse portata da casa), due posaceneri strapieni di cicche e fazzolettini e una selva imbarazzante di bicchieri di plastica di quelli vietati dall’ordinanza plastic free, per la serie faccio le regole tanto nessuno controlla, che è un po’ la Weltanschauung di questa città qui. 

Ci siamo guardati  intorno e sospirato, perchè il nostro era uno dei tavoli messi meglio e abbiamo cominciato a chiacchierare aspettando che qualcuno passasse a sparecchiare e prendere le ordinazioni. L’attesa è stata vana perchè in 40 minuti non si è fatto vedere nessuno. Ogni tanto spuntava una ragazza con il vassoio pieno di gelati ormai sciolti, caffè freddi e bibite calde, si aggira smarrita tra i tavoli e provava a distribuire queste comande: “i caffè sono qui?”, “la coppetta piccola pistacchio, cioccolatto, fragola e caffè è vostra?”, un supplizio. Non era certo colpa sua, mi pare ovvio, provateci voi, da soli, a servire 200 persone che buttano voci, si dimenticano quello che hanno ordinato, cambiano di tavolo senza dirlo a nessuno, si lanciano sedie da un tavolo all’altro: “Scusa è libbera?“ mi ha chiesto un tizio che pareva una comparsa di un video di un cantante trap di infimo livello. Non ho avuto nemmeno il tempo di dire: “Sì, prego, può prenderla” che FIIIUMM la sedia era già in volo e sorvolava il tavolo di una famiglia di turisti stranieri increduli, diretta verso un amico del trapper ancora più torpo, che era lì, pronto a riceverla.

Insomma, dopo quasi un’ora nella quale abbiamo occupato un tavolo da otto – sull’altra metà, che comunque era senza sedie, avevamo spostato bicchieri, tazzine e tutto lo schifo che avevamo trovato – alla fine, sconfortati, siamo entrati a prendere le ordinazioni dentro e ce le siamo portate al tavolo da soli, non pagando alcun servizio, occupando in maniera forzata e per un tempo incomprensibile il tavolo di un bar in una delle più belle piazze d’Italia mentre altre decine di persone volevano sedersi. Altri invece partivano in spedizione e compravano da altri esercenti, gelati, bibite e rosticceria assortita e poi tornavano carichi di roba a sedersi lì e dividevano alla famiglia. La domanda che sorge spontanea è: ma come diavolo è possibile? Cioè, quale imprenditore può reggere questo immenso spreco di risorse? In una città normale, una città veramente turistica, dove i servizi sono gestiti da gente seria, che ha studiato, che si aggiorna, che ha viaggiato e conosce il mondo e gli standard minimi di accoglienza, una cosa del genere non è nemmeno immaginabile. Soldi persi per l’incapacità di gestire un bar nella piazza principale di un centro storico con i tavoli sempre pieni, mica una stazione orbitante spaziale a metà con la Russia. Un giorno di festa con una sola cameriera per 200 coperti – e non voglio nemmeno immaginare che razza di contratto abbiano fatto alla poveretta – è una cosa che grida vendetta. Dovrebbero intervenire il sindaco, i sindacati, l’arcivescovo, Lamba Doria, le deputazioni nazionali, regionali e di Santa Lucia.

Per farla breve, la situazione per come la vedo io è davvero drammatica, io non so cosa ne pensiate, ma qua, tra un’industria ormai al suo canto del cigno; le chimere di una rigenerazione green improbabile e i disastri ambientali normalizzati con tanto di decreti che derogano qualsiasi prescrizione, insomma, in un quadro del genere, se non sappiamo manco servire 200 caffè per l’epifania… ma quale vocazione turistica, ma quale futuro?

Once Upon a time

Poi ieri, per caso, mentre tornavo a casa, li ho visti. Non ci volevo credere ma erano proprio loro, J.Lo e Ben Affleck, non davano nell’occhio, sembravano una coppia normale seduta a un tavolo con le sedie spaiate in un dehor abusivo di un vicolo ortigiano. Lei aveva preso una Miramare più bresaola, lui una Norma con sopra le patatine, entrambi bevevano birra alla spina Cisk. Dai resti delle confezioni monouso di ketchup e mayonese sul tavolo, ho capito che avevano consumato anche il “gran fritto della casa” con patatine, panelle, olive ascolane e mozzarelle in carrozza precotte e surgelate. Chiacchieravano tenendosi per mano, i loro occhi brillavano di passione e d’incanto. La musica a palla, una tremenda compilation discosamba remixata con hit neomelodiche sembrava non disturbarli, così come il cestino di rifiuti accanto al loro tavolo, stracolmo di sacchetti puzzolenti. Al momento di pagare, Ben ha fatto il gesto universale della mano che scrive in aria e il conto è arrivato su un foglietto a quadretti. Ben ha tirato fuori l’Amex ma il gestore ha fatto capire che non accettava quel circuito di pagamento, allora Ben ha tirato fuori una Mastercard platinum ma quello gli ha detto che il Pos era rotto. Ben ha sfilato dal portafogli 5 banconote da 20 dollari ma non c’è stato niente da fare. “Ehi man, I’m Ben Affleck…” ha detto Ben come a dire offrimi sta cena o passo a pagare domani. “E io sugnu Cammelo – ha risposto quello – … u sacciu cu si… senti a mia, lassa a to zita ca a garanzia and go to bancomat e scanciati i soddi”. Ben Affleck era incredulo ma senza batter ciglio si è avviato al bancomat. Quando è tornato ha saldato il conto e si è diretto al tavolo da Jennifer che non si era accorta di niente. “Come mai tutto sto tempo?” le ha chiesto lei un po’ spazientita. “Niente, non funzionava il Pos” ha risposto lui. I due si sono allontanati mano nella mano, hanno fatto qualche passo e sono stati affiancati da una Apecalessino che gli ha chiesto: “Ottiggia tur bai nait?”. I due sono saliti a bordo e l’ape è partita a tutta velocità in una nuvola di fumo bianco. Una coppia di ragazzi li ha riconosciuti e ha gridato: “Jennifer, Ben seffi plis!”. Loro si sono voltati e si vedeva che erano felici.

Una faccia una razza

Riparte su nuove basi e con relazioni più estese e consolidate il gemellaggio tra Corinto e Siracusa. Chiuso l’accordo commerciale denominato “Il patto delle poleis”. Alla città greca andranno 10 api calessino con il claim “Avanti Insieme”, un magnete frigo del parcheggio Talete, alcuni pezzi sotto sequestro dell’indimenticabile mostra “Ciclopica”, un conglomerato di tubi innocenti arrugginiti del Solarium “Risossa Mare”, alcuni macigni del muraglione di levante e una targa con l’incisione: “Con queste pietre sta crollando tutto”.

In cambio, il comune di Corinto si impegna a offrire due lettini con ombrellone presso il bagno “Diogene di Sinope” e una fornitura ventennale di formaggio Feta, individuato dallo staff del Vermexio come elemento fondamentale e pietra di volta di una rinascita enogastronomica. Per suggellare il patto è nato “Grecale” il panino gourmet con cavallo, gamberetti, feta, melanzane grigliate, olive, tabasco, ogghiurepipi, sassaemayoness, cetriolini, foglie di vite e sassazazzichi, che sarà presentato in esclusiva, dai due sindaci ed dai rispettivi assessori alla cultura, nel corso di una puntata di “μπλε κύμα” il corrispettivo di Onda Blu in Italia.