Posticipato anche “Sassaemayoness” il festival dei paninari su ruota di Siracusa

Per far fronte all’epidemia di Coronavirus, slitta al 28 maggio anche “Sassaemayoness”, il festival dei paninari su ruota della città di Siracusa. Dopo l’Inda e le rappresentazioni classiche, un altro brutto colpo per la cultura in città. A darne conferma, in una nota alla stampa, i rappresentanti di Assopanini e Confcavallo. I biglietti acquistati restano validi per un Cavallo e sbizzero, un Cosciotto coi funchetti o un panino Maremonti + tabasco a partire da 28 maggio e fino al 30 giugno 2020. Tutti i consumatori che hanno acquistato in prevendita  riceveranno una vaschetta di patatine senza costi aggiuntivi. Per modificare le ordinazioni dei panini o sostituire e aggiungere i condimenti precedentemente scelti, è necessario contattare la segreteria, scrivendo una email all’indirizzo segreteria@sassemayonessfestival.org. Per sostenere i lavoratori impegnati alle piastre e alle friggitrici del festival e colpiti da un’emergenza straordinaria, Assopanini e Confcavallo chiedono di rinunciare al rimborso dei panini per chi non potrà partecipare alla kermesse: un piccolo sacrificio in cambio di una confezione monouso di sassaemayoness o un flaconcino di ogghiorepipi.

 

 

L’Assedio

Avevo appena parcheggiato vicino casa e stavo per scendere dalla macchina quando ho sentito bussare con insistenza al finestrino, mi sono voltato e c’era una comitiva di turisti spagnoli. Erano tantissimi, avevano un van con le quattro frecce, fermo di sbieco, poco più vanti e mi chiedevano con insistenza se potevano parcheggiare lì. 

Mi sono sentito preso alla sprovvista e inconsciamente ho pensato a mia nonna Lina e a come utilizzasse i verbi all’infinito ogni volta che si doveva interfacciare con qualche straniero, così, senza neanche accorgermene, ho sussurrato un imbarazzato: “non sapere…”, ma in realtà lo sapevo e come. Io li odio i turisti che parcheggiano negli stalli dei residenti di Ortigia, li detesto più di qualsiasi altra cosa al mondo. “No! No! No!”, questo gli dovevo gridare, “non potete parcheggiare qui, bastardi, ve ne dovete andare al parcheggio Talete”. Invece il mio sussurro non deve essere stato percepito perché questi hanno continuato a bussare sul vetro, ammassandosi sulla mia macchina come gli zombie di Romero. Ho azionato il tasto per abbassare il finestrino, volevo dirgli in faccia quello che si meritavano. Ho aperto per un quarto e poi ho pensato: “minchia! Il Coronavirus!” e ho tirato immediatamente su. I turisti mi guardavano straniti, io ho sfoggiato uno spagnolo retaggio della serie tv Narcos e dei cartoni di Speedy Gonzales e ho detto con tono deciso: “Vos otros non puedes hablar con migo! Aqhì està el Coronavirus! Andale, andale”. Ma non è servito a niente, continuavano a bussare, alcuni mi facevano cenno di abbassare il vetro, altri mostravano l’indice della mano, come a dire, una domanda soltanto ti dobbiamo fare. Dicevano: “baja la ventana, baja la ventana, prego, per favore” e io vedevo i loro aliti che si condensavano sul finestrino, le gocce di saliva che schizzavano dalle loro bocche e rispondevo disperato: “distancia no segura! Peligro, amigos! Peligro grande!”.

Ero allo strenuo delle forze, ci trovavamo in una situazione di stallo alla messicana, poi, all’improvviso, è comparsa una Peugeot bianca con la scritta “Ausiliari del traffico” sulla fiancata. L’auto procedeva lentamente sul lato destro del lungomare, ma nessuno è sceso per verificare le autorizzazioni delle auto in sosta, gli agenti più annoiati fanno così, non controllano i pass a piedi, si limitano a sfilare simbolicamente in auto, allungando un po’ il collo. Ho cominciato a suonare il clacson e ad azionare gli abbaglianti per attirare la loro attenzione e mentre lo facevo gridavo ai turisti che assediavano la mia auto: “Mira! Està la policia! Pregunta alla policia!”, e poi, quasi in lacrime: “muévete, por favor, por favor.”. Richiamata dalla confusione, l’auto degli ausiliari del traffico si è fermata e i turisti si sono incamminati, caracollando, in quella direzione. Non c’era tempo da perdere, ho fatto tre respiri profondi e trattenuto l’ultimo, ho aperto la portiera e sono corso via più veloce che potevo. Ho girato l’angolo, ce l’avevo fatta. Poi ho pensato a quei poveri ausiliari e alla bruttissima situazione in cui li avevo cacciati, volevo vedere che stava succedendo, così, sono tornato sui miei passi e mi sono accovacciato dietro una Panda parcheggiata in divieto di sosta. È stato un attimo, giusto il tempo di sentire uno dei due che gridava “scappa, scappa”, poi una sonora sgommata e la Peugeot, zigzagando, si è allontanata a tutta velocità portandoli in salvo.

 

 

La Satira prima e al tempo delle fake news

Isola dei Cani e Archimete Pitacorico presentano:

“La Satira prima e al tempo delle fake news”

22/02/2020 alle 19:00

Arci, Piazza S. Lucia n. 20, Siracusa

Gli elementi per trascorrere una serata straordinaria ci sono tutti:

Un sabato sera di provincia;

Un titolo roboante;

Un grafico della DDR;

Due giornalisti che sparano minchiate ma almeno lo dicono prima;

Una delle sale più belle e rinomate della città che in confronto il Teatro Comunale impallidisce;

L’immancabile presenza di Ermanno Adorno, guru e fonte di ispirazione vivente;

La salsiccia di Palazzolo confezionata prima della svolta leghista del Comune ibleo;

Il vino “pista e ammutta” nei bicchieri di carta riciclata;

La possibilità di fare la tessera Arci o di Slow Food (Il decreto sicurezza bis vieta di sottoscriverle entrambe).

 

Chi volesse sentirsi più a suo agio potrà partecipare vestito in maschera o noleggiare il suo travestimento direttamente in loco.

MASCHERE DISPONIBILI:

Carola Rackete 10 euro + 3 euro parrucca dred

Mimmo Lucano 8 euro

Mediatore Culturale 5 euro

Attivista Femminista 5 euro

Elettore di Potere al Popolo 4 euro

Sostenitore 5 stelle in incognito 3 euro

Sardina 2 euro

On. Vinciullo 12 Euro

** La presenza all’evento da diritto a 5 crediti formativi per il Premio Tiche 2020.

Gourmet

Illustrissimo ristoratore,

ho apprezzato la cura che hai messo nell’impiattamento, ma la tua “Spicola in sassa di limone con veddure croccanti” purtroppo era molto deludente. Quando con sei venuto a chiedere se stava “antanto tutto pene”, con molto tatto ti ho fatto notare che la “spicoletta” era stopposa, la “sassa” di limone, slavata e le verdure erano tutto fuorché croccanti. Ti sei offeso a morte rimarcando stizzito che da te non si lamenta mai nessuno e che evidentemente era un problema solo mio. Non sei più passato dal mio tavolo e mi hai fatto pervenire il conto – rigorosamente su foglietto a quadretti – ancor prima che l’avessi richiesto. Quando ti ho raggiunto alla cassa per pagare e ti ho chiesto la ricevuta mi hai lanciato uno sguardo di odio e hai bofonchiato: “manco il limoncello ci offro”.

Salutamu

Va bene il Watergate e che il Washington Post è una istituzione in ambito giornalistico, va bene l’esterofilia, va bene le social media strategies locali, va bene anche che il 91% dei fruitori social non l’ha nemmeno letto e si è fermato al titolo o si è limitato a guardare la foto, però… e che diamine, un po’ di dignità.

Veramente vorreste dirmi che solo a me “Why your next vacation should be in Sicily”, l’articolo apparso sulle pagine on line della sezione travel del Washington Post, è sembrato banale, scontato e zeppo di luoghi comuni e di inesattezze? Ma davvero nel XXI secolo si può ancora suggerire di venire in Sicilia e di usare “salutamu” al posto di “buongiorno” o di un più colloquiale e semplice “ciao?”.

L’ho letto due volte per vedere se mi sfuggiva qualcosa, se non riuscivo ad afferrarne l’importanza, se  il testo nascondeva un modello stratificato che le mie nozioni di semiotica non riuscivano a scalfire, ma niente, anche dopo la seconda lettura il sentimento di delusione non è mutato. Anzi, mi è salito  “u nibbuso” perchè non riuscivo a capacitarmi del perché avesse ottenuto un tale tam tam mediatico anche sui canali istituzionali. Tra l’altro su Siracusa dice proprio due cose in croce, le solite: Teatro Greco, Tempio d’Apollo, Orecchio di Dionisio, Piazza Duomo, insomma, le uniche attrazione che qualsiasi turista, anche il più sprovveduto, visiterebbe comunque, anche solo per sbaglio.

Ma se da un lato latitano le informazione storico culturali, dall’altro, l’articolo è zeppo di nozioni socio-antropologiche. Per esempio tiene a sottolineare che anche quando la Mafia governava la Sicilia, la maggior parte della popolazione non era affiliata ad una cosca ma viveva comunque sottomessa al crimine organizzato. Sarà per questo che suggerisce di non fare battute sulla Mafia e visto che ci siamo, di non fare riferimento ai siciliani come se fossero italiani. Prendiamone atto.

Purtroppo non sono obiettivo, ma quando i musicisti tradizionali siciliani (Bummolo, tamburelli e fischietti assortiti) entrano in pizzeria, mi prende lo sconforto e la depressione, però, voglio dire, la Sicilia ha una tradizione musicale di tutto rispetto, non dico che nella sezione playlist uno debba metterci per forza Scarlatti o Bellini, ma che so, Marcella e Gianni Bella? Il Maestro Battiato? Roy Paci o Colapesce per rimanere nell’attualità? Niente, l’articolo suggerisce invece di attraversare la Sicilia in auto, con 40 gradi all’ombra, ascoltando musica folkloristica con la ciaremella. Però, a sua discolpa, infrange un mito d’oltreoceano e tende a chiarire, una volta per tutte, che purtroppo la colonna sonora del Padrino contiene solo lievissimi accenni alla tradizione musicale siciliana e che quindi non può considerarsi tale.

Infine, scopriamo che in Sicilia la lingua italiana è compresa e questo è molto rassicurante. Mettetevi nei panni della signora Esther Winger, una casalinga della Virginia che ha passato tutti i martedì sera, per tre mesi, a prendere lezioni di italiano nel retro della parrocchia di padre Talbott. Da anni voleva organizzare un viaggio in Sicilia e finalmente si era decisa, aveva convinto suo marito Dereck e l’amica del cuore Lucille, rimasta vedova. Poi un giorno al market di Mr Pomeroy, un piazzista di lucido da scarpe Perryman se ne esce con ‘sta cosa che in Sicilia non si parlerebbe manco l’italiano. Sai che collera! La signora Winger non vuole credere alle sue orecchie, ma quello, il piazzista, insiste e dice che suo cugino, l’anno scorso, è stato a Palermo e pure a Ficarazzi a trovare dei parenti e assicura che da quelle parti l’italiano non lo conosce nessuno. A Esther crolla il mondo addosso, che fare? Torna a casa, ripone la spesa, suo marito Dereck si accorge che qualcosa non va ma lei non gli da nemmeno il tempo di chiedere, si tira dietro la porta ed esce di nuovo. Si dirige verso la biblioteca Warren dove con la sua tessera da casalinga può usufruire gratuitamente di una postazione internet. È fuori di se, vuole cancellare le prenotazioni, è disposta perfino a perdere dei soldi, non le importa più niente. Clicca sul browser e si apre l’homepage del Washington Post, lì in bella vista, nella colonna di destra, compare l’articolo sulla Sicilia. Esther lo legge e in un attimo la tensione si scioglie, lo legge più e più volte, il personale della biblioteca le fa presente che è tardi e stanno per chiudere. Prima di uscire Esther stampa un paio di copie dell’articolo, una vuole darla a Lucille. Fa ritorno a casa, cammina tranquilla godendosi ogni passo, non ha nemmeno preparato la cena ma pazienza, stasera accomoderanno. Entra in casa, ad aspettarla c’è Dereck, la guarda preoccupato, lei ricambia lo sguardo e sorridendo gli dice: “salutamo.”. Dereck resta serio, sta morendo di fame e risponde: “salutamo ‘sta minchia!”. 

L’offerta Gastronomica

Quando ordino il fritto misto e mi portano solo i calamari e io lo faccio presente e il proprietario se la prende come se lo avessi offeso o quando ordini due piatti di pasta e mezzo litro di vino della casa, chiedi il conto e il gestore arriva sorridente e compiaciuto porgendoti un foglietto a quadretti dove con un tratto di penna ha sbarrato 72 euro e sotto c’ha scritto 35, come se uno sconto del genere fosse credibile. O ancora, quando dopo una cena mediocre, il proprietario ti chiede: “Allora come è antata?” e se tu gli dici che non è andata poi così bene, risponde sempre piccato: “Qui ta noi non si lamenta mai nessuno!”, oppure “Noi la pasta alla siracusana la facciamo così”. Per carità, va bene, ma se poi ti offendi, allora non mi chiedere niente.

Per non parlare del vino e del suo rituale spesso immotivato.

– Chi lo assaggia?

– Guardi, non è il caso, è una bottiglia senza pretese, tra l’altro la conosciamo benissimo, a posto così.

– No, insisto!

Allora ti tocca la pantomima dell’annusata, lo sguardo attraverso un calice sbagliato, il sorso contenuto e l’immancabile sorriso con cenno d’intesa:”perfetto, grazie.”. Solo una volta ho azzardato un timido “guardi, francamente è molto acido e sa di tappo.” per ricevere in tutta risposta un perentorio: “Pultroppo non ci possiamo fare più niente, non ce lo posso campiare pecche ommai l’abbiamo apetto”.