Rebus

Nella galassia dei venditori ambulanti di frutta e verdura non ho ancora deciso se ammirare di più quelli che nel giro di qualche anno hanno usucapito un pezzo di strada, sono diventati stanziali e sono passati dal camioncino al prefabbricato con dehors, garage e griglia in pietra per arrostire i peperoni – alla faccia di qualsiasi norma igienica e dei viddumari che ancora pagano l’affitto del basso commerciale – o quelli che preferiscono restare liberi, senza vincoli e parcheggiano il loro mezzo in seconda fila, di sbieco, a spina di pesce e posizionano intorno cartelli che sponsorizzano broccoli, mazzi di spinacia 3 x 2 e sacchi sabbaggi, peri, mandaranci, aranci e sancuinelli e passi che c’è la crisi e che tutti devono lavorare e si chiude un occhio, ma santo cielo, ma perchè in mezzo alla strada? 

Sto guardando

Chissà cosa scatta in ognuno di noi quando ci addormentiamo esausti sul divano guardando la tv e allora la persona al nostro fianco prende il telecomando e cambia canale e noi ci svegliamo di soprassalto e indignati e diciamo: “no, che fai, rimetti lì, lo sto guardando” e quella, sconsolata, asseconda la nostra richiesta e allora noi ci riaddormentiamo soddisfatti.

Stupidistan

Domani mattina, domenica 18 ottobre, alle 11:30, per Marzamemi Book Fest, avrò il piacere di presentare “Stupidistan”, l’ultima fatica letteraria di Stefano Amato edita da Marcos Y Marcos. L’appuntamento è al Cortile di Villadorata a Marzamemi, la puntualità è gradita, la mascherina obbligatoria. Parleremo di Sicilia, siracusanità, immaginari distopici e possibili futuri inquietanti. A chi si presenta con il colletto della polo alzato e con i capelli rasati ai lati e lungi in cima, una copia autografa del romanzo e un buono da due euro per un Gratta e Vinci al tabacchino della ciazza!

Chissà

Non ho ancora capito se il tuo è un gesto di sfida al sistema, una provocazione irriverente o proprio sei talmente zauddo che manco ti accorgi che continui a parcheggiare il tuo suv Bmw, a spina di pesce, sulla corsia ciclabile.

Dilemmi

Se una fake news viene smentita da una news ufficiale e poi si scopre che la news ufficiale era in realtà una fake news e la fake news era invece una notizia vera, si crea un cortocircuito percettivo di elevata complessità. Sembra proprio quello che è successo a Siracusa dove, alla fine, è stato accertato che il finto infermiere del video denuncia era in realtà un vero infermiere e che quindi, il comunicato ufficiale dell’Asp nel quale si sosteneva che il vero infermiere fosse un finto infermiere e che la vera video denuncia fosse una finta video denuncia, non era vero. Dato che il vero comunicato ufficiale dell’Asp risultato poi falso non è stato mai smentito dai vertici dell’Asp, non è che a questo punto – è il sospetto è legittimo – ad essere finti sono i vertici dell’Asp?

Tanto qui distruggono tutto

Avrei voluto scrivere un pezzo carico d’indignazione sull’ospedale e sull’emergenza Coronavirus, sul video dell’infermiere, sulla risposta dell’Asp e sull’arrivo dei medici da Palermo che di fatto, commissariano la sanità siracusana e ne sanciscono il fallimento. In queste ore però ne sono stati scritti tanti, condivisibili e molto dettagliati, per cui sarei stato ridondante. 

C’è un aspetto però che mi lascia interdetto ed è lo sgomento di una parte della popolazione. Ma veramente volete farmi credere che non vi eravate accorti di quanto fosse basso il livello sanitario e organizzativo dell’Ospedale di Siracusa? Ma nessuno di voi è mai stato al Pronto Soccorso o a trovare qualcuno ricoverato? Sparare a zero in maniera indiscriminata e fare generalizzazioni, non serve a niente e del resto, è evidente come anche Siracusa ci siano medici coscienziosi, primari preparati, infermieri scrupolosi e reparti che funzionano dignitosamente, prendendosi cura dei pazienti, mettendo toppe ai buchi del sistema, facendo i conti con la carenza di budget e le ruberie perpetrate negli anni dalla politica, dal suo sottobosco e dai baronati. 

Al di là della veridicità del video virale dell’infermiere o presunto tale, al di là della risposta ufficiale dell’Asp, i problemi dell’ospedale di Siracusa sono lì da tempo, da anni, da sempre e l’emergenza Coronavirus li ha solo portati in superficie. C’è anche una nostra responsabilità in tutto questo? Secondo me sì! Evidente. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente, abbiamo nicchiato, alzato le spalle e detto: “che schifo! Però, va bè… che ci possiamo fare noi?”. Per anni abbiamo continuato a scegliere quelli che hanno contribuito a ridurlo così, alimentando clientele e bloccando i concorsi, per anni abbiamo osannato manager inefficienti e senza competenze. Ma veramente adesso ci stupiamo?

Quando qualche anno fa, in primavera, ricoverarono mia nonna a Siracusa, la portarono in un reparto fatiscente: i bagni erano luridi, non c’era carta igienica, non c’erano fazzoletti di carta per asciugarsi le mani, non c’era nemmeno il sapone e il personale paramedico era sottodimensionato. Le quattro degenti della stanza, erano completamente abbandonate a loro stesse, tutto gravava sulle spalle delle famiglie, che dovevano fare i turni,  accudirle, imboccarle, accompagnarle in bagno. Ma la famiglia può sopperire a tutte le mancanze di un sistema marcio? Cosa deve fare chi è solo? Chi non ha qualcuno pronta a lasciare tutto per correre in suo soccorso? Come deve fare chi lavora e non può prendersi cura di una persona cara? Ma che società è mai questa? Provate a mettere piede nella sala d’aspetto di un pronto soccorso a Berlino, tra tossici e ubriachi e restare inebriati dal profumo di pulito e dalla gentilezza del personale che non parla nemmeno la tua lingua. Minchia, a Monza, dopo un’intervento, l’infermiera spazzolava i capelli di mia mamma, un gesto che quando ci ripenso, mi commuove ancora.

In quel reparto, quella primavera, a Siracusa, l’unico conforto per mia nonna e per gli altri pazienti, era dato da una donna rumena, che a pagamento – e non tutti potevano permettersela – accudiva i pazienti con grande umanità e professionalità. Lavava, spugnava, faceva addirittura iniezioni e medicazioni. Era una di fuori, questa sì non aveva nessun rapporto con l’Asp eppure stava lì, a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare qualcun altro. Non lo faceva di nascosto, estorcendo denaro e minacciando, no, lo faceva alla luce del sole, con il il beneplacito della caposala e del primario. Già, il primario. All’inizio del reparto c’era la sua stanza, sopra la porta, una luce rossa sempre accesa lasciava credere che fosse impegnato a visitare qualcuno o impegnato in una riunione. Non l’abbiamo mai visto. Mia nonna è morta nel letto di casa sua e dopo tante sofferenze, aveva finalmente un’espressione serena. La donna rumena invece, qualche tempo dopo, è stata brutalmente assassinata dal suo ex compagno che pretendeva il denaro che lei guadagnava accudendo clandestinamente i pazienti di un reparto dell’ospedale di Siracusa.

La verità è che ci siamo assuefatti al degrado, l’abbiamo normalizzato. Ci hanno fatto credere che quello era il massimo che potessero offrirci e che dovevamo accontentarci e ringraziare, perchè alla fine, dopo tutto, eravamo ancora vivi. Invece avremmo dovuto gridare, denunciare, pretendere, reclamare i diritti, la dignità, le competenze. Come in un circolo vizioso, ci abbiamo messo anche del nostro, perchè il degrado chiama degrado e allora abbiamo iniziato a parcheggiare dentro, a fumare sulle scale, ad usare gli ascensori delle barelle, a sabotare porte allarmate, a entrare in dodici prima degli orari di visita, ad uscire tardi, a scrivere sui muri e distruggere le sedie. Con questi comportamenti abbiamo fornito l’alibi e per loro è stato facile dire: “non possiamo fare niente perché tanto qui, distruggono tutto”.

Chi fazzu, lassu?

– Buongiorno chiamavo per una consegna a domicilio…

– Tove?

– Ortigia.

– Ottiggia si può fare, mi tica.

– Allora: 2 chili di arance tarocco.

– Sono du chili e mezzo, chi fazzu, lassu?

– Sì, va bene lasci…. ma, fa tutto in diretta?

– Cetto, senò mu scoddu.

– Ma non sarebbe meglio annotare l’ordine e poi lavorarlo successivamente?

– Mi deve insegnare come devo travagghiare?

– No, no, assolutamente! Mi scusi… allora precediamo…

– Preco.

– Due chili di mele fuji…

– Fusci fineru. Ci posso dare Golten, Pinchiroial, Telizia…

– Va bene, faccia un chilo di Golden e uno di Delizia.

– Sono un chilo e tre l’uno, lassu?

– …. Lassassi… Poi volevo: due chili di patate.

– Ci rugno chidda novella… ma u sacco è tri chila…

– Va bene… poi, delle carote.

– Carote.

– Sedano.

– Qua c’è il setano.

– Aglio.

– Quattro teste?

– Va bene. Ha cicoria?

– Bella amara e citringna…

– Me ne dia due mazzi e poi anche due mazzi di spinaci, per favore.

– Virissi ca i mazzi su nichi…

– Faccia tre.

– Fazzu tri e tri allora…

– Un chilo di pomodoro.

– Chi pomitoro vuole?

– Da insalata.

– Sono un chilo due e ottanta, lassu?

– Lasci… Ah! due chili di pere abate.

– Sono due chili e otto, lascio?

– No, scusi. duecento grammi in più va bene, ma mi ha cafuddato un altro chilo di pere…

– Non s’arraggiassi, ci stai luvannu…

– Altro?

– No, basta così. quanto le devo?

– Allora: tri e sessanta x 4, du chila, tre mazzi i ciroria… sono trentasette, facemu trentacincu…

– Bello caro!

– Traspotto compreso… e ci riualu u prezzemolo.

– Pagamento?

– Soddi contanti… Megghiu cuntati ca u caruso ca mannu, si confonte co resto.

Così è la vita

Non sei mai uscito dal triangolo viale Zecchino, via Filisto, viale Tica; hai piantato le tue personalissime colonne d’Ercole in Largo Dicone; ti sei formato tra il Bar Kennedy e la sala giochi di via Pitia; non leggi più nemmeno le pagelle della Gazzetta dello Sport; non ti è ancora chiara la differenza tra e congiunzione e verbo, ma su taglio parlamentari, referendum e legge elettorale nemmeno un dubbio… Ti invidio e ti stimo.