Il Trasferimento

Quando al penultimo anno di liceo, si sparse la voce che il nostro professore d’italiano e latino era stato minacciato da un balordo, di notte, a casa sua e che spaventato, aveva deciso di chiedere il trasferimento, sprofondammo tutti in un silenzio angosciato e surreale. Sì, perché il professore era un uomo anziano, mite, di una gentilezza disarmante e saperlo così spaventato, così provato da questa esperienza terribile, anche se non lo dava a vedere, era uno strazio. Chi poteva volergli male? Chi poteva metterlo sotto pressione in questo modo? Non certo un alunno, questo era fuori discussione. Il professore di italiano e latino era il meglio che si potesse chiedere: generoso in termini di voti, comprensivo sui malori strategici e sui finti decessi dei parenti più stretti che coincidevano con interrogazioni e compiti in classe e sempre disposto al dialogo e alla mediazione.

Era un conservatore, un uomo fondamentalmente di destra, leale e buono, troppo buono. Era un liberale cattolico che ammirava Scelba e che nulla aveva a che vedere con quell’anticonformismo di alcuni insegnanti di filosofia che avevano addosso l’aura dei rivoluzionari trotzkisti, né la prosopopea di quegli insegnati iscritti alla Cgil, che andavano per la maggiore. Eppure, tutti gli volevano un gran bene. Il suo concetto di didattica valicava i programmi ministeriali ma non perché il professore azzardasse – una volta gli chiesi se fossimo arrivati a fare Pasolini e lui candidamente mi rispose che non credeva si potesse insegnare al liceo – ma perché, piuttosto, si basava su un’idea di autogestione e di responsabilizzazione attraverso la quale, ciascun giovane alunno, avrebbe potuto maturare e comprendere le regole dello stare in classe e nel mondo. La cosa a dire il vero non funzionava sempre, perché a quella età, a me, di come stare al mondo mi interessava molto marginalmente, quello che mi interessava era andare alle feste malve, suonare il basso nel mio gruppo grunge e prendermi la patente per avere un mezzo di trasporto con quattro ruote e contestualmente un luogo dove potermi appartare con le ragazze. 

Durante le lezioni, il professore ci concedeva grande libertà: potevamo andare in bagno senza chiedere il permesso, ci permetteva di stabilire i calendari delle interrogazioni e di concordare con lui le date dei compiti in classe. Noi eravamo dei parassiti, delle sanguisughe, degli esseri ignobili che cercavano di ottenere sempre di più senza dare in cambio niente. Il professore lo capiva benissimo ma la sua indole di educatore zen lo portava a sopportare qualsiasi tipo di prevaricazione. 

Una domenica, ad esempio, organizzò una gita extrascolastica per mostrarci il suo paese natale, partimmo in pullman, eravamo due classi, le sue due classi. Fu una giornata piacevole, trascorsa tra le stradine in salita del borgo montano, la messa nella chiesa madre che io ed altri disertammo e un pranzo a menù fisso in una trattoria del posto. Non ricordo bene cosa successe esattamente, ma venne fuori che c’era stato un problema con il noleggio del pullman. Mancava una somma e l’autista, un gran pezzo di malacarne, scontroso e attaccabrighe, chiese la differenza in contanti, altrimenti, minacciava di lasciarci lì. A tutti era piuttosto chiaro che questo tizio si stava approfittando di noi, ma il professore intervenne con i suoi modi garbati e mise la differenza di tasca propria. Era convinto, ci confidò, che una volta venuto a sapere di questo spiacevole episodio, il sig. Amato (uso un nome di fantasia) titolare della ditta di autotrasporti, e noto mbrugghiuni e sautafossi, ci avrebbe contattati per chiedere scusa e rifondere il maltolto. Per un paio di settimane, prima di ogni lezione, il professore chiedeva a Carla, la mia compagna di classe che aveva noleggiato il bus, se il Signor Amato, per caso, si era fatto vivo. La risposta, ovviamente, era sempre negativa ma lui, non demordeva, e rispondeva: “non ti preoccupare, chiamerà domani”. Era fatto così.

Quell’anno scolastico fu caratterizzato da un continuo cambio di aule: dal piano terra passammo al primo, poi al secondo piano corridoio di destra, infine, in primavera, poco prima della fine dell’anno, fummo spostati nell’ultima classe in fondo al corridoio di sinistra. L’aula aveva delle ampie finestre, posizionate ad un’altezza superiore rispetto al normale. Non ci si poteva affacciare perché queste, davano su un lastricato solare che era la copertura della vecchia palestra. Ho questo ricordo indelebile di una lezione piuttosto monotona che aveva a che fare con un canto del Purgatorio di Dante, dalle finestre alte filtrava la luce del sole e la temperatura esterna era mite e invitante e così, uno dopo l’altro i ragazzi della mia classe – mentre il professore era piegato sul testo a leggere, emozionato, di Beatrice che congeda Virgilio e ne prendeva il posto – si alzavano silenziosamente, si avvicinavano alla finestra alta e scavalcavano raggiungendo il lastrico solare dove si adagiavano a prendere il sole come foche spiaggiate. La classe si stava svuotando, il professore continuava appassionato a leggere terzine di endecasillabi e dal terrazzino, il timbro della sua voce pareva un mantra, interrotto solamente dagli “uh” di sforzo dei ragazzi che si issavano sul davanzale della finestra e da quei “fapfapfap” delle scarpe da ginnastica dei più bassi che sfregavano sul muro. Io ero stato uno dei primi a salire sul tetto, ma la scena della classe che si svuotava così velocemente mi colpì profondamente tanto da decidere di calarmi dentro. Non lo facevo per me, lo facevo per il rispetto nei suoi confronti. Pensai a come poteva sentirsi quest’uomo che nel bene e nel male, dava tutto se stesso per l’insegnamento, pensai a quanto dovevamo essere ingrati per tradire così la sua fiducia, ai voti alti che mi metteva nei temi e a come inascoltato, mi spronasse a scrivere. 

I rumors delle minacce e della richiesta di trasferimento arrivarono un sabato mattina, in questo clima di giubilo perenne e fu davvero un fulmine a ciel sereno che rabbuiò gli animi di tutti. Se il professore fosse andato via sarebbe crollato il nostro intero mondo, ci avrebbero mandato un altro insegnate con altri metodi, altri voti, con la pretesa di darci il permesso per uscire dalla classe o di stabilire lui, da solo, le date dei compiti in classe. Ci organizzammo per un’assemblea pomeridiana, vennero tutti, anche quelli dei paesi, che normalmente tornavano a casa e il pomeriggio non si facevano vedere mai. Con mia grande sorpresa le più preoccupate erano le ragazze, le prime della classe, quelle che studiavano sempre, quelle che mai avrebbero scavalcato una finestra per prendersi il sole e che però avevano già programmato il loro futuro. Presero la parola e ci dissero che il problema era serio e andava affrontato con tempestività perché se il professore andava via, noi avremmo perso la nostra libertà, ma loro, rischiavano di vedere sfumare il futuro che avevano pianificato così bene, fatto di massimi voti alla maturità e dell’ingresso nelle prestigiose Università a numero chiuso. Discutemmo a lungo ai tavoli del bar del Duomo, la maggioranza di noi conveniva che non poteva trattarsi che dell’autista della gita in pullman. Però, insomma, non era una cosa semplice da risolvere, quello era un gran malacarne e sicuramente aveva deciso di spillare altri soldi al professore. “Denunciamo il fatto alla polizia.” diceva qualcuno, “no, no, non abbiamo prove – sosteneva qualcun altro – dobbiamo farlo uscire allo scoperto.”. Alla fine optammo per una sorta di ronda, un cordone di sicurezza attorno al palazzo del professore per notare movimenti sospetti, riconoscere e fotografare l’uomo e nel caso, extrema ratio, intervenire. Non sarebbe stato semplicissimo perché noi ragazzi, in classe, eravamo una minoranza, saremo stati una decina e tranne uno, eravamo tutti minorenni e senza patente. Cinque, inoltre, venivano dai paesi della provincia, si erano già fermati oltre orario il pomeriggio e quindi sarebbe stato inutile prenderli in considerazione. L’appuntamento fu fissato alle 22:00 sotto la casa del professore, arrivai in Vespone, con i fari spenti come convenuto. Sul posto c’era già l’Alfa 33 di Leonardo con a bordo gli altri elementi del commando, mi fecero cenno con gli abbaglianti, issai il Vespone sul cavalletto e li raggiunsi, quatto quatto, in macchina. Eravamo molto tesi ma anche divertiti come ci si diverte solo a quell’età. Cominciammo a fumare e ad organizzare il nostro piano d’azione. Luca si piazzò dietro un Suzuki Vitara con la macchina fotografica di suo padre e il teleobiettivo, io avevo il compito di fermare chiunque si avvicinasse al portone del condominio del professore e con la scusa di accendere una sigaretta, l’avrei dovuto fare voltare a favore di macchina fotografica; Gianni e Leonardo sarebbero rimasti in auto, pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Leonardo aveva il crick a portata di mano. Non passava nessuno, il ronco del Professore era completamente deserto, nemmeno una pizza d’asporto, nemmeno una coppia di ritorno dal cinema, niente. Stavamo per mollare e tornarcene a casa quando una figura con un giubbotto con il bavero alzato e un cappellino da baseball calcato in testa girò l’angolo. Il tizio si dirigeva proprio verso il portone del professore ma si muoveva circospetto, o almeno così mi sembrava, Io avevo il cuore in gola. L’uomo si fermò davanti alla pulsantiera del citofono, io spuntai fuori dal buio e chiesi: “mi scusi, ha da accendere?”, ma avevo la gola secchissima e mi uscì una specie di rantolo sofferente, l’uomo ebbe un sussulto di spavento e si voltò di scatto, io trasalii e istintivamente feci un passo indietro, Luca da dietro il Vitara cominciò a gridare: “È lui! È lui!”. Leonardo mise in moto l’Alfa 33 e partì sgommando verso di noi, suonava il clacson come un pazzo, Gianni brandiva il crick e gridava: “bastaddo!”. L’uomo era terrorizzato e cominciò a correre, si mise a gridare: “Aiuto! Aiuto!”. Alcune finestre che davano sul ronco si accesero, qualcuno uscì sul balcone. “S’è cacato addosso! – esultava Leonardo – andiamolo a pizzicare, diamogli la bella”. “Ma che cazzo dici? – cercai di dire con un tono autoritario mentre ridevo – leviamoci di qua che si stanno affacciando tutti. Vediamoci dietro la scuola”. Luca salì in macchina, io accesi il Vespone e sparimmo. Ero l’unico a dire che avevamo sbagliato e che quello era un povero cristo che non c’entrava niente. Luca invece ne era certo: “L’ho fotografato, l’ho visto benissimo con lo zoom! Cazzo era lui al 100%.”. “Lunedì porto il rullino a sviluppare da Valvo, lo pago io, non mi interessa, e poi vediamo chi ha ragione.”. Ci lasciammo così, con la parola di tenere la cosa per noi fino a quando non avremmo avuto le prove certe. Invece quando il lunedì arrivai a scuola, i miei compagni si erano sparati la chiappera e per farsi belli con le ragazze, raccontavano di delinquenti messi in fuga, inseguimenti mozzafiato e scontri a fuoco. Leonardo era il più su di giri, già di suo era fissato con armi da fuoco, sopravvivenza, arti marziali estreme e questa esperienza lo aveva caricato a molla e voleva raccontare tutto. A terza ora arrivò il professore, io cercai di dissuaderlo, di prendere tempo, di aspettare le fotografie per avere un riscontro certo ma lui non voleva sentire ragioni. Si lanciò in un discorso confuso e zoppicante, per fortuna la prese molto alla larga, disse o cercò di dire che tutti i problemi hanno una soluzione, che non si doveva sentire da solo, che la storia delle minacce era finita e che non c’era motivo per chiedere alcun trasferimento. Il professore lo ascoltava allibito e alla fine chiese: “ma quale trasferimento?”.

“Professore, non ci deve lasciare, ci rovina. Abbiamo risolto tutto e nessuno la minaccerà più”.

“Leonardo ma che minacce? Non ti capisco.”.

“Ma come quali minacce? Quelle dell’autista di Amato, il bastardo c’ha riprovato ma è scappato, l’abbiamo fatto scappare, non ci prova più. Stia tranquillo, è finita.”.

“Leonardo, non ho capito niente del tuo racconto e comunque sai che apprezzo il vostro modo di scherzare e la vostra giovine creatività, ma al contempo, sai benissimo che detesto la violenza e le storie che la usano come espediente narrativo fine a se stesso. La violenza è una cosa atroce che si manifesta anche quando nessuno se l’aspetta. Lo sapete che sabato sera un signore che abita nel mio palazzo è stato aggredito da dei balordi? Pensate che ai tempi di Scelba sarebbe mai potuta succedere?”.

In classe calò il silenzio, io feci un cenno agli altri del commando come a dire: “appena inizia la lezione, andiamo in bagno e ce la discutiamo.”, poi Marilena prese la parola e chiese: “Professore, mi scusi, ma quindi non è vero che ha chiesto il trasferimento?”.

“Ma che  trasferimento e trasferimento,  tra due anni vado in pensione…che motivo avrei? Avanti, bando alle ciance, oggi abbiamo letteratura latina, chi vuole leggere Tacito? Anzi, prima di iniziare, visto che me lo avete ricordato… Carla, il signor Amato ha chiamato per chiedere scusa?

“No professore, non ancora, mi dispiace.”

“Non fa niente, chiamerà.”.

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