Sono tutti peri peri – Il glossario dei commenti social sull’emergenza Coronavirus

– A dittu curricula!!! e curriculum sindaco si bestia

– Sindaco ai creato pure il foconaio a ongolocia si dimetti che è meglio

– Dicci quello che sappiamo merda

– Che il dio ti aiuta e ti proteggi sindaco

– Ti sta parrannu i sopra testa di minchia

– Caro sindaco e giusto secondo lei che le prendono la multa amio nipote perché e uscitò ha comprare ilpane e l’altra volta i sigaretti

– Ce uno che vuole fare la santificazione e tu ai detto ocaca

– Perche nn date la autorizione per infettare le strade a quel signore?

– Ha quello gli avete perso il tampone qualche tre settimane fà e ancora stai parlanto nesci u tapone

– Ma quali controli state facento hai soliti noti ammucciati

– U dutturi mio non risponte sta merda

– A santa panacia e zone limitrofi tutti peri peri

– U ferramente di via piave vente mascarine?

– Vattene a messina ha fermare gli sbarghi condi luca

– La serit continua a tartasacci colle raccomantate

– Perche non parli dell Asb?

– Mpare su quattro dirette ca manco m’arrispunni!

– Ora dobbiamo essere tutti uniti a contro il conoravirus senza politica e senza io di qua e tu dila poi quando finisce te ne puoi andare a fare inculo

– State pulizianto solo ortigia e un pizzuddo di borgata perche 

– Questo ospetale e uno scantalo chiamate il gabbibbo di striscio o quela grossa col cane a petis

 

Dilemmi

Se una fake news viene smentita da una news ufficiale e poi si scopre che la news ufficiale era in realtà una fake news e la fake news era invece una notizia vera, si crea un cortocircuito percettivo di elevata complessità. Sembra proprio quello che è successo a Siracusa dove, alla fine, è stato accertato che il finto infermiere del video denuncia era in realtà un vero infermiere e che quindi, il comunicato ufficiale dell’Asp nel quale si sosteneva che il vero infermiere fosse un finto infermiere e che la vera video denuncia fosse una finta video denuncia, non era vero. Dato che il vero comunicato ufficiale dell’Asp risultato poi falso non è stato mai smentito dai vertici dell’Asp, non è che a questo punto – è il sospetto è legittimo – ad essere finti sono i vertici dell’Asp?

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Terza Parte

L’Onore dei Puzzo

Ianuzzo e Rita Puzzo sono due insegnanti in pensione costretti ad affrontare la quarantena a casa, da soli. I figli, ormai grandi, vivono fuori con le rispettive famiglie ed i Puzzo, non avvezzi alle tecnologie, riescono solamente a contattarli telefonicamente. I coniugi Puzzo sono delle persone per bene: comunisti ortodossi, credono ancora nel sindacato e sono attivi nel sociale, fanno volontariato, beneficenza e sostengono come possono la cooperazione internazionale, pagano tutte le tasse molti giorni prima della scadenza e si indignano per le storture di questa società. Una mattina di un giorno come tanti, il suono del citofono avverte che la spesa della settimana è arrivata a domicilio. Ianuzzo, si precipita giù, detesta fare aspettare le persone, lo trova una mancanza di rispetto. Al momento di pagare in contanti, il colpo di scena, a Ianuzzo mancano un euro e sessantotto centesimi. Sono momenti terribili e a nulla valgono le rassicurazioni del picciotto della spesa: “non si preoccupi signò Puzzo, appoi me li dà alla prossima settimana.”. L’affronto è totale, anche perchè, alla scena ha assistito la moglie di Prazio, del terzo piano, una famiglia gretta e sparrittera. Ianuzzo torna a casa, parla con Rita e insieme prendono una decisione: saldare il debito con il Supermercato. Senza giustificazione, senza mascherina (ha donato quelle che possedeva al 118) Ianuzzo intraprende un pericoloso viaggio in auto che lo porterà fino al Conad Formisano. Lì, deriso e offeso dagli altri clienti perchè non dotato di mascherina, sarà costretto ad affrontare un fila di due ore. Nessuno vuole credere alla sua storia, nessuno lo vuole fare passare avanti, nonostante le sue spiegazioni, ma alla fine, pagherà il debito e il suo onore sarà salvo.

Quel che resta del tonno

Intimista, inesorabile, sincero. Interamente girato in bianco e nero e con camera a spalla, “Quel che resta del tonno” è una struggente storia d’amore e di stenti tra due clochard avvinazzati e intransigenti che rifiutano qualsiasi tipo di aiuto. Fedeli alla loro filosofia di vita, Antoine (ex giocoliere e lanciatore di diablo) e Georgette (una problematica ragazza di buona famiglia, in rotta con le convenzioni) vivono all’interno del parcheggio Talete sostenendosi con quel poco che riescono a racimolare dalle elemosine dei cittadini. Il lockdown li colpisce duramente fino a prosciugare le loro già misere scorte. Una sera, davanti ad un cartone di Tavernello rosé e all’ultima scatoletta di tonno, decideranno insieme di abbandonare questa vita di stenti e dare fondo al bancomat di Georgette. 

Il Miglio verde

Giuseppina è una casalinga scrupolosa, efficiente e molto intelligente. Ha cresciuto 4 figli senza fargli mancare mai nulla e ha sempre onorato e rispettato il marito Salvatore. La sua è una famiglia perfetta. Giuseppina è una grande osservatrice e possiede innate capacità di apprendimento veloce: osserva bene e impara in fretta. Nel corso degli anni è diventata una cuoca provetta, una sarta impeccabile, un’esperta in disinfestazioni e pulizie, una ragioniera tutto fare specializzata in bilanci di famiglia e una appassionata di commercio online. Intuendo in anticipo il periodo di loock down, decide di acquistare a un prezzo conveniente delle scorte di cibo online. Cereali e legumi assortiti, trenta chili di granaglie che, secondo le sue stime, contribuirebbero a garantire il sostentamento della sua famiglia fino al 2021. Il giorno della consegna, però, Giuseppina è alle prese con una maionese e non può lasciare, così, incarica il marito Salvatore di scendere a controllare il carico. Ma il marito, timido e riservato, compulsato dal corriere che vuole solo andare via, firmerà la bolla senza controllare i prodotti. Salvatore scaricherà sul pavimento della cucina trenta chili di miglio verde e ammuffito dando inizio ad una delle tragedie familiare più strazianti dai tempi di Sofocle.

Paura e Delirio alla Bussola

Fraggetta, Scapellato, Urso, Germanà e Gallitto, sono 5 le famiglie che prima del lockdown sancito dal Governo, decidono di trasferirsi nelle proprie residenze a mare, per trascorre il periodo di quarantena distanti dal caos e dalla pressione antropica della città. Le cinque famiglie però, non avevano fatto i conti con Kevin, il primogenito dei Germanà, un ragazzo dissoluto e prepotente che prima, saccheggia e vandalizza le villette vuote e poi, comincia ad organizzare festini a base di alcool e droghe, insieme ad un gruppo di giovani malacarni di Cassibile. La vita dissoluta e la promiscuità con i malacarni di Cassibile lo faranno ammalare. Kevin è spaventasissimo, riflette sulla sua vita, prega moltissimo e promette a tutti che se dovesse scamparla, metterà la testa a posto e prenderà finalmente quel diploma alla scuola privata. I suoi genitori lo accolgono e lo mettono in quarantena in una villetta saccheggiata ma le altre quattro famiglia non sono d’accordo, non si fidano e per paura di contagi, chiedono ai Germanà, di allontanare il figlio degenerato. Solo la grande arte oratoria del Signor Germanà e la stima che riscuote, riusciranno a placare le ire delle famiglie. Per fortuna, quella di Kevin è solo una banale influenza stagionale e in meno di 24 ore, tornerà a scorrazzare impenitente e pieno di droghe con i suoi amici malacarni.

Lievito di Birra

Io e Donatella non panifichiamo mai, ultimamente invece, costretti a casa, avevamo pensato di provare a fare la pizza, ma nella prima spesa a domicilio, ci siamo scordati di inserire il lievito di birra e nella successiva, l’abbiamo ordinato ma non ci è mai arrivato. Pare che sia sparito da tutti gli scaffali di tutti i supermercati della città, alcuni dicono del mondo intero. Io ho chiesto in giro, sentito il parere di amici che si dilettano in cucina, ne ho scomodato un altro che produce birra artigianale e mi sono iscritto perfino a un gruppo Facebook che chiede formalmente che il Governo si prodighi con l’Europa per ottenere, oltre allo sblocco del MES e l’emissione di Coronabond per finanziare la risposta al Covid-19, la reintroduzione nella grande distribuzione dei panetti di lievito di birra. A quanto pare però, il Governo cincischia e l’Europa è sorda a questo genere di richieste e nessuno sa con certezza se il lievito di birra tornerà un giorno reperibile. 

Non poter fare la pizza è stata una cocente delusione così abbiamo virato verso il dolce. Recuperato del lievito vanigliato, abbiamo provato a fare un tortino per festeggiare i quattro mesi di Bruna, ma purtroppo, gli albumi non si sono montati a dovere e non avevamo stecche di vaniglia per la crema pasticciera per cui, alla fine è venuto fuori agglomerato compatto farcito da una crema all’uovo. In sé, non era nemmeno malvagio, ma non sapeva assolutamente di niente, il segreto era masticarlo e immaginare di mangiare qualcosa di molto gustoso. A me poi, procurava una acidità di stomaco lancinante. insomma, una Caporetto.

Abbiamo discusso della cosa, accettato i nostri limiti in ambito di pasticceria e ci siamo fatti coraggio a vicenda raccontandoci che la pizza, quella sì l’avremmo saputa fare, perché dai, è un processo molto più semplice e non si devono montare gli albumi a neve. Vuoi mettere? 

Abbiamo comunque processato la delusione e ci siamo arresi all’idea che per quanto durerà questa clausura forzata, il nostro forno non sfornerà nessun pane e nessuna pizza, ma una volta che questa terribile situazione sarà finita, ci impegneremo per acquisire tutto il know how necessario per poter produrre prodotti da forno in autonomia.

È passato qualche giorno, non saprei dire quanti – in questa situazione il tempo scorre ora veloce, ora lento – poi improvvisamente, mentre eravamo seduti sul divano e guardavamo un video sul mio computer, ho ricevuto un messaggio Whatsapp. Io utilizzo anche l’applicazione per laptop per cui mi è comparsa una notifica sullo schermo da un numero sconosciuto. Nell’anteprima si leggeva solamente “Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato…”:

Donatella ha chiesto subito: “ma chi è?”. 

“Non lo so – ho risposto – non ho idea, aspetta che lo apriamo.”.

Ho cliccato sull’anteprima per leggerlo per intero e c’era scritto: Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato ma non mi hai trovato e muori dalla voglia di preparare la pizza o il pane? Se vuoi acquistare un pezzo di lievito madre rispondi ok a questo messaggio. Sarai ricontattato.

“Ma sarà uno scherzo – ho detto io – dai, che cazzata!”. 

“Ma che ne sai – ha risposto lei – la gente in tempo di crisi si inventa qualsiasi cosa”.

“Sì, il mercato nero di lievito di birra – ho ribattuto – ma t’immagini?”.

“E se fosse vero?”. Ha chiosato Donatella.

Allora ho preso in mano la situazione, ho guardato Donatella negli occhi e ho detto: “ma tu sai cosa vuol dire accudire il lievito madre? È un essere vivente, bisogna dedicarsi anima e corpo, è una follia, una schiavitù. La gente esce pazza, le coppie si separano!”.

“Ma tu che ne sai? Lo dici solo per farmi rinunciare.”.

“Io l’ho visto con i miei occhi – ho detto serio – ho vissuto una situazione molto simile da ragazzo ed è stato terribile!”.

Non mi ricordo come iniziò, so solo che a un certo punto, mia zia Pina ricevette in regalo, coperto da un canovaccio di cotone, un bicchiere che conteneva dei fermenti lattici vivi o più propriamente Kefir, ma io all’epoca non lo sapevo che si chiamasse così. Per lei la cosa iniziò come un gioco: la sera versava del latte all’interno del bicchiere e il mattino dopo, come per magia, trovava lo yogurt. Giorno dopo giorno, seguendo i ritmi dei lieviti della fermentazione, mia zia Pina aggiungeva latte la sera e produceva yogurt al mattino. Dopo ogni passaggio, questo Kefir, che è a tutti gli effetti un organismo vivente, cresce, aumenta la sua massa e va quindi spostato in un contenitore più capiente. Così dal bicchiere dell’acqua venne trasportato con cura, manco fosse una divinità pagana, all’interno di una ciotola, poi in un barattolo di vetro da conserve, poi in una brocca d’acqua da 2 litri, poi in un recipiente gigantesco, in una pericolosissima escalation che cominciava a preoccupare mio zio ed i miei cugini. La zia Pina invece non voleva sentire ragioni, lo yogurt era ormai un pretesto, si era affezionata alla creatura, la nutriva, la proteggeva e la trattava come un ospite importante. Nel giro di poco tempo la produzione di yogurt divenne talmente intensiva da non essere più sostenibile. A nulla valsero i tentativi di mia zia di modificare la dieta della famiglia, abbandonando la cucina mediterranea per sposare quella indiana e quella greca che fanno largo uso di latticini fermentati. La situazione stava precipitando, la creatura aveva raggiunto le dimensioni della pilozza nel doppio servizio e puntava ad impossessarsi della vasca da bagno. Occorreva prendere una decisione difficile e sbarazzarsi una volta per tutte dell’essere. Mia zia si tormentò per un giorno e una notte e poi decise di dividersi dalla sua creatura. La suddivise in parti uguali e la portò in dono alle mogli di tutti gli altri condomini della scala A. Fu la fine! In men che non si dica il Kefir si prese, una ad una, tutte le famiglie e le costrinse a turni massacranti per farsi accudire e a sotterfugi per permettergli di liberarsi dello yogurt in eccedenza senza che la creatura se ne accorgesse. Alla fine dopo quattro mesi sotto il giogo del Kefir, nel corso di una riunione clandestina di condominio, si optò per la soluzione finale: la creatura fu stordita con dell’alcool etilico, caricata in macchina e poi fu sversata in un tombino dalla parti di Bosco Minniti.

Donatella che aveva ascoltato la mia storia con attenzione e contestualmente aveva fatto ricerche su internet per erudirsi in materia, ha detto laconica: “Ma io la pizza la voglio fare lo stesso.”. Poi ha aggiunto: “Rispondi al messaggio, andiamo allo step successivo, così scopriamo le loro carte e vediamo che succede.”.

Io mi sentivo agitato come la volta che a Piazza Adda, andai a comprare il mio primo pezzo di fumo e titubante ho detto: “Do’, amore, dobbiamo stare attenti! Questi sono giri pericolosi, non si può scherzare, probabilmente sono malavitosi, persone violente e senza pietà e detestano essere prese in giro.”.

“Hai ragione – mi ha risposto lei – ma sono troppo tentata…. Chiama Gabri, chiama qualcuno, vediamo se il messaggio è arrivato anche a loro.”.

Così ho preso il telefono e chiamato in vivavoce Gabriele, gli ho spiegato la situazione e lui mi ha confermato di aver ricevuto lo stesso messaggio ma di non essere interessato perché un suo amico, proprietario di una pizzeria, gli aveva fornito un onesto quantitativo di lievito. Poi mi ha detto: “però l’ha fatto mio fratello, ha risposto al messaggio e funziona.”.

“Ma chi è? – ho chiesto io – Un forno in città? Un corriere del cartello del lievito di birra che fa il doppio gioco e vuole arrotondare?”.

“Non ne ho idea – mi ha detto Gabriele – mio fratello non me l’ha detto. Dice che come il Fight Club, la prima regola è non parlare mai del lievito di birra”.

“Ma mi devo spaventare? Sono malacarni?”.

“Credo di no, ma comunque stai attento”.

Siamo rimasti in silenzio per un po’, ci siamo guardati a lungo, poi Donatella mi ha fatto un cenno col capo e io ho capito. Ho preso il telefono, selezionato il messaggio, digitato OK e premuto invio. Ora, stiamo aspettando una risposta.

 

Come affogare

Tuffarsi nei commenti alla diretta social del Sindaco e rischiare di annegarci dentro, è stato come naufragare in un mare in tempesta, puoi solo cercare di restare a galla e sopravvivere.

Ci sono migliaia di famiglie senza reddito e migliaia letteralmente senza un euro. C’è paura, preoccupazione, fame e miseria. Le situazioni più drammatiche hanno a che fare con chi lavorava in nero, saltuariamente, e adesso è alla canna del gas e teme per la propria famiglia. C’è anche tantissima ignoranza, spocchia, pressappochismo e violenza. C’è omofobia, razzismo verso gli extracomunitari, ma anche nei confronti di chi è andato a cercare fortune al Nord: “Se lasci la Sicilia per lavorare – scrive Domenico – diventi uno straniero e poi calci nel culo peggio per te”. Le città del Sud sono delle polveriere pronte a esplodere e ho paura che a nulla serviranno le misure economiche messe in campo dal Governo, dato che molte di queste persone nemmeno le riceveranno, perché vivono ai confini della realtà e perché nessuno li aiuterà e li metterà nelle condizioni di sapere, e di pretendere qualcosa di cui hanno diritto.

C’è un cortocircuito in atto, ci sono un Sindaco e una amministrazione che fanno quello che possono, forse di più e lo fanno con grande spirito di sacrificio, c’è una fascia di popolazione che può permettersi di restare in casa senza grossi problemi, ci sono gli ultimi che si sentono abbandonati a loro stessi e poi ci sono i peggiori,  i provocatori, quelli che speculano sulle disgrazie.

Occorrerebbe precisare che Il Comune di Siracusa non ha nessuna voce in capitolo sulla gestione della sanità e dell’ospedale, né può emanare decreti o legiferare per annullare le bollette di luce e gas. Quello che può fare e che ha fatto è attivare e firmare protocolli per fornire servizi utili ai cittadini e alle persone più a rischio, posticipare la scadenza delle imposte locali, sanificare le strade, potenziare i servizi sociali e organizzare i volontari della Protezione civile sul campo. Ma di fronte alla paura, di fronte alla violenza, la solidarietà, l’accoglienza e l’altruismo sono concetti vuoti, privi di senso e soppiantati dall’egoismo. La disperazione però non può giustificare i toni esasperati e il disprezzo indiscriminato verso coloro i quali: volontari, Banco Alimentare, Caritas, forze dell’ordine, medici, infermieri e personale sanitario, stanno facendo di tutto, ognuno con i propri mezzi, per scongiurare la catastrofe.

Mi sono chiesto quante persone non capissero realmente di cosa si stesse parlando, quanti fossero distratti da altro, quanti erano lì, collegati a vedere quel video, solo per sfogare rabbia e frustrazione. Così, in maniera velleitaria, ho cominciato a cliccare sui profili delle persone per tentare di capire, per provare ad immaginare cosa potesse esserci alle spalle. Il primo che mi ha incuriosito era di una donna, aveva l’immagine di un fucile a pompa. Dalle sue foto si evince che presta servizio nelle forze dell’ordine, il suo commento trasuda violenza, della più becera. Per lei, i siciliani bloccati a Villa San Giovanni sono tutti infetti e quindi devono essere sterminati. Scrive proprio così: sterminati. Non le interessa conoscerne le motivazioni, non le importa nemmeno sapere che la legge consente a queste persone di raggiungere il loro domicilio, lei vuole solo vedere scorrere del sangue. Ho segnalato il commento a Facebook ma quello che avrei dovuto fare sarebbe stato scrivere al Ministro dell’Interno, cercare qualche deputato inesistente e chiedere che agenti del genere vengano immediatamente radiati dalle forze dell’ordine, perchè i cittadini hanno bisogno di servitori dello Stato equilibrati e con la testa sulle spalle e non certo di gentaglia esaltata e violenta.

C’è una che continua a chiedere insistentemente di avere “moduli della Partita Iva”, la sua è una richiesta compulsiva, si ripresenta ogni cinque o sei commenti, e va avanti per un’ora intera di diretta. A nulla valgono le risposte di qualche cittadino mosso a compassione che le suggerisce che i moduli che sta cercando sono scaricabili sul sito dell’Inps. A lei non frega un cazzo. Li vuole ora e subito. Dice che sul sito dell’Inps non ci sa andare e che questo Sindaco è una vergogna per il mondo intero.

C’è una costante nell’escalation di porcherie e turpiloquio, più gli utenti espongono madonne, picciriddi, croci, rosari e immaginate sacre, più sono violenti e assetati di sangue. Anche i profili di coppia non le mandano a dire, sono quegli account coi nomi lunghissimi tipo “Savvuccio Infantino Rosinella Carrubba amore per sempre”. Mi sono sempre chiesto come si gestisca un profilo del genere: scrive uno e l’altro e d’accordo o fanno un post ciascuno? In questo caso, chi sarà stato a commentare “bastaddo leggi pure i commenti di chi ti dice merda”. Savvuccio o Rosinella?

Molte domande concernono l’emergenza sanitaria. Alla luce dei due ultimi decessi, la fiducia nelle gestione della crisi da parte dell’Ospedale è ai minimi termini. Chiedono che il sindaco relazioni sulla situazione dei reparti ospedalieri e sul numero degli infetti, in tanti chiedono di sapere con che fine abbiano fatto i tamponi di fatti in una data precisa. Anita, ad esempio, ha le idee chiare: “Sindaco devi fare come De Luca e farli ricoverare prima che il virus si attacca ai polmoni!”.  L’argomento De Luca è gettonatissimo, una vera e propria ossessione. Al sindaco di Messina viene attribuito tutto: dallo stop ai traghetti, all’apertura delle acque dello stretto. Cateno avrebbe poteri taumaturgici, misurerebbe ad uno ad uno le temperature di tutti i clienti dei supermarket di Messina, porterebbe personalmente assegni di migliaia di euro e spese abbondanti (no come qua tre pacchi di pasta e due buatte di sassa e il grana patano), avrebbe stretto accordi sanitari e commerciali con la Russia e perfino con “l’Arzerbangiam” come sostiene Giancarlo. In questo immaginario collettivo, De Luca è sempre in strada a risolvere problemi, mentre Italia è seduto sulla sua bella poltrona con il culo comodo a rubare i soldi dei siracusani. C’è chi fa notare che anche De Luca fa le dirette seduto dietro la scrivania, ma viene accusato di comunismo, di fascismo e di essere addirittura ONG. 

C’è un nutrito gruppo di utenti che sostiene di essersi collegato per vedere fatti e non per sentire parole, chi vuole aprire i “negozianti” e chi chiede se la pista ciclabile l’hanno aggiustata e riaperta. Orazio, è uno dei tanti omofobi: “non ai capito una minchia spunnata – dice fiero – sei puppo di merda e non sei cosa di fare il sindaco”. Dal suo profilo si evince che ha studiato presso Juventus Football Club e che svolga due lavori: uno presso “se stesso” e l’altro presso “cazzi miei”.  Deborah non ha dubbi, ma ha un conflitto di interessi grande quanto una casa: “devi andare a zappare sei bestia”, commenta acclarata, ma è la proprietaria di una azienda agricola. Giovanna è la peggiore di tutte, insulta a raffica, lo fa di continuo, ogni quaranta secondi, non le interessa cosa si dica, non ascolta nemmeno, è un fiume in piena. Non c’è un filo conduttore nei suoi commenti, è come un profondo e lancinante Stream of Consciousness. La sua galleria fotografica è una lunga carrellata di selfie con espressioni che nemmeno Antony Perkins nei provini per interpretare Norman Bates. I suoi commenti: “parole parole”, “buffone”, “testa di minchia”, “i fatti dove sono” “scendi in strada a proteggere i siracusani come deluca” sono decine, forse centinaia. Carmelo, avrà sicuramente esperienza nella gestione complessa delle crisi e non lo manda a dire: “i numeri di telefono celi giochiamo all’otto devi gerenalizzare i compiti da controllare babbo”.  Marcello invece è deluso, sta perdendo solo del tempo, vorrebbe maggiore concretezza, un livello della discussione più alto, non ne può più e lo grida ai quattro venti: “Sei più ignorate di queli che ti anno votato”.

Il Sindaco continua ad aggiornare sulla situazione, parla di banco alimentare, di reddito di cittadinanza, dello spostamento dei tributi locali e incassa gragnole di insulti, come un pugile sul ring, schiva offese gratuite, colpisce con qualche jab per tenere le distanze e ogni tanto va in clinch e prende fiato.

Angela ha studiato, ci tiene a sottolinearlo, nell’immagine di copertina ha una pergamena di laurea in economia e da sfoggio della sua preparazione: “Ma stai parlando da mezz’ora di banco alimentare! sei un fallito devi pensare alle persone che non hanno soldi e che non possono mangiare, come le aiuti?”.

C’è quella che pretende che il Comune, intervenga su un problema condominiale e c’è Marilena, che dopo 20 giorni di lockdown non ha ancora capito il perché non si possa uscire con la macchina per andare a trovare le altre mamme con i bimbi, è esausta perchè non riceve risposta ed a un certo punto sbotta: “Questo si sente alto e locato mentre alti sindaco ci mettono le faccia”. C’è chi chiede perché la posta di Belvedere è chiusa e chi vuole sapere perché alla filiale del Monte dei Paschi di Siena si deve prendere l’appuntamento, c’è chi pretende pene esemplari per quelli del Decò che non stanno rispondendo al telefono e chi vuole sapere se deve fare la revisione alla macchina.

Le domande più numerose sono di natura economica: mutui, bollette, tasse, iva, imposte locali. Ci sono quelli che vogliono denaro, ora e subito, quelli che pretendono di non pagare, alcuni piangono miseria e sfoggiano fotografie a bordo di bolidi da sessantamila euro. Alcuni sono molto precisi e chiedono: “Buongiorno Sindaco, ci sono novità sulla prima rata della Tari? Il pagamento resta fissato per il 31 marzo o è prevista una proroga? Grazie.”. Ma la gentilezza, la normalità è vista molto male e uno scalmanato risponde serafico: “ma che cazzo centra la tari ora ci devono dare i soldi che si fottono”. Lucia è indignata: “Di bollette nonne parli bastardo!”. Alessandro tenta di mediare: “Non chiedete tutto al Sindaco, chiamate i vostri gestori, informatevi”, ma Lucia non ci sta: “Sono tasse e colpa sua del sindaco”. Il branco ha deciso, il Sindaco è il capro espiatorio, il responsabile di tutti i problemi, le storture, i fallimenti, i lavori sotto pagati, le delusioni e gli errori fatti nel corso di una vita.

Ogni tanto ci si imbatte in un commento salvifico, come un raggio di sole dopo la tempesta, come  un salvagente lanciato in mare un attimo prima di affogare. La signora Giuseppina è una minoranza silenziosa che riempie il cuore di speranza. “Noi viviamo di pensione che sarà regolarmente accreditata – scrive con la fierezza di un Winston Churchill – quindi la TARI la pagherò regolarmente, credo che il Comune ne avrà ancora più bisogno in questo periodo!”. Non l’avesse mai scritto, la quantità di insulti che riceve è spropositata, disarmante, feroce.

Alla fine della diretta sono svuotato, sbigottito. Prendo aria. Ci vuole un grande senso di responsabilità da parte di tutti affinché la situazione non degeneri. Cosa potrebbe succedere se anche solo una minima parte di questa violenza si riversasse fuori dai social? C’è sempre una strategia nell’aizzare le persone le une contro le altre, nel fomentare il caos, nell’alzare i muri ed esasperare gli animi. I tempi sono duri e se ne uscirà solamente restando uniti, aiutando i più deboli e facendo comunità. Il resto, gli show, le dichiarazioni al vetriolo, le facili verità che alcuni personaggi stanno propinando, sono solo fuffa, pericolosissima fuffa.

  

Il Mercatino Pitacorico – In strada come se nulla fosse…

Per passeggiate indisturbate senza dare nell’occhio, vendo, da fondo magazzino carnevale, divise forze dell’ordine, vigili del fuoco, cavalieri medievali, supereroi e porporati. 100% acrilico! Vergognomi assai ma necessito soldi droga. 

Checkpoint Ciane

L’intervento dell’esercito in Sicilia, chiamato per aiutare le forze dell’ordine a fare rispettare quattro prescrizioni elementari, è la dimostrazione di come da queste parti, il buon senso, il bene comune e il rispetto delle regole siano ancora visti come qualcosa di inutile, d’irrilevante, stronzate ad uso e consumo dei più stupidi. Loro invece, i furbi, gli spacchiosi, di regole e prescrizioni se ne fottono. Hanno sempre fatto così e alla fine, gli è sempre andata bene. L’emergenza Coronavirus non è che una parentesi, un esempio lampante di un modo di vivere molto diffuso: sono quelli che non hanno mai fatto un sacrificio, che sono evasori totali ma pretendono la sanità pubblica gratis, parcheggiano negli stalli dei disabili e gettano dal finestrino il pacchetto di sigarette vuoto, lavorano in nero e prendono il reddito di cittadinanza al posto di qualcuno veramente bisognoso o campano con i soldi della pensione della nonna e se la sparano in Gratta e Vinci e sale scommesse. Sono imprenditori che non sanno cosa voglia dire fare impresa, campano di imbrogli e guidano giganteschi Suv di cui non pagano le rate, sfruttano il lavoro dei disgraziati che hanno la sventura di incontrarli. Sono quelli che dicono “e io pago”, ma non pagano mai niente. Sono i primi a mettere la bandiera italiana, parlano di patriottismo ma sono vigliacchi e sempre pronti a scaricare qualsiasi responsabilità sugli altri: immigrati, politici, Europa, mondo. 

I militari avranno l’ordine di sparare alle gomme? Attueranno dei rastrellamenti? Ci saranno coprifuoco e checkpoint? insomma, riuscirà l’esercito a debellare questo mix esplosivo di strafottenza e ignoranza? Io credo di no. Si tratta di un processo troppo lungo e che necessita di tempo e pazienza. C’è un problema culturale grande quanto una casa e servirebbero più maestri e più insegnanti capaci di innescare una trasformazione antropologica nelle prossime generazioni. Abbiamo comprato armamenti e  caccia F35 e invece avremmo dovuto investire in istruzione e sanità. Anche perché, non so se vi ricordate, ma l’ultima volta che c’è stato l’esercito sulle strade siciliane, i detriti di Capaci e di via D’Amelio erano ancora fumanti, e sui balconi, le persone avevano esposto le immagini di Falcone e Borsellino. C’erano questi ragazzi in divisa, fucile in spalla, che presidiavano crocicchi e punti sensibili, stavano fermi, immobili, ore e ore di piantone in attesa di una camionetta che li rilevasse per dargli il cambio. All’inizio la popolazione accusò il colpo e qualcuno cominciò ad indossare il casco. Dopo due giorni non incutevano più nessun timore, erano diventati elementi d’arredo; una settimana dopo, la gente ci posteggiava la vespa davanti (così nessuno me la fotte); dopo due settimane i malacarni sugli scooter gli sfrecciavano davanti, tiravano uova e petardi, stampavano dei gran crigni e gli gridavano: “Suca” oppure, facendo schioccare le dita: “scoppia bastaddo!”.