Non è un paese per vecchi

Ho ricevuto un commento anonimo a un post di qualche giorno fa, il commento diceva: “ma frequentate solo posti di vecchi? Che palle tu e quello che scrivi.”. C’ho pensato un po’ e ho deciso di rispondere.

Non so se inconsciamente ce li andiamo a cercare ma effettivamente, in viaggio, tra una tappa e l’altra, io e Donatella finiamo spesso in qualche posto di vecchi e la cosa, alla fine, nemmeno ci dispiace, voglio dire, entrambi abbiamo superato i quaranta, entrambi abbiamo vissuto la notte in moltissime sfaccettature e adesso, francamente, col lavoro, lo stress e tutto il resto, un po’ di tranquillità è proprio quello che andiamo a cercare. Certo, ai concerti, quando meritano e quando possiamo, ci andiamo ancora, anzi, tentiamo di organizzare i viaggi proprio in funzione di questi, per esempio, a maggio volevamo andare a vedere Bon Iver a Berlino ma poi, co sto fatto del Covid, è saltato tutto. È vero, non frequentiamo le discoteche, né siamo attratti da Ibiza, Riccione o dal  più prosaico Malibù, ma del resto, parlo per me, non è che le avessi frequentate molto, dopo la fase “ballo dei licei”, piuttosto, se proprio devo dirla tutta, a proposito di Berlino, mi piacerebbe poter mettere piede al Berghain, ma più che per scassarmi di musica techno e di droghe sintetiche, per il piacere di poterne parlare, che poi, tra l’altro, lì dentro, le droghe pare siano vietatissime. Il Berghain è uno dei club più esclusivi del mondo e la sua fama si alimenta dal mistero che lo circonda. Per tentare di entrarci bisogna prima affrontare una coda mitologica e poi, quando finalmente si arriva nei pressi della porta d’ingresso di questa gigantesca ex centrale elettrica, c’è un uomo, il capo dei buttafuori, una vera istituzione tra il popolo della notte berlinese, che decide il tuo destino. Non c’è dress code, non c’è orientamento sessuale, religione, tatuaggi sulla faccia, creste di capelli verdi, mutande di lattex o completi di Prada che tengano, tutto è deciso dall’alea. Su internet è pieno di forum e di articoli anche di testate rinomate come il New York Times e il Guardian che si prodigano in consigli su come varcare la porta d’ingresso, ma sono tutte stronzate, non esiste un modo scientifico per riuscire a entrare al Berghain. E se alla fine, per puro caso, uno riesce a farcela e pensa di aver finalmente capito e la settimana dopo si ripresenta allo stesso orario, vestito allo stesso modo, con la stessa espressione in volto, lo rimbalzano e non lo fanno entrare. Le dimensioni di questo fenomeno sociologico sono talmente spropositate che negli ultimi tempi è diventato cool perfino fare solamente fila: un sacco di gente fa serata in coda perché ritiene che stare in fila al Berghain sia comunque più fico e divertente che entrare in uno degli altri 2000 club berlinesi. Tutto questo, sommato ad un impianto audio straordinario, alla selezioni di djs da tutto il mondo, al divieto assoluto di scattare fotografie del locale, cosa che ha aumentato l’aurea di mistero, alle sale e salette in cui perdersi e nelle quali pare possa succedere di tutto, ha contribuito ad alimentare il mito. Per dire, questi a Capodanno fanno una serata esclusivissima che inizia all’una di notte del primo gennaio e finisce la mattina del 4 gennaio. E perfino io che non sono amante del genere, che ormai mi cala il sonno alle 22:30, sul divano di casa, io, che come il Maestro Canello, porterei avanti le lancette dell’orologio per brindare all’anno nuovo il prima possibile e andarmene a letto, mi sento spaventosamente attratto.

Comunque, tutta sta digressione era solo per dirti che non è che orientiamo i nostri viaggi su Fiuggi o Abano Terme o come dici tu, posti di vecchi, ma di solito scegliamo una regione piuttosto vasta, noleggiamo una macchina e giriamo senza un programma definito e in questo modo, alla fine, oltre a risparmiare un bel po’ di soldi con sistemazioni last minute, torniamo sempre con qualche storia da raccontare

Per esempio, una volta, nei pressi di Balestrand, un paesino sul Songfjord, in Norvegia, avevamo scelto un albergo a conduzione familiare: otto camere otto, letteralmente sul fiordo. L’età media degli ospiti sarà stata di 84 anni e l’arzilla proprietaria (80 anni a occhio e croce), notando che la osservavamo mentre distribuiva e sistemava le cartelle sui tavoli per la tombola della sera, mossa a compassione, ci ha consigliato di tornare in paese per trascorrere la serata. Lì, diceva, c’erano ristoranti, vita notturna, musica e balli sfrenati. Siccome stavamo morendo di fame, e la tombola proprio non ci allettava, incuranti della fitta pioggia, siamo usciti in strada sotto un ombrello troppo piccolo per ripararci entrambi. Abbiamo aspettato e poi preso un autobus che ci ha portato in paese. La situazione non era esattamente quella che ci era stata descritta: anzi, il paese era deserto e l’unico posto aperto era il maestoso Kviknes hotel.

Questo, rispetto al nostro, era frequentato da giovanotti con un’età media di 74 anni, aveva una gigantesco salone da pranzo con un pantagruelico buffet imbandito con ogni ben di Dio. A differenza nostra, da queste parti, chi si avvicina al buffet lo fa con grazia ed educazione inaudite, sorride spesso, ti invita a servirti per primo e nessuno si infila in controsenso o svuota l’intero contenuto di un vassoio nel proprio piatto. Dopo cena, avevamo ancora del tempo a disposizione prima di prendere il bus che ci avrebbe riportato al nostro alloggio, ma di passeggiare fuori non se ne parlava, la pioggia era aumentata e cominciava a far freddo, così abbiamo girato tra le sale dell’hotel fino a quando, un signore timido ha richiamato la nostra attenzione e ci ha invitato ad entrare in una sala per un concerto.

Io sono sempre attratto dai musicisti e dalle loro storie, soprattutto da quelli che non ce l’hanno fatta e Olav Halvarsen sembrava proprio uno di questi. In una bacheca faceva bella mostra una locandina triste, con un suo primo piano di una trentina di anni prima e sotto, come dei necrologi, alcuni estratti di una vecchia rassegna stampa che lo esaltava come: “one of the really great performer of our time”, “sparkling jewels in elegant interpretation”, “his touch is unique”, “poetry and virtuosity” e “Norwegian master pianist!”. Olav ha attaccato il suo recital interpretando classici intramontabili: “My Way”, “All the things You are”, “Unforgettable”, cose così, la sala era praticamente vuota, c’era qualche coppia sonnecchiante di turisti sparsa qua e la e due signori molto bene vestiti che bevevano cognac da giganteschi bicchieri balloon e giocavano a carte. Nessuno prestava attenzione alla sua performance e gli applausi, a parte i nostri, erano scarsi e di circostanza. Olav, gli va riconosciuto, aveva una bella sensibilità e  un tocco che faceva intuire un passato da pianista promettente e dopo ogni esecuzione, si avvicinava con freddezza al microfono e senza mai voltarsi verso il pubblico, dichiarava titolo e compositore del brano appena eseguito.

Ha continuato così per un po’: “I’ve Got You Under My Skin”, “Just a Gigolo”, “Moonlight in Vermont”, poi, ha preso il microfono ed ha richiamato l’attenzione del pubblico. Ha detto che quello che avrebbe eseguito era un brano molto significativo per lui, un brano che lo riportava ad un periodo molto bello della sua vita, ha detto che si era trovato davanti ad un bivio importante per la sua carriera, che  doveva fare una scelta e che alla fine, aveva scelto, senza rimpianti.

Si è raccolto per qualche secondo e poi ha staccato “Cavatina” di Stanley Myers, il pezzo che chiude “Il Cacciatore”, il capolavoro di Michael Cimino, che è uno di quei film che vedi da adolescente e ti segnano per tutta la vita. Amore, amicizia, dolore, lealtà, tutte le emozioni di due ore di film sono racchiuse in quell’armonia soave. La musica ha questa capacità di spalancare l’immaginario e di richiamare i ricordi di una vita e io ho cominciato a pensare a mia mamma, ai primi concerti, a “un colpo solo”, ai sogni che si infrangono e agli strascichi che ti lasciano dentro. Chissà che scelta aveva fatto Olev, aveva rinunciato alla sua carriera? C’era di mezzo una donna? Un amico lo aveva tradito e lui non aveva avuto la forza di reagire? Avrei voluto chiederglielo ma non c’era tempo, il nostro autobus stava per passare. Olev non l’ha suonata bene, era visibilmente emozionato: accordi sbagliati, note false e un finale tirato per i capelli. C’è stato il solito applauso di circostanza e come da copione, si è avvicinato al microfono e ha dichiarato titolo e autore. Noi ci siamo alzati per andare via, cercando di arrecare il minor disturbo possibile e lui, per la prima volta si è voltato, ci siamo guardati per qualche secondo e secondo me l’ha visto che avevo gli occhi pieni di lacrime.

Viaggio al termine dell’arancino

In 12 giorni di Norvegia ho preso aerei, treni, aliscafi e traghetti, ho alloggiato in hotel e in case vacanze, ho perfino noleggiato un’auto, ma nessuno mi ha mai chiesto un documento d’identità. Mai. Io mi ero portato dietro anche il passaporto, metti che mentre sono in vacanza, l’Italia decide di uscire dall’Europa, Schengen e casini vari. Mi sentivo più tranquillo così e invece niente, ogni volta che provavo a mostrare il documento venivo stoppato. Ci fosse stato uno che si sia preso la briga di controllare che io fossi la stessa persona fotografata lì sopra. Perfino la macchinetta del check in all’aeroporto di Bergen si è rifiutata. Io tentavo di scansionare il passaporto e lei mi scriveva cose tipo: “esagerato” oppure “basta il numero della prenotazione”. La cosa mi è sembrata strana, soprattutto considerando quanta importanza diamo dalle nostre parti alla sicurezza, che è diventata argomento centrale dell’agenda politica.

Il fatto è che in Norvegia si fidano degli altri. Sono pochissimi, hanno un costo della vita spropositato e stipendi proporzionati, zero criminalità, qualche rissa alcolica e un problema con l’eroina, tanto da dover rimettere le luci viola nei bagni pubblici che manco la Berlino di Christiane F. e i picciotti dello Zoo. Hanno un governo conservatore di centrodestra, eletto per difendere le radici vichinghe e contrastare l’immigrazione. L’esecutivo però, negli ultimi tempi, ha scricchiolato sotto i colpi del fato e della vita: un ministro populista e xenofobo si è innamorato di una rifugiata iraniana e ha mollato tutto al grido di peace and love; un altro ha rassegnato le dimissioni per permettere alla moglie di realizzare il suo sogno professionale negli Stati Uniti, come le aveva promesso vent’anni prima. Insomma, mettetela come credete, ma si tratta di un Paese ad altissimo tasso di civiltà.


Il terziario, affidato a personale gentile e competente, si mixa alla perfezione con il do-it-yourself e garantisce servizi puntuali ed impeccabili. Se vuoi, puoi fare tutto da te, perfino il drop off in aeroporto: pesi il bagaglio, paghi la differenza se il peso è superiore a quello consentito, stampi e attacchi l’etichetta con la destinazione e schiacci il pedale del nastro trasportatore. In stazione, a Myrdal, ho visto un cane poliziotto che lavora da solo. Non era accompagnato da un agente umano, era autonomo, girava tra i bagagli, annusava, faceva il suo mestiere ed era molto rispettato. Probabilmente guadagnerà perfino più di un appuntato dei Carabinieri.

Ottimi stipendi, contratti part time e flessibilità, permettono ai norvegesi di lavorare il giusto e di poter investire il tempo libero in famiglia, di svagarsi e viaggiare. Tradotto: alta qualità della vita.

Il traghetto per le Lofoten era più pulito dell’ospedale di Siracusa e il camionista nerboruto, in canotta e baffoni, dopo essersi mangiato due porzioni di bacalao, si è messo a leggere “Ogni cosa è illuminata”di Safran Foer. A contatto con questa realtà il tempo si diluisce, cambiano le prospettive, svanisce lo stress e si inizia a respirare profondamente, immersi in una natura meravigliosa e incontaminata. Purtroppo come ogni cosa bella, anche questa era destinata a finire.

Il mio sogno si è infranto all’aeroporto di Amsterdam, al gate del volo per Catania. In pochi minuti sono tornato quello di prima: sospettoso, pieno di pregiudizi e di rancore, disposto a combattere fino alla morte per il trolley in cabina mentre – a gomiti alti – cercavo di difendermi da un orda di viaggiatori che voleva farsi beffe della fila all’imbarco.

Il volo è stato letteralmente preso d’assalto, le persone salivano a bordo con valigie spropositate che cercavano di infilare dove potevano, gridavano, si affannavano, sudavano. L’aereo era talmente vecchio da avere ancora i posacenere all’estremità dei braccioli. Se ci penso, ogni volta che ho preso un aereo così vecchio ero diretto a Catania, ero diretto a sud. Mai il contrario. Chissà se sia una coincidenza, una mia percezione o la politica precisa di alcune compagnie aeree. Dopo un’ora di ritardo accumulato in partenza, il comandante ci ha informato che per via dell’enorme traffico su Catania, ne avremmo accumulato altro sorvolando Fontanarossa fino all’autorizzazione della torre di controllo.

Nel terminal, i finger sputavano migliaia di passeggeri che confluivano a passo svelto verso la sala del ritiro bagagli e si sommavano a quelli scaricati dai bus navetta. Sembrava la scena di un film catastrofico o un colpo di stato. Mentre aspettavo la mia valigia al nastro numero 2 – che distribuiva contemporaneamente i bagagli di quattro voli – mi guardavo intorno demoralizzato e confuso. In questo caos si faceva largo un finanziare con un cane antidroga al guinzaglio, probabilmente – ho pensato – c’è ancora qualcuno che torna da Amsterdam e ammuccia l’erba o il fumo nella valigia. Alla mia sinistra, un uomo stava mangiando un arancino da un fazzoletto insivato e io non riuscivo a capire come diavolo se lo fosse procurato: l’aveva portato con se dalla città di provenienza? glielo hanno passato da fuori? Come ha fatto?

Ho ripensato alle atmosfere rarefatte che avevo lasciato in Norvegia, agli scompartimenti dei treni dove è vietato parlare, all’educazione delle file nei loro aeroporti e perfino al cane poliziotto di Myrdal, sicuramente meno stressato di questo qui e mi sono chiesto: ma io che ci faccio qui? Poi, l’uomo alla mia sinistra, indicando il cane antidroga, si è rivolto al finanziere e gli ha domandato: “ciù pozzu rari un pizzuddu d’arancino o cane?“. Allora sì, ho capito.