Smile = Stronzo

Al netto dei glossari pitacorici sulla vicenda della Sea-Watch 3, c’è un aspetto molto inquietante che riguarda l’analfabetismo funzionale ormai dilagante. Praticamente, quasi l’60% degli utenti che ha commentato una qualsiasi notizia sull’argomento, ha dimostrato enormi difficoltà di comprensione del testo. Non sto parlando di piani narrativi, ideologie, convinzioni personali o della libertà di scrivere quello che ci pare. Il problema, gravissimo, è che sempre più persone non comprendono ciò che leggono, indipendentemente dal fatto che possa trattarsi di un articolo di approfondimento, un testo semplice, una filastrocca o un cartello stradale. Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza culturale non meno grave di qualsiasi crisi economica o recessione. Il fatto che il commento più scollegato e visionario che ho letto sia stato postato da una signora sulla cinquantina che – dalle informazioni del profilo – risulta essere docente di ruolo presso MIUR – Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, mi terrorizza. Di questo passo, tra qualche anno, avremo difficoltà a comprendere perfino gli emoticon più semplici.

Il semaforo del Campo Scuola

C’è un semaforo che mi provoca uno stato di apprensione e turbamento, è quello alla fine di viale Teracati angolo Campo scuola. La corsia di destra – direzione corso Gelone – è caratterizzata da code e rallentamenti continui; quella di sinistra – con svolta su viale Teocrito – è notoriamente più agevole. In realtà il semaforo non c’entra niente, quello si limita a fare scattare prima il verde per Corso Gelone e dopo un po’ quello per girare su Teocrito. Il caos nasce dal fatto che in quel tratto di strada confluiscono i flussi di arterie molto trafficate, ma soprattutto perché i siracusani ritengono il concetto di corsia un capriccio del codice della strada, un vezzo inutile, una cammurria che complica la marcia risoluta e volitiva dell’automobilista aretuseo verso il suo traguardo, qualunque esso sia: Gratta e Vinci, sigarette, posto di lavoro, pizza al taglio, bambini da prendere a scuola o da portare al “caccio”, non fa differenza. Alla guida può esserci un imprenditore pieno di debiti con un Suv da 90mila euro nuovo di zecca, un nanno con la Panda, delle suore scatenate, una lapa carica di frutta e verdura o una famiglia di cingalesi su una Matiz. Quella del salto della corsia al semaforo del Campo Scuola è un’infrazione eterogenea e democratica, è commessa e subita da tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni sociali.

Quanti Gran Premi del Campo Scuola avrò disputato in questi anni? Non lo so, ho perso il conto. Le manovre di avvicinamento a quel semaforo ricordano le partenze lanciate del campionato Nascar, con le auto che si aprono a raggiera in attesa di trovare il pertugio giusto, il momento esatto per affondare sull’acceleratore, scartare sulla destra e bruciare quel verde. In quel tratto di strada può succedere di tutto e bisogna essere pronti a tutto: soprusi, sfuriate, cambi improvvisi di direzione, brusche frenate, occhi fissi sul retrovisore, imprecazioni, maledizioni, centimetri persi e guadagnati, una guerra di logoramento, come sul Piave.

Quando non gareggio, mi piace osservare le espressioni e i volti delle persone alla guida. Il bagliore geniale negli occhi di chi si finge distratto, rallenta quel tanto che basta per farti credere che non ha intenzione di superarti e un attimo dopo è già tre auto davanti a te; i denti serrati di chi ha deciso che qualsiasi cosa succeda lì, in quel momento, “No pasarán”; l’ingenuità dell’uomo di mezz’età che agevola la manovra della signora piacente con la Clio che si rivelerà una spietata testa di ponte per l’invasione totale della corsia da parte di un esercito di scalmanati; il terrore vivido nello sguardo del turista con l’auto a noleggio abituato a guidare a Baden Baden.

Poi succede che gli astri si allineano e il fato posa la sua mano su di me. Sono diretto in corso Gelone ma sto percorrendo la corsia per svoltare in viale Teocrito. Sono a disagio, non mi piace farlo, è stato il flusso del traffico a costringermi sulla corsia sbagliata. I miei nervi sono a fior di pelle, i miei occhi scansionano distanze, il cervello processa tempi e telemetrie virtuali. Normalmente scalerei una marcia in attesa di trovare il varco per inserirmi nella corsia corretta, ma stavolta non serve, l’auto scorre placida come in una parata trionfale, la corsia sinistra davanti a me è vuota e mi ritrovo fermo, con il semaforo rosso, in pole position. È una sensazione indescrivibile di benessere, appagamento e rivalsa.

Uno con la Peugeot incolonnato sulla destra ha intuito ciò che sta accadendo, ha grande esperienza, conosce le dinamiche di quel tratto di strada, quindi scarta sulla sinistra e si piazza dietro di me. Ha osservato la mia andatura e ha scommesso che non aspetterò il verde per svoltare su Teocrito ma che mi dirigerò direttamente su corso Gelone.

Mi sono rilassato e ho cominciato a pensare che avrei potuto scrivere di questo tratto di strada, del suo semaforo e della guerra psicologica che ogni giorno combattono migliaia di siracusani ma non ho avuto il tempo, il suono atroce del clacson della Peugeot mi ha ridestato. Ho ingranato la marcia e sono partito. Al via avrò perso tre o quattro posizioni, dopo un po’ quello con la Peugeot mi ha affiancato, mi ha guardato con disprezzo e mi ha detto: “mpare, se non te la firi statti a casa”. Poi è sparito zigzagando per Corso Gelone.

 

L’Eschilo Pop di Ovadia

A me Le Supplici di Eschilo per la regia di Moni Ovadia è piaciuta tanto. Un’opera coinvolgente, dinamica, con musiche azzeccate, costumi stupendi e tematiche di grande attualità. Sarà che per me l’ultima rappresentazione della stagione ha sempre qualcosa di significativo, che spesso è più incisiva della prima stessa. Sarà perché si respira un’atmosfera più serena, come se chi doveva partecipare esclusivamente all’evento mondano, ha finalmente fatto posto ad un pubblico diverso, più attento, più IMG_7143interessato. Un pubblico normale, che rumoreggia per il ritardo accumulato, ma che poi si lascia conquistare completamente dalla forza evocativa di quei canti che catturano lo spettatore dal primo minuto e non lo lasciano più distrarre, anche al netto dei cali di tensione fisiologici in uno spettacolo di novanta minuti. Non me ne vogliano i puristi, i filologi veri o quelli con la terza media che mi avevano sconsigliato di vedere Le Supplici, ma io credo di aver assistito a uno spettacolo che ha mostrato un possibile futuro della rappresentazione classica. Non sto parlando di un modo corretto o di uno sbagliato di pensare una tragedia, ma di un modo diverso, rivoluzionario se volete. E nella diversità c’è sempre qualcosa da imparare. La scelta di rappresentare Eschilo mischiando siciliano e greco moderno, melodie tradizionali e balli etnici, rappresenta un’operazione di grande valore culturale ed artistico. Rileggere un classico e reinterpretarlo lasciando inalterato il significato e la poetica alla base non è un’operazione semplice, tanto più se lo si trasforma in una grande opera pop. Io mi sono emozionato come non mi accadeva da anni. Sicuramente, il motivo dell’accoglienza dei profughi, così come quello della violenza sulle donne, ha giocato un ruolo fondamentale nel generare emozioni così forti, ma in generale, quello che viene fuori è la forza drammatica delle tematiche che Eschilo, duemilacinquecento anni fa, ha piazzato nel suo testo. Democrazia, libertà, accoglienza, volontà del popolo sono sempre presenti, si fanno largo nella nostra coscienza, anche quando Pelasgo canta in greco e non dovremmo capirlo ma sappiamo benissimo cosa sta dicendo o quando, nel parapiglia della cattura delle supplici, l’unico punto di riferimento è la musica ed il suo incedere ostinato. Ben vengano interpretazioni di questo tipo, capaci di comunicare a tutti, di ridare luce a valori universali, di smuovere gli animi, di ricordarci da dove veniamo e quanto è stato travagliato il percorso della nostra civiltà che non può e non deve fermarsi al parcheggio in doppia fila per consumare una carne di cavallo e sbizzero, al gratta e vinci che ci cambia la vita ed alle ricariche telefoniche consumate inviando freneticamente emoticon dei quali ignoriamo il significato.