I fenicotteri e il karaoke

Ieri per la prima volta sono andato a vedere i fenicotteri. Se ne stanno a Priolo, nella Riserva Orientata delle Saline. Un luogo surreale, una ex salina, appunto – lo dico per chi non è pratico del posto – all’interno dell’area del polo petrolchimico più grande d’Europa. Per ragioni che appaiono totalmente irrazionali, da qualche anno, i fenicotteri hanno deciso di piazzarsi lì e di tirare su famiglia. Il fatto che la natura, senza fondi Cipe e senza tavoli tecnici, abbia deciso di scommettere su una delle aree più inquinate d’Italia, popolandola di questi magnifici uccelli rosa, è qualcosa a cui si stenta a credere.

Percorre la passerella coperta e raggiungere il punto di osservazione è una esperienza emozionate: uno sguardo attraverso la feritoia e ci si trova catapultati in un documentario tipo Alberto Angela, ma senza pedanteria. Un’esplosione di colori, di suoni, di movimenti. È la natura che ti spiattella davanti tutta la sua vitalità. Se si ha l’accortezza di portarsi dietro un binocolo, lo spettacolo diventa in full hd: un mare di rosa. Sugli isolotti artificiali costruiti per sostenere l’enorme oleodotto che trasportava il greggio delle petroliere direttamente agli stabilimenti, se ne stanno in relativa tranquillità centinaia di esemplari. Sono coppie che covano a turno l’unico uovo deposto, si alternano e al cambio turno si sgranchiscono un po’ quelle lunghissime zampe sottili. Tutto intorno, anche nei pressi della passerella coperta, i fenicotteri giovani e quelli anziani, quelli senza prole da accudire per intenderci, se ne vanno piedi piedi a mangiucchiare tipo happy hour, alcuni sono così vicini che si girano a guardarti, altri, maestosi, volano via e atterrano leggiadri altrove.

Tra mille difficoltà – è pur sempre un presidio della Regione Sicilia con tutto quello che ciò comporta in termini di disservizi – la riserva sembra gestita con amore e dedizione e può contare sull’apporto della Lipu e di altri volontari. Purtroppo una terribile minaccia incombe su questo paradiso terrestre. Stavolta non si tratta delle multinazionali del petrolio, dell’inquinamento della falda acquifera, del governo regionale, dei bracconieri, del cambiamento climatico. No, niente di tutto ciò. Si tratta di qualcosa di estremamente più pericoloso e antropologicamente devastante: i torpi. Si perché accanto alla Riserva, in quel “paradiso perduto” che è marina di Priolo, sorgono uno accanto all’altro, decine di lidi che sparano a volumi spropositati musica orrenda h24. L’intera escursione di ieri è stata accompagnata dal sottofondo di un’atroce karaoke neomelodico che si mixava ad una compilation hitmania ’93 proveniente da un altro lido. Una cacofonia insopportabile che avrebbe indisposto perfino Edgard Varèse e Ornette Coleman in via di sperimentazioni, figurarsi i fenicotteri. La guida che ci ha accompagnato ci ha spiegato che quando tutti i lidi sono aperti, la situazione è esasperante e che più volte sono state tentate delle mediazioni, ma sempre con scarsissimi risultati.

Chissà se alla lunga i fenicotteri raccoglieranno i loro quattro stracci e se ne andranno via, magari verso qualche salina nel trapanese, alla ricerca di una maggiore tranquillità dove crescere i figli. La natura può rivalersi sullo scempio perpetrato dall’uomo, reagire all’inquinamento e alla distruzione chimica, ricreare i presupposti per la nascita di una nuova vita, ma non può nulla, credetemi, contro i torpi e la loro musica.

Il siracusano e il cinema, un’analisi senza capo né coda

Una volta a Siracusa c’erano i cinema. Cinque sale ubicate in punti differenti della città. Nella zona alta c’era il Vasquez, enorme e maestoso; i più contenuti Golden e Mignon delimitavano la Borgata e corso Gelone; ad Ortigia il Verga, possente e decaduto e il Salamandra, minuscolo, d’essai e con un passato a luci rosse. Le cinque sale garantivano una programmazione più che dignitosa per una città di provincia. Nella stragrande maggioranza dei casi il siracusano sceglieva un film che voleva vedere, individuava la sala, cercava parcheggio nelle vicinanze, comprava il biglietto, acquistava una confezione di Cipster o di Ritz, sceglieva il posto a sedere e si godeva lo spettacolo. Il film poteva piacere o no, lo si commentava con gli amici seduti accanto, si chiedevano spiegazioni su passaggi particolarmente intricati o sceneggiature fumose, ma se si alzava troppo il tono della voce, si veniva immediatamente redarguiti da un severo schhhh che arrivava dalla fila dietro. La maschera poi, era una figura rispettabile armata di mini-torcia e buonsenso.

Cinema_gratis_Milano_PlateaNon per buttarla sul melenso in spregio a Tornatore e alla sua squisita poetica del cinema che fu, quella del potere evocativo, della forza di aggregazione sociale e di quello che volete, ma oggi, il cinema inteso come luogo fisico, ha subito un profondo cambiamento nel modo in cui viene fruito dal pubblico. Quella era un’epoca senza pay per view e senza on demand, ad andare forte erano i Lunedì Cinema di Raiuno con la sigla di Lucio Dalla (pa ppa, parapapà, dundabitu dubididà) e i Bellissimi di Retequattro che tra interruzioni pubblicitarie, Tg della notte e meteo, trasformava tutti i film in una maratona alla Ben Hur. Andare al cinema era una scelta consapevole dettata dal desiderio di vedere un nuovo film, di evadere dalla realtà e anche di condividere uno spazio comune rispettandone le regole.

Con il passare del tempo le sale di una volta hanno chiuso. Solo il Vasquez si è salvato trasformandosi, al passo con i tempi, in una multisala con pregi e difetti. I pregi sono evidenti a tutti: le poltrone sono comode, gli impianti audio e video sono all’avanguardia, il posto a sedere è assegnato e numerato e si può acquistare in prevendita comodamente da casa propria. I difetti sono altri e scaturiscono proprio dalla trasformazione antropologica degli utenti. Sembra quasi che il cinema sia diventato come un grande centro commerciale dove le persone vanno senza le idee chiare su cosa acquistare. Del resto c’è quasi tutto, basta lasciarsi ispirare. Spesso si parcheggiano i figli a vedere uno dei cartoni in programmazione e nell’attesa si sceglie una pellicola tra le restanti. Sempre meno persone sembrano interessate al film che vanno a vedere e sembrano lì per caso.

Ieri avevo scelto Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu con Leonardo di Caprio. Almeno il 50% della platea non era interessata al film. Molti parlavano a voce alta, altri si alzavano in continuazione. A film iniziato da cinque minuti un tizio mi si è messo davanti e con fare infastidito mi ha chiesto di cedergli quello che riteneva il suo posto. La sua ragazza, più educata, aspettava spazientita nel corridoio e diceva: futtatinni, mittemuni na sta fila, avanti, entrambi sembravano usciti da una puntata di Uomini e Donne. Ho tirato fuori il biglietto mostrandogli che si sbagliava, lui ha controllato il suo e poi, mentre sullo schermo la spedizione guidata da Di Caprio era sotto un terribile attacco indiano, mi ha chiesto: ma nun è u fimm cu Rocky? intendendo, immagino, Creed con Sylvester Stallone. No, ho risposto e lui di rimando: Minchia, sbagghiammu sala, ed è andato via trascinandosi la compagna.

Dopo questo fuori programma mi sono sistemato sulla poltrona per immergermi nell’incredibile paesaggio naturale e umano del film inconsapevole di dover fronteggiare bel altra natura e umanità. Ogni minuto circa, il fumatore incallito seduto dietro di me si schiariva la gola nel tentativo di rimuovere un ostinatissimo catarro con un sonoro ehmr ehmr. Con un breve calcolo, data la durata del film, ho stimato approssimativamente 156 raschiate di gola. Forse un record, ma quest’uomo almeno era lì per vedere il film, non certo come la coppia alla mia destra. Di mezza età, sobri nell’abbigliamento – la signora in onore al film indossava una pelliccia di orso grizzly – hanno fatto come se fossero stati sul divano di casa, commentando ogni cazzo di singola scena del film. Lui, testa dura, continua a chiedere chi fossero i cattivi, come se senza questo elemento non riuscisse a collegare le parti di una sceneggiatura ridotta all’osso e lineare. Non contento, manco fosse stato antropologo con cattedra all’università del Wisconsin, sparava a muzzo nomi di tribù indiane, forte del suo background di film di John Wayne. Ad un mio timido schhhh, mi ha fulminato con uno sguardo come a dire: che cazzo vuoi? abbiamo pagato il biglietto e facciamo quello che ci pare.

Davanti, una selva di telefonini. La light pollution mi costringevano a tenere gli occhi socchiusi per non rimanere accecato. Dagli schermi dei tre telefonini che potevo scorgere uno era fisso su Facebook; il secondo si accendeva come una nevrosi su ora e data e trasmetteva tutto lo strazio che stava vivendo quello spettatore che contava i minuti alla fine; il terzo, il mio preferito, chattava. Io una cosa del genere non l’avevo mai vista prima: non scriveva parole né frasi di senso compiuto, no, inviava lunghe strisce di emoticon. La cosa pazzesca è che anche il destinatario rispondeva allo stesso modo. Strabiliante. Poi, la nefasta abitudine di lasciare aperta la porta e la tenda d’ingresso alla sala. Una ragazza del pubblico si è dovuta alzare più volte per accostarla, ma regolarmente, un torpo annoiato, usciva dalla sala senza richiudere, nel totale disinteresse della giovane maschera che di questo dovrebbe occuparsi. Ma non può funzionare così, il cinema ha una sua liturgia che prevede silenzio, concentrazione e rispetto per gli altri. L’acquisto del biglietto da diritto a vedere il film ma non permette di disturbare, anche involontariamente, le altre persone. La verità è che i paletti che delimitavano il buon senso sono stati estirpati da tempo. Il relazionarsi con gli altri in un luogo pubblico, il sapersi adeguare alle regole ovvie di un cinema, sono stati sopraffatti da egoismo e cattiva educazione.

Più il film andava avanti e il protagonista superava avversità di ogni tipo spinto da un desiderio di vendetta, più mi sentivo sopraffatto dalla natura di quella sala popolata da bestie allo stato brado. Solo il lirismo del film, la fotografia e la luce di quei luoghi meravigliosi e rarefatti ha quietato la mia sete di vendetta, riportandomi dentro la narrazione. Alla fine, dopo un finale da groppo alla gola, la gente è scattata in piedi come se non aspettasse altro, si è vestita e ha cominciato a defluire dalla sala mentre scorrevano i titoli di coda. Dopo neanche un minuto mi sono guardato intorno, eravamo rimasti in sei. Esausti, stremati, ma sopravvissuti.