Bagagli a mano

La civiltà di un popolo si misura dalle dimensioni del bagaglio a mano che porta a bordo dell’aereo. Sono passati decenni dallo stop alla deregulation degli anni ’90, quando potevi salire in aereo con un borsone, uno zaino, la chitarra per i falò e la guantiera con gli arancini da portare ai coinquilini dell’università. Erano tempi felici e spensierati, i biglietti erano cartacei, a bordo ti davano la Gazzetta dello Sport, le caramelle gommose e le salviette umidificate, si fumava nei bagni di Fontanarossa e Ryanair era solo una leggenda narrata da chi aveva avuto esperienze all’estero. Si volava Alitalia, Meridiana e per noi fortunati, per un breve lasso di tempo, Windjet, la compagnia catanese fallita perché un passeggero su due si fregava i giubbotti salvagente e le cinture di sicurezza.

Prima dell’undici settembre i controlli erano ancora una formalità e non esisteva il web check-in, così, se si partiva in gruppo, uno andava al banco accettazione con i biglietti e i documenti di tutti gli amici e gli altri se la facevano alla larga per nascondere i bagagli e quei giganteschi pacchi contenenti: bottiglie di salsa fatta in casa, caponata, stratto, pomodori secchi, olive condite. Oppure, in inverno: il torrone, la giggiulena ed i totò. Cannoli, arancini e pesce invece, non hanno mai avuto stagioni. Una volta, un volo in partenza da Fontanarossa e diretto al Marconi di Bologna, partì con enorme ritardo e poi, in volo, per via della pesante nebbia che avvolgeva la Dotta, fu dirottato sull’aeroporto Catullo di Verona. Fu un viaggio estenuante di oltre nove ore, atterrati a Verona e aperta la cappelleria per recuperare il giaccone, c’erano tre spigole ormai scongelate che galleggiavano maleodoranti su due dita di acqua e ghiaccio sciolto. Il mio giaccone era completamente inzuppato e feteva da morire. La signora proprietaria dei pesci in questione, non era nemmeno particolarmente mortificata, attribuiva la responsabilità al ritardo della compagnia aerea e alle condizioni meteo che avevano vanificato le sue stime sullo scongelamento del pesce. Messa alle strette, per scusarsi, mi offrì una delle tre spigole, non accettai.

Oggi tutte le compagnie hanno inserito norme ferree per regolamentare il trasporto dei bagagli a bordo e non c’è modo di farla franca. L’unica cosa da fare è acquistare i vari Priority pass, Speedy boarding o diventare socio dei club Ulisse, frecce alate e compagnia bella. Qualcuno ancora ci prova, ma le maglie sono davvero troppo strette. Prima era più facile imbattersi in quelli che si piazzavano davanti al gate con larghissimo anticipo. Li riconoscevi perché di solito erano da soli, ma circondati da una quantità spropositata di valigie, erano sempre molto tesi e vivevano il momento con apprensione, così, non appena percepivano un movimento dietro al bancone – hostess, comandante, personale di terra, addetto alla sicurezza o semplice curioso – facevano un cenno e dalle sedute dei gate adiacenti, cominciavano a fare capolino mogli, nanne, picciriddi e cognati. Il 90% delle volte era un falso allarme, bastava un altro gesto per riportare la situazione al punto di partenza. Quando gli facevi notare che quella era la fila dell’imbarco prioritario, ti dicevano che questo era tutto da dimostrare, che loro erano lì da due ore, in piedi, a presidiare quel metro quadrato di aeroporto e che avevano tutto il diritto di entrare per primi e piazzare il bagaglio, a qualunque costo.

Ultimamente invece in alcune città del Sud del Mondo, è stata sviluppata una nuova tecnica, l’ho vista con i miei occhi mentre m’imbarcavo su un volo Easyjet da Berlino a Catania. Io ero in fila per l’imbarco prioritario, insieme a me, due famiglie teutoniche con un paio di bambini ciascuna e un corollario di zainetti e passeggini, cinque o sei uomini d’affari catanesi con bagaglio 48h e borsa del computer e una coppia di trentenni berlinesi accuratamente e meticolosamente trasandati, con una valigia di pelle anni ’70 e una busta di plastica tipo “Mi manda Picone”. Espletate le procedure d’imbarco ci siamo posizionati davanti alle porte di vetro del gate, in attesa del bus che ci avrebbe portato per primi all’aeromobile, dietro di noi, il personale di terra aveva tirato un cordone per delimitare l’area e dividerci dal resto dei passeggeri. Ero concentrato a scrivere una mail e mi stavo godendo in cuffia la sesta sinfonia di Mahler diretta da Bernstein, quindi non è che proprio ci abbia fatto subito caso, ma poi, con la coda dell’occhio, ho notato qualcosa di scuro che scivolava davanti ai miei piedi, ho stoppato la musica e dopo pochi istanti ho sentito l’inconfondibile suono delle ruote del trolley e ne ho visto uno che si muoveva da solo, superava il cordone e si piazzava tra me e uno dei manager catanesi. Dopo qualche secondo, il sibilo di un borsone Pierre Cardin che scivolava sul pavimento e mi superava sulla destra. Ho alzato gli occhi e ho capito che alcuni passeggeri senza imbarco prioritario e per nulla disposti a farsi imbarcare il bagaglio, se ne liberavano lanciandolo con precisione assoluta all’interno del nostro settore. Sembrava una partita di bocce, come quando si va a pallino. A un certo punto, un passeggero maldestro ha sbagliato completamente il lancio, scagliando il suo trolley metallico talmente forte da colpire la porta di vetro. Un allarme si è messo a suonare, la hostess tedesca ha cominciato a urlare: “Achtung Achtung!”, il diabolico piano era stato scoperto, poi, c’è stato una specie di rastrellamento e i passeggeri che si erano macchiati di questa terribile nefandezza sono stati redarguiti e imbarcati per ultimi.

Non c’è niente da fare, è una questione culturale e di approccio alla vita. Per me, in effetti, non è concepibile affrontare un viaggio senza il mio bagaglio a mano alloggiato nella cappelliera sopra di me. È una tara mentale, lo so, ma lo devo avere a portata di mano, viaggia con me, non ci sono storie. Quando trovo la cappelliera sopra il mio posto già occupata, vivo la cosa come un affronto personale, così come quando posiziono il trolley e poi arriva uno e ci piazza sopra il sacchetto del duty free o un giaccone, per me è una terribile provocazione. Ma volete lasciarmi il mio spazio? Ho un trolley solo, compatibile, della misura e del peso quasi sempre corretti, a bordo non porto mai nient’altro, mai una borsetta, mai una busta piena di roba, un panino, manco l’acqua mi porto. Datemi solo quello che mi spetta, non chiedo altro. Scusate ma per me è una questione di serenità.

In un’altra occasione, l’amico che ci aveva accompagnato in auto all’aeroporto di Orly, a Parigi, aveva calcolato male i tempi, così siamo arrivati con più di due ore buone di anticipo sull’orario di partenza. Passati i controlli, ci siamo diretti verso la nostra uscita, convinti di trovarla ancora deserta, invece era già un brulicare di persone dirette a Catania. Il concetto di fila era stato riadattato alle esigenze dei singoli che l’avevano rielaborato, facendo proseliti. Nel totale caos di questa situazione, abbiamo deciso anche noi di creare, per protesta, una nostra fila personale, un po’ spostata sul centrosinistra. Al momento dell’imbarco è scoppiato un putiferio. Una calca indistinta premeva, spingeva e urlava, la pressione antropica era tipo quartiere popolare di Mumbai. Io e Donatella siamo stati tra i primi a passare e insieme ad una cinquantina di passeggeri ci siamo immessi nel finger in attesa di avere l’ok per salire a bordo. A un certo punto, la hostess di Transavia ha annunciato che era stato raggiunto il limite massimo di bagagli consentiti a bordo e che gli altri passeggeri avrebbero dovuto consegnare il proprio per poi ritirarlo a Catania, al nastro bagagli. Non l’avesse mai detto: il finimondo, una sollevazione popolare, il sacco di Roma, la presa della Bastiglia, gli zapatisti in Messico, la rivolta di Los Angeles. Alcuni urlavano e pretendevano spiegazioni, altri urlavano e basta. Del resto, la fila immonda che loro stessi avevano creato, come in una parabola evangelica, aveva finito per favorire gli ultimi arrivati rispetto ai primi. Un gruppo di passeggeri ha cominciato a dare di matto, bloccando tutti gli altri e rifiutandosi di imbarcarsi se prima non si fosse eseguito un controllo meticoloso sulle dimensioni e sul peso dei bagagli dei primi cinquanta passeggeri. Una signora aveva individuato in me il suo capro espiatorio e gridava a due centimetri dalla faccia della hostess francese: “Ouh!!! Talè a chiddu tignusu! Talè chi valiggia ssi sta carriannu… pare n’ammadio!”. Ora, io mi sentivo un po’ in imbarazzo, anche perché, in verità, il mio bagaglio rientrava perfettamente nelle dimensioni concesse dalla compagnia, sarà stato al massimo un paio di chili più pesante e in una situazione normale, la cosa, non mi avrebbe preoccupato, ma adesso, l’eventualità che tutto venisse messo in discussione e che il mio trolley potesse essere pesato e spedito in stiva, mi terrorizzava.

La ribellione non accennava a terminare, il volo cominciava ad accumulare ritardo. In cuor mio, pensando alla fermezza del popolo francese, speravo nell’intervento risoluto delle teste di cuoio, ma invece, incredibilmente, i negoziatori avallarono la richiesta degli insorti. Ci fu un applauso fragoroso dei dimostranti, fischi, persone che si abbracciavano, qualcuno persino si commosse. La signora continuava a inveire contro me, quello tignoso. Io nel frattempo avevo calcato sulla testa il mio berretto di lana ma senza sortire alcun effetto. Il nostro gruppo fu fatto avanzare lentamente sul finger, a due metri dal portellone dell’aereo, tre uomini in uniforme Transavia avevano approntato un check point, fermavano tutti, lasciavano passare sono borse di piccole dimensioni e sequestravano tutti i trolley. Io mi sono sentito come in posto di blocco nazista nella Francia occupata. Il passeggero davanti a noi ha subito la stessa sorte di quelli che l’avevano preceduto. Era il nostro turno, ho preso la mano di Donatella e in quel preciso istante, un tecnico con cuffie e gilet arancione ha attirato l’attenzione dei tre, è stato un attimo, un passo e ci siamo trovati oltre. Siamo entrati in aereo, mi tremavano le gambe, l’ho abbracciata, quasi in lacrime e ho bisbigliato: “amore, siamo salvi.”.

Il cielo stellato sopra di me

Il fatto è che alla fine, il cielo stellato più bello che io abbia mai visto, praticamente, non l’ho visto. Tutto nasce dall’abitudine, che poi forse è un vezzo, di non prenotare niente, di arrivare in un luogo e vedere che succede. Solo che io e Donatella siamo sempre stati due tipi iper cittadini, ci piacciono i teatri, l’arte contemporanea, i concerti indie nei club, i ristoranti, la musica sinfonica e le gallerie d’arte con le fotografie degli sconosciuti, insomma, abbiamo sempre scelto le nostre vacanze in funzione di questo. Poi, improvvisamente, a un certo punto ci è venuta questa smania della natura che ci ha completamente travolti. Così un viaggio che era stato pensato come una linea retta tra Los Angeles e San Francisco si è trasformato in un poligono complesso, con un perimetro di tremila miglia che delimitava il deserto dell’Arizona, lo Utah, le foreste di yucca, il fiume Colorado, la Death Valley, le sequoie giganti e Yosemite.

Proprio a Yosemite Valley Lodge, la sera del nostro arrivo, dopo una giornata interminabile trascorsa tra lunghe passeggiate sui sentieri della Sierra Californiana e 450 km di tornanti in auto,  abbiamo deciso di andare a vedere le stelle. Dopo una cena veloce e una bottiglia di Pinot Noir tappo a vite della Napa Valley, ci siamo recati nel luogo dell’appuntamento. Appena abbiamo attraversato la strada e siamo entrati nel bosco, siamo stati inghiottiti da un buio fitto e impenetrabile ai flash dei nostri Iphone. Abbiamo proceduto tentoni, seguito alcune voci e siamo arrivati fino a un abbeveratoio per cavalli, punto di partenza dell’escursione. Lì abbiamo fatto conoscenza con altre persone del gruppo. Tutti erano attrezzatissimi, indossavano indumenti tecnici e calzavano scarpe waterproof e antiscivolo, avevano torce, fischietti, spray anti orso, sacchi a pelo, coperte, zaini capienti, repellente per insetti, cappelli di lana, guanti, siero per serpenti, calzettoni doppi, provviste e borracce d’acqua. Noi avevamo una borsa a tracolla Eastpack con una spilla dei Devics e una della mia band quando suonavo, dentro: una copia di Pop up Magazine, che è una rivista con tutti gli appuntamenti culturali di Los Angeles presa all’edicola dell’aeroporto, un maglioncino di cotone Harmont & Blaine, un flaconcino tascabile di Amuchina, un blister di Maalox, mezzo sacchetto di patatine gusto avocado, la Lonely Planet Stati Uniti Occidentali e un fascicolo di Donatella “Pitruzzello contro Eni Gas e Luce”.

Abbiamo aspettato un po’, poi – preceduta da urla e schiamazzi che  in un primo momento mi hanno fatto pensare al peggio – è uscita dal bosco Liselotte, una pazza completa. Liselotte era la nostra guida, una laureanda svedese in astronomia e fisica, negli Usa per una internship all’Università di Sacramento. Ci siamo raccolti intorno e lei che ha iniziato a spiegare il percorso che avremmo fatto, ci ha invitato a camminare in gruppo e a non rimanere indietro e poi, euforica, ci ha detto che eravamo proprio fortunati perché quella notte non c’era nemmeno una nuvola, la luna era perfetta e il cielo sopra Yosemite, con la via lattea in bella evidenza, era uno spettacolo della natura .

Abbiamo camminato per più di un’ora, centellinando la batteria del telefono e usufruendo della gentilezza degli altri che, resisi conto della nostra inadeguatezza e dello stato d’indigenza in cui versavamo, si premuravano di aiutarci e ci chiedevano di continuo se andava tutto bene. Evelyn, una campeggiatrice sui sessanta del South Carolina in vacanza da sola, ci aveva preso sotto la sua ala e ci ha perfino chiesto se avessimo cenato, perché in caso lei aveva dei panini e delle barrette energetiche da offrirci. A un certo punto siamo usciti dal bosco e ci siamo trovati al centro di una valle, da lì, abbiamo proseguito per altri dieci minuti, camminando su un prato morbido e profumato. Sullo sfondo s’intravedeva il picco di El Captain e tutto intorno, richiami ai nomi degli ultimi aggiornamenti dei sistemi operativi di Apple. Dopo un po’ Liselotte ha detto: “Siamo arrivati. Tirate fuori i teli impermeabili” e tutti hanno cominciato ad armeggiare dentro gli zaini e tirato fuori questi quadratoni di plastica dura, che hanno disteso sul prato per poi sdraircisi sopra. Noi naturalmente ne eravamo sprovvisti, quindi abbiamo dovuto contare ancora una volta sul buon cuore di Evelyn che possedeva un telo a sei piazze e ci ha fatto accomodare. Mi sono sdraiato e ho messo a fuoco il cielo stellato sopra di me: non avevo mai visto niente di più bello. È stato un attimo, ho chiuso gli occhi e sono crollato, distrutto, stanchissimo.

I ricordi si limitano a Donatella che ogni tanto mi urtava e mi bisbigliava: “Girati, stai russando!”, niente più. Quando mi sono ridestato, infastidito dalla brusio del gruppo che ripiegava i teli e li riponeva negli zaini, non ho capito cosa stesse succedendo e ho chiesto: “Ma è già finito? Subito, così?”.

Donatella mi ha sorriso e ha risposto: “Sta albeggiando”.

“Scusa, mi sono addormentato. Ma tu almeno le hai viste le stelle?” – ho chiesto.

“Sì, è stato incantevole! Fino a un certo punto ho resistito, poi mi sono addormentata anch’io.” – ha detto lei.

“E queste coperte e questi cuscini di chi sono?”

“Di Evelyn – ha detto Donatella – quella donna è gentilissima, sono termiche, senza di lei saremmo morti congelati”.

Ci siamo alzati in piedi, abbiamo ripiegato le coperte, preso i cuscini e ci siamo diretti verso un piccolo fuoco da campo che era stato acceso qualche metro distante. Abbiamo raggiunto Evelyn per ridarle la sua roba, l’abbiamo ringraziata di cuore. Lei ci ha sorriso, ha baciato Donatella e ci ha porto due tazze di caffè caldo solubile. Non mi ero mai sentito così in pace con me stesso.

 

Le trote, il Montana e il sogno di Jackson

Inevitabilmente finisci per domandartelo: ma com’è possibile che con le praterie, i boschi profumati, i fiumi cristallini e la natura incontaminata che hanno da quelle parti, finiscono per starsene rintanati qui dentro?

Siamo capitati al C’mon Inn di Missoula nel Montana, una sera di agosto, per caso, per spezzare i 1400 km che separano Seattle dal parco nazionale di Yellowstone.


Da fuori il C’mon Inn è quello che ti aspetti, un normalissimo hotel piazzato all’uscita di una interstate. Ha un parcheggio immenso, la grande tettoia davanti alla porta d’ingresso per scaricare i bagagli, un vecchio bancone di legno alla reception e il cervo impagliato al muro. La nostra è una camera a piano terra con l’unica finestra che da sul retro e affaccia su un grande melo. Sopra la moquette c’è un cassettone di legno, su di esso una tv, un letto kingsize pieno di cuscini, uno scrittoio con sedia e una poltrona vetusta tipo quella del film Juno.

Il Montana è un posto singolare. È il quarto stato più esteso degli Usa ma il quarantottesimo per popolazione, ciò inevitabilmente comporta distese immense di coltivazioni, pascoli, foreste, sparute cittadine e una vita tutto sommato tranquilla: sveglia presto e a letto poco dopo il tramonto. Sebbene sia agosto e Missoula sia una cittadina di settantamila anime, è un mortorio che Belvedere in confronto sembra Singapore. Persino le birrerie chiudono alle 21:00, come abbiamo avuto modo di scoprire intorno alle 21:30 davanti ad un locale deserto e ad un’insegna spenta.

Il mattino successivo, affamati, seguiamo le indicazioni per la colazione e ci troviamo davanti un portale maestoso con l’incisione Springwater Hall. Tirando la maniglia un forte odore di cloro ci prende alla gola. Dico a Donatella: “ma dove minchia la fanno la colazione, in piscina?”. Lei risponde che non può essere e che sicuramente abbiamo sbagliato sala. Invece è quella giusta e non è una piscina, o almeno non proprio. Ci facciamo largo tra vasche in vetroresina di varie dimensioni e profondità, poi ci fermiamo increduli lì, al centro della sala, esattamente dove l’architetto che ha progettato il C’mon Inn, aveva stabilito. Ai lati della sala, due gigantesche montagne di plastica. Sulla cima della prima, dalla quale sgorga una possente cascata, fa bella mostra un caprone impagliato; alla base dell’altra, una porta tipo saloon attraverso la quale il personale accede alla cucina. Adocchiamo delle piccole verande con dei tavoli rotondi sormontati da ombrelloni, ne scegliamo uno libero e ci sediamo. Una cameriera si avvicina e ci dice che non possiamo stare seduti qui, che questi sono i tavoli delle terrace dei loro clienti executive. Seguiamo le indicazioni e ci sediamo altrove. Poi capiamo. Capiamo che al C’mon Inn, i clienti executive prendono le stanze con verandina privata prospiciente vasche vetroresina e montagna di plastica con caprone impagliato. È surreale ma è proprio così, Donatella mi fa notare che le uniche finestre delle camere executive danno all’interno della Springwater Hall e che i fortunati occupanti respirano cloro h24. Una follia.

La colazione del C’mon Inn è pantagruelica e mentre discutiamo se sia il caso di prendere il pasticcio di bisonte o – in vista degli altri 700 chilometri da percorrere in auto – tenerci leggeri optando per uova, bacon e patate, abbiamo fatto la conoscenza di Jackson.

Jackson si è avvicinato perché ci ha sentiti parlare in italiano, Jackson sostiene di avere una bisnonna italiana. Jackson alloggia con la famiglia in una camera executive e a modo suo, è innamorato dell’Italia. Ci racconta che la sua bisnonna partì dalla Toscana e si trasferì nell’Idaho, che lì conobbe suo marito (il bisnonno di Jackson) che era di origini tedesche. Si sono spostati in una cittadina dello stato di Washington e hanno messo su famiglia. Jackson è nato e vive lì. È una specie di supervisor in uno store di articoli sportivi. Ci presenta Amber, sua moglie e ci invita al tavolo nella sua terrace executive e noi non sappiamo dire di no a questo insperato upgrade.

Jackson non conosce molte parole italiane, dice a sproposito “va molto bene”, “è uno zuccherino” e “vincerò”, che intona come all’inizio del terzo atto della Turandot. Sostiene di essere certo di discendere dal Brunelleschi. La sua intuizione? Il nome della bisnonna: Brunella. Al confronto la teoria di Bongiovanni, il mio compagno delle medie che si spacciava per cugino di John Bon Jovi, mi appare improvvisamente lucida e fondata.

Scopriamo che Jackson e Amber sono degli abitué al C’mon Inn e che vengono in vacanza qui da otto anni, vorrei tanto chiedergli perché scelgono questo posto assurdo per le loro vacanze, ma loro non smettono mai di parlare. Mentre Jackson sta per introdurre un nuovo argomento, una telefonata di mia madre dall’Italia, mi costringe ad allontanarmi, vuole sapere come vanno le cose e quale sarà la nostra prossima tappa. Ha scoperto Google maps e ora si diletta a calcolare i tragitti altrui.

Torno al tavolo. Donatella è impegnata in un’improbabile conversazione con Amber sulla dieta mediterranea, non si scompone, annuisce e sorride, ma capisco che non ne può più. Jackson ricomincia più entusiasta che mai, dice che ha messo in contatto il direttore del C’mon Inn con un rappresentante di una azienda che costruisce acquari per pesca sportiva perché il suo sogno è questo: una sala con una vasca con le trote, per permettere agli ospiti dell’hotel di pescare in tranquillità. Ride di gusto e intona vincerò. Io sono basito, incrocio lo sguardo di Donatella che sfrutta al meglio uno dei pochi momenti di silenzio e ci trascina via da questa situazione surreale. Dice che per noi si è fatto davvero tardi e che purtroppo è arrivato il momento di andare. Scambiamo le e-mail con la promessa/minaccia che ci saremmo rivisti in Italia alla prima occasione e che sarebbero stati nostri ospiti. Ci salutano come se fossimo amici da una vita, abbracci, baci, pacche e pugni sul petto. Poi Jackson aggiunge: oppure l’anno prossimo tornate voi qui così magari peschiamo tutti insieme, che ne dite?