Il cielo stellato sopra di me

Il fatto è che alla fine, il cielo stellato più bello che io abbia mai visto, praticamente, non l’ho visto. Tutto nasce dall’abitudine, che poi forse è un vezzo, di non prenotare niente, di arrivare in un luogo e vedere che succede. Solo che io e Donatella siamo sempre stati due tipi iper cittadini, ci piacciono i teatri, l’arte contemporanea, i concerti indie nei club, i ristoranti, la musica sinfonica e le gallerie d’arte con le fotografie degli sconosciuti, insomma, abbiamo sempre scelto le nostre vacanze in funzione di questo. Poi, improvvisamente, a un certo punto ci è venuta questa smania della natura che ci ha completamente travolti. Così un viaggio che era stato pensato come una linea retta tra Los Angeles e San Francisco si è trasformato in un poligono complesso, con un perimetro di tremila miglia che delimitava il deserto dell’Arizona, lo Utah, le foreste di yucca, il fiume Colorado, la Death Valley, le sequoie giganti e Yosemite.

Proprio a Yosemite Valley Lodge, la sera del nostro arrivo, dopo una giornata interminabile trascorsa tra lunghe passeggiate sui sentieri della Sierra Californiana e 450 km di tornanti in auto,  abbiamo deciso di andare a vedere le stelle. Dopo una cena veloce e una bottiglia di Pinot Noir tappo a vite della Napa Valley, ci siamo recati nel luogo dell’appuntamento. Appena abbiamo attraversato la strada e siamo entrati nel bosco, siamo stati inghiottiti da un buio fitto e impenetrabile ai flash dei nostri Iphone. Abbiamo proceduto tentoni, seguito alcune voci e siamo arrivati fino a un abbeveratoio per cavalli, punto di partenza dell’escursione. Lì abbiamo fatto conoscenza con altre persone del gruppo. Tutti erano attrezzatissimi, indossavano indumenti tecnici e calzavano scarpe waterproof e antiscivolo, avevano torce, fischietti, spray anti orso, sacchi a pelo, coperte, zaini capienti, repellente per insetti, cappelli di lana, guanti, siero per serpenti, calzettoni doppi, provviste e borracce d’acqua. Noi avevamo una borsa a tracolla Eastpack con una spilla dei Devics e una della mia band quando suonavo, dentro: una copia di Pop up Magazine, che è una rivista con tutti gli appuntamenti culturali di Los Angeles presa all’edicola dell’aeroporto, un maglioncino di cotone Harmont & Blaine, un flaconcino tascabile di Amuchina, un blister di Maalox, mezzo sacchetto di patatine gusto avocado, la Lonely Planet Stati Uniti Occidentali e un fascicolo di Donatella “Pitruzzello contro Eni Gas e Luce”.

Abbiamo aspettato un po’, poi – preceduta da urla e schiamazzi che  in un primo momento mi hanno fatto pensare al peggio – è uscita dal bosco Liselotte, una pazza completa. Liselotte era la nostra guida, una laureanda svedese in astronomia e fisica, negli Usa per una internship all’Università di Sacramento. Ci siamo raccolti intorno e lei che ha iniziato a spiegare il percorso che avremmo fatto, ci ha invitato a camminare in gruppo e a non rimanere indietro e poi, euforica, ci ha detto che eravamo proprio fortunati perché quella notte non c’era nemmeno una nuvola, la luna era perfetta e il cielo sopra Yosemite, con la via lattea in bella evidenza, era uno spettacolo della natura .

Abbiamo camminato per più di un’ora, centellinando la batteria del telefono e usufruendo della gentilezza degli altri che, resisi conto della nostra inadeguatezza e dello stato d’indigenza in cui versavamo, si premuravano di aiutarci e ci chiedevano di continuo se andava tutto bene. Evelyn, una campeggiatrice sui sessanta del South Carolina in vacanza da sola, ci aveva preso sotto la sua ala e ci ha perfino chiesto se avessimo cenato, perché in caso lei aveva dei panini e delle barrette energetiche da offrirci. A un certo punto siamo usciti dal bosco e ci siamo trovati al centro di una valle, da lì, abbiamo proseguito per altri dieci minuti, camminando su un prato morbido e profumato. Sullo sfondo s’intravedeva il picco di El Captain e tutto intorno, richiami ai nomi degli ultimi aggiornamenti dei sistemi operativi di Apple. Dopo un po’ Liselotte ha detto: “Siamo arrivati. Tirate fuori i teli impermeabili” e tutti hanno cominciato ad armeggiare dentro gli zaini e tirato fuori questi quadratoni di plastica dura, che hanno disteso sul prato per poi sdraircisi sopra. Noi naturalmente ne eravamo sprovvisti, quindi abbiamo dovuto contare ancora una volta sul buon cuore di Evelyn che possedeva un telo a sei piazze e ci ha fatto accomodare. Mi sono sdraiato e ho messo a fuoco il cielo stellato sopra di me: non avevo mai visto niente di più bello. È stato un attimo, ho chiuso gli occhi e sono crollato, distrutto, stanchissimo.

I ricordi si limitano a Donatella che ogni tanto mi urtava e mi bisbigliava: “Girati, stai russando!”, niente più. Quando mi sono ridestato, infastidito dalla brusio del gruppo che ripiegava i teli e li riponeva negli zaini, non ho capito cosa stesse succedendo e ho chiesto: “Ma è già finito? Subito, così?”.

Donatella mi ha sorriso e ha risposto: “Sta albeggiando”.

“Scusa, mi sono addormentato. Ma tu almeno le hai viste le stelle?” – ho chiesto.

“Sì, è stato incantevole! Fino a un certo punto ho resistito, poi mi sono addormentata anch’io.” – ha detto lei.

“E queste coperte e questi cuscini di chi sono?”

“Devono essere di Evelyn – ha detto Donatella – quella donna è gentilissima, sono termiche, senza di lei saremmo morti congelati”.

Ci siamo alzati in piedi, abbiamo ripiegato le coperte, preso i cuscini e ci siamo diretti verso un piccolo fuoco da campo che era stato acceso qualche metro distante. Abbiamo raggiunto Evelyn per ridarle la sua roba, l’abbiamo ringraziata di cuore. Lei ci ha sorriso, ha baciato Donatella e ci ha porto due tazze di caffè caldo solubile. Non mi ero mai sentito così in pace con me stesso.

 

Le trote, il Montana e il sogno di Jackson

Inevitabilmente finisci per domandartelo: ma com’è possibile che con le praterie, i boschi profumati, i fiumi cristallini e la natura incontaminata che hanno da quelle parti, finiscono per starsene rintanati qui dentro?

Siamo capitati al C’mon Inn di Missoula nel Montana, una sera di agosto, per caso, per spezzare i 1400 km che separano Seattle dal parco nazionale di Yellowstone.


Da fuori il C’mon Inn è quello che ti aspetti, un normalissimo hotel piazzato all’uscita di una interstate. Ha un parcheggio immenso, la grande tettoia davanti alla porta d’ingresso per scaricare i bagagli, un vecchio bancone di legno alla reception e il cervo impagliato al muro. La nostra è una camera a piano terra con l’unica finestra che da sul retro e affaccia su un grande melo. Sopra la moquette c’è un cassettone di legno, su di esso una tv, un letto kingsize pieno di cuscini, uno scrittoio con sedia e una poltrona vetusta tipo quella del film Juno.

Il Montana è un posto singolare. È il quarto stato più esteso degli Usa ma il quarantottesimo per popolazione, ciò inevitabilmente comporta distese immense di coltivazioni, pascoli, foreste, sparute cittadine e una vita tutto sommato tranquilla: sveglia presto e a letto poco dopo il tramonto. Sebbene sia agosto e Missoula sia una cittadina di settantamila anime, è un mortorio che Belvedere in confronto sembra Singapore. Persino le birrerie chiudono alle 21:00, come abbiamo avuto modo di scoprire intorno alle 21:30 davanti ad un locale deserto e ad un’insegna spenta.

Il mattino successivo, affamati, seguiamo le indicazioni per la colazione e ci troviamo davanti un portale maestoso con l’incisione Springwater Hall. Tirando la maniglia un forte odore di cloro ci prende alla gola. Dico a Donatella: “ma dove minchia la fanno la colazione, in piscina?”. Lei risponde che non può essere e che sicuramente abbiamo sbagliato sala. Invece è quella giusta e non è una piscina, o almeno non proprio. Ci facciamo largo tra vasche in vetroresina di varie dimensioni e profondità, poi ci fermiamo increduli lì, al centro della sala, esattamente dove l’architetto che ha progettato il C’mon Inn, aveva stabilito. Ai lati della sala, due gigantesche montagne di plastica. Sulla cima della prima, dalla quale sgorga una possente cascata, fa bella mostra un caprone impagliato; alla base dell’altra, una porta tipo saloon attraverso la quale il personale accede alla cucina. Adocchiamo delle piccole verande con dei tavoli rotondi sormontati da ombrelloni, ne scegliamo uno libero e ci sediamo. Una cameriera si avvicina e ci dice che non possiamo stare seduti qui, che questi sono i tavoli delle terrace dei loro clienti executive. Seguiamo le indicazioni e ci sediamo altrove. Poi capiamo. Capiamo che al C’mon Inn, i clienti executive prendono le stanze con verandina privata prospiciente vasche vetroresina e montagna di plastica con caprone impagliato. È surreale ma è proprio così, Donatella mi fa notare che le uniche finestre delle camere executive danno all’interno della Springwater Hall e che i fortunati occupanti respirano cloro h24. Una follia.

La colazione del C’mon Inn è pantagruelica e mentre discutiamo se sia il caso di prendere il pasticcio di bisonte o – in vista degli altri 700 chilometri da percorrere in auto – tenerci leggeri optando per uova, bacon e patate, abbiamo fatto la conoscenza di Jackson.

Jackson si è avvicinato perché ci ha sentiti parlare in italiano, Jackson sostiene di avere una bisnonna italiana. Jackson alloggia con la famiglia in una camera executive e a modo suo, è innamorato dell’Italia. Ci racconta che la sua bisnonna partì dalla Toscana e si trasferì nell’Idaho, che lì conobbe suo marito (il bisnonno di Jackson) che era di origini tedesche. Si sono spostati in una cittadina dello stato di Washington e hanno messo su famiglia. Jackson è nato e vive lì. È una specie di supervisor in uno store di articoli sportivi. Ci presenta Amber, sua moglie e ci invita al tavolo nella sua terrace executive e noi non sappiamo dire di no a questo insperato upgrade.

Jackson non conosce molte parole italiane, dice a sproposito “va molto bene”, “è uno zuccherino” e “vincerò”, che intona come all’inizio del terzo atto della Turandot. Sostiene di essere certo di discendere dal Brunelleschi. La sua intuizione? Il nome della bisnonna: Brunella. Al confronto la teoria di Bongiovanni, il mio compagno delle medie che si spacciava per cugino di John Bon Jovi, mi appare improvvisamente lucida e fondata.

Scopriamo che Jackson e Amber sono degli abitué al C’mon Inn e che vengono in vacanza qui da otto anni, vorrei tanto chiedergli perché scelgono questo posto assurdo per le loro vacanze, ma loro non smettono mai di parlare. Mentre Jackson sta per introdurre un nuovo argomento, una telefonata di mia madre dall’Italia, mi costringe ad allontanarmi, vuole sapere come vanno le cose e quale sarà la nostra prossima tappa. Ha scoperto Google maps e ora si diletta a calcolare i tragitti altrui.

Torno al tavolo. Donatella è impegnata in un’improbabile conversazione con Amber sulla dieta mediterranea, non si scompone, annuisce e sorride, ma capisco che non ne può più. Jackson ricomincia più entusiasta che mai, dice che ha messo in contatto il direttore del C’mon Inn con un rappresentante di una azienda che costruisce acquari per pesca sportiva perché il suo sogno è questo: una sala con una vasca con le trote, per permettere agli ospiti dell’hotel di pescare in tranquillità. Ride di gusto e intona vincerò. Io sono basito, incrocio lo sguardo di Donatella che sfrutta al meglio uno dei pochi momenti di silenzio e ci trascina via da questa situazione surreale. Dice che per noi si è fatto davvero tardi e che purtroppo è arrivato il momento di andare. Scambiamo le e-mail con la promessa/minaccia che ci saremmo rivisti in Italia alla prima occasione e che sarebbero stati nostri ospiti. Ci salutano come se fossimo amici da una vita, abbracci, baci, pacche e pugni sul petto. Poi Jackson aggiunge: oppure l’anno prossimo tornate voi qui così magari peschiamo tutti insieme, che ne dite?