Le trote, il Montana e il sogno di Jackson

Inevitabilmente finisci per domandartelo: ma com’è possibile che con le praterie, i boschi profumati, i fiumi cristallini e la natura incontaminata che hanno da quelle parti, finiscono per starsene rintanati qui dentro?

Siamo capitati al C’mon Inn di Missoula nel Montana, una sera di agosto, per caso, per spezzare i 1400 km che separano Seattle dal parco nazionale di Yellowstone.


Da fuori il C’mon Inn è quello che ti aspetti, un normalissimo hotel piazzato all’uscita di una interstate. Ha un parcheggio immenso, la grande tettoia davanti alla porta d’ingresso per scaricare i bagagli, un vecchio bancone di legno alla reception e il cervo impagliato al muro. La nostra è una camera a piano terra con l’unica finestra che da sul retro e affaccia su un grande melo. Sopra la moquette c’è un cassettone di legno, su di esso una tv, un letto kingsize pieno di cuscini, uno scrittoio con sedia e una poltrona vetusta tipo quella del film Juno.

Il Montana è un posto singolare. È il quarto stato più esteso degli Usa ma il quarantottesimo per popolazione, ciò inevitabilmente comporta distese immense di coltivazioni, pascoli, foreste, sparute cittadine e una vita tutto sommato tranquilla: sveglia presto e a letto poco dopo il tramonto. Sebbene sia agosto e Missoula sia una cittadina di settantamila anime, è un mortorio che Belvedere in confronto sembra Singapore. Persino le birrerie chiudono alle 21:00, come abbiamo avuto modo di scoprire intorno alle 21:30 davanti ad un locale deserto e ad un’insegna spenta.

Il mattino successivo, affamati, seguiamo le indicazioni per la colazione e ci troviamo davanti un portale maestoso con l’incisione Springwater Hall. Tirando la maniglia un forte odore di cloro ci prende alla gola. Dico a Donatella: “ma dove minchia la fanno la colazione, in piscina?”. Lei risponde che non può essere e che sicuramente abbiamo sbagliato sala. Invece è quella giusta e non è una piscina, o almeno non proprio. Ci facciamo largo tra vasche in vetroresina di varie dimensioni e profondità, poi ci fermiamo increduli lì, al centro della sala, esattamente dove l’architetto che ha progettato il C’mon Inn, aveva stabilito. Ai lati della sala, due gigantesche montagne di plastica. Sulla cima della prima, dalla quale sgorga una possente cascata, fa bella mostra un caprone impagliato; alla base dell’altra, una porta tipo saloon attraverso la quale il personale accede alla cucina. Adocchiamo delle piccole verande con dei tavoli rotondi sormontati da ombrelloni, ne scegliamo uno libero e ci sediamo. Una cameriera si avvicina e ci dice che non possiamo stare seduti qui, che questi sono i tavoli delle terrace dei loro clienti executive. Seguiamo le indicazioni e ci sediamo altrove. Poi capiamo. Capiamo che al C’mon Inn, i clienti executive prendono le stanze con verandina privata prospiciente vasche vetroresina e montagna di plastica con caprone impagliato. È surreale ma è proprio così, Donatella mi fa notare che le uniche finestre delle camere executive danno all’interno della Springwater Hall e che i fortunati occupanti respirano cloro h24. Una follia.

La colazione del C’mon Inn è pantagruelica e mentre discutiamo se sia il caso di prendere il pasticcio di bisonte o – in vista degli altri 700 chilometri da percorrere in auto – tenerci leggeri optando per uova, bacon e patate, abbiamo fatto la conoscenza di Jackson.

Jackson si è avvicinato perché ci ha sentiti parlare in italiano, Jackson sostiene di avere una bisnonna italiana. Jackson alloggia con la famiglia in una camera executive e a modo suo, è innamorato dell’Italia. Ci racconta che la sua bisnonna partì dalla Toscana e si trasferì nell’Idaho, che lì conobbe suo marito (il bisnonno di Jackson) che era di origini tedesche. Si sono spostati in una cittadina dello stato di Washington e hanno messo su famiglia. Jackson è nato e vive lì. È una specie di supervisor in uno store di articoli sportivi. Ci presenta Amber, sua moglie e ci invita al tavolo nella sua terrace executive e noi non sappiamo dire di no a questo insperato upgrade.

Jackson non conosce molte parole italiane, dice a sproposito “va molto bene”, “è uno zuccherino” e “vincerò”, che intona come all’inizio del terzo atto della Turandot. Sostiene di essere certo di discendere dal Brunelleschi. La sua intuizione? Il nome della bisnonna: Brunella. Al confronto la teoria di Bongiovanni, il mio compagno delle medie che si spacciava per cugino di John Bon Jovi, mi appare improvvisamente lucida e fondata.

Scopriamo che Jackson e Amber sono degli abitué al C’mon Inn e che vengono in vacanza qui da otto anni, vorrei tanto chiedergli perché scelgono questo posto assurdo per le loro vacanze, ma loro non smettono mai di parlare. Mentre Jackson sta per introdurre un nuovo argomento, una telefonata di mia madre dall’Italia, mi costringe ad allontanarmi, vuole sapere come vanno le cose e quale sarà la nostra prossima tappa. Ha scoperto Google maps e ora si diletta a calcolare i tragitti altrui.

Torno al tavolo. Donatella è impegnata in un’improbabile conversazione con Amber sulla dieta mediterranea, non si scompone, annuisce e sorride, ma capisco che non ne può più. Jackson ricomincia più entusiasta che mai, dice che ha messo in contatto il direttore del C’mon Inn con un rappresentante di una azienda che costruisce acquari per pesca sportiva perché il suo sogno è questo: una sala con una vasca con le trote, per permettere agli ospiti dell’hotel di pescare in tranquillità. Ride di gusto e intona vincerò. Io sono basito, incrocio lo sguardo di Donatella che sfrutta al meglio uno dei pochi momenti di silenzio e ci trascina via da questa situazione surreale. Dice che per noi si è fatto davvero tardi e che purtroppo è arrivato il momento di andare. Scambiamo le e-mail con la promessa/minaccia che ci saremmo rivisti in Italia alla prima occasione e che sarebbero stati nostri ospiti. Ci salutano come se fossimo amici da una vita, abbracci, baci, pacche e pugni sul petto. Poi Jackson aggiunge: oppure l’anno prossimo tornate voi qui così magari peschiamo tutti insieme, che ne dite?

 

Orsi

Sebbene alle presidenziali abbiano votato in massa per Trump per esorcizzare non si sa bene quali paure, da quelle parti sono tutti piuttosto socievoli con i turisti. Emigrant nel Montana è, nel vero senso della parola, un incrocio tra la Highway 89 e Murphy lane, ha una popolazione di 372 abitanti, un saloon, una bakery che la sera fa anche il barbecue, un general store, la pompa di benzina che vende il gallone a 2.3 dollari (praticamente 0.60 euro al litro), l’immancabile Us Post Office – vero baluardo dello Stato federale – una chiesa episcopale e uno sportello bancario. Gli abitanti vivono di agricoltura e di allevamento e in estate, con l’incremento di turisti diretti a Yellowstone, si sono attrezzati con strutture ricettive ricercate e ospitali. Come sia possibile che gli abitanti di questa contea immersa nella natura incontaminata abbiano votato l’unico Presidente a cui di natura, di emissioni inquinanti, di incendi e di riscaldamento globale non interessi nulla, è un mistero. Ho provato a chiederlo a Carol che insieme a Pete, suo marito da 41 anni ed ex allenatore di Wrestling, gestisce il delizioso B&B sul fiume  dove ho passato la notte. Carol mi ha detto tre cose: la prima è che ha votato Trump perché nonostante viva in uno Stato dove si può acquistare una pistola al supermercato, temeva una preoccupante deriva dei costumi come avvenuto a Seattle, dove, con la legalizzazione delle marijuana, stanno morendo tanti bambini. La seconda, di andare a cenare al Follow Yer’ Nose BBQ, ma di stare attento a non parcheggiare davanti alla chiesa nello stallo riservato a Padre Sheldon perché è un tipo fumantino. La terza, di chiedere in giro e di organizzarsi per andare a vedere gli orsi.

Avrei voluto approfondire il rapporto marjiuana – mortalità infantile, ma non possedendo gli strumenti linguistici per affrontare una discussione del genere, ho preferito soprassedere e dirigermi di corsa a cena anche perché a Emigrant nel Montana alle 19:00 chiude tutto.

Il Follow yer’ Nose una cosa sa fare, il barbecue, e lo capisci – come suggerisce il nome – qualche miglio prima di raggiungerlo, dall’odore dell’incredibile nube di fumo che immette nell’atmosfera. Puoi scegliere tra tre portate di maiale (pulled pork; brisket e ribs), una di pollo e un paio di manzo alle quali puoi abbinare quattro salse BBQ fatte in casa e un contorno che otto volte su dieci è di patate, di mais se hai un’indole da conservatore, di insalata verde per tenere a bada la coscienza. Il tutto innaffiato da quaranta tipi di birra tra cui scegliere. Abbiamo ordinato e ci siamo gustati la cena in veranda sorseggiando una buona Ipa locale, ma non sono riuscito a rilassarmi del tutto. Ogni volta che qualcuno alle mie spalle alzava la voce, pensavo subito: “minchia, Padre Sheldon!”.

Poi tutto è avvenuto in maniera repentina, un momento prima avevo un bicchiere di birra in mano e guardavo Donatella parlare con altre persone al di la dello steccato, il momento dopo ero sul sedile posteriore dell’auto di Stan e Glenda – una coppia di sessantenni della Lousiana – in una carovana di macchine capeggiata da una pseudo guida locale, direzione orsi. Ho cercato di prendere la mia macchina, anche perché temevo che da un momento all’altro potesse tornare Padre Sheldon, trovare il suo posto occupato e piantare un casino, ma la pseudo guida mi ha tranquillizzato dicendomi che Sheldon era già tornato a casa indicandomi un pickup nero della Ford parcheggiato poco più avanti.

Abbiamo seguito una strada sterrata che si arrampicava su una montagna, scambiandoci formalità e complimenti sui rispettivi luoghi di origine fino a raggiungere il luogo prescelto.  L’atmosfera era carica di elettricità, tutti volevano vedere l’orso tutti erano lì per questo. Le persone hanno cominciato a caricarsi a vicenda, a convincersi, a condizionarsi, un po’ come accade da noi per i miracoli.

Funziona così: si raggiunge un punto di osservazione; un tizio con la t-shirt God forgive us, grida, look, behind the second tree on the right. Il punto da individuare si trova sul lato di una montagna a settecento metri in linea d’aria e l’indicazione è talmente generica da risultare inutile, dato che sul quel crinale ci sono almeno duemila second tree on the right. Tutti puntano il proprio binocolo in quella direzione, il tizio con la t-shirt mistica dice che adesso l’orso si sta spostando dietro una roccia ma che si vedono chiaramente orecchie e muso. Una dopo l’altra le persone cominciano ad esclamare cose tipo: wow, so cute, amazing, incredibile, the dream of my life, in un crescendo wagneriano di impeti ed emozioni. Anche Donatella riesce a scorgerlo, io mi impegno, scruto la montagna palmo a palmo ma niente. Sono l’unico a non vedere niente. Alla fine individuo la roccia, la mia visione è sfocata dalla distanza, ma sono quasi certo che dietro di essa non ci sia nessun orso. Dopo qualche minuto un uomo dal cassone del suo pickup esclama, the elk, on the top of the hill! Tutti ci giriamo a guardare. La collina è senza alberi – penso eccitato tra me e me – questo cervo non me lo faccio scappare. Punto il binocolo, percorro con lo sguardo il crinale avanti e indietro, una, due, tre volte. Intorno a me le stesse manifestazioni di gioia e stupore di prima e io niente. Sono frustrato, il morale è a terra. Poi quello del pickup dice, now is behind the rock. Capisco che ci stanno prendendo per il culo, riconsegno il binocolo e mi godo il tramonto facendomi beffe degli altri.

Tornati al B&B, Carol ci aspetta con una busta di marshmallow, ha accesso il fuoco in riva al fiume, ci invita a goderci la serata e ci lascia soli. Infilziamo un marshmallow ciascuno in due enormi spiedi e lo abbrustoliamo sul fuoco. Non siamo pratici per cui non sappiamo se la cottura del dolce sia corretta, quello che è certo è che i nostri si sono trasformati in due palle infuocate e zuccheratissime. Li assaggiamo e subito ci mettono in imbarazzo perché non sappiamo dove e come disfarcene (a Emigrant faranno la differenziata?). Il fiume scorre placido, la temperatura a valle è accettabile, la luna si riflette sull’acqua prima di nascondersi dietro una nuvola. Donatella cerca di convincermi che l’orso c’era veramente e che lei l’ha visto nitidamente. Io non voglio sentire ragioni, le dico che si è fatta abbindolare anche lei e che è stata protagonista di una gigantesca suggestione collettiva e che secondo me, in questa zona, manco orsi ci sono. Lei ribatte che se sono l’unico a non aver visto nemmeno un animale e che deve essere molto frustrante. Improvvisamente sentiamo dei rumori provenienti dai cespugli alla nostra destra, ci allarmiamo, poi un verso selvaggio e minaccioso, io non ho dubbi: porca troia un orso, scappiamo.

 

Usa e abUsa, impietosi confronti e shock emotivi

Vivendo ad Ortigia, nella giungla del parcheggio selvaggio e nella totale assenza di regole e controlli (se non per le multe a sprovveduti turisti del nord Europa, talmente allampanati e spiazzati dalla bellezza di quel lungomare da non leggere o interpretare neanche i cartelli di divieto) subisco sempre uno shock emotivo quando mi reco all’estero. Il ritorno poi, impone sempre confronti impietosi. Della provincia americana mi porterò dietro tre cose. La prima riguarda il parcheggio. Qui da noi, anche in presenza di stalli (spesso thumb_IMG_8586_1024tracciati con inchiostro simpatico) che delimitano gli spazi, parcheggiare è quasi sempre una prova di ingegno, un tentativo azzardato, una scommessa. “Aspetta, aspetta, fossi ca ci trasu” oppure “scinni, scinni, fammi fari a manovra” e ancora “iu a lassu misa accussì, in diagonale, num’antaressa”. Lì no. Se c’è uno stallo libero c’è un parcheggio per te. E non è questione di grandezza di auto perché da quelle parti, gli stalli sono disegnati sull’asfalto per contenere anche il più gigantesco dei pick-up, è che tutti, dalla casalinga con la jeep al malacarne con la Mustang convertibile, parcheggiano rispettando le regole.

La seconda cosa riguarda gli uffici del turismo dei piccoli centri. Strutture imponenti, organizzatissime, zeppe di materiale informativo su alloggi, ristorazione, svaghi, servizi, escursioni, tutto. A capo, di solito, delle nonnine volontarie: sorridenti, preparatissime, gentilissime, in divisa. Hanno da mostrarti solo due fari, un promontorio e una chiesa paragonabile a quella di Bosco Minniti ma che per loro ha un valore architettonico inestimabile. Svolgono il loro volontariato come se ne dipendessero le sorti del mondo. Da noi, se ti va bene, c’è un custode in borghese, annoiato, che cerca di spiegarti usando verbi all’infinito (non sapere, potere, andare) che le piantine di Ortigia sono terminate e che si, c’è una navetta per la zona archeologica, ma non ci sono orari ufficiali.

L’ultima cosa è l’etica del lavoro. Tutti, dal manager all’inserviente dei bagni, svolgono il proprio lavoro con zelo. Non li vedi sbracati con i colleghi, non li vedi fuori a fumare, e se si lamentano della propria condizione sicuramente non lo fanno nelle ore di lavoro e non te lo danno a vedere. Perché lì, come mi ha spiegato un amico americano, l’etica del lavoro è tutto. Se non dai il massimo, se non ti impegni, prima vieni emarginato dal tuo team, poi, sei fuori. E la cosa vale ancora di più se lavori nel settore pubblico.

Il fatto è che hai trascorso due settimane in un luogo civile e ti sei arrovellato sul perché dalle tue parti non possa funzionare così. Le strade sono pulite, le aiuole curate, i ristoranti hanno dehors educati, i negozianti sono gentili e ti chiedono come va, la gente dispensa sorrisi per strada. Eppure anche da quelle parti hanno i loro problemi: la società americana è spietata, licenzia, sfratta e mette in galera con una semplicità disarmante. Nonostante gli Usa siano un Paese fondato su contraddizioni sconvolgenti, il senso civico è forte e ben radicato nella maggior parte della popolazione.

Si tratta dunque di un problema politico e amministrativo o di un profondo gap civile e culturale? Il populismo imperante tende ad accusare la politica come suprema causa di ogni male. Una tesi anche condivisibile, se si pensa alla terribile lentezza e all’incapacità con cui questa affronta i problemi e tenta di risolverli, ma che non prende in considerazione le responsabilità dei cittadini. Le strade sporche e la spazzatura gettata per terra, i parcheggiatori abusivi, i venditori abusivi, le guide turistiche abusive, i barcaioli abusivi, le auto in quinta fila, le lentezze e il menefreghismo degli uffici pubblici, il pesce fritto sulla Porta Spagnola, la mancanza cronica dei controlli, l’evasione fiscale, il malaffare generalizzato e i loschi sistemi politico-economici non potrebbero esistere senza la nostra complicità. Ci lamentiamo di tutto ma poi, quando qualcosa può cambiare il nostro gretto modo di vivere, siamo i primi a fare un passo indietro ed a lasciare tutto immutato. Viviamo in una società apatica e cinica che penalizza solo chi osserva le regole. La differenza è tutta qui, da noi si nicchia e si abbozza, lì ci si indigna e si pretende.

Abbiamo smarrito il senso di responsabilità civile che impone al ristoratore del Maine di non gettare nel cassonetto della piazza della cittadina, quarantacinque chili di carcasse di aragosta pur di liberarsene, ma di conservarle ed aspettare l’apposito ritiro, perché alla faccia degli stereotipi e degli ossimori, nella società della proprietà privata il bene comune è sacro.

Noi qui a riempirci la bocca con il Teatro Greco, gli spaghetti coi ricci, la granita di mandorla ed i consorzi pro turismo, continuiamo a gettare con disinteresse pacchi di Mabboro lait dal finestrino della macchina; loro, con il ketchup a colazione, i fettuccini salsa Alfredo si sono già organizzati, hanno raccolto quel pacchetto e sono sempre pronti a venderti il bel quadretto del sogno americano.