Disilluso

C’è stato un periodo in cui pensavo di vivere in una città cosmopolita. Girare tra i vicoli di Ortigia e incrociare turisti di tutte le nazionalità mi faceva sentire al centro del mondo e mi dava la possibilità di interagire con loro. Spesso mi prodigavo in indicazioni e utili consigli, certe volte, nascevano anche delle amicizie, si andava a cena insieme, s’istauravano dei rapporti. Credevo, in cuor mio, che questo flusso internazionale di persone avrebbe potuto portare una ventata di novità, di fermento culturale, di apertura mentale e rispetto per il bene comune. Non è stato così. Non appena arriva in città, la maggior parte dei turisti si siracusanizza nel giro di 48/72 ore. La trasformazione da civile padre di famiglia scandinavo o mittleuropeo a pezzo di pitarro locale è repentina e cela anni di frustrazioni e di rispetto ossessivo delle regole. Non sembra vero a questi uomini e a queste donne cresciuti con un’educazione luterana e calvinista, di poter parcheggiare in doppia o tripla fila; di occupare con tavoli e sedie a sdraio il suolo pubblico nei pressi del basso adibito a casa vacanze che hanno affittato a 15 euro a notte senza dover dare conto a nessuno; di prendere una navetta guardandosi bene dal pagare il biglietto; di lasciar cadere per terra una carta insivata di arancino o di cavallo e sbizzero senza pensarci due volte, attribuendo la responsabilità a un cestino pieno fino all’orlo e non svuotato da giorni. Per loro è libertà, indipendenza, autogestione, sovranità, privilegio, immoralità, strapotere, sopruso, trivialità, vizio e dissolutezza, un cortocircuito sensoriale. È come vivere nella giungla e andare in giro con le mutande di pelle di daino, è come una notte di sesso sfrenato dopo anni di astinenza forzata. Non ci capiscono più niente e niente ci vogliono capire.

Di contro, la mia disillusione ha annientato qualsiasi buon proposito. Ho smesso di dare indicazioni e di sorridere, in macchina faccio largo uso di clacson e abbaglianti quando li incrocio titubanti al centro di un quadrivio, butto voci e minaccio, faccio corna e crigni quando non attraversano sulle strisce. Certe volte mi affaccio al balcone e li osservo posteggiare senza pass negli stalli residenti. Mi sento come il vecchio della scena dell’olio in “Un sacco Bello” di Verdone, vorrei dirgli che stanno parcheggiando sulle strisce pedonali e che si tratta di un gesto incivile, una pratica barbara che non si sognerebbero mai di fare a Dusseldorlf, a Mainz, a Trondheim o nelle altre città di provenienza. A loro non frega niente e mi fissano con sguardo di sfida, ormai sanno benissimo che il primo vigile urbano passerà solo dopo le 15:30.

 

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