Eureka!

Dopo le due Norwegian Cruise arrivano in porto la Costa Cafona e Costa Pacchiana! Il Comune prende la palla al balzo e promuove una joint venture con il colosso dei mari, per il varo della Costa Gigia, la prima nave da crociera che fungerà anche da discarica, risolvendo parzialmente l’annoso problema dei rifiuti in città.

Esausto

Il progetto Urban Waste sulla corretta gestione dell’olio esausto trova una importante sponda istituzionale nel Consorzio Pescatori di frodo Piazza delle Poste che si farà carico del corretto smaltimento degli olii e offrirà a tutti i cittadini che smaltiranno in maniera corretta una fritturina di paranza e la t-shirt con il claim “Waste oil & Masculino”.

Pitarri

Erano almeno dieci anni che non si vedevano in giro per Ortigia orde di turisti così pitarri! Sono una moltitudine, mangiano panini che imbottiscono per strada con i salumi del discount, bevono birra Messina cristalli di sale o Finkbräu, lavano mutande e magliette a Calarossa e buttano enormi sacchi di spazzatura nei pochi cestini solitari. Ma quale crisi del turismo, semmai la crisi è degli alberghi a 4 e 5 stelle, questi sono azziccati nelle peggio case vacanze, nei bassi e nei tuguri, usano contanti, prediligono il nero, prenotano per due e poi si infilano in casa in cinque. Molti scappano la sera prima, per non pagare l’alloggio.

9000

Il fatto è che molti dicono: “no, io scrivo solo per me, per il gusto di scrivere…”, certo, anche io scrivo per il gusto di scrivere, ma mi piace pure che gli altri mi leggano e più siete, più sono sbalordito e soddisfatto. Grazie, davvero, i 9000 like sulla pagina di Archimete Pitacorico e le 100.000 visualizzazioni sul sito sono due traguardi inaspettati e gratificanti. Tutto ciò, manco a dirlo, non può che essere legato al senso di smarrimento e alla profonda crisi della società contemporanea, ma tant’è… quindi, come da tradizione, per ringraziarvi dell’affetto e della perseveranza che dimostrate, invierò a ciascuno di voi il kit pitacorico “Speciale Fase 2” che contiene:

– Mascherina mono elastico da agganciare esclusivamente all’orecchio;

– Dispenser ogghiurepipi disinfettante da parete;

 – Verga di mogano per garantire distanziamento sociale;

– Corredo fuochi artificio illegali;

 – Voucher cena romantica da incrasciato;

– Kit falsificazione pass Ztl Ortigia;

– Brick latte di mandorla scaduto;

– Frammento commemorativo Ponte Calafatari;

– Olio su Tela tipo “Giudizio Universale” con Dio proteso a sfiorare con un dito la mano di Vinciullo;

– Magnete frigo Parcheggio Talete;

– Funchetto porta fortuna.

Vergognomi assai ma necessito soldi droga.

 

Viva Grottasanta

Prima di tutto vennero a portarci il mastello dell’umido e i sacchi della plastica e fui contento. Poi ci dissero di leggere un libretto che spiegava come differenziare le varie tipologie di rifiuti e io non lo feci perché a mia non m’antaressa. Poi portarono i carrellati condominiali e li misero davanti alla scala A e non dissi niente perché lì ci vivono Matarazzo e Cugno che sono uno puppo e l’altro buonista. L’ultimo giorno si vennero a prendere tutti i cassonetti e nessuno c’aveva capito un cazzo!

 

La Movita

“I sintaco Italia avrebbe a risolvere i pobblemi veri e no crealli.”. Parole di fuoco quelle del comitato Giovani Siracusani Pella Movita, dopo la presa di posizione del sindaco sulla situazione dei rifiuti alla Marina. “A noi, i rappresentanti dei giovani pella movita, sta cosa non ci piace che secondo i sintaco ha coppa e ha nostra accussì, senza prove, senza nenti. Sta cosa che ora, dopo che ci ata costretto a loctaun, a quaranta giorni di quarantena, non ci possiamo bere manco un coctel colla comitiva perchè questa e dittatura. Cioè prima non poteumu manco nesciri cche mutura ho ca zita e ora ca u virus sta morento ci tite che dovessimo essere responzabili è fosse macari stare ai casi? Ma state abbabbianto? Pecchè i sintaco non pensa ha mettere i cestini boni? Unni ano finito i cassonetti ca prima, passanto, ci ittauti a buttigghia ri birra e a catta nsivata? Noi giovani havemu u diritto di fare buddello proprio picchi semu giovani e ha scola pi stannu e finita e cosa dovessimo fare in una città ca e un paisazzu? Sulu a Marina potemu iri e quinti ve la dovete assuppare e starivi muti picchì chista e demograzia!”.

Cetto Cetto, Giusto Giusto

Il fatto è questo, quando mi sono affacciato nella sala dove è posizionato il macchinario che distribuisce i sacchetti per la raccolta differenziata, ho trovato una signora in preda ad una crisi di panico perché non riusciva ad ottenerli. Certo, c’è da dire che la signora, forse per le troppe ore trascorse davanti alla tv in periodo di quarantena, immaginava evidentemente che la macchina, dopo aver eseguito una scansione total body, ed un esame della retina, potesse riconoscerla come contribuente del Comune di Siracusa e mettere in funzione la procedure per la consegna dei sacchetti. Purtroppo per lei, la realtà dei fatti è meno tecnologica e il macchinario, per mettersi in funzione, necessità dell’ormai vetusta tessera sanitaria/codice fiscale. 

Stavo dicendo che quando mi sono affacciato nella sala dove è posizionato il macchinario che distribuisce i sacchetti della raccolta differenziata, ho trovato la signora intenta a chiedere spiegazioni ad un tizio in mascherina ma senza tesserino, senza alcun elemento di riconoscimento. Chi era? Un usciere, un inserviente, un impiegato, un dirigente, l’assessore, un ispettore regionale? Purtroppo non ci è dato sapere  perché i dipendenti pubblici non debbano portare un tesserino di riconoscimento resta un mistero). Alla richiesta di spiegazioni della signora, l’impiegato in questione si è girato infastidito, mettendo in evidenza che a lui non spettava dare alcuna informazioni sul funzionamento della macchina dei sacchetti della differenziata, che il suo compito era un altro (purtroppo non ha svelato quale) e che se proprio voleva, la signora doveva chiamare il numero scritto su un foglio A4 affisso lì, sul muro. Detto questo, ha sfilato dalla tasca un mazzo di chiavi agganciato ad un moschettone, ha aperto una porta ed è sparito dentro. Io, che avevo assistito alla scena e che avevo anche una certa fretta, mantenendo la distanza di sicurezza e triplicandola per precauzione, ho provato a dare le giuste indicazioni alla signora ma, appena ho aperto bocca, sono stato redarguito da un altro impiegato venuto fuori dal nulla. Questo indossava dei pantaloni beige, una camicia grigia, una mascherina al braccio (tipo lutto) e non aveva guanti.

L’impiegato, con un piglio contrariato, mi ha invitato ad uscire perchè, come era scritto in un’altro foglio A4 affisso sulla porta a vetri, era consentito l’ingresso ad un utente per volta. Io ho subito obbedito, ma ho fatto presente che se mi ero affacciato dentro, era per dare indicazioni alla signora che si trovava lì da dieci minuti senza sapere cosa fare. Lui si è risentito e mi ha detto che non dovevo preoccuparmi, che ora c’era lui e che dovevo accomodarmi fuori immediatamente. Io non ero per niente preoccupato e quindi, senza fare polemica, sono uscito e ho aspettato il mio turno. Quando la signora ha terminato ed è stata accompagnata alla porta dall’impiegato che continuava a non indossare né guanti né mascherina, mi sono spostato di lato è ho aspettato che l’ingresso fosse libero. Una volta dentro, l’impiegato si è avvicinato per spiegarmi come funzionava il macchinario ma io gli ho risposto che non c’era bisogno, che sapevo perfettamente come fare e che preferivo che mantenesse la distanza di sicurezza. Mi sono voltato e ho fatto i 4 passi che mi separavano dalla macchina, ho sfilato il portafoglio dalla tasca, estratto la tessera sanitaria e mentre ero pronto ad inserirla nell’apposita fessura, l’impiegato, piombatomi alle spalle, sempre senza guanti e mascherina, con un gesto velocissimo me l’ha tolta dalle mani e mi ha detto: “vete che non lo sa fare? Ora c’è il lettore ottico!”. Ha passato la mia tessera e in 10 secondi la macchina ha elargito i sacchetti. Io sono rimasto basito, non certo per il lettore ottico ma perché l’impiegato continuava a parlarmi a distanza ravvicinata e senza mascherina. Mi sono ripreso la tessera e ho cominciato ad indietreggiare e ogni passo indietro che facevo lui ne faceva uno e mezzo avanti e così non ciò visto più e gli ho detto: “Ma che cazzo fa? Deve stare lontano da me! Ha capito?”. Lui ha fatto una faccia come a dire: ma talè a chistu… incrato!

“Ma lei l’ha capito che questo è un luogo pubblico, chiuso e che ha l’obbligo di indossare la mascherina e di mantenere le distanze? Ma come si è permesso di scipparmi la tessera dalle mani? Si metta la mascherina – ho minacciato – o vado a cercare il suo dirigente.”. Lui l’ha sfilata dal braccio e l’ha indossata mentre balbettava cose tipo: “ma io… du minuti… a mascherina… pe facilitari… i sacchetti.”. Mi è sembrato piuttosto mortificato e io mi sono sentito un po’ in colpa allora, prima di uscire, gli ho detto: “Lei qui svolge un ruolo fondamentale e non può sottovalutare niente… ha visto la signora di prima, lei è un faro, l’utenza ha bisogno di lei e lei ha la responsabilità di dare l’esempio.”. Queste parole devono averlo rincuorato perché con mezza mascherina a coprirgli il viso ha accennato un sorriso e ha detto: “cetto cetto, giusto giusto.”.

 

Ferla, la Pasqua e il Coronavirus

Ferla è un piccolo comune dei monti Iblei, i miei nonni materni sono nati e cresciuti lì ma io non ci avevo mai messo piede fino a quando non ho conosciuto Michelangelo Giansiracusa, il giovane Sindaco che ha preso in mano le redini del Comune disastrato e grazie alle sue idee e alla sua amministrazione illuminata, l’ha trasformato in un paese modello di buone pratiche. Rifiuti, sostenibilità, turismo diffuso, politiche energetiche, edilizia scolastica, integrazione sociale, niente è stato tralasciato e Ferla ha cominciato ad essere studiata nelle università e dagli amministratori delle altre città come un esempio da seguire.

Sì, perché al di là dei meriti politici e amministrativi, l’aspetto più sorprendente e importante di Ferla è il senso di comunità che si è venuto a creare, una piccola rivoluzione antropologica che ha coinvolto anche i più scettici. I cittadini di Ferla sono consapevoli, motivati e si sentono parte attiva di una comunità di persone. Sono fattivi, agili e veloci, si riuniscono in assemblee pubbliche, decidono una cosa, si suddividono il lavoro e lo portano a termine. Sconvolgente.

Come molti altri comuni siciliani, anche Ferla sente molto la Pasqua e ogni anno, in questi giorni, dà il meglio di sé. La Sciaccariata è un evento unico, uno dei più spettacolari della Pasqua ferlesse e consiste nel correre, nel cuore della notte, appresso al simulacro del Cristo risorto (U Gesùmaria) brandendo un ramo di sterpaglie infuocate (la sciaccara) per la via principale del paese, su, su, fino al convento dei Cappuccini dove si arriva trafelati, con gli occhi rossi per il fumo e il fiatone per la corsa in salita. Lì, al convento, ogni anno si assiste a un miracolo laico, ovvero compaiono dal nulla i deputati regionali, alcuni fingono di avere il fiatone, altri si racchiudono in preghiera mentre la loro assistente cerca l’angolo migliore per scattare una foto che finirà in tempo reale sui profili social, altri stringono mani e promettono prebende. Poi, d’improvviso, come sono arrivati, spariscono, diretti verso il Comune successivo e verso la prossima funzione religiosa. La Sciaccariata non è uno scherzo, ci sono quattrocento cristiani che urlano e corrono come scalmanati e centinaia di roghi e falò, bisogna muoversi veloci e attenti, facendo attenzione a non prendere fuoco o a non dare fuoco al turista di Dussendorlf col giubbbottino Hi-tech infiammabilissimo che – cassatella di ricotta in una mano e smartphone nell’altra- è fermo in mezzo alla strada a fotografare l’evento, senza rendersi minimamente conto dell’orda mistica e infervorata che lo sta per travolgere e spazzare via.

Negli ultimi anni, il clamore di questa Pasqua ha fatto prima il giro della provincia, poi della regione e poi ha dilagato nel mondo portando a Ferla comitive teutoniche e scandinave che avevano prenato una delle poche strutture ricettive o usufruito del servizio di albergo diffuso. Anche io e Donatella, un paio di volte, ne abbiamo usufruito.

C’è questo simulacro della Madonna che gira tutta la notte con un mantello nero addosso, gira alla ricerca del figlio e poi poco prima dell’alba, arriva in via Garibaldi – che è dove posteggio la macchina di solito – e aspetta che un raggio di sole la colpisca in viso e quando succede la statua inizia a brillare e tutti esultano e la gente affacciata applaude e si commuove e allora si può ripartire alla ricerca del Cristo risorto. Nel mezzo ci sono messe, funzioni religiose e un corollario di eventi sacri che, da ateo quale sono, sconosco completamente. C’è trasporto e devozione, ci sono sacro e profano, la vedova sconsolata e la coppia di fidanzati che può stare in giro tutta la notte.

La mattina di Pasqua il paese vestito a festa si da appuntamento per la messa e per prepararsi ad assistere a “U Scontru”. I bar sono presi d’assalto e producono migliaia di caffè e sfornano cornetti e dolci di tutte le forme, le signore calzano tacchi vertiginosi, alcuni uomini hanno riciclato il vestito damascato del matrimonio e le suore svicolano veloci tra la folla. Perfino i due vigili urbani del paese, per l’occasione in alta uniforme, cercano di guadagnare la posizione migliore, un punto di vista privilegiato per assistere a quello che è indubbiamente il momento più emozioante. 

I due simulacri, quello di Gesù e quello di Maria, si muovono dagli estremi del corso e procedono lentamente l’uno verso l’altra. La tensione cresce poco a poco, ad un certo punto si cominciano a scorgere le statue che avanzano e quella della Madonna sembra davvero che stia cercando qualcuno, i suoi movimenti, i piegamenti a destra e sinistra contribuiscono a creare questo immaginario. Poi, quando la tensione ha raggiunto l’apice, le due statue, come se si fossero scorte e riconosciute, accelerano vertiginosamente, corrono una verso l’altra ed esattamente un istante prima di abbracciarsi, la Madonna fa cadere il velo nero che ha indossato tutta la notte e la gente grida tutta la sua emozione, alcuni, stremati dalla tensione, piangono e le statue girano su loro stesse e sembrano abbracciarsi e saltare di felicità.  

Con il passare dei minuti la commozione lascia il passo all’allegria e tutti si abbracciano e si baciano, prendono in braccio i bambini, tengono per mano le nonne, si fanno gli auguri e iniziano a dirigersi verso le case con le tavole imbandite, lì, è un tripudio di sugo di maiale, ricotta, arrosti, sasizza, vino locale e dolci. 

La situazione sanitaria di quest’anno e l’emergenza Coronavirus rischiavano di compromettere lo svolgimento della Pasqua ferlese. Nessun assembramento di persone è consentito, nessuna sciaccara può essere accesa, e men che meno, nessuna processione potrà percorre le stradine del borgo. Per la prima volta dal 1861 Ferla rischiava di non celebrare la sua festa più sentita. Poi l’idea, la trovata risolutrice. Mi immagino i cittadini di Ferla collegati su Zoom per discuterne. Qualcuno avrà chiesto: “Sintaco, ma allura pi Pasqua nun facemu nenti? Manco a Sciaccariata?”. “Tanino, ma come la possiamo fare se è vietato uscire in strada?”. E poi un brainstorming di idee e alla fine, la trovata: lanterne cinesi. Costruiamole, compriamole, prepariamo un tutorial da mettere in rete e da inviare su whatsapp per aiutare i meno pratici. Tanino ne fa 50, lo zio Carmelo addirittura 103. Appuntamento sabato a mezzanotte, ogni famiglia sul suo balcone, ci sarà un cenno, la prima lanterna si alzerà in volo e le altre la seguiranno, il silenzio irreale sarà rotto da un applauso scrosciante e Ferla tornerà ad illuminarsi in segno di rinascita e speranza.

Sotto Pressione

Non so più da quanti giorni sto chiuso in casa. È la verità, questa clausura forzata ha modificato le miei abitudini e tutti gli orari. Adesso vado a letto molto più tardi e mi alzo più tardi, scrivo tanto, leggo, mi sto riascoltando tutto Mahler, anche il Das Lied von der Erde, guardo una miriade di tutorial: da come produrre disinfettante con le teste d’aglio e la curcuma a come curare lo scorbuto a casa. Dedico un’ora della mattinata a esercizi ginnici, guardo serie tv e film in lingua originale, mi manca lo sport in tv in maniera lancinante e naturalmente, più di tutto, mi manca uscire di casa, passeggiare con mia figlia, guidare e andare in bici.

La mia esistenza al tempo del Coronavirus è scandita dai pasti, dalla preparazione dei pasti, dai biberon di Bruna, dalla preparazione dei biberon, dai bagnetti e dalla preparazione dei bagnetti. Poi, a fine serata, quando tutti sono andati a letto, esco di casa e vado a posizionare il mastello della differenziata del giorno, davanti al portone d’ingresso. Questa operazione è l’unico legame con lo scorrere del tempo come era prima dell’avvento del virus. Stare chiusi in casa – è inevitabile -genera tensioni, stati di ansia, e paranoie che riaffiorano dal passato o si presentano inedite, in tutte le loro drammatiche sfaccettature.

Quando ancora non si capiva cosa sarebbe stato di noi, se i supermercati sarebbero rimasti aperti o se nel giro di pochi giorni sarebbero stati saccheggiati da orde di malacarni e ci sarebbero stati roghi nelle strade, cupe vampe, sommosse popolari e la presa di Palazzo Vermexio, per non sapere né leggere né scrivere, ho fatto una discreta scorta di legumi secchi: ceci, lenticchie, fagioli e un invitante mix messicano. Per un imprinting ricevuto da bambino, al termine legumi a casa mia viene immediatamente associato quello di pentola a pressione. La mia pentola a pressione è con me da vent’anni, me la regalò mia mamma, quando nel 2000, a Bologna, lasciai l’appartamento con gli altri studenti e andai a vivere da solo.

Ma quanto può durare una pentola a pressione? Vent’anni di onorato servizio non saranno troppi? Ho cercato su internet, ma le opinioni a riguardo sono differenti, ho studiato grafici e curve di funzionamento ma nessuno si sbilancia. Perfino gli esperti della Lagostina tentennano. La psicosi Coronavirus, si sa, mina le certezze e adesso temo che tra una lenticchia e un misto di legumi, possa esplodermi in faccia.

Ho preso delle precauzioni: ho iniziato a maneggiarla con estrema cura, la lavo a mano con una spugnetta ad uso esclusivo, la ripongo lontana dalle altre pentole, avvolta dentro una vecchia federa di lino. La carico con gesti precisi e meticolosi, non supero mai i livelli, evito le fiamme troppo alte e quelle troppo deboli. Prima di posizionarla sul fornello grande, controllo che le valvole di sicurezza siano a posto, posiziono il coperchio centrandolo tra i due manici, chiudo e finalmente accendo il fornello. Di tutta la procedura, questa è la fase più tranquilla: la pentola non ha ancora sviluppato il vapore al suo interno ed è equiparabile a un comunissimo tegame. Certe volte, quando la guardo e aspetto che inizi a sfiatare per spostarla sul fornello piccolo, spero che la valvola rossa che segnala l’avvenuta formazione di vapore al suo interno, non salga mai, lo spero con tutte le mie forze. La pentola si sarebbe definitivamente rotta, ci metterei il doppio del tempo a cucinare i legumi, ma non rischierei di morire in una deflagrazione. 

Comunque, ho messo il timer del forno e anche uno sul telefono. Ho preso tutti gli accorgimenti del caso per proteggere le ragazze che amo: ho chiuso la cucina e l’ho trasformata in zona rossa e vietato a Donatella di entrarci anche solo per un bicchiere d’acqua o di sostare nei pressi con la bambina. Quando mancavano tre minuti alla fine della cottura, mi sono ricordato che non avevo ancora ritirato i mastelli della differenziata della sera prima. Io ho questa fissazione del tempo, da quando da piccolo ho iniziato a suonare il basso, cerco di fare incastrare le cose alla perfezione, è più forte di me, quando la scansione ritmica viaggia fluida, senza tentennamenti di sorta, mi sento in pace con il mondo anche se questo, mi comporta stress e un livello di attenzione sempre molto alto. Così, ho indossato i pantaloni della tuta, le scarpe da Coronavirus, mi sono alzato il cappuccio della felpa, messo un piumino leggero, guanti di lattice, mascherina e sono uscito. Fuori piovigginava e tirava vento, ho superato la corte interna e sono uscito in strada, ma dei mastelli non c’era traccia, spariti. Prima ho pensato ad una punizione del Comune per non averli ritirati in tempo – una volta, mi appiccicarono sopra un adesivo rosso che per me fu come un’onta, solo perché, dopo l’ennesimo cambio di orari, avevo posizionato il mastello troppo tardi rispetto all’orario consentito – poi, ho optato per il furto ad opera di qualche vicino bastardo. Ho alzato lo sguardo è c’era una macchina dei Vigili Urbani con due agenti che si sono voltati a guardarmi, stavano approntando un posto di blocco. Uno dei due mi ha chiesto: “lei dove sta andando?”. Io ho sorriso imbarazzato e ho detto: “no… niente… è che forse mi hanno fregato i mastelli”. L’agente non ha battuto ciglio: “Ha la giustificazione?”. “No, guardi – ho detto io facendo istintivamente due passi in avanti – non sto uscendo, si figuri, ero sceso a ritirare i mastelli ma sono spariti.”. Poi con la coda dell’occhio ho visto quello verde del vetro, infilato tra due macchine. Il vento della mattina doveva averli spostati. L’ho indicato e ho detto: “vede, lì c’è quello del vetro… quello della carta sarà in giro… lo recupero e cerco l’altro qui intorno.”. Il vigile non sembrava molto convinto e ha detto: “fermo lì.”, poi si è rivolto alla sua collega più anziana che gli ha fatto di sì con la testa, allora mi ha guardato e ha detto: “Può andare, ma non si allontani più di 200 metri.”. “No, No, quando mai! Sarà qui intorno.”, ho risposto io.

Mentre partivo alla ricerca del mastello di carta e cartone, il timer del telefono è scattato. “Minchia, La pentola a pressione!”, ho pensato tra me e me. Subito dopo ho ricevuto una telefonata di Donatella, preoccupata dal fatto che non fossi ancora tornato su. Gli ho spiegato che c’era un vento fortissimo e che i mastelli erano volati via e che stavo cercando quello della carta. Lei allora mi ha chiesto: “vedi che in cucina è suonato il timer del forno e sento la pentola a pressione che sfiata, che faccio? Entro e spengo?”. “Nooo – ho gridato – non ti avvicinare! È pericolosissimo, rischia di esplodere tutto! Prendi la bambina e nasconditi dietro al divano… copritevi la testa.”. La vigilessa che aveva sentito tutto si è allarmata e mi ha detto: “senta lei, ma che cosa esplode tutto? Che sta dicendo?”. Io gli ho fatto un cenno come a dire: “tranquilla, arrivo”, ma avevo visto il mastello blu che era dall’altro lato della strada, con il coperchio incastrato tra due sbarre della ringhiera del lungomare e mi sono diretto in quella direzione. Tempo, tempo, tempo – pensavo – prima battuta, prendere mastello; seconda, correre a casa; terza battuta, far sfiatare la pentola; finale: salvare la mia famiglia. La vigilessa ha cominciato ad alzare il tono della voce: “fermo, fermo. Venga qui”, muoveva la paletta. Mi sono avvicinato, ero in confusione e lei ha subito urlato: “a un metro di distanza!”. Mi sono piantato lì e  ho detto: “No guardi, è che ho i legumi sul fuoco con la pentola a pressione che sta sfiatando e ho lasciato la mia famiglia da sola.”. “Che sta aspettando – mi ha gridato quella – corra a spegnere, presto.”. Ho cominciato a correre, ma la vigilessa mi ha gridato dietro: “Non perda la testa, posi quei mastelli! Poi se li prende!”.

Ho fatto gli scalini a tre, sono entrato in cucina, ho trattenuto il fiato, spento il fornello e azionato la valvola e fatto uscire tutto il vapore. Mentre lo facevo, mi passavano davanti alcuni momenti della mia vita. Tutto è andato liscio, la valvola è scattata e ancora un po’ impaurito ho aperto il coperchio. Il mix messicano era perfetto, profumato, invitante. Sono entrato nell’altra stanza, ho tranquillizzato Donatella, le ho detto che anche per stavolta eravamo salvi e ho baciato Bruna, poi sono sceso dalla vigilessa per ringraziarla. A distanza di sicurezza le ho detto che mi scusavo, che avevo perso la testa, lei ha annuito e mi ha detto: “anche mio marito è terrorizzato dalla pentola a pressione.”. Io avrei voluto chiedere: “ma lei, per caso, sa quanto può durare una pentola del genere?”, ma non ho avuto tempo perché lei ha continuato: “Che legumi ha cucinato?”. Io ho risposto: “un mix messicano.” E lei: “l’ha preso al Decò, vero?”.

“Sì, in via Elorina.”.

“A casa ha della passata di pomodoro, cipolla e peperoncino?”

“Sì, credo di sì.”.

“Prepari un chili vegetariano, unisca i legumi e ci spruzzi sopra due gocce di limone, anche se sarebbe meglio il lime… ”.

“Grazie!”, ho detto stupito.

“Non c’è di che – ha risposto lei – adesso torni a casa, si metta al sicuro e ci lasci lavorare.”.

 

Chiariamo una cosa

Chiariamo una cosa: il tuo senso civico è pari a zero, sei solito parcheggiare sulle strisce o davanti agli scivoli dei disabili, lavori in una partecipata grazie a una raccomandazione grande quanto una casa, hai bivaccato da un bar all’altro in orario lavorativo, hai sempre votato i peggiori, ti stai assicurando ingiustamente una pensione immeritata, non fai la differenziata e quando la fai conferisci i rifiuti a muzzo, hai mandato i tuoi figli a studiare fuori e li hai fatti tornare di corsa e gli hai permesso di andare in giro fottendosene di qualsiasi precauzione, non paghi il condominio da anni e manco le tasse che non ti trattengono in busta paga e hai anche la faccia tosta di puntare il dito contro la sanità pubblica che arranca e di voler combattere il sistema marcio. Ehi! Pss, te lo dico sottovoce: il sistema marcio sei tu. Di che diavolo vai blaterando?