Prosegue senza sosta la polemica sulla riqualificazione del parcheggio Talete di Siracusa, l’ecomostro di cemento armato costruito su uno dei punti più suggestivi dell’isola di Ortigia e al centro di un contenzioso con la Regione Siciliana.
Dopo mesi di discussioni l’opinione pubblica si è spaccata a metà: da un lato quelli che chiedono a gran voce l’abbattimento dell’ecomostro a qualsiasi costo (è nato perfino un comitato); dall’altro i favorevoli alla “riqualificazione” prospettata dal Comune. Nel mezzo qualche indeciso e tutto il peso di una struttura poco funzionale, emblema del disservizio, archetipo del pressappochismo e una terrazza sul mare tra le più sporche del mondo, un tappeto di escrementi animali e umani, bottiglie rotte, e rimasugli di batterie di fuochi d’artificio esplosi per festeggiare un diciottesimo, una scarcerazione inaspettata, una partita di droga piazzata in città.
Ma questa vicenda non è solo una disputa tra sensibilità diverse e pareri opposti, no, qui c’è in gioco il futuro di Ortigia, il suo rapporto con il mare, ciò che Siracusa è stata e quello che può diventare in termini di riappropriazione degli spazi.
In quest’ottica – nonostante si parlasse di un intervento che avrebbe trasformato il Talete in un monumento del XXI secolo – il restyling promosso dall’amministrazione comunale e progettato da Stagnitta, appare davvero poca cosa, un palliativo, un filo trucco, un po’ di polvere negli occhi. Un intervento che per quanto possa essere considerato gradevole, difficilmente risolverà qualcosa e con molta probabilità verrà abbandonato, dilaniato dal vento e vilipeso dai vandali come ogni altro elemento che nel corso degli anni è stato posto su quella maledetta terrazza.
Quando si parla di parcheggio Talete, si tende a concentrare l’attenzione solo sulla sua oggettiva bruttezza e mai sulla scarsa funzionalità dell’opera. Un parcheggio, per quanto orrendo, dovrebbe svolgere al meglio la sua funzione principale, ovvero quella di permettere agli utenti di parcheggiare l’auto in tutta comodità. Bene, questo al Talete non accade. Tra allagamenti, casse automatiche in tilt e sbarre che non si alzano e intrappolano famiglie teutoniche e francesi al suo interno.
Vi siete resi conto che a causa della distanza tra pilastri calcolata male, sono segnati tre posti macchina e ce ne entrano invece solo due perché non si é tenuto conto del raggio di curvatura delle automobili? Il problema vero é che manca la funzionalità e ci sono troppi errori di progettazione. Una copertura nata per due piani di parcheggio che in realtà é solo uno e ostacola il parcheggio stesso.
Ma quindi, se all’unanimità si è stabilito che si tratta di una delle opere pubbliche più brutte del mondo, se non svolge bene nemmeno la sua funzione di parcheggio, ma perché dovremmo tenerci una tale infrastruttura? Non sarebbe il caso di affrontare il problema in maniera sostanziale, scegliendo soluzioni coraggiose, magari attraverso un concorso internazionale che ripensi quel tratto di costa, la fruizione del centro storico e lo sviluppo della città?
Perché, a parlare in continuazione di Land Art, Street Art e acciaio Corten, alla fine non è che si va da nessuna parte. Certo, piazzata sul collo c’è la Spada di Damocle del risarcimento chiesto dalla Regione e non si tratta di un aspetto che può essere sottovalutato. Un lungo e contorto contenzioso legale con la Regione siciliana che ha chiesto indietro quel finanziamento di venti miliardi concesso trent’anni fa. Il ragionamento è semplice: quei soldi sarebbero dovuti servire per costruire una via di fuga e un parcheggio scambiatore. Il parcheggio è stato realizzato, la via di fuga no, quindi, siccome manca un pezzo importante del progetto, la Regione – come darle torto – ha chiesto la restituzione del finanziamento. Non serve essere una cima nel far di conto per capire che se il Comune di Siracusa dovesse restituire dieci milioni di euro o soltanto una parte di questi, andrebbe immediatamente in default e buonanotte ai suonatori.
Lo sa bene l’Amministrazione, che non può certamente rischiare che la città venga trascinata nel baratro del dissesto finanziario anche se da più parti si parla di una disponibilità da parte di Palermo a chiudere il contenzioso attraverso un accordo di qualche tipo, inoltre si potrebbe, come suggerisce l’architetto Vera Greco: “cogliere al volo, rallegrandosene, la straordinaria occasione dei fondi del Recovery Fund, delle strategie green e della transizione ecologica, che rappresentano un momento irripetibile che non si verificherà più cosi facilmente”.
Insomma, le idee non mancano e il momento sembra quello propizio per aprire un dialogo costruttivo con la cittadinanza. In molti auspicano un intervento del Sindaco che fughi i dubbi, smantelli le barricate e coinvolga di più la città. E poi, lo dobbiamo a Talete stesso, il primo filosofo della storia occidentale, quello che l’archè era l’acqua, non certo il cemento armato.
“Non abbellire la tua immagine; sia bello invece il tuo agire” diceva passeggiando per la sua Mileto, inconsapevole dell’ecomostro che gli avrebbero intitolato qualche migliaio di anni dopo a Siracusa.
Si amplia il cartellone degli spettacoli in città con due live del giovane Ancelo, il quattordicenne di viale Tunisi capace di scandire nitidamente “Porta delle Meraviglie” e “Monumento del XXI secolo” coi rutti. L’estensione vocale del giovane Ancelo ha favorevolmente impressionato il Primo Cittadino che ha voluto nominarlo testimonial per la riqualificazione del parcheggio Talete e omaggiarlo con premio “ugola d’oro”. Proprio sulla terrazza dell’ecomostro, sabato 7 e domenica 8 agosto, il giovane Ancelo sarà il protagonista di due eventi imperdibili all’interno della kermesse “Talete, bellezza a 360 gradi”, esibendosi insieme all’Arenella Philharmonic Orchestra diretta dal Maestro Spampinato.
I tempi sono maturi per dare finalmente un senso alla Spirale “Archimetea” e utilizzarla per regolamentare e garantire decoro e dignità ai commercianti abusivi. Un percorso virtuoso che metta in relazione la progressione geometrica e quella merceologica: dalle cover per telefonino agli occhiali da sole, dal magnete col cannolo ai parei variopinti; dagli zoccoli del dott. Tonelli alle borse Mandarancio Drink per terminare, raggiunto il nucleo centrale, in un tripudio di ricci di mare e pescato di frodo.
Hanno citofonato verso le 15:00, siccome il citofono non funziona bene e non avevo capito chi fosse, ho aperto il portone e mi sono affacciato alla finestra per vedere. Era quello della pizzeria sotto casa, era accompagnato da due picciuttazzi che trasportavano tavoli e sedie di plastica spaiati. Il tizio è arrivato davanti la porta di casa e mi ha scansato per passare. Io ho fatto resistenza ma lui, con tono risoluto, mi ha detto che per legge, anche se il suo ristorante pizzeria è sempre vuoto perchè si mangia di merda, deve implementare il suo gigantesco dehors e che siccome tutto intorno non è rimasto suolo pubblico da occupare in nessuna direzione, al Comune gli hanno detto di rivolgersi a me, che abito al piano di sopra, e che c’è un ordinanza del sindaco che mi obbliga a cedergli l’usufrutto gratuito del soggiorno fino ad ottobre. “Ma io come dovrei vivere così, mi scusi?” ho chiesto disperato. “Non è un problema mio – ha replicato lui serafico – io devo lavorare”. Poi ha aperto la porta del bagno, ha scrutato dentro e ha detto: “Picciotti, ca rintra ci sduacamu tutta l’indifferenziata e u pisci”.
Se posso permettermi un consiglio, andateci, prendetevi qualche ora di tempo e dedicatela a “Passi”, l’installazione di Alfredo Pirri, nella Sala Ipostila del Castello Maniace a Siracusa, curata da Helga Marsala. Una produzione Aditus per la Regione Siciliana, ingresso 7 euro, fino al 31 dicembre 2021.
Portateci i bambini, portateci le persone che amate perché ne vale davvero la pena. “Passi” arriva per la prima volta in Sicilia dopo aver girovagato in lungo e in largo in Italia e all’estero: dal Palazzo Altemps al Foro di Cesare a Roma; dalla Certosa di Padula a Salerno all’ex Bunker di Tito In Bosnia, solo per citare alcune tappe del suo itinerario.
Ottocento metri quadrati ricoperti di specchi, alcuni in buono stato, altri rotti, frantumati, a moltiplicare l’immagine, a declinarla in centinaia di sfumature, come precipitare in una quarta dimensione e vedere sotto un’altra luce elementi architettonici e particolari del castello federiciano. Muoversi su questo tappeto di specchi è un viaggio nella poetica dell’autore e nelle proprie percezioni, tra linearità e irregolarità, spazio e tempo. Tutto intorno, bellissimi, antichi proiettili di pietra di vecchie catapulte che sembrano sparati lì per caso, reperti concessi dal Museo Paolo Orsi di Siracusa per rendere l’istallazione ancora più suggestiva. Proiettili che sembrano pianeti, specchi rotti che ricordano le costellazioni, elementi del passato che tornano nel presente, una suggestione che ricorda ciò che accade con i telescopi riflettori dei vecchi osservatori astronomici puntati verso l’infinito e che non sono altro che grandi specchi che concentrano la luce in un punto focale e per scrutare il cielo bisogna guardare in basso e quello che si vede è qualcosa che è avvenuta milioni di anni prima.
Tu cammini tra scricchiolii e abbagli, gli specchi si frantumano sotto i tuoi piedi e potresti essere alla Tate a Londra o all’Hamburger Bahnhof a Berlino e invece sei a Siracusa, in un contesto eccezionale, raro, prezioso, nulla a che fare con le pareti di cemento armato di una ex centrale termoelettrica nel Bankside o di una ex stazione ferroviaria a Moabit. Qui siamo a Ortigia, al cospetto di un monumento unico, una costruzione del 1200 a picco sul mare, voluta da quel geniaccio di Federico II di Svevia. Il castello, nel corso dei secoli ha cambiato aspetto e funzione, è stato baluardo difensivo, residenza, prigione, cornice per eventi internazionali e per feste private di miliardari russi ma questa sua veste di contenitore di arte contemporanea, sembra calzargli a pennello.
L’unica nota desolante non ha a che fare né con l’arte né con la storia dei luoghi, ma con l’insensibilità che caratterizza i nostri tempi e i nostri spazi. Ci sono decine di auto nel cortile interno del Castello, quello dopo il ponticello, per intenderci, un’immagine che ricorda i vialetti delle villette a mare, la mattina di ferragosto. Solo che qui non c’è l’auto di vostro cognato ma auto con lampeggianti, auto con autista e motore accesso, auto che fanno manovra e cercano l’ombra, auto che rompono l’incanto e ci ricordano perché alla fine, purtroppo, preferiamo andarcene alla Tate o all’Hamburger Bahnhof.
Schiuma a Calarossa svelato il mistero. Sospinta dalla risacca, la schiuma mucillaginosa avvistata lungo la riva della spiaggia di Calorossa aveva suscitato preoccupazione e indignazione dei bagnanti. Secondo i risultati dell’Arpa, ottenuti dal prelevamento di un campione, si tratterebbe di una sostanza urticante e caustica attribuibile ad una nuova corrente interna al PD Siracusa.
Dice, ma qual è la cosa della tua città che ti piace di più? Il mare, il teatro greco, Ortigia? No, per me è il divieto di sosta “presenti esclusi” che è una peculiarità davvero raffinata, una declinazione creativa del concetto stesso di divieto che meriterebbe una menzione ad hoc nel codice della strada. Il divieto di sosta presenti esclusi consiste nel multare solo le auto in divieto che non appartengono ai commercianti della strada su cui è esposto il cartello o ai loro avventori.