Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Terza Parte

L’Onore dei Puzzo

Ianuzzo e Rita Puzzo sono due insegnanti in pensione costretti ad affrontare la quarantena a casa, da soli. I figli, ormai grandi, vivono fuori con le rispettive famiglie ed i Puzzo, non avvezzi alle tecnologie, riescono solamente a contattarli telefonicamente. I coniugi Puzzo sono delle persone per bene: comunisti ortodossi, credono ancora nel sindacato e sono attivi nel sociale, fanno volontariato, beneficenza e sostengono come possono la cooperazione internazionale, pagano tutte le tasse molti giorni prima della scadenza e si indignano per le storture di questa società. Una mattina di un giorno come tanti, il suono del citofono avverte che la spesa della settimana è arrivata a domicilio. Ianuzzo, si precipita giù, detesta fare aspettare le persone, lo trova una mancanza di rispetto. Al momento di pagare in contanti, il colpo di scena, a Ianuzzo mancano un euro e sessantotto centesimi. Sono momenti terribili e a nulla valgono le rassicurazioni del picciotto della spesa: “non si preoccupi signò Puzzo, appoi me li dà alla prossima settimana.”. L’affronto è totale, anche perchè, alla scena ha assistito la moglie di Prazio, del terzo piano, una famiglia gretta e sparrittera. Ianuzzo torna a casa, parla con Rita e insieme prendono una decisione: saldare il debito con il Supermercato. Senza giustificazione, senza mascherina (ha donato quelle che possedeva al 118) Ianuzzo intraprende un pericoloso viaggio in auto che lo porterà fino al Conad Formisano. Lì, deriso e offeso dagli altri clienti perchè non dotato di mascherina, sarà costretto ad affrontare un fila di due ore. Nessuno vuole credere alla sua storia, nessuno lo vuole fare passare avanti, nonostante le sue spiegazioni, ma alla fine, pagherà il debito e il suo onore sarà salvo.

Quel che resta del tonno

Intimista, inesorabile, sincero. Interamente girato in bianco e nero e con camera a spalla, “Quel che resta del tonno” è una struggente storia d’amore e di stenti tra due clochard avvinazzati e intransigenti che rifiutano qualsiasi tipo di aiuto. Fedeli alla loro filosofia di vita, Antoine (ex giocoliere e lanciatore di diablo) e Georgette (una problematica ragazza di buona famiglia, in rotta con le convenzioni) vivono all’interno del parcheggio Talete sostenendosi con quel poco che riescono a racimolare dalle elemosine dei cittadini. Il lockdown li colpisce duramente fino a prosciugare le loro già misere scorte. Una sera, davanti ad un cartone di Tavernello rosé e all’ultima scatoletta di tonno, decideranno insieme di abbandonare questa vita di stenti e dare fondo al bancomat di Georgette. 

Il Miglio verde

Giuseppina è una casalinga scrupolosa, efficiente e molto intelligente. Ha cresciuto 4 figli senza fargli mancare mai nulla e ha sempre onorato e rispettato il marito Salvatore. La sua è una famiglia perfetta. Giuseppina è una grande osservatrice e possiede innate capacità di apprendimento veloce: osserva bene e impara in fretta. Nel corso degli anni è diventata una cuoca provetta, una sarta impeccabile, un’esperta in disinfestazioni e pulizie, una ragioniera tutto fare specializzata in bilanci di famiglia e una appassionata di commercio online. Intuendo in anticipo il periodo di loock down, decide di acquistare a un prezzo conveniente delle scorte di cibo online. Cereali e legumi assortiti, trenta chili di granaglie che, secondo le sue stime, contribuirebbero a garantire il sostentamento della sua famiglia fino al 2021. Il giorno della consegna, però, Giuseppina è alle prese con una maionese e non può lasciare, così, incarica il marito Salvatore di scendere a controllare il carico. Ma il marito, timido e riservato, compulsato dal corriere che vuole solo andare via, firmerà la bolla senza controllare i prodotti. Salvatore scaricherà sul pavimento della cucina trenta chili di miglio verde e ammuffito dando inizio ad una delle tragedie familiare più strazianti dai tempi di Sofocle.

Paura e Delirio alla Bussola

Fraggetta, Scapellato, Urso, Germanà e Gallitto, sono 5 le famiglie che prima del lockdown sancito dal Governo, decidono di trasferirsi nelle proprie residenze a mare, per trascorre il periodo di quarantena distanti dal caos e dalla pressione antropica della città. Le cinque famiglie però, non avevano fatto i conti con Kevin, il primogenito dei Germanà, un ragazzo dissoluto e prepotente che prima, saccheggia e vandalizza le villette vuote e poi, comincia ad organizzare festini a base di alcool e droghe, insieme ad un gruppo di giovani malacarni di Cassibile. La vita dissoluta e la promiscuità con i malacarni di Cassibile lo faranno ammalare. Kevin è spaventasissimo, riflette sulla sua vita, prega moltissimo e promette a tutti che se dovesse scamparla, metterà la testa a posto e prenderà finalmente quel diploma alla scuola privata. I suoi genitori lo accolgono e lo mettono in quarantena in una villetta saccheggiata ma le altre quattro famiglia non sono d’accordo, non si fidano e per paura di contagi, chiedono ai Germanà, di allontanare il figlio degenerato. Solo la grande arte oratoria del Signor Germanà e la stima che riscuote, riusciranno a placare le ire delle famiglie. Per fortuna, quella di Kevin è solo una banale influenza stagionale e in meno di 24 ore, tornerà a scorrazzare impenitente e pieno di droghe con i suoi amici malacarni.

Techaué

– Buonasera, fate consegne a domicilio?

– Techauè!

– Non ho capito…

– Techauè! Techauè, cetto che la facciamo, che desitera?

– Volevo ordinare 2 pizze… una margherita e una parmigiana.

– E poi?

– E basta.

– No! per techauè almeno 20 euro.

– Ah, ma da quando?

– Da Coronavirus.

– E al momento, con due pizze quanto spenderei?

– Untici.

– Quindi mancano 9 euro…

– Ci può aggiungere altre due pizze…

– Beh, quattro pizze, mi sembra esagerato.

– Si prenta la bira o na Coca, c’è la Fanta, le patatine, olive asgolane o l’antipasto misto che è patatine, olive asgolane e panelle. 

– Allora… senta, aggiunga due birre da 66 e una porzione di patatine. che birre ha?

– Drecker, Becker, Pisner…

– Ha Moretti?

– Sì.

– Allora due Moretti.

– Oook, venti euro tonte tonte…

– Senta, si può avere del ketchup e della maionese per le patatine?

– Sono un euro l’uno e poi ci sono due euro e cinquanta per il racazzo del Techauè.

– Guardi, sta diventando una spesa molto impegnativa, ne parlo con miamoglie e nel caso la richiamo.

Tanto qui distruggono tutto

Avrei voluto scrivere un pezzo carico d’indignazione sull’ospedale e sull’emergenza Coronavirus, sul video dell’infermiere, sulla risposta dell’Asp e sull’arrivo dei medici da Palermo che di fatto, commissariano la sanità siracusana e ne sanciscono il fallimento. In queste ore però ne sono stati scritti tanti, condivisibili e molto dettagliati, per cui sarei stato ridondante. 

C’è un aspetto però che mi lascia interdetto ed è lo sgomento di una parte della popolazione. Ma veramente volete farmi credere che non vi eravate accorti di quanto fosse basso il livello sanitario e organizzativo dell’Ospedale di Siracusa? Ma nessuno di voi è mai stato al Pronto Soccorso o a trovare qualcuno ricoverato? Sparare a zero in maniera indiscriminata e fare generalizzazioni, non serve a niente e del resto, è evidente come anche Siracusa ci siano medici coscienziosi, primari preparati, infermieri scrupolosi e reparti che funzionano dignitosamente, prendendosi cura dei pazienti, mettendo toppe ai buchi del sistema, facendo i conti con la carenza di budget e le ruberie perpetrate negli anni dalla politica, dal suo sottobosco e dai baronati. 

Al di là della veridicità del video virale dell’infermiere o presunto tale, al di là della risposta ufficiale dell’Asp, i problemi dell’ospedale di Siracusa sono lì da tempo, da anni, da sempre e l’emergenza Coronavirus li ha solo portati in superficie. C’è anche una nostra responsabilità in tutto questo? Secondo me sì! Evidente. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente, abbiamo nicchiato, alzato le spalle e detto: “che schifo! Però, va bè… che ci possiamo fare noi?”. Per anni abbiamo continuato a scegliere quelli che hanno contribuito a ridurlo così, alimentando clientele e bloccando i concorsi, per anni abbiamo osannato manager inefficienti e senza competenze. Ma veramente adesso ci stupiamo?

Quando qualche anno fa, in primavera, ricoverarono mia nonna a Siracusa, la portarono in un reparto fatiscente: i bagni erano luridi, non c’era carta igienica, non c’erano fazzoletti di carta per asciugarsi le mani, non c’era nemmeno il sapone e il personale paramedico era sottodimensionato. Le quattro degenti della stanza, erano completamente abbandonate a loro stesse, tutto gravava sulle spalle delle famiglie, che dovevano fare i turni,  accudirle, imboccarle, accompagnarle in bagno. Ma la famiglia può sopperire a tutte le mancanze di un sistema marcio? Cosa deve fare chi è solo? Chi non ha qualcuno pronta a lasciare tutto per correre in suo soccorso? Come deve fare chi lavora e non può prendersi cura di una persona cara? Ma che società è mai questa? Provate a mettere piede nella sala d’aspetto di un pronto soccorso a Berlino, tra tossici e ubriachi e restare inebriati dal profumo di pulito e dalla gentilezza del personale che non parla nemmeno la tua lingua. Minchia, a Monza, dopo un’intervento, l’infermiera spazzolava i capelli di mia mamma, un gesto che quando ci ripenso, mi commuove ancora.

In quel reparto, quella primavera, a Siracusa, l’unico conforto per mia nonna e per gli altri pazienti, era dato da una donna rumena, che a pagamento – e non tutti potevano permettersela – accudiva i pazienti con grande umanità e professionalità. Lavava, spugnava, faceva addirittura iniezioni e medicazioni. Era una di fuori, questa sì non aveva nessun rapporto con l’Asp eppure stava lì, a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare qualcun altro. Non lo faceva di nascosto, estorcendo denaro e minacciando, no, lo faceva alla luce del sole, con il il beneplacito della caposala e del primario. Già, il primario. All’inizio del reparto c’era la sua stanza, sopra la porta, una luce rossa sempre accesa lasciava credere che fosse impegnato a visitare qualcuno o impegnato in una riunione. Non l’abbiamo mai visto. Mia nonna è morta nel letto di casa sua e dopo tante sofferenze, aveva finalmente un’espressione serena. La donna rumena invece, qualche tempo dopo, è stata brutalmente assassinata dal suo ex compagno che pretendeva il denaro che lei guadagnava accudendo clandestinamente i pazienti di un reparto dell’ospedale di Siracusa.

La verità è che ci siamo assuefatti al degrado, l’abbiamo normalizzato. Ci hanno fatto credere che quello era il massimo che potessero offrirci e che dovevamo accontentarci e ringraziare, perchè alla fine, dopo tutto, eravamo ancora vivi. Invece avremmo dovuto gridare, denunciare, pretendere, reclamare i diritti, la dignità, le competenze. Come in un circolo vizioso, ci abbiamo messo anche del nostro, perchè il degrado chiama degrado e allora abbiamo iniziato a parcheggiare dentro, a fumare sulle scale, ad usare gli ascensori delle barelle, a sabotare porte allarmate, a entrare in dodici prima degli orari di visita, ad uscire tardi, a scrivere sui muri e distruggere le sedie. Con questi comportamenti abbiamo fornito l’alibi e per loro è stato facile dire: “non possiamo fare niente perché tanto qui, distruggono tutto”.

Lievito di Birra

Io e Donatella non panifichiamo mai, ultimamente invece, costretti a casa, avevamo pensato di provare a fare la pizza, ma nella prima spesa a domicilio, ci siamo scordati di inserire il lievito di birra e nella successiva, l’abbiamo ordinato ma non ci è mai arrivato. Pare che sia sparito da tutti gli scaffali di tutti i supermercati della città, alcuni dicono del mondo intero. Io ho chiesto in giro, sentito il parere di amici che si dilettano in cucina, ne ho scomodato un altro che produce birra artigianale e mi sono iscritto perfino a un gruppo Facebook che chiede formalmente che il Governo si prodighi con l’Europa per ottenere, oltre allo sblocco del MES e l’emissione di Coronabond per finanziare la risposta al Covid-19, la reintroduzione nella grande distribuzione dei panetti di lievito di birra. A quanto pare però, il Governo cincischia e l’Europa è sorda a questo genere di richieste e nessuno sa con certezza se il lievito di birra tornerà un giorno reperibile. 

Non poter fare la pizza è stata una cocente delusione così abbiamo virato verso il dolce. Recuperato del lievito vanigliato, abbiamo provato a fare un tortino per festeggiare i quattro mesi di Bruna, ma purtroppo, gli albumi non si sono montati a dovere e non avevamo stecche di vaniglia per la crema pasticciera per cui, alla fine è venuto fuori agglomerato compatto farcito da una crema all’uovo. In sé, non era nemmeno malvagio, ma non sapeva assolutamente di niente, il segreto era masticarlo e immaginare di mangiare qualcosa di molto gustoso. A me poi, procurava una acidità di stomaco lancinante. insomma, una Caporetto.

Abbiamo discusso della cosa, accettato i nostri limiti in ambito di pasticceria e ci siamo fatti coraggio a vicenda raccontandoci che la pizza, quella sì l’avremmo saputa fare, perché dai, è un processo molto più semplice e non si devono montare gli albumi a neve. Vuoi mettere? 

Abbiamo comunque processato la delusione e ci siamo arresi all’idea che per quanto durerà questa clausura forzata, il nostro forno non sfornerà nessun pane e nessuna pizza, ma una volta che questa terribile situazione sarà finita, ci impegneremo per acquisire tutto il know how necessario per poter produrre prodotti da forno in autonomia.

È passato qualche giorno, non saprei dire quanti – in questa situazione il tempo scorre ora veloce, ora lento – poi improvvisamente, mentre eravamo seduti sul divano e guardavamo un video sul mio computer, ho ricevuto un messaggio Whatsapp. Io utilizzo anche l’applicazione per laptop per cui mi è comparsa una notifica sullo schermo da un numero sconosciuto. Nell’anteprima si leggeva solamente “Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato…”:

Donatella ha chiesto subito: “ma chi è?”. 

“Non lo so – ho risposto – non ho idea, aspetta che lo apriamo.”.

Ho cliccato sull’anteprima per leggerlo per intero e c’era scritto: Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato ma non mi hai trovato e muori dalla voglia di preparare la pizza o il pane? Se vuoi acquistare un pezzo di lievito madre rispondi ok a questo messaggio. Sarai ricontattato.

“Ma sarà uno scherzo – ho detto io – dai, che cazzata!”. 

“Ma che ne sai – ha risposto lei – la gente in tempo di crisi si inventa qualsiasi cosa”.

“Sì, il mercato nero di lievito di birra – ho ribattuto – ma t’immagini?”.

“E se fosse vero?”. Ha chiosato Donatella.

Allora ho preso in mano la situazione, ho guardato Donatella negli occhi e ho detto: “ma tu sai cosa vuol dire accudire il lievito madre? È un essere vivente, bisogna dedicarsi anima e corpo, è una follia, una schiavitù. La gente esce pazza, le coppie si separano!”.

“Ma tu che ne sai? Lo dici solo per farmi rinunciare.”.

“Io l’ho visto con i miei occhi – ho detto serio – ho vissuto una situazione molto simile da ragazzo ed è stato terribile!”.

Non mi ricordo come iniziò, so solo che a un certo punto, mia zia Pina ricevette in regalo, coperto da un canovaccio di cotone, un bicchiere che conteneva dei fermenti lattici vivi o più propriamente Kefir, ma io all’epoca non lo sapevo che si chiamasse così. Per lei la cosa iniziò come un gioco: la sera versava del latte all’interno del bicchiere e il mattino dopo, come per magia, trovava lo yogurt. Giorno dopo giorno, seguendo i ritmi dei lieviti della fermentazione, mia zia Pina aggiungeva latte la sera e produceva yogurt al mattino. Dopo ogni passaggio, questo Kefir, che è a tutti gli effetti un organismo vivente, cresce, aumenta la sua massa e va quindi spostato in un contenitore più capiente. Così dal bicchiere dell’acqua venne trasportato con cura, manco fosse una divinità pagana, all’interno di una ciotola, poi in un barattolo di vetro da conserve, poi in una brocca d’acqua da 2 litri, poi in un recipiente gigantesco, in una pericolosissima escalation che cominciava a preoccupare mio zio ed i miei cugini. La zia Pina invece non voleva sentire ragioni, lo yogurt era ormai un pretesto, si era affezionata alla creatura, la nutriva, la proteggeva e la trattava come un ospite importante. Nel giro di poco tempo la produzione di yogurt divenne talmente intensiva da non essere più sostenibile. A nulla valsero i tentativi di mia zia di modificare la dieta della famiglia, abbandonando la cucina mediterranea per sposare quella indiana e quella greca che fanno largo uso di latticini fermentati. La situazione stava precipitando, la creatura aveva raggiunto le dimensioni della pilozza nel doppio servizio e puntava ad impossessarsi della vasca da bagno. Occorreva prendere una decisione difficile e sbarazzarsi una volta per tutte dell’essere. Mia zia si tormentò per un giorno e una notte e poi decise di dividersi dalla sua creatura. La suddivise in parti uguali e la portò in dono alle mogli di tutti gli altri condomini della scala A. Fu la fine! In men che non si dica il Kefir si prese, una ad una, tutte le famiglie e le costrinse a turni massacranti per farsi accudire e a sotterfugi per permettergli di liberarsi dello yogurt in eccedenza senza che la creatura se ne accorgesse. Alla fine dopo quattro mesi sotto il giogo del Kefir, nel corso di una riunione clandestina di condominio, si optò per la soluzione finale: la creatura fu stordita con dell’alcool etilico, caricata in macchina e poi fu sversata in un tombino dalla parti di Bosco Minniti.

Donatella che aveva ascoltato la mia storia con attenzione e contestualmente aveva fatto ricerche su internet per erudirsi in materia, ha detto laconica: “Ma io la pizza la voglio fare lo stesso.”. Poi ha aggiunto: “Rispondi al messaggio, andiamo allo step successivo, così scopriamo le loro carte e vediamo che succede.”.

Io mi sentivo agitato come la volta che a Piazza Adda, andai a comprare il mio primo pezzo di fumo e titubante ho detto: “Do’, amore, dobbiamo stare attenti! Questi sono giri pericolosi, non si può scherzare, probabilmente sono malavitosi, persone violente e senza pietà e detestano essere prese in giro.”.

“Hai ragione – mi ha risposto lei – ma sono troppo tentata…. Chiama Gabri, chiama qualcuno, vediamo se il messaggio è arrivato anche a loro.”.

Così ho preso il telefono e chiamato in vivavoce Gabriele, gli ho spiegato la situazione e lui mi ha confermato di aver ricevuto lo stesso messaggio ma di non essere interessato perché un suo amico, proprietario di una pizzeria, gli aveva fornito un onesto quantitativo di lievito. Poi mi ha detto: “però l’ha fatto mio fratello, ha risposto al messaggio e funziona.”.

“Ma chi è? – ho chiesto io – Un forno in città? Un corriere del cartello del lievito di birra che fa il doppio gioco e vuole arrotondare?”.

“Non ne ho idea – mi ha detto Gabriele – mio fratello non me l’ha detto. Dice che come il Fight Club, la prima regola è non parlare mai del lievito di birra”.

“Ma mi devo spaventare? Sono malacarni?”.

“Credo di no, ma comunque stai attento”.

Siamo rimasti in silenzio per un po’, ci siamo guardati a lungo, poi Donatella mi ha fatto un cenno col capo e io ho capito. Ho preso il telefono, selezionato il messaggio, digitato OK e premuto invio. Ora, stiamo aspettando una risposta.

 

Chi fazzu, lassu?

– Buongiorno chiamavo per una consegna a domicilio…

– Tove?

– Ortigia.

– Ottiggia si può fare, mi tica.

– Allora: 2 chili di arance tarocco.

– Sono du chili e mezzo, chi fazzu, lassu?

– Sì, va bene lasci…. ma, fa tutto in diretta?

– Cetto, senò mu scoddu.

– Ma non sarebbe meglio annotare l’ordine e poi lavorarlo successivamente?

– Mi deve insegnare come devo travagghiare?

– No, no, assolutamente! Mi scusi… allora precediamo…

– Preco.

– Due chili di mele fuji…

– Fusci fineru. Ci posso dare Golten, Pinchiroial, Telizia…

– Va bene, faccia un chilo di Golden e uno di Delizia.

– Sono un chilo e tre l’uno, lassu?

– …. Lassassi… Poi volevo: due chili di patate.

– Ci rugno chidda novella… ma u sacco è tri chila…

– Va bene… poi, delle carote.

– Carote.

– Sedano.

– Qua c’è il setano.

– Aglio.

– Quattro teste?

– Va bene. Ha cicoria?

– Bella amara e citringna…

– Me ne dia due mazzi e poi anche due mazzi di spinaci, per favore.

– Virissi ca i mazzi su nichi…

– Faccia tre.

– Fazzu tri e tri allora…

– Un chilo di pomodoro.

– Chi pomitoro vuole?

– Da insalata.

– Sono un chilo due e ottanta, lassu?

– Lasci… Ah! due chili di pere abate.

– Sono due chili e otto, lascio?

– No, scusi. duecento grammi in più va bene, ma mi ha cafuddato un altro chilo di pere…

– Non s’arraggiassi, ci stai luvannu…

– Altro?

– No, basta così. quanto le devo?

– Allora: tri e sessanta x 4, du chila, tre mazzi i ciroria… sono trentasette, facemu trentacincu…

– Bello caro!

– Traspotto compreso… e ci riualu u prezzemolo.

– Pagamento?

– Soddi contanti… Megghiu cuntati ca u caruso ca mannu, si confonte co resto.