Supermarket

– Scusi

– Mi dica

– Ma picchì u cafè Splenti nunnè in offetta?

– Signora, chi sacciu, sugnu cliente macari iu… 

– No volantino c’era

– Veramente? Na collera mi sta dannu!

– Taliassi…

– Signora, virissi ca chiustu è u volantino ri n’autru supermercato…

– Piii, vero è… sbagghiai. U fan apposta… pi farini cunfunniri.

 

 

Le trote, il Montana e il sogno di Jackson

Inevitabilmente finisci per domandartelo: ma com’è possibile che con le praterie, i boschi profumati, i fiumi cristallini e la natura incontaminata che hanno da quelle parti, finiscono per starsene rintanati qui dentro?

Siamo capitati al C’mon Inn di Missoula nel Montana, una sera di agosto, per caso, per spezzare i 1400 km che separano Seattle dal parco nazionale di Yellowstone.


Da fuori il C’mon Inn è quello che ti aspetti, un normalissimo hotel piazzato all’uscita di una interstate. Ha un parcheggio immenso, la grande tettoia davanti alla porta d’ingresso per scaricare i bagagli, un vecchio bancone di legno alla reception e il cervo impagliato al muro. La nostra è una camera a piano terra con l’unica finestra che da sul retro e affaccia su un grande melo. Sopra la moquette c’è un cassettone di legno, su di esso una tv, un letto kingsize pieno di cuscini, uno scrittoio con sedia e una poltrona vetusta tipo quella del film Juno.

Il Montana è un posto singolare. È il quarto stato più esteso degli Usa ma il quarantottesimo per popolazione, ciò inevitabilmente comporta distese immense di coltivazioni, pascoli, foreste, sparute cittadine e una vita tutto sommato tranquilla: sveglia presto e a letto poco dopo il tramonto. Sebbene sia agosto e Missoula sia una cittadina di settantamila anime, è un mortorio che Belvedere in confronto sembra Singapore. Persino le birrerie chiudono alle 21:00, come abbiamo avuto modo di scoprire intorno alle 21:30 davanti ad un locale deserto e ad un’insegna spenta.

Il mattino successivo, affamati, seguiamo le indicazioni per la colazione e ci troviamo davanti un portale maestoso con l’incisione Springwater Hall. Tirando la maniglia un forte odore di cloro ci prende alla gola. Dico a Donatella: “ma dove minchia la fanno la colazione, in piscina?”. Lei risponde che non può essere e che sicuramente abbiamo sbagliato sala. Invece è quella giusta e non è una piscina, o almeno non proprio. Ci facciamo largo tra vasche in vetroresina di varie dimensioni e profondità, poi ci fermiamo increduli lì, al centro della sala, esattamente dove l’architetto che ha progettato il C’mon Inn, aveva stabilito. Ai lati della sala, due gigantesche montagne di plastica. Sulla cima della prima, dalla quale sgorga una possente cascata, fa bella mostra un caprone impagliato; alla base dell’altra, una porta tipo saloon attraverso la quale il personale accede alla cucina. Adocchiamo delle piccole verande con dei tavoli rotondi sormontati da ombrelloni, ne scegliamo uno libero e ci sediamo. Una cameriera si avvicina e ci dice che non possiamo stare seduti qui, che questi sono i tavoli delle terrace dei loro clienti executive. Seguiamo le indicazioni e ci sediamo altrove. Poi capiamo. Capiamo che al C’mon Inn, i clienti executive prendono le stanze con verandina privata prospiciente vasche vetroresina e montagna di plastica con caprone impagliato. È surreale ma è proprio così, Donatella mi fa notare che le uniche finestre delle camere executive danno all’interno della Springwater Hall e che i fortunati occupanti respirano cloro h24. Una follia.

La colazione del C’mon Inn è pantagruelica e mentre discutiamo se sia il caso di prendere il pasticcio di bisonte o – in vista degli altri 700 chilometri da percorrere in auto – tenerci leggeri optando per uova, bacon e patate, abbiamo fatto la conoscenza di Jackson.

Jackson si è avvicinato perché ci ha sentiti parlare in italiano, Jackson sostiene di avere una bisnonna italiana. Jackson alloggia con la famiglia in una camera executive e a modo suo, è innamorato dell’Italia. Ci racconta che la sua bisnonna partì dalla Toscana e si trasferì nell’Idaho, che lì conobbe suo marito (il bisnonno di Jackson) che era di origini tedesche. Si sono spostati in una cittadina dello stato di Washington e hanno messo su famiglia. Jackson è nato e vive lì. È una specie di supervisor in uno store di articoli sportivi. Ci presenta Amber, sua moglie e ci invita al tavolo nella sua terrace executive e noi non sappiamo dire di no a questo insperato upgrade.

Jackson non conosce molte parole italiane, dice a sproposito “va molto bene”, “è uno zuccherino” e “vincerò”, che intona come all’inizio del terzo atto della Turandot. Sostiene di essere certo di discendere dal Brunelleschi. La sua intuizione? Il nome della bisnonna: Brunella. Al confronto la teoria di Bongiovanni, il mio compagno delle medie che si spacciava per cugino di John Bon Jovi, mi appare improvvisamente lucida e fondata.

Scopriamo che Jackson e Amber sono degli abitué al C’mon Inn e che vengono in vacanza qui da otto anni, vorrei tanto chiedergli perché scelgono questo posto assurdo per le loro vacanze, ma loro non smettono mai di parlare. Mentre Jackson sta per introdurre un nuovo argomento, una telefonata di mia madre dall’Italia, mi costringe ad allontanarmi, vuole sapere come vanno le cose e quale sarà la nostra prossima tappa. Ha scoperto Google maps e ora si diletta a calcolare i tragitti altrui.

Torno al tavolo. Donatella è impegnata in un’improbabile conversazione con Amber sulla dieta mediterranea, non si scompone, annuisce e sorride, ma capisco che non ne può più. Jackson ricomincia più entusiasta che mai, dice che ha messo in contatto il direttore del C’mon Inn con un rappresentante di una azienda che costruisce acquari per pesca sportiva perché il suo sogno è questo: una sala con una vasca con le trote, per permettere agli ospiti dell’hotel di pescare in tranquillità. Ride di gusto e intona vincerò. Io sono basito, incrocio lo sguardo di Donatella che sfrutta al meglio uno dei pochi momenti di silenzio e ci trascina via da questa situazione surreale. Dice che per noi si è fatto davvero tardi e che purtroppo è arrivato il momento di andare. Scambiamo le e-mail con la promessa/minaccia che ci saremmo rivisti in Italia alla prima occasione e che sarebbero stati nostri ospiti. Ci salutano come se fossimo amici da una vita, abbracci, baci, pacche e pugni sul petto. Poi Jackson aggiunge: oppure l’anno prossimo tornate voi qui così magari peschiamo tutti insieme, che ne dite?

 

E io pago…

Ricerche condotte dagli studiosi della Libera Università Archimetea hanno dimostrato che nel 97% dei casi, dato un gruppo di persone che discute di uno “scantalo” presunto o reale, il tizio che commenta “e io pago” non ha mai pagato nulla nella sua vita ma vive di intrallazzi, froda il fisco e non rinnova l’RCA dal 2004.

Caos e stelle danzanti

Ci siamo, il momento è arrivato, già si scorgono all’orizzonte con le loro 500 a noleggio, con le Lonely Planet evidenziate, hanno gli occhi pieni di meraviglia e stupore. Presto, scongeliamo il pescato di frodo, facciamo rinvenire quella ricotta acida, scomponiamo i cannoli, prepariamo quel chiacco. La stagione turistica sta per iniziare e Ortigia è già un fermento. Cultura contro Profitto; Luna Park o dormitorio; libertà d’espressione contro libertà d’espressione. Chi darà il via alla prima polemica? Il ristoratore spregiudicato, il musicista integralista o il residente frustrato?

Pitacoricamente spero sempre che qualcuno possa mediare tra gli eccessi, ma la disillusione, negli anni, ha spazzato via i miei sogni come un foglio di stagnola soffiato via dal vento nello slargo deserto di un paninaro su ruota.

Nietzsche diceva: “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”. Ma se la stella si chiama Cetty e danza fino alle tre di notte sulle note a volume esasperato di un improponibile disco lounge senza autorizzazione, sul dehor abusivo di una pizzeria sprovvista di certificazione sanitaria e che non fa nemmeno la differenziata, anche Nietzsche si sarebbe ricreduto, perché il passo successivo è inevitabilmente quello che conduce al di là del bene e del male…

 

Doppio senso senza senso?

Io non lo so se la decisione di aprire Corso Umberto al doppio senso di marcia – nonostante con le auto in seconda e terza fila, si sia trasformato in un budello infernale tipo Vicolo Stretto del Monopoli – sarà una soluzione al traffico caotico in entrata a Ortigia o se, inconsapevolmente, aumenterà in maniera esponenziale il desiderio/perversione del siracusano di entrare in pizzeria con tutta la macchina e posteggiarla lì, di sbieco, dove ha sempre sognato, tra la porta del bagno e il frigo dei vini. Staremo a vedere. Quello che so e che il siracusano ‘sta Ztl proprio non la regge. Che sia estate o inverno, feriale o festivo, aperta o chiusa, autorizzato o no, non fa differenza, la stragrande maggioranza dei cittadini la vive con angoscia e tormento.

Certo, non va sottovalutato l’imprinting che il siracusano ha ricevuto in decenni di anarchia totale e che lo porta a considerare sconveniente qualsiasi forma di parcheggio che non sia accanto al luogo di arrivo. Per non parlare della superstizione secondo la quale, camminare a piedi uccide o può uccidere. Inoltre, il servizio navetta attuale è decisamente poco funzionale e non garantisce orari né fermate. L’unica volta che ho usufruito di una navetta, mentre mi accingevo, euro alla mano, a pagare il biglietto, un conoscente che era già sul mezzo mi ha chiesto: «ma chi sta facennu?». Io ho risposto candidamente: «u bigliettu». E lui di rimando: «ma picchi si paia?».  Sono rimasto per pochi istanti interdetto, poi, una signora con le buste della spesa ha detto: «vulissi viriri se avissimu a paiare macari l’euro pi l’autobussi», sentenziando in poche parole il fallimento di un secolo di teorie sul terziario. Il fatto è che i siracusano pretende il servizio ma non vuole pagare affinché possa essere mantenuto e migliorato. Sconvolgenti, a questo proposito, i risultati della ricerca dell’Università romena di Mirello Crisafulli che hanno evidenziato come il siracusano in viaggio si trasformi, diventi meticoloso, studi piani tariffari, acquisti travelcard e cammini a piedi macinando chilometri su chilometri. Purtroopo, rientrato in terra aretusea, in meno di 48 ore, l’involuzione è repentina. Quando capiremo che attraversare Ortigia passeggiando è infinitamente meno faticoso e più suggestivo che infilarsi in un centro commerciale e macinare decine di chilometri di corridoi e di luci al neon, quest’isola avrà la sua naturale destagionalizzazione. Ci vuole poco per accorgersi che i chilometri che si percorrono dentro un centro commerciale, sono quasi il doppio di quelli che ci vogliono per raggiungere Piazza Duomo da un parcheggio fuori Ortigia.

Dove non cuagghiano le facce

Io non capisco una cosa: non hai studiato, sei entrato in una partecipata con una raccomandazione grande quanto una casa, hai bivaccato da un bar all’altro in orario lavorativo, hai sempre votato i peggiori, ti sei assicurato ingiustamente una pensione dignitosa, hai acquistato casa, auto e moto, non paghi il condominio da anni e secondo me, manco le tasse che non ti trattengono a monte e vuoi combattere il sistema marcio? Ehi, pss, te lo dico sottovoce… il sistema marcio sei tu. Di che cazzo di onestà vai blaterando?

Buffet

L’inizio è sempre uguale: un vagare circospetto intorno al tavolo, un atteggiamento d’ironico distacco, un’occhiata nervosa ai camerieri in sala per intuire, un attimo prima degli altri, se il momento è arrivato. Non c’è nulla da fare, i buffet scatenano in ognuno di noi una brama di controllo e di potere. Niente deve sfuggire, nessuna pietanza può essere tralasciata.

Che tu sia cardinale, batterista di cover band, visconte, insegnante, grillino, imprenditore o consigliere comunale, non fa differenza. Davanti ai buffet diamo il peggio di noi. Siamo intransigenti con gli altri ma pronti a inserirci in controsenso; ci fingiamo gentili e serviamo la signora alla nostra destra solo per propinarle la porzione meno condita, scalciamo anziani e disabili, malediciamo parenti e amici fraterni. L’obiettivo è accaparrarsi il maggior quantitativo di cibo nel minor tempo possibile e chi si mette in mezzo lo fa a suo rischio e pericolo. I più talentuosi, li vedi già seduti a tavola intenti a mangiare quando tu non sei nemmeno a metà del giro e ti chiedi come diavolo possano aver fatto.

Io sono un po’ emotivo, lo riconosco, ma quando li osservo da lontano, mi emoziono ancora e vorrei farmeli amici, carpirne i segreti. La vita di per sé è un casino tremendo, sogni infranti, batoste, fallimenti, ma quando nello stesso piattino riesci ad impilare rondelle di salame, alici marinate, pipi ammuddicati e olive; dividere la caponata dalle cozze gratin; puntellare con triangoli di caciocavallo la montagna di pennette agli scampi, poggiarci sopra un architrave di salmone affumicato; decorarla con uno sbuffo di tentacoli di puppo; foderare il risotto di mare con le melanzane, non si scherza più: questo è talento.

 

 

Bashar

Un ragazzo del Bangladesh, uno di quelli che vende le rose, viene ritrovato nei pressi di una orribile spiaggetta in viale Montedoro a Siracusa con la testa fracassata e in un lago di sangue. Il ragazzo – Bashar si chiama – è in condizioni critiche e viene trasferito in elicottero a Palermo. Un fatto di cronaca molto grave che colpisce la città e la comunità bengalese che, tra le altre cose, è una delle più tranquille. Nessuno sa cosa sia successo e nessuno ha visto niente. Su Facebook, specchio e anima della città, è già accozzaglia dei peggiori commenti: c’è chi gioisce perchè ‘sti bastardi si ammazzano tra di loro e chi si indigna e vuole sapere chi paga le spese mediche e il trasporto in elicottero di ‘sto negro; c’è chi prima gli italiani e poi gli africani (faglielo capire che in questo caso sarebbe asiatici) e quello che tira in ballo Pamela. I commenti normali sono in netta minoranza e vengono sovrastati da razzismo, frustrazione e meschinità assortite. Mi chiedo veramente in che città viviamo e se paura e ignoranza possano giustificare tutto ciò. Ma non era meglio quando vi vergognavate a scrivere, centellinavate gli interventi e usavate solo gli emoticon? Scusate la franchezza, ma siete proprio delle merde.