Il Siracusano e la Ztl: una relazione ontologica tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto

Come un mantra, ritorna ciclicamente la proposta di eliminare la Ztl di Ortigia e il Consiglio Comunale, in una giornata che sarà ricordata negli annali, ha votato sì alla sospensione “temporanea” del servizio nonostante la Ztl sia attiva solo nel fine settimana. 15622294_10211711196644471_3171289097471488828_nLa zona a traffico limitato esiste in tutti i centri storici del mondo ma a Siracusa risulta indigesta e viene vissuta come un ignobile sopruso. Che sia estate o inverno; con la pioggia, il vento o il sole; tutta la settimana o solo nel weekend, il cittadino siracusano soffre la Ztl, il commerciante siracusano soffre la Ztl e anche l’amministrazione comunale soffre la Ztl. Che si tratti di un problema culturale è evidente e come nel caso del razzismo che serpeggia sul web, l’incipit dei fustigatori è sempre “Non sono contro la Ztl ma…”. C’è sempre un ma, un distinguo, una critica. C’è chi odia la Ztl perché vuole fare carriera in politica e fomenta la gente; c’è chi è contrario a qualsiasi provvedimento a prescindere; c’è chi cita esempi esotici ma non si è mai spinto oltre il viadotto di Targia e pensa che la coda al Tabacchi di viale Tica per acquistare Gratta e Vinci, sia sintomo di economia che riparte; c’è chi non sa leggere la segnaletica, e ora è disperato perché ha ricevuto trentamila euro di verbali; c’è quello che in estate è contro la brutalizzazione della città, il caos di turisti, i dehors abusivi e la carenza di controlli e in inverno invece invoca il caos estivo per non far morire l’isola e punta il dito contro l’amministrazione comunale; c’è anche l’amministrazione comunale che tentenna, che cambia idea, orari e genera confusione. Ma di questo ho già scritto qui.

Soffermiamoci sugli altri attori di questa storia.

Il Siracusano

Il siracusano odia la Ztl per due cause principali. La prima è l’imprinting ricevuto in decenni di anarchia totale che lo porta a considerare sconveniente qualsiasi forma di parcheggio che non sia accanto al luogo di arrivo. La seconda, strettamente legata alla prima, è la superstizione secondo la quale camminare a piedi uccide o può uccidere. Da qui nasce la richiesta – sacrosanta – di un servizio navetta preciso e costante che possa trasportare il siracusano dal parcheggio al centro storico. Il servizio navetta attuale è decisamente poco funzionale: non garantisce orari né fermate. L’unica volta che ho usufruito di una navetta, mentre mi accingevo, euro alla mano, a pagare il biglietto, un conoscente che era già sul mezzo mi ha chiesto: ma chi sta facennu? Io ho risposto candidamente: u bigliettu. E lui di rimando: ma picchi si paia? Sono rimasto per pochi istanti interdetto, poi una signora con le buste della spesa ha detto: vulissi viriri se avissimu a paiare macari l’euro pi l’autobussi. Sentenziando in poche parole il fallimento di un secolo di teorie sul terziario. Il siracusano pretende il servizio ma non paga affinché possa essere mantenuto. Altresì non va sottovalutato l’habitat in cui si muove il siracusano. Ricerche dell’Università romena di Mirello Crisafulli hanno evidenziato che il siracusano in viaggio si trasforma, diventa meticoloso, studia piani tariffari, acquista travelcard e cammina a piedi macinando chilometri su chilometri. Rientrato a casa, in meno di 48 ore, l’involuzione è repentina. Quando il siracusano capirà che attraversare Ortigia passeggiando, è infinitamente meno faticoso e più suggestivo che infilarsi in un centro commerciale e macinare decine di chilometri di corridoi e di luci al neon, quest’isola avrà la sua naturale destagionalizzazione. Perché è scientificamente provato: i chilometri che il siracusano percorre dentro un centro commerciale sono più del doppio di quelli che ci vogliono per raggiungere Piazza Duomo da un parcheggio fuori Ortigia.

I Ristoratori

Che Siracusa sia presa d’assalto da orde di turisti che si siedono e consumano perfino al tavolino del basso della signorina Saraceno in via del Crocifisso o che sia deserta nelle serate ventose d’inverno, l’esercente siracusano si lamenta e maledice. Sempre. Maledice i mancati controlli al rivale, maledice i controlli rivolti a lui, i fornitori, il fisco, il Sindaco, l’Assessore e il Vigile Urbano. Maledice  persino i suoi clienti, anche quelli ai quali somministra l’ultimo cannolo scomposto dal tempo, sbriciolato dalla vecchiaia e con la ricotta che sembra zuppa inglese. Critiche e maledizioni che avranno anche delle ragioni, non lo metto in dubbio, ma che confluiscono in maniera confusa nello spauracchio Ztl, vera responsabile di ogni male. Con le dovute eccezioni, difficilmente ho sentito un’autocritica, raramente ho scorto il tentativo di offrire un servizio di qualità. Tovaglioli di carta e piatti sporchi non possono valere tre euro di servizio; un cameriere che lancia le portate dall’alto può essere discutibilmente folcloristico ma è certamente inadatto; servire a sedici euro un piatto di pasta con i ricci con un ricordo di ricci, con l’impressione che forse, in passato, qualche riccio possa essersi trovato per sbaglio in quella cucina, non spinge l’utenza a ritornare. Aragoste che galleggiano capovolte e moribonde in vasche fumé; tv al plasma che sparano a tutto volume Striscia la Notizia ma prezzi da ristorante stellato, vini scadenti e caldi spacciati per blend pluripremiati, secchiello del ghiaccio in uso solo ai tavoli degli amici. Ognuna di queste suggestioni si imprime nella memoria dei clienti e scava, scava fino ad annientare la volontà di ritornare in quel posto. Se si vuole risparmiare sull’aperitivo, crisi o non crisi, converrebbe comprare due olive al mercato e non servire i bordi di una pizza mangiata da qualcun altro con la traccia del morso ben visibile… è garantito. Sorridere e accogliere i commensali gentilmente è un piccolo gesto che ha benefici enormi sulla clientela, basterebbe provare per rendersi conto che gentilezza e professionalità pagano e fidelizzano i clienti, Ztl attiva o meno.

– Buonasera, un tavolo per sei?
(Senza salutare) Ma siete tutti?
– In che senso scusi? Ora siamo in due, gli altri stanno parcheggiando.
– Se non siete tutti il tavolo non ve lo do. La dovete finire di presentarvi sparpagliati, così ci occupate solo i tavoli e non ordinate. 
– Ma sta scherzando?
– No. O siete tutti o non vi faccio sedere…

I consiglieri comunali

Dopo gettonopoli, rimborsopoli, le interpretazioni indimenticabili all’Arena di Giletti, i riflettori di Buona Domenica, le consecutio creative ai microfoni di La7, i consiglieri comunali di Siracusa si riscattano e con un colpo di reni degno di un gatto di marmo, cancellano in un colpo solo l’immobilismo di quattro anni e l’unico presidio di civiltà che permetteva alla città di fingere, almeno con i turisti, di essere una città come le altre. Per i duri di stomaco, la seduta illuminata del Consiglio Comunale è visibile qui.

Lettera al Sindaco di Ferla

Caro Michelangelo,
non ti crucciare. Essere stato sbattuto fuori dalla segreteria del Partito Democratico, da questa Segreteria, di questo Partito Democratico, è solo un punto a tuo favore e dimostra la fragilità dei tuoi avversarsi politici. Non che ce ne fosse bisogno, basta leggere con superficialità i giornali locali per rendersi conto chi f76a4b1aec9898a6525eeb3d56f488a3sono, cosa fanno e cosa hanno fatto nella loro storia politica i protagonisti di questa patetica vicenda. Tu sei sempre stato diverso e alla teoria fine a se stessa, alla perversione del tavolo tecnico, all’accordo sottobanco, alla logica del fotti compagno, hai sempre anteposto i fatti concreti. Se uno qualsiasi di questi personaggi che ti definisce miserabile, avesse solo una minima parte della tua competenza e della tua voglia di fare, vivremmo in un posto di gran lunga migliore. Ma tu ottieni risultati mentre loro mangiano tartine, sorbiscono caffè e passeggiano con le mani dietro la schiena su e giù per corso Gelone. La distanza è siderale e anche io, al posto loro, ti avrei sbattuto fuori. Non c’è niente di peggio che avere accanto una persona che anche involontariamente, ti ricorda cosa significa veramente fare politica per il bene comune. I tuoi risultati parlano da soli: hai risollevato un paese moribondo trasformandolo in paradigma di buone pratiche. Ferla sarà anche un minuscolo borgo e potrà pure suscitare la facile l’ironia di alcuni personaggi senza argomenti e fatalmente legati al complesso del pene, ma tu porti a casa risultati, loro postano, con errori blu, frasi fatte sui social. Da tutta Italia, sindaci ed amministratori sono venuti a vedere cosa hai fatto e come sei riuscito a realizzarlo. Ti sei guadagnato la stima e il rispetto di una moltitudine di persone che neanche ti conosceva, perché il tuo impegno, la tua visione nitida di un futuro sostenibile e solidale, rappresenta per moltissime persone una vera rivoluzione culturale e politica. Grazie.

Dieci passi da gambero

Inutile, è più forte di noi. Riusciremo mai a diventare una città non dico civile ma almeno normale? Leggo sul giornale della riapertura della Ztl nei giorni feriali per venire incontro ai commercianti e per permettergli di “respirare”. Ora, io sono convinto – per quanto non possa essere d’accordo con loro – che i commercianti abbiano tutto il diritto di portare avanti le proprie battaglie ma, quello che trovo veramente inconcepibile è che una Amministrazione non riesca a trovare soluzioni alternative. Chiunque frequenti ac_ingorgoOrtigia sa perfettamente che se si escludono il Talete, Nazario Sauro ed i parcheggi della Marina – che sono fruibili anche con la Ztl attiva – non esistono praticamente stalli per i non residenti. Ma allora, questo traffico che tornerà liberamente a circolare in Ortigia con la nuova “riforma della ZTL”, dove minchia parcheggerà? Sempre in Corso Matteotti o in Piazza Archimede come vergognosamente concesso e permesso senza ritegno o tornerà ad occupare gli stalli dei residenti, tanto dopo le 19:00 non passa un Vigile Urbano manco a invocarlo con un rito pagano sacrificando succi i muragghia?

Si vuole cambiare la Ztl? Benissimo, d’accordo, ma perché non approntare un piano organico che possa essere funzionale per il residente, il commerciante e il fruitore occasionale? Che senso ha permettere all’automobilista che vuole una pizza sul lungomare di ponente o ha un improvviso desiderio di comprare una mutanda di Zara, di entrare in auto se poi questo può solo accostarsi con le quattro frecce e in divieto di sosta? Non ho la presunzione di credere che sia facile trovare una soluzione, ma non voglio nemmeno passare per il pedante rompicoglioni che vuole semplicemente mantenere un privilegio perché vive ad Ortigia: né per il meschino frustrato che si danna perché in barba al Ministero – che li dichiarava non conformi alle norme vigenti – sono stati mantenuti gli stalli degli hotel. Anzi, sono stati tolti, però di fatto sono stati mantenuti. Insomma, formalmente non ci sono, però ci sono, perché tutto sommato, vivere di compromessi al ribasso conviene a tutti. Si chiudono gli occhi per non vedere e si fa finta di niente perché alla fine, nella confusione, nella mancanza di regole certe, il siracusano ci sguazza alla meraviglia.

 

Una tumpulata ci seppellirà

Entrare in un’aula scolastica e picchiare l’insegnante del proprio figlio è uno degli atti più sconsiderati e terribili che un genitore possa compiere. Per quanto possa essere sbagliato il rimprovero subito dall’alunno in classe, nulla può giustificare una reazione come questa ma purtroppo, con sempre maggiore frequenza, 14991992_1195521040518712_5854993073227705173_nleggiamo di episodi similari, insulti, minacce, e atti violenti nei confronti di insegnanti che, nel bene o nel male, svolgono un ruolo fondamentale per la crescita dei ragazzi. La scuola, prima di insegnare nozioni, è il luogo principale dove si prendono le misure del proprio stare al mondo, dove si apprendono le regole di una società civile e si impara il rispetto. Che la reazione spropositata del genitore derivi da frustrazione, da ignoranza, da iper protezione o da una miscela di questi elementi cambia poco. Il processo di annientamento dei valori che stavano alla base della nostra società è già iniziato. Il genitore violento si somma all’ambulante che aggredisce il Vigile Urbano che fa il suo lavoro e al posteggiatore abusivo che picchia il Finanziere nel parcheggio del cimitero ed a tutti quegli altri atteggiamenti che si rifanno alla filosofia del vaffanculo. Un modo di vedere le cose che fa sempre più proseliti, soprattutto sul web e che si basa su concetti elementari e meschini:

  • le istituzioni solo una cosa vogliono da te, fotterti;
  • le regole e le leggi sono fatte per fotterti;
  • se riconosci che le regole sono giuste stai certo che chi le deve fare rispettare vuole fotterti;
  • diffida di ciò che ti viene detto da chi ne sa più di te, sicuramente vuole fotterti.

Ma non è tutto. Chiunque bazzichi il web con un minimo di senso critico avrà notato che ormai, notizie e link hanno sempre un titolo forte, spesso violento. Che si tratti della discussione alle Nazioni Uniti tra due diplomatici con idee contrapposte sullo sterminio di migliaia di siriani ad Aleppo o della diatriba sulla costruzione della nuova bocciofila al consiglio Comunale di Calderara di Reno, c’è sempre qualcuno che umilia, zittisce, ridicolizza, smaschera, schiaccia, sputtana, riduce male, massacra o devasta l’altro.

La totale sfiducia nelle convenzioni sociali e nei codici di comportamento, unita al registro sempre più violento di certa stampa che rimbomba sui canali web e sui social normalizzando la sopraffazione dell’altro, è la causa principale di episodi come quello della scuola siracusana.

Questo terribile arretramento culturale è sotto gli occhi di tutti ed avanza spedito. Chi riesce a resistere al becero populismo e al qualunquismo dilagante ha il compito di evitare che ignoranza frustrazione e violenza diventino alibi e vengano sdoganati in nome di una società brutta e cattiva. Alla scuola il compito di insegnare ai ragazzi, affinché lo spieghino ai genitori, che la violenza, in quanto tale, è sempre deplorevole sia essa antagonista o di potere.

 

Ma il salotto va nell’umido?

L’analfabetismo funzionale è anche questo:

  • coinvolgere amico o parente
  • prendere la macchina
  • caricarci sopra due divani
  • legarli tra di loro per evitare che cadano
  • mettersi alla guida con fare circospetto
  • raggiungere una strada isolata e nascosta
  • abbandonare il mobilio
  • risalire in auto e fuggire sgommando

L’analfabetismo funzionale limita gravemente l’interazione con il flusso di informazioni e di comunicazione di una società. Scaricare due divani in un centro di raccolta comunale – con minore fatica e nessun rischio – anziché abbandonarli per strada, permette di non essere multato, di tornarsene beatamente a casa, accomodarsi sul nuovo salotto foderato cellophane, gustarsi una sorprendente puntata di Reazione a Catena o del gioco dei pacchi e volendo, lamentarsi ad alta voce della Tari più alta d’Italia senza bisogno di chiedersi: ma il salotto va nell’umido?

La Route 66, Steinbeck, Pippo Baudo e il pane condito

La Route 66 fu aperta nel 1926 e per decenni ha rappresentato il modo più veloce per collegare il midwest con il west, Chicago con Santa Monica. La Strada statale 114 Orientale Sicula collegava Messina a Siracusa e anche essa, per anni, ha rappresentato il modo più veloce per unire i due capoluoghi siciliani e per raggiungere Catania e il suo aeroporto.

fullsizerender-3Sulla prima sono state scritte canzoni, racconti, poesie e romanzi: Steinbeck, con Furore, ci vinse anche un Premio Pulitzer e perfino la Disney ci ambientò il film In viaggio con Pippo.

La seconda, benché il tracciato riprendesse quello della Pompeia, una strada consolare Romana, non ha avuto lo stesso successo nonostante alcuni tratti del tracciato solchino storia e miti millenari (il tratto di Acitrezza con i faraglioni scagliati da Polifemo) e nessuno che ne abbia parlato ha vinto nemmeno un Premio Tiche. Si è tramandata nel tempo solo una leggenda sul castello diroccato di Agnone Bagni, un ecomostro incompiuto di blocchetti grigi, costruito negli anni ’70 e attribuito per passaparola a Pippo Baudo. Ad Agnone tra le altre cose, proprio di fronte al castello, c’è ancora il distributore di benzina che per decenni è stata la prima tappa obbligatoria per tutte le gite scolastiche delle scuole primarie siracusane diretta allo Zoo di Paternò. Chissà se c’era un accordo tra gli autisti dei pullman ed il gestore dell’area di servizio. Si partiva da scuola, pochi chilometri e subito una sosta. I professori si prendevano il caffè ed io spendevo in minchiate tutti i soldi che i miei mi avevano dato per coprire l’intera giornata. Ma questa è un’altra storia.

La cultura americana e quella siciliana sono strettamente legata all’automobile, ma con alcune differenze fondamentali. Non si tratta di quella tra un pick-up di sei metri e mezzo, quattro ruote motrici e 5.700 di cilindrata e una Panda young 750 ma con l’adesivo Camel Trophy 85 Borneo come quella di mio nonno Santo, ma di differenze strutturali. Negli Usa hanno stabilito che tu dalla tua macchina hai il diritto di poter fare tutto quello che vuoi. Vuoi mangiare senza scendere? Non c’è problema. Vuoi andare al cinema? E che ci vuole? Devi spedire una raccomandata? Entra nel parcheggio dell’ufficio postale e prendi la corsia di destra. Hai finito il libretto degli assegni? Tranquillo la tua banca ha uno sportello che serve solo i clienti in auto. Vuoi sposarti? – Sì a Las Vegas ho visto anche questo – c’è la cappella drive through con il parrino che esce dal gabbiotto come un commesso di McDonald’s. Tutto il paese si basa sul concetto di drive through, non c’è servizio di terziario che non lo comprenda. Da noi invece abbiamo escogitato la sosta al volo in seconda fila che la maggior parte delle volte ci garantisce impunità e possibilità di sbrigare tutti gli impegni.

Sulla Route 66 con l’incrementare del traffico veicolare e del flusso di esseri umani, nacquero i primi drive-in ed i fast food: il primo McDonald’s è stato costruito sul tratto della 66 di San Bernardino in California. Sulla Strada Statale 114 Orientale Sicula sorsero in tutto il loro splendore il Motel Torero, il ristorante Barbarossa e lo Chateau D’Or.

Le due strade hanno punti in comune e differenze e sono legate da un filo comune: entrambe sono state praticamente abbandonate e sostituite da tracciati più larghi, comodi e veloci.

La fine della Route 66 avviene, inesorabilmente con la nascita dell’efficientissimo sistema delle highway che Eisenhower copiò dalla Germania e che in parte inglobò il vecchio tracciato della 66 e in parte lo dismise. La fine della Strada statale 114 Orientale Sicula avviene con la costruzione, in provincia di Siracusa e con trent’anni di ritardo sulla tabella di marcia, di un nuovo tracciato semi autostradale che adesso, per volere dell’Europa – E45 si chiama – dovrebbe collegare Gela con Karesuvanto in Finlandia. Non sono mai stato a Keresuvanto ma sono certo che lì l’autostrada è stata completata nei tempi e con il budget a disposizione e nessuno si fotte il rame dalle gallerie. Qui, da noi, i lavori sono fermi a Rosolini e l’ultimo svincolo che hanno costruito non permetteva neanche il passaggio contemporaneo di due tir in senso di marcia opposta e c’è sempre un problema, un sindacato, un ente regionale inutile ma con un Cda pingue e ignorante che rilascia dichiarazioni e che chiede più denaro.

Williams, Vaccarizzo, Seligman, Primosole, Kingman: mentre ne percorrevo una pensavo inevitabilmente all’altra. Poco traffico, unica carreggiata, caldo secco in America, umido da noi, bordi della strada puliti di là, discariche a cielo aperto di qua. Quando ho deciso di fermarmi per fare una sosta e trovare riparo dai 40 gradi dell’Arizona, sono entrato nel tipico ristorante americano di provincia. Con 9 dollari e 99 cento ho preso un sandwich tacchino e bacon, una insalata di cavolo acidissima e delle patate fritte grondanti olio, il tutto innaffiato da un decilitro di ketchup. Al termine del pasto mi sono diretto nell’angolo souvenir. Ho comprato un magnete da frigo e una tshirt con il logo Route 66 da regalare. Poi, mentre un conato di vomito mi riportava tutto su ho guardato Donatella e le ho detto: sì, ok, va bene il mito, ma tutta la vita meglio il pane condito.

Io so, omaggio Pitacorico a Pier Paolo Pasolini

Io so. 
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “lo schifo dei cassonetti” (e che in realtà è una serie di conferimenti di rifiuti operato a protezione di un sistema marcio).
 Io so i nomi dei responsabili dei cartoni nel cassonetto di via Maestranza angolo via Giudecca.
 Io so i nomi dei responsabili delle bottiglie di vetro conferite illegalmente nel cassonetto di fronte a Palazzo Impellizzeri.
 Io so i nomi dei pasoliniresponsabili della sparizione del cassonetto di via Vittorio Veneto/Via Nizza e della sua ricomparsa stipato di vecchi materassi, porte e finestre. Io so i nomi di chi continua a conferire cessi e laterizi nel cassonetto di via Tolomei. Io so i nomi del “vertice” formato da ristoratori, commercianti, albergatori e cittadini incivili che hanno portato avanti questa strategia del degrado.

Io so i nomi del gruppo di potenti che prima si lamenta della situazione dei rifiuti e poi conferisce i propri a muzzo e nel totale disinteresse di regole e senso civico. Io so. Ma non ho le prove perché m’autta proprio mettermi a fare pure le fotografie come se fossi uno schiffariato. 
Io so non perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. lo so perché ste cose le fanno proprio di faccia a faccia, senza il ben che minimo disagio, manco se ti fermi e li fissi stupito.

Raccolta differenziata, un piccolo passo per l’ecologia un grande passo per il siracusano

Da oggi, finalmente, parte la raccolta differenziata coatta e la città è già divisa tra panico e paranoia. Decenni di disinteresse verso le problematiche del riciclo e del conferimento differenziato dei rifiuti hanno influenzato il siracusano e l’hanno reso sospettoso, incredulo e persino spaventato da una buona pratica che può giovare alla città e permettere un cospicuo risparmio economico. Per far sì che il siracusano possa superare le colonne d’Ercole che l’hanno tenuto distante da tale usanza, occorre agire sui due concetti cardine di questa storia, sui due archetipi che hanno condizionato il suo rapporto con la raccolta differenziata. Il primo concetto è quello secondo il quale è inutile fare la differenziata perché alla fine passa un unico auto compattatore e mischia tutto alla faccia nostra. Una storia da bar, un po’ legenda e un po’ verità che inevitabilmente ha influenzato il modo di approcciarsi al conferimento dei rifiuti e ha costituito sticker-divertenti-raccolta-differenziatauna giustificazione a priori per le nostre coscienze. Il secondo concetto invece affonda le radici in processi culturali più profondi e riguarda quell’aberrazione sociale secondo la quale, una volta che mi libero di una cosa e la getto via, essa sparisce nel nulla, non esiste più. Questa concezione ha permesso al siracusano di abbandonare davanti e dentro i cassonetti: cucine, elettrodomestici, vecchi televisori con tubo catodico, salottini demodé, materassi di crine, potature di alberi, laterizi, cessi e bidet come di recente le mie vicine di Italia Nostra. Se non si lavora per sconfiggere queste tradizioni nefaste la città non potrà fare nessun passo in avanti. Il siracusano dovrebbe imparare a capire che quello che non è più suo, diventa di tutti e che quando una cosa è di tutti è pubblica e va trattata con maggiore cura e rispetto. Sarà una battaglia impari, uno scontro difficilissimo contro l’ignoranza e la strafottenza che serpeggiano nel rione degradato così come nel condominio dei professionisti. Alla fine, come sempre, lo sforzo maggiore sarà a carico delle persone per bene che con tutta probabilità, già da tempo hanno iniziato la raccolta differenziata con sacrificio e speranza. Sono certo che le sanzioni sbandierate in questi giorni sui media, siano solo uno spauracchio che colpirà una decina di persone ma che non sposterà nemmeno tre etti di rifiuti in termini di raccolta differenziata. L’amministrazione avrà il compito di gestire questo difficile momento di transizione in piena crisi regionale da gestione rifiuti e con un nuovo bando cittadino bloccato tra U.R.E.G.A e tribunali amministrativi dalle solite beghe legali. A noi non resta che differenziare e resistere, anche quando in una calda serata estiva con finestre e balconi spalancati, sentiremo l’inconfondibile cla clang deng deng del rumore del vetro scaricato nel cassonetto indifferenziato e, correndo alla finestra, ci accorgeremo che si tratta del sig. Carnemolla del secondo piano, proprio lui che fino a ieri, alla riunione di condominio, si ergeva a paladino di etica e di morale o del personale del ristorante dello chef Rubinis che in pubblico parla solo di km zero, e che mai avresti potuto immaginare che con km zero intendesse il cassonetto più vicino. Prevedo tempi bui ma necessari, del resto, il passaggio da tardo medioevo al rinascimento, dalla munnizza al rifiuto differenziato, dal cassonetto al porta a porta, va conquistato passo dopo passo, mossa dopo mossa, come se carta, vetro e plastica fossero sasso, forbice e carta della morra cinese…

 

Meno male che c’è Callo

Primo vero bagno a mare con qualche imbarazzo. Non è per la pelle bianca, la pancia o la tigna, ma perché ero l’unico maschio a non avere un tatuaggio tribale alla caviglia, un ideogramma sul petto o un dragone sul braccio. Giuro, eravamo solo io e Callo, un bambino di 4 anni con gli occhi furbissimi, le idee chiare e una passione genuina per scavi e costruzioni su sabbia. Quando sua mamma ha fermato un venditore paletta_secchielloambulante, si è girata verso il bambino e ha chiesto: “Callo, compriamo i trasferelli e facciamo i tatuaggi come a papà?” Callo non ha avuto bisogno di pensarci, ha fatto di no con la testa e ha detto “cappello”. Ne voleva uno a falda larga, con un cinturino di pelle al posto della fascia, un po’ Indiana Jones, un po’ ranger, ma era troppo grande per lui e comunque la mamma ha detto: “Calletto, il cappellino ce l’hai già. O i tatuaggi o niente“. Callo, che ha un’irresistibile R moscia ha risposto serafico: “allova niente, non ho tempo da pevdeve, io devo andave a lavovave”, ha preso secchiello e paletta e si è diretto verso una zona di bagnasciuga che non aveva ancora perforato. Quando gli sono passato vicino per entrare in acqua ho chiesto: “quanti lavori! Ma è il parcheggio Talete?” “Sì, pavcheggio Talete” mi ha risposto senza smettere di scavare…

Bud Spencer, un omaggio senza pretese

Non per buttarla sul sentimentale, ma con la morte di Carlo Pedersoli – Bud Spencer, per me se ne va una icona pop. Prima di tutto quello che colpisce è la caratura dell’uomo: più o meno tutti sapevano del suo passato da nuotatore e del suo record sui 100 stile libero, ma pochi erano a conoscenza della sua partecipazione a tre Olimpiadi consecutive (Helsinki ‘52, Melbourne ‘56 e Roma ‘60) dei sui studi universitari (chimica, legge, sociologia) della sua passione per la musica che lo portò a firmare con RCA e a scrivere testi anche per la Vanoni, delle sue esperienze di lavoro in Sudamerica alla 32d563b86f8b40a1dbd822aabb8cf75ccostruzione della Panamericana e poi in Alfa Romeo a Caracas. Un uomo che nella sua vita cinematografica ha quasi sempre interpretato l’omone buono e annoiato che si trova, suo malgrado, a risolvere problemi ed intrighi con pugni e ceffoni invece, scorrendo la sua biografia, quello che strabilia è la sua immensa voglia di vivere, di mettersi alla prova di sperimentare e di non fermarsi mai.

Dei 136 film girati, sicuramente i più noti sono quelli in coppia con Terence Hill. I due si completavano egregiamente ma nonostante Hill fosse l’estroverso, il combina guai, il sornione, quello veloce con la pistola e abile con le carte da gioco, per me non c’è stata mai storia: Bud Spencer a differenza di Hill aveva dalla sua il pugno sulla testa e lo schiaffone sul collo. La sparo grossa ma pugno e schiaffone sono marchi di fabbrica, gesti indelebili paragonabili alla camminata di Charlie Chaplin. I suoi personaggi hanno sempre avuto una dose di ironia e indolenza immediatamente riconoscibile. L’ultima battuta di Bambino in “Lo Chiamavano Trinità” quando scopre che gli agricoltori mormoni hanno fatto marchiare i cavalli sottratti al maggiore Harriman è memorabile: “Un momento – dice al detestabile Tobia, capo della comunità mormone che voleva rincuorarlo con qualche passo del suo libro sacro – va al diavolo tu, i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi antenati, le tue vacche, il tuo destino e tutto il resto”.

Comunque, non volevo buttarla sul sentimentale ma come me, almeno due generazioni sono cresciute con i suoi film. Ricordo con chiarezza le attese davanti alla tv, videoregistratore pronto, per il dittico di Trinità o per lo Sceriffo extraterrestre, che veniva trasmesso con regolarità da calendario gregoriano, il 26 dicembre, a sancire nella mia testa di bambino, l’importanza cinematografica e sociale della pellicola e il plusvalore del piccolo protagonista H7-25, che superava di mille punti l’odioso Marcellino pane e vino, anche lui programmato in tv durante le festività religiose. Come trent’anni fa, se mi capita di guardare alcune scene di quei film non riesco a restare impassibile: sarà quella tensione della sceneggiatura estremamente lineare ma efficace come una fiaba; sarà che alla fine, dopo sforzi immani, contro tutto e tutti, il bene trionfa sul male; sarà per quelle colonne sonore degli Oliver Onions che ti inchiodano lì con le loro melodie perfette. Insomma, mettetela come volete ma a me, quell’Italia di provincia di “Bomber” e di “Bulldozer” mi manca e lo so che è stereotipata e piena di cliché, che è solo uno schizzo a matita rispetto alla sovrabbondanza cromatica e alla complessità della società a cavallo tra ‘70 e’80, ma forse è proprio questa semplicità estrema che mi attrae. In questi film Bud Spencer ha sempre un passato misterioso, arriva in una nuova città, conosce degli emarginati, dei disadattati, dei vessati che vivacchiano di piccoli espedienti e tentano invano di ricostruirsi una dignità. Decide di aiutarli e il suo aiuto è prezioso perché quello che fa non è semplicemente allenarli per la partita di football o per l’incontro di boxe. Li allena alla vita, al sacrificio, al rispetto delle regole e quando hai dieci anni e ancora dovrai aspettarne altri dieci per leggere il Giovane Holden, Narciso e Boccadoro o Candido di Voltaire, di queste grandi lezioni di vita, alla fine, non puoi che farne tesoro.