Egregio Ristoratore,
l’ignobile sbuffo di glassa di aceto balsamico sulla mia porzione di masculino a cotoletta è un’onta che non potrà mai essere cancellata. Mai.
A margine dell’ultima riunione di condominio, il mio vicino mi ha rivelato la sua pretesa di uscire dall’UE di banche e tecnocrati e di farla finita, una volta per tutte, con questa Europa germanocentrica che non guarda agli interessi dei cittadini. In caso contrario, minaccia di lasciare l’Italia. Nel frattempo, si ostina a non pagare le rate del condominio che forse associa ai diktat di una Troika che vuole imporre, anche a casa sua, la strisciante dittatura della banco-finanza e che invece, più semplicemente, vorrebbe pagare le spese comuni e la cooperativa delle pulizie del Sig. Franco e di sua moglie.
Chi oggi ha 40 anni e ha indossato almeno una volta una camicia di flanella, non può che rimanere basito alla notizia della morte di Chris Cornell. Seattle era il centro del mondo e qui, nella provincia babba e senza internet, arrivava l’eco di una scena musicale che stava cambiando il modo di fare musica. Oltre alle canzoni, conoscevamo i personaggi di queste storie, i loro legami, le dispute, le band nate dalle ceneri di altre e tutto ci sembrava molto vicino a quello che vivevamo quotidianamente, nonostante l’enorme distanza che divideva Mar Ionio e Oceano Pacifico. I Soundgarden facevano parte di quel gran calderone della musica grunge, ma a modo loro, senza l’attitudine punk e scazzata dei Nirvana e scostandosi dalla perfezione stilistica dei Pearl Jam. I Soundgarden avevano dalla loro una potenza di suono eccezionale, una predilezione per i tempi dispari che li allontanava dalla tremenda ottusità hard/heavy e una voce unica. Cornell cantava come un pazzo, un urlatore che nemmeno Tony Dallara dei tempi d’oro, e cantava anche cose piuttosto interessanti e convincenti. Ma Cornell era anche capace di grande intimismo e spiccato lirismo, come ci dimostra ancora oggi quel gioiello grezzo dei Temple of the Dog. Era il 1993 e Emanuele Siracusa fu il primo a professarne il verbo e in pochi giorni anche io ero pazzo di Badmotorfinger. Provavamo i pezzi in via Iceta, cambiavamo tonalità, li riarrangiavamo, ma niente, troppo complicati per suonarli dal vivo come si deve. Nel giro di tre anni arrivarono Superunknown e Down on the Upside: due album mostruosi per quantità e qualità di spunti sonori; due album pieni di canzoni mature e bellissime, canzoni che ho divorato con Stefano Marino nei primi anni di università a Bologna. Poi la band si è sciolta e a guadagnarci sono stati solo i Pearl Jam che hanno preso come batterista Matt Cameron (uno dei migliori batteristi della storia del rock)… ma questa è un’altra storia. Cornell ha continuato da solista e con il progetto Audioslave (con quel genio di Tom Morello alla chitarra) ma non è riuscito ad avvicinarsi nemmeno per sbaglio ai picchi toccati con i Soundgarden che rimarranno, almeno nella mia memoria, una delle cose più potenti di quel meraviglioso periodo di musica e sogni.
Hai paura di finire nella blacklist delle cantitature tei cantitati incantitappili? Pensavi che il fàcchissi fosse il futuro ma ora il capo della tua comunicazione ti ha fatto aprire un account su Feisbus e ti trovi in difficoltà? Difetti nella costruzione di frasi semplici di senso compiuto? La coniugazione dei verbi ti avvilisce e per andare sul sicuro scegli sempre l’infinito?
Non disperare, supera i tuoi limiti, annienta le tue gravi lacune con i Dieci passi di Archimete Pitacorico per candidati a prova di esami di quinta elementare.
È garantito, con i Dieci passi di Archimete Pitacorico per candidati a prova di esami di quinta elementare, quello scranno al Vermexio sarà tuo.
I dieci passi
Quelli che attaccano abusivamente i propri manifesti elettorali prima del tempo e invece sui social parlano di legalità… ma ai sindaci che vi hanno candidato non gli quaglia la faccia? No, vero? E non dite che è stato un errore, che non lo sapevate… Minchia, siete sempre gli stessi, vi candidate da trent’anni e ancora non l’avete capito? Dicalafici.
A Siracusa d’amar,
senza iabbu,
lo zauddo,
lasciò la macchina,
davanti al portone,
dello sfigato,
che in orario,
il mastello da casa posò.
E venne lo spazzino,
non vide un cazzo,
lasciò il mastello,
con l’indifferenziata,
che in orario,
lo sfigato,
scese da casa,
e lo zauddo,
coprì con l’auto,
che il vigile urbano manco multò.
Ieri ero distrutto, mi sono buttato sul divano e sono caduto in un sonno profondo. Ho sognato che eleggevamo un Consiglio Comunale con una maggioranza schiacciante di consiglieri che parlava correttamente l’italiano come prima lingua e che alcuni di loro, conoscevano perfino aspetti del funzionamento della macchina amministrativa. Poi, un’esplosione di fuochi d’artificio di qualche diciottesimo, mi ha ridestato, mi sono alzato per andare a chiudere la finestre e sotto casa è passata una macchina con due ragazzi che lanciavano dal finestrino mazzi interi di volantini di un candidato che vorrebbe rinnovare la città. Ho chiuso la finestra.
Ieri per la prima volta sono andato a vedere i fenicotteri. Se ne stanno a Priolo, nella Riserva Orientata delle Saline. Un luogo surreale, una ex salina, appunto – lo dico per chi non è pratico del posto – all’interno dell’area del polo petrolchimico più grande d’Europa. Per ragioni che appaiono totalmente irrazionali, da qualche anno, i fenicotteri hanno deciso di piazzarsi lì e di tirare su famiglia. Il fatto che la natura, senza fondi Cipe e senza tavoli tecnici, abbia deciso di scommettere su una delle aree più inquinate d’Italia, popolandola di questi magnifici uccelli rosa, è qualcosa a cui si stenta a credere.
Percorrere la passerella coperta e raggiungere il punto di osservazione è una esperienza emozionate: uno sguardo attraverso la feritoia e ci si trova catapultati in un documentario tipo Alberto Angela, ma senza pedanteria. Un’esplosione di colori, di suoni, di movimenti. È la natura che ti spiattella davanti tutta la sua vitalità. Se si ha l’accortezza di portarsi dietro un binocolo, lo spettacolo diventa in full hd: un mare di rosa. Sugli isolotti artificiali costruiti per sostenere l’enorme oleodotto che trasportava il greggio delle petroliere direttamente agli stabilimenti, se ne stanno in relativa tranquillità centinaia di esemplari. Sono coppie che covano a turno l’unico uovo deposto, si alternano e al cambio turno si sgranchiscono un po’ quelle lunghissime zampe sottili. Tutto intorno, anche nei pressi della passerella coperta, i fenicotteri giovani e quelli anziani, quelli senza prole da accudire per intenderci, se ne vanno piedi piedi a mangiucchiare tipo happy hour, alcuni sono così vicini che si girano a guardarti, altri, maestosi, volano via e atterrano leggiadri altrove.
Tra mille difficoltà – è pur sempre un presidio della Regione Sicilia con tutto quello che ciò comporta in termini di disservizi – la riserva sembra gestita con amore e dedizione e può contare sull’apporto della Lipu e di altri volontari. Purtroppo una terribile minaccia incombe su questo paradiso terrestre. Stavolta non si tratta delle multinazionali del petrolio, dell’inquinamento della falda acquifera, del governo regionale, dei bracconieri, del cambiamento climatico. No, niente di tutto ciò. Si tratta di qualcosa di estremamente più pericoloso e antropologicamente devastante: i torpi. Si perché accanto alla Riserva, in quel “paradiso perduto” che è marina di Priolo, sorgono uno accanto all’altro, decine di lidi che sparano a volumi spropositati musica orrenda h24. L’intera escursione di ieri è stata accompagnata dal sottofondo di un’atroce karaoke neomelodico che si mixava ad una compilation hitmania ’93 proveniente da un altro lido. Una cacofonia insopportabile che avrebbe indisposto perfino Edgard Varèse e Ornette Coleman in via di sperimentazioni, figurarsi i fenicotteri. La guida che ci ha accompagnato ci ha spiegato che quando tutti i lidi sono aperti, la situazione è esasperante e che più volte sono state tentate delle mediazioni, ma sempre con scarsissimi risultati.
Chissà se alla lunga i fenicotteri raccoglieranno i loro quattro stracci e se ne andranno via, magari verso qualche salina nel trapanese, alla ricerca di una maggiore tranquillità dove crescere i figli. La natura può rivalersi sullo scempio perpetrato dall’uomo, reagire all’inquinamento e alla distruzione chimica, ricreare i presupposti per la nascita di una nuova vita, ma non può nulla, credetemi, contro i torpi e la loro musica.