L’obiettivo primario del raid vandalico non sarebbe stato l’albero di Natale tortile ma il materiale per il montaggio dei palchi per gli spettacoli estivi. A lasciarlo intendere sono gli inquirenti che, con la stagione turistica alle porte, temono una recrudescenza di simili atti vandalici. Le indagini si sarebbero concentrate sul mondo che ruota intorno alle associazioni dei residenti ortigiani. Il rogo, infatti, sarebbe stato appiccato utilizzando come innesco i fogli del piano di zonizzazione acustica del Comune di Siracusa e sarebbero stati rinvenuti in loco anche una copia della rivista Limes e una foto di Bernabò Brea.
Tag: opinione pubblica
Mani
Niente di nuovo sotto il cielo della provincia babba. Ancora una volta, imprenditori, amministratori e manciatari assortiti sono accusati di truccare appalti e di gonfiare fatture. E che sarà mai? Routine, monotona routine. La giustizia farà il suo corso e alla fine, forse, sapremo. Quello che ancora mi stupisce, invece, è la trasformazione repentina di quelli che da zerbini si sono trasformati in linciatori di professione e paladini della giustizia. Il tutto, nel giro di pochi post. Scorrendo le timeline di Facebook si nota subito: fino a dieci giorni fa, una sinfonia di “bravo”, “applausi” e “grande”, degni del miglior geometra Calboni; oggi, maledizioni e turbinio d’insulti.
Ieri, con le mani giunte in preghiera per implorare favori e mendicare vantaggi, oggi strette a pugno per gridare indignazione e sdegno… le stesse mani che domani faranno a gara per stringere quella del nuovo signorotto di turno e che si apriranno per fare incetta di tartine rancide alla prossima convention elettorale.
Meno male che non ho televotato
Meno male che sono tirchio e non ho televotato. Il risultato di Sanremo è stato falsato gravemente. Hanno provato a tenerlo nascosto ma ora, grazie alla rete, tutti sanno che la giuria di qualità e la sala stampa, composte da giornalisti e da radical chic, hanno sovvertito il volere del popolo. Stop. Occorre ridare dignità al voto popolare. Ma che sia chiaro, Sanremo deve essere solo la punta dell’iceberg, il punto di partenza di una rivoluzione epocale che deve rimettere al centro il popolo e il suo volere, sempre.
Come è stato suggerito: perché tre arbitri chiusi in uno stanzino della Var devono decidere le sorti della partita? Facciamo votare il popolo per ogni episodio dubbio; e che cazzo. Così vediamo se è veramente rigore o no. E che mi dite dei nostri poveri ragazzi schiacciati sotto il tallone della casta degli insegnanti? Gentaglia laureata, che crede di saperne più di noi solamente perché ha studiato. Televoto sui compiti in classe e sui voti dei nostri figli. Allora sì che potremo stabilire chi è bestia e chi no. Anzi, giudichiamo anche gli insegnanti, votiamo per chi è degno di insegnare e per chi deve andarsene affanculo. Oh, questi hanno pure tre mesi di ferie a sbafo, sono pur sempre soldi nostri quelli che guadagnano e allora dobbiamo avere più voce in capitolo.
E gli esami diagnostici? La medicina, le scienze, la giustizia, la storia, la letteratura? Non vorremmo lasciarle veramente sotto l’egida di una elite di fighetti, spesso froci, così distanti dal nostro sentire popolare da sembrare degli alieni? Giammai.
Comunque, faccio i miei complimenti a Mahmood, a Ultimo e a tutti gli altri. E ringrazio Sanremo perché quest’anno ha fatto capire a milioni d’italiani che di questo passo, cavalcando qualsiasi polemica per camuffare i nostri fallimenti, arriveremo a considerare elite pure quelli che percepiranno il reddito di cittadinanza.
Il mio vincitore comunque è Paola Turci, la sua è una canzone che non riascolterò mai più ma, in un Festival in cui si è persa la melodia, ha il pregio di omaggiare (inconsapevolmente?) L’ultimo imperatore, Bernardo Bertolucci e Ryuichi Sakamoto e tanto mi basta.
L’Arte in città
Inaugurata l’istallazione agroalimentare “Un sacco, tre euri” ad opera di artisti concettuali berlinesi. “Un sacco tre euri” è una esperienza sensoriale unica nel suo genere: esteticamente provocante, fascinosa e destabilizzante, sposa in pieno la cultura del waste recycling e dell’accatastamento creativo delle cassette della frutta.
Epica, Etica e Pathos
Gli adolescenti alla guida non li sopporto. Guidano malissimo, come è giusto che ogni adolescente debba guidare, ma anziché infilarti sulla destra in sella a un motorino, lo fanno a bordo di odiose microcar. Le strade sono diventate più pericolose da quando gli adolescenti alla guida delle odiose microcar si sono aggiunti alle suore con la Panda o con la Kangoo. I genitori, probabilmente, saranno più tranquilli sapendo che i figli scorazzano a bordo di una pseudo auto, ma il resto della popolazione vive nel terrore. Il fatto è che questi ragazzi possiedono odiose microcar ma pensano di guidare degli scooter, per cui compiono manovre pericolosissime, tagliano la strada senza freccia, salgono sui marciapiede, parcheggiano appiccicati alla tua macchina impedendoti di salire a bordo. Però, se li osservi un po’, quello che noti è uno sguardo spento, senza fremiti, senza emozione, almeno così mi pare, sembrano già adulti, con altri pensieri, altre preoccupazioni.
Nel 1991, se mi fossi presentato a scuola con una microcar, sarei stato preso per il culo, senza pietà, fino al diploma e forse oltre. Erano altri tempi, la stragrande maggioranza dei ragazzi guidava il Sì o la Vespa, si andava in due e senza casco, la miscela si faceva al 2% in inverno e al 3% in estate, e l’unica preoccupazione era legare bene la moto per non farsela fregare.
Ora, pare che questi adolescenti con le odiose Microcar, una cosa l’abbiano mutuata da quelli della generazione Vespa: la montatina. I dati della stradale non lasciano adito a dubbi, una percentuale sconsiderata di microcar risulta truccata: marmitte speciali, serbatoi supplementari, clacson polifonici, cerchi in lega da 16 pollici ma soprattutto, motori elaborati per avere più potenza, più velocità e più ripresa. Come negli anni ’90, questi adolescenti guidano bolidi pimpati e fuorilegge.
Anche il mio Sì di seconda mano era truccato, 41. Lo feci elaborare una mattina d’estate, affidandomi al know how del Cugino Malacarne. Lui conosceva tutti i meccanici della città e stabilì che Masino, vicino al mercato d’Ortigia, avrebbe fatto al caso mio. Devo ammettere che la cosa non m’interessava in modo particolare, avevo quasi quindici anni di lì a poco mi sarei preso il Vespone 125 di mio padre. Altri invece ci credevano veramente: la Vespa di Luciano faceva 140 km/h e Andrea aveva fatto modificare il pacco lamellare del suo Sì ed era diventato leggenda. Io lo feci per status symbol e scelsi di truccare il mio motorino il minimo indispensabile, giusto per migliorarne le prestazioni, senza strafare. Sì perché il Sì lanciato in velocità e su strada pianeggiante era affidabile, agile e maneggevole, il problema sorgeva al semaforo rosso e in prossimità di strade in salita. Capitava che nonostante i calcoli, le traiettorie, le strategie per arrivare all’incrocio con la luce del semaforo verde, qualche fatalità lo impedisse. Erano guai seri. Affrontare una salita con partenza da fermo, in due, era una sfida impegnativa. Come per la Macigno-mobile dei fratelli Slang, al Sì occorreva energia supplementare: il passeggero posteriore allargava le spalle per non fare cadere gli zaini della scuola – io avevo una borsa militare con la scritta “Kiss Pack You See” lungo la tracolla – e cominciava a pedalare come un forsennato. Il Sì si scomponeva e ondeggiava a destra e sinistra, la manopola del gas era a fondo, si contavano i colpi come l’equipaggio di un K2 alle Olimpiadi e in cima alla salita, alla fine, ci si sentiva come Bartali sullo Stelvio.
L’elaborazione del mio Sì non fu un gran successo, il ciclomotore aveva le stesse prestazioni di prima e neanche con la sostituzione della marmitta originale con una a curva larga, migliorò granché. In compenso aumentarono notevolmente le vibrazioni tanto che il parafango anteriore si sezionò a metà nel tentativo di rimuoverlo, fui costretto ad attorcigliarlo su stesso trasformandolo in una specie di unicorno che all’occorrenza fungeva anche da arma bianca.
Il problema era proprio questo, più il motore era truccato maggiore era la manutenzione e la possibilità di guasti e avarie. Anche per le odiose microcar è lo stesso, più sono elaborate, maggiore è la probabilità di vederle annaspare con il motore in fumo, come mi è capitato ieri, sull’acchianata Ambra. Il giovane pilota era sceso dall’abitacolo, sembrava un uomo d’affari e stava chiamando suo padre o più probabilmente l’assicurazione o il carro attrezzi, aveva l’aria rassegnata e indifferente come quella di un cinquantenne con l’auto in leasing.
Ma noi eravamo così? Direi più inconsapevoli, boh, sicuramente meno smart. Una volta un’auto che scendeva da viale Teracati bruciò il semaforo rosso nella direzione opposta alla nostra ed io fui costretto a frenare per non farmi travolgere. Era il 14 agosto del 1992, era ora di pranzo e Io e Ignazio ci trovammo ad affrontare l’acchianata Ambra senza nessuna rincorsa. Il Sì era allo stremo, la biella chiedeva pietà ed a nulla servivano le pedalate secche di Ignazio. Le operazioni erano ancora più complicate perché quella volta, trasportavamo nelle rispettive tracolle morbide, un basso Sakura truccato (aveva una finta borchia Fender sulla paletta) e una Squier Stratocaster. Arrancavamo, stavamo per capitolare, Ignazio continua a gridare: non ci dobbiamo fermare, non ci dobbiamo fermare, a nessun costo. All’improvviso l’illuminazione: un varco sulla destra, un cancello aperto. Sterzammo bruscamente e c’’infilammo nel cortile di una Villa, i proprietari erano seduti a tavola, in veranda, non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa stava succedendo: facemmo due giri di lancio intorno al cortile, prendemmo velocità e schizzammo fuori dal cancello, pronti ad aggredire l’acchianata, la vita e senza pensieri di auto in leasing.
Stop
Il fatto è piuttosto semplice: se un ragazzo nero è aggredito da un tizio che non conosce e che gli urla negro di merda ti ammazzo e lo rincorre con un coltello in mano, a occhio e croce di aggressione a sfondo razziale si tratta. Se anziché condannare l’episodio, cercate di trovare una giustificazione perché tutto sommato, forse, l’aggressore non ha un lavoro mentre il ragazzo nero sì, siete razzisti anche voi. Stop.
Allerta meteo, studenti in rivolta
Ana lassatu i scoli apette cu stu gran malutempu. Accua a sicchiate, grantine e una trompa t’aria ca i picciotti abbulavano strate strate. Noi stutenti superiori gridiamo basta ha tutto questo. U Sintaco deve chiudere a scola altrimenti si pigghia a responsabilità di tuttu stu buddello. A i stutenti dei paisi non li pono puttare mancu co i pumman. Nessuno a pensato hai pentolari è a tuti quei picciotti che non pono prendere i mutura picchì si assampanano tutti. Strate lachi e piene ti buche ca se ci cari ti struppii tutto. Pi beniri a scola ana dovuto venire motte madri ca machina pi accompagnare i figghi. Macari i genitori infatti sono furiosi per questa disogganizzazione e motti patri sa na dovuto susiri prima. Ora facemu a manifestazione e u sciopero. Appuntamento o campo squola cu tutti i picciotti ro movimento stutentesco. Se scampa a facemu che mutura.
Dress code
Ho sognato Salvini col giubbotto IGM.

Smile = Stronzo
Al netto dei glossari pitacorici sulla vicenda della Sea-Watch 3, c’è un aspetto molto inquietante che riguarda l’analfabetismo funzionale ormai dilagante. Praticamente, quasi l’60% degli utenti che ha commentato una qualsiasi notizia sull’argomento, ha dimostrato enormi difficoltà di comprensione del testo. Non sto parlando di piani narrativi, ideologie, convinzioni personali o della libertà di scrivere quello che ci pare. Il problema, gravissimo, è che sempre più persone non comprendono ciò che leggono, indipendentemente dal fatto che possa trattarsi di un articolo di approfondimento, un testo semplice, una filastrocca o un cartello stradale. Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza culturale non meno grave di qualsiasi crisi economica o recessione. Il fatto che il commento più scollegato e visionario che ho letto sia stato postato da una signora sulla cinquantina che – dalle informazioni del profilo – risulta essere docente di ruolo presso MIUR – Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, mi terrorizza. Di questo passo, tra qualche anno, avremo difficoltà a comprendere perfino gli emoticon più semplici.








