Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maalox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.

La cultura del sospetto

Chissà se questo andazzo di mettere in discussione la scienza, di confutare i progressi che la civiltà ha faticosamente acquisito nella medicina, nelle scienze sociali, nell’ingegneria e negli altri campi dell’attività umana, ha una correlazione con il ritorno in Tv delle televendite.

Dopo il boom degli anni ’80 – ’90, gli scandali, le truffe, il mago Do Nascimento e il forzato dimenticatoio, molti canali televisivi sono tornati a dedicare fasce importanti di palinsesto alle televendite. “Picciotti, i tempi sono maturi – avrà detto qualcuno – riproviamoci, cafuddiamo e vediamo che succede.” Sono andato a vedere i dati e in Italia, quello dei prodotti in tv, è un mercato in continua crescita che nel 2019 ha mosso affari per quasi un miliardo di euro.

Ma C’è una relazione tra i No Vax e il Rotowash? Tra il Gruppo Bildeberg e il pettine Magic Harry? Tra Soros e Chef Tony? Cosa lega Russiagate con il ritorno sul mercato di Shogun, i coltelli giapponesi forgiati con una lega segretissima?

La mia televendita preferita, insieme al party improvvisato del frullatore Magic Bullet, è sempre stata quella del Superpanno Magico. C’era un uomo che diceva una cosa tipo: “con il Superpanno Magico non dovrete più svegliarvi un’ora prima per andare ad asciugare tutta l’acqua che di notte si è andata ad accumulare sotto i mobili”. L’intento era dimostrare come rispetto a un panno tradizionale, il Superpanno Magico riuscisse ad assorbire quantità smodate di liquidi e in una sola passata. Nel tentativo di rendere il prodotto indispensabile ai consumatori, la narrazione si faceva distopica e descriveva un mondo in pericolo, invaso dall’acqua, una civiltà costretta a vivere rifugiata, in costante conflitto con la natura. Ogni giorno, la massaia era costretta a raccogliere acqua e asciugare superfici, contro tutto e contro tutti. Ogni giorno la massaia sopravviveva solo grazie al Superpanno Magico.

Come quella massaia lì, viviamo in un’epoca di paura e sospetto. Un certo tipo di comunicazione ha minato le basi della conoscenza condivisa sostituendola con una artificiale dove il normale, l’ordinario, lo scientificamente provato, sono diventati qualcosa da guardare con diffidenza. Il paradosso è che molto spesso, chi sviluppa questo criterio interpretativo della realtà, chi si abbandona al sospetto, finisce poi per rifugiarsi nell’improbabile, nel totalmente inattendibile e acquista a 59,99 euro, un frullatore alimentato a corda con la convinzione che quel minuscolo robot da cucina sia così potente da ridurre in polvere un blocco di granito in pochi secondi. Ma come si fa… ma se fosse vero, nessuno ha pensato a come questo mostro ridurrebbe le nostre verdure?

Gourmet

Illustrissimo ristoratore,

ho apprezzato la cura che hai messo nell’impiattamento, ma la tua “Spicola in sassa di limone con veddure croccanti” purtroppo era molto deludente. Quando con sei venuto a chiedere se stava “antanto tutto pene”, con molto tatto ti ho fatto notare che la “spicoletta” era stopposa, la “sassa” di limone, slavata e le verdure erano tutto fuorché croccanti. Ti sei offeso a morte rimarcando stizzito che da te non si lamenta mai nessuno e che evidentemente era un problema solo mio. Non sei più passato dal mio tavolo e mi hai fatto pervenire il conto – rigorosamente su foglietto a quadretti – ancor prima che l’avessi richiesto. Quando ti ho raggiunto alla cassa per pagare e ti ho chiesto la ricevuta mi hai lanciato uno sguardo di odio e hai bofonchiato: “manco il limoncello ci offro”.

Salutamu

Veramente vorreste dirmi che solo a me “Why your next vacation should be in Sicily”, l’articolo apparso sulle pagine on line della sezione travel del Washington Post, è sembrato banale, scontato e zeppo di luoghi comuni e di inesattezze? Ma davvero nel XXI secolo si può ancora suggerire di venire in Sicilia e di usare “salutamu” al posto di “buongiorno” o di un più colloquiale e semplice “ciao?”.

L’ho letto due volte per vedere se mi sfuggiva qualcosa, se non riuscivo ad afferrarne l’importanza, se  il testo nascondeva un modello stratificato che le mie nozioni di semiotica non riuscivano a scalfire, ma niente, anche dopo la seconda lettura il sentimento di delusione non è mutato. Anzi, mi è salito  “u nibbuso” perchè non riuscivo a capacitarmi del perché avesse ottenuto un tale tam tam mediatico anche sui canali istituzionali. Tra l’altro su Siracusa dice proprio due cose in croce, le solite: Teatro Greco, Tempio d’Apollo, Orecchio di Dionisio, Piazza Duomo, insomma, le uniche attrazione che qualsiasi turista, anche il più sprovveduto, visiterebbe comunque, anche solo per sbaglio.

Ma se da un lato latitano le informazione storico culturali, dall’altro, l’articolo è zeppo di nozioni socio-antropologiche. Per esempio tiene a sottolineare che anche quando la Mafia governava la Sicilia, la maggior parte della popolazione non era affiliata ad una cosca ma viveva comunque sottomessa al crimine organizzato. Sarà per questo che suggerisce di non fare battute sulla Mafia e visto che ci siamo, di non fare riferimento ai siciliani come se fossero italiani. Prendiamone atto.

Purtroppo non sono obiettivo, ma quando i musicisti tradizionali siciliani (Bummolo, tamburelli e fischietti assortiti) entrano in pizzeria, mi prende lo sconforto e la depressione, però, voglio dire, la Sicilia ha una tradizione musicale di tutto rispetto, non dico che nella sezione playlist uno debba metterci per forza Scarlatti o Bellini, ma che so, Marcella e Gianni Bella? Il Maestro Battiato? Roy Paci o Colapesce per rimanere nell’attualità? Niente, l’articolo suggerisce invece di attraversare la Sicilia in auto, con 40 gradi all’ombra, ascoltando musica folkloristica con la ciaremella. Però, a sua discolpa, infrange un mito d’oltreoceano e tende a chiarire, una volta per tutte, che purtroppo la colonna sonora del Padrino contiene solo lievissimi accenni alla tradizione musicale siciliana e che quindi non può considerarsi tale.

Infine, scopriamo che in Sicilia la lingua italiana è compresa e questo è molto rassicurante. Mettetevi nei panni della signora Esther Winger, una casalinga della Virginia che ha passato tutti i martedì sera, per tre mesi, a prendere lezioni di italiano nel retro della parrocchia di padre Talbott. Da anni voleva organizzare un viaggio in Sicilia e finalmente si era decisa, aveva convinto suo marito Dereck e l’amica del cuore Lucille, rimasta vedova. Poi un giorno al market di Mr Pomeroy, un piazzista di lucido da scarpe Perryman se ne esce con ‘sta cosa che in Sicilia non si parlerebbe manco l’italiano. Sai che collera! La signora Winger non vuole credere alle sue orecchie, ma quello, il piazzista, insiste e dice che suo cugino, l’anno scorso, è stato a Palermo e pure a Ficarazzi a trovare dei parenti e assicura che da quelle parti l’italiano non lo conosce nessuno. A Esther crolla il mondo addosso, che fare? Torna a casa, ripone la spesa, suo marito Dereck si accorge che qualcosa non va ma lei non gli da nemmeno il tempo di chiedere, si tira dietro la porta ed esce di nuovo. Si dirige verso la biblioteca Warren dove con la sua tessera da casalinga può usufruire gratuitamente di una postazione internet. È fuori di se, vuole cancellare le prenotazioni, è disposta perfino a perdere dei soldi, non le importa più niente. Clicca sul browser e si apre l’homepage del Washington Post, lì in bella vista, nella colonna di destra, compare l’articolo sulla Sicilia. Esther lo legge e in un attimo la tensione si scioglie, lo legge più e più volte, il personale della biblioteca le fa presente che è tardi e stanno per chiudere. Prima di uscire Esther stampa un paio di copie dell’articolo, una vuole darla a Lucille. Fa ritorno a casa, cammina tranquilla godendosi ogni passo, non ha nemmeno preparato la cena ma pazienza, stasera accomoderanno. Entra in casa, ad aspettarla c’è Dereck, la guarda preoccupato, lei ricambia lo sguardo e sorridendo gli dice: “salutamo.”. Dereck resta serio, sta morendo di fame e risponde: “salutamo ‘sta minchia!”. 

L’offerta Gastronomica

Quando ordino il fritto misto e mi portano solo i calamari e io lo faccio presente e il proprietario se la prende come se lo avessi offeso o quando ordini due piatti di pasta e mezzo litro di vino della casa, chiedi il conto e il gestore arriva sorridente e compiaciuto porgendoti un foglietto a quadretti dove con un tratto di penna ha sbarrato 72 euro e sotto c’ha scritto 35, come se uno sconto del genere fosse credibile. O ancora, quando dopo una cena mediocre, il proprietario ti chiede: “Allora come è antata?” e se tu gli dici che non è andata poi così bene, risponde sempre piccato: “Qui ta noi non si lamenta mai nessuno!”, oppure “Noi la pasta alla siracusana la facciamo così”. Per carità, va bene, ma se poi ti offendi, allora non mi chiedere niente.

Per non parlare del vino e del suo rituale spesso immotivato.

– Chi lo assaggia?

– Guardi, non è il caso, è una bottiglia senza pretese, tra l’altro la conosciamo benissimo, a posto così.

– No, insisto!

Allora ti tocca la pantomima dell’annusata, lo sguardo attraverso un calice sbagliato, il sorso contenuto e l’immancabile sorriso con cenno d’intesa:”perfetto, grazie.”. Solo una volta ho azzardato un timido “guardi, francamente è molto acido e sa di tappo.” per ricevere in tutta risposta un perentorio: “Pultroppo non ci possiamo fare più niente, non ce lo posso campiare pecche ommai l’abbiamo apetto”.

Uscite

L’ho rivisto per caso, era appesantito e segnato dal tempo, non so nemmeno come ho fatto a riconoscerlo ma del resto quella sua uscita trionfale, durante quel trasloco di tanti anni fa è rimasta vivida nella mia memoria.

C’è qualcosa di estremamente teatrale in un’uscita trionfale: il professor Cane che abbandona la lezione di civiltà musicale afroamericana insultando i suoi studenti; Pete Doherty che va via dal camerino del Covo a Bologna con una chitarra non sua e si accende una sigaretta con il mozzone di quella precedente; Peppere che all’alba di un ferragosto, sul bagnasciuga di una spiaggia di Noto, scappa con quattro bottiglie familiari di Moretti – due per mano – muovendosi lateralmente, veloce e agile come un granchio e poi c’è lui, il tizio del trasloco.

Ero tornato per dare una mano ma i miei genitori avevano già impacchettato tutto. A casa mia non ci sono mai stati oggetti particolarmente preziosi. Una grande quantità di libri e dischi e qualche mobile antico comprato e poi restaurato. Mia mamma però, nella camera da letto, ha una toletta dell’800 a cui è particolarmente affezionata. Se la comprò a 18 anni, quando era una studentessa di filosofia a Catania, se la comprò con quello che chiamavano presalario. Non aveva in programma di sposarsi, non aveva intenzione di andare a vivere da sola, semplicemente vide quella toletta, si fece ammaliare dalle sue linee sinuose e morbide, dal piano di marmo venato e dallo specchio ovale in cima e se la comprò, senza pensarci due volte. Un comportamento piuttosto strano in fin dei conti perchè mia mamma è una marxista non dedita a sperperi.

Questo trasloco fu organizzato nei minimi particolari. I miei tendono ad essere molto efficienti per questo genere di cose e alla follia estemporanea di mia madre – un vulcano che ribolle di idee – si somma la razionalità maniacale di mio padre che con taccuino e matita, spunta tutte le voci precedentemente annotate. Il trasloco fu affidato ad una ditta locale, l’appuntamento era alle 7:00 di una mattina di fine estate. Vennero in cinque: tre picciotti di fatica, un tecnico addetto al montacarichi e un supervisore. Le operazioni di carico, per quanto lunghe ed estenuanti, erano procedute senza intoppi. A un certo punto arrivò il momento di caricare la toletta e mia mamma entrò in fibrillazione. I picciotti di fatica, già abbastanza stanchi per il lavoro fin lì svolto, ebbero una piccola incertezza e nello spostare la toletta dalla stanza da letto al balcone del salone dove era montato il montacarichi, sfiorarono impercettibilmente l’angolo del muro con il mobile. Furono momenti di grande tensione, mia madre voleva bloccare tutto, ma per fortuna intervenne lui, il supervisore. Indossava un jeans chiaro tagliato sopra il ginocchio, una camicia bianca di lino stirata perfettamente e portava un borsello con dentro dei documenti, un cellulare, sigarette e accendino. Ai piedi calzava degli zoccoli di legno modello Pescura. Telecomandò i ragazzi di fatica e in men che non si dica la toletta era stata posizionata sul montacarichi senza alcun danno. Mia madre non era ancora del tutto tranquilla e allora lui, con un balzo felino, scavalcò il balcone, poggiò la mano destra sul mobile, si accese una sigaretta, fece un cenno a quello di sotto e uscì di scena così, facendosi calare dal terzo piano. 

Non è detto che un’uscita trionfale risolva sempre una situazione, e non dipende dalla spontaneità o dalla meticolosa costruzione a tavolino perché certe volte, nonostante la carica drammaturgica, il pathos e il lirismo di cui si è alimentata, purtroppo, resta solo un gesto estetico.

La mia uscita trionfale, risale a molto tempo fa. Una sera, in un campeggio in qualche paese sperduto della Bretagna, dopo aver cenato con i miei genitori, mi aggiravo mordicchiando una mela golden, nei pressi di un campo da basket improvvisato. Con me, i due figli della coppia di amici dei miei genitori. Su questo spiazzo, un gruppo di ragazzi americani nostri coetanei, aveva posizionato due grandi bidoni della spazzatura, uno sopra l’altro, a simulare un canestro. Erano mormoni, figli di un paio di famiglie con prole numerosissima. Avevano noleggiato dei motorhome giganteschi con la moquette a pelo alto al pavimento e si erano piazzati nelle piazzole difronte a noi. Mia mamma, quando si scorse di quel pavimento peloso, ebbe quasi un mancamento e per reazione cominciò a pulire il nostro di camper, che era sempre lindo e ordinato.

Nel gruppo di giocatori c’erano anche delle ragazze, alcune erano in squadra, altre facevano il tifo, ma in maniera molto educata. Un paio le avevamo incontrate la mattina in piscina, una era davvero bellissima nel suo costume intero, aveva gli occhi nocciola e ci eravamo scambiati degli sguardi e dei timidi sorrisi. Quella sera, su quel campo da basket, portava i capelli castani raccolti sulla nuca con delle ciocche che le scendevano sul viso. Avremmo avuto al massimo 14 anni e con un inglese scolastico e titubante chiedemmo di poter giocare con loro. Ci risposero di no, senza tanti giri di parole, niente di razziale, almeno credo, nessun italiani, pizza, mafia, mandolino, semplicemente non avevano alcuna intenzione di fare la nostra conoscenza e poi, non ci ritenevano all’altezza di competere con loro. Solo la ragazza bella provò a far cambiare idea al fratello maggiore, ma non ci fu niente da fare anzi, il suo intervento fece innervosire il gruppo che ci fece capire che da lì dovevamo andar via, che dovevamo spostarci di lato perché la partita doveva riprendere immantinente. Incrociai lo sguardo della ragazza, sembrava dispiaciuta e lo ero anch’io, per me giocare sarebbe stata la scusa per conoscerla e chissà, magari, come nei film, poteva scapparci un bacio, invece niente. Delusi, ci spostammo sul lato del campo per permettere la ripresa del gioco. Ero appoggiato ad un lampione, finivo di mangiare la mia mela golden e fingevo distacco e disinteresse. All’improvviso la palla stoppata con foga da uno dei giocatori, rimbalzò verso di me. Fu una cosa naturale e sorprendente: l’addomesticai di petto, me la alzai con il sinistro e feci partire un pallonetto di destro che si andò a infilare nel canestro. I miei amici esplosero in un boato da stadio, i mormori erano increduli e sbalorditi, forse non avevano mai visto qualcuno calciare un pallone, la ragazza bella mi guardava ammirata. Io tremavo dall’emozione ma non volevo darlo a vedere, diedi l’ultimo morso alla mela, la gettai nel cestino attaccato al lampione, mi girai verso i miei amici e con finta sufficienza dissi: “andiamo”. Con la coda dell’occhio vedevo la ragazza bella che mi seguiva con lo sguardo, adorante. “È fatta! – pensavo tra me e me mentre mi dirigevo verso il camper dei miei – domani mattina in piscina farò un ingresso trionfale, e lei sarà lì ad aspettarmi e finalmente potremo vivere un’intensa e travolgente storia d’amore e poi tornerò a Siracusa e lo racconterò a tutti e poi ci scriveremo e io andrò in America da lei e lei verrà da me e io avrò già il motorino e insieme andremo a mare al Plemmirio”. Il giorno dopo, mi svegliai presto, non stavo nella pelle, volevo godermi il trionfo, uscii dal camper per fare colazione e per vedere se riuscivo a sbirciarla ma rimasi basito: davanti a me il vuoto, le piazzole deserte, i camper con il pavimento di pelo lungo erano spariti, portandosi via l’unico possibile grande amore mormone della mia vita. 

Tri Buttuni

– Allora aucuri al papà della sposa!

– grazie, grazie… il caffè lo offro io però…

– Quant’è la tata?

– Untici luglio… ancora un poco di tempo…

– E unni u fanu?

– A chiesa a San Ciovanni, u ricevimento all’Open Lent.

– Maria! Sa di soddi ca ti stana facennu nesciri!!!

– Ca i soddi ca ci vonu… attri tempi… ora si usano 2 vestiti picchi si cancianu, uno bianco e uno sciampagna, i fiori devono essere tutti di un modo, i cosi fatte elecanti va…

– U sacciu! A mugghieri i me figghiu… a stissa cosa… ma idda fa a weddinplanne!

– Macari u vistitu mi vonu fari canciari… dice che cu tri buttuni è troppo vecchio e non si può mettere.

T’ammazzo!

– “Prego” – disse porgendo al cassiere del bar una banconota da venti euro ed uno scontrino su cui erano segnati due caffè.

– “E che ci devo fare io con questi?” – replicò dopo una breve pausa il cassiere stizzito.

– “Mi dispiace ma non ho spicci”.

– “Ma come glieli cambio io questi?”.

– “Guardi, non saprei. Trovi un modo”.

– “Ma almeno mi dica se vuole due da dieci, quattro da cinque, se vuole moneta”.

– “No guardi, non ci siamo capiti, io devo pagare due caffè. Questo è lo scontrino che mi avete fatto voi!”.

– “Ah!!!, mi scusi ma non l’avevo visto!!! Siccome non ne facciamo mai…”

– “Certo, capisco. E che vuole fare? Lo storniamo? Non vorrei averla messa in difficoltà”.

– “No, ormai l’abbiamo fatto, pazienza…”

– “Mi scusi ancora per il disguido, se avessi saputo…”

– “Non si preoccupi, ogni tanto qualche scontrino lo dobbiamo fare. Ecco il suo resto”.

– “Grazie mille e arrivederci”.

– “CAMMELOOO” – urlando rivolto al ragazzo del bar – “a prossima vota ca fai nu scontrino pi du cafè t’ammazzo!”.

Cunsideralu Siei – Una storia vera

Siracusa 1994, il movimento studentesco lotta per i diritti degli studenti, contro la riforma Iervolino, per risposte certe in tema di edilizia scolastica e per caliarsi la scuola. Manifestazioni, assemblee studentesche, autogestioni e occupazioni si susseguono a ritmo serrato e nei primi mesi di scuola, i giorni di lezione svolti sono veramente pochi. In questo scenario, gli studenti accettano di farsi interrogare almeno una volta prima della fine del quadrimestre, per consentire il regolare svolgimento degli scrutini. Una interrogazione secca e benevola per riempire il registro e scollinare verso la seconda parte dell’anno scolastico.

– Midolo: Professore Artale?

– Artale: Tì?

– Midolo: Mi scusi, volevo chiederle per quale motivo mi ha messo quattro. Mi aveva detto che l’interrogazione era andata bene e l’ha detto anche a mia mamma al ricevimento genitori.

– Artale: Eh… Mitolo, ma con una sola interrogazione… eh… chi putemu fari… a nenti, questo quatrimestre è antato così. Appoi vediamo… ah, aanti.

– Midolo: No, mi scusi, non ho capito…

– Artale: Eh, Mitolo, non ti preoccupare, facemu accussì… tu consideralu siei.

– Midolo: (ironico) Ma come consideralu siei, professore, ma che vuol dire?

– Artale: Ti sto ticento, consideralu siei.

– Midolo: (tra il serio e il faceto) Professore, ma io a mio padre che gli dico: papà, è quattro ma tu cunsideralu siei?

– Artale: Bih, Mitolo, ora basta. I voti del primo quatrimestre sono così. Aanti. Per esempio: la signorina Saia è una signorina da otto… ma non è che c’ho messo otto io…

– Saia: Professore Artale?

– Artale: Tì?

– Saia: Guardi che mi ha messo otto.

– Artale: (stupito) Ma quannu?

– Midolo: Ha visto? Ma allora ce l’ha con me?

– Artale: Ma chi sta ricennu! Aanti, ora basta.(Poi, improvvisamente e con foga, voltandosi verso l’alunno Rizzo) Rizzo, tomani ni virieumu, domani t’anterrogo.

– Rizzo: (esterrefatto) Professore ma io non sto dicendo niente! Ma perché se la sta prendendo con me!

– Artale: A mia m’antaressa. Tomani nì viriemu! U nibbuso mata fattu venere. Cose ti pazzi… Ora basta. Che avete dopo?

– La classe: Educazione fisica

– Artale: E allora ripassatevi l’educazione fisica. Aanti.

Superlativo, Assoluto

Partimmo in tre, io, Stefano e Simone, direzione Roma. Era il febbraio del 1995, eravamo all’ultimo anno del liceo scientifico, vivevamo di musica e quel concerto dei REM, in tour con l’album Monster, non ce lo saremmo persi per nulla al mondo. Intercity notte o Freccia d’argento, adesso non ricordo, tanto, sempre dodici ore ci volevano per arrivare a Roma. Ci incontrammo alla stazione di Siracusa, era sera, mi aveva accompagnato mio padre. Avevo un borsone con qualche cambio, dei panini che mi aveva preparato mia mamma e una bottiglia d’acqua. Saremmo rimasti a Roma un paio di giorni ospiti di Lele e Sebastiano. Loro erano già studenti universitari, vivevano da soli in una appartamento minuscolo vicino alla facoltà di Sociologia. Il treno era quasi vuoto, procedeva con lentezza esasperante, ma a diciotto anni, il tempo ha un valore completamente differente e accelera e rallenta senza che nemmeno te ne accorgi.

Di tempo ne è passato perchè oggi Michael Stipe ha compiuto sessant’anni. Con la sua musica mi ha accompagnato per trenta. Dei REM ho sempre invidiato la semplicità delle armonie e allo stesso tempo, la forza dirompente e la capacità di comunicare in maniera del tutto personale il mondo che stavamo vivendo. Un po’ college rock, un po’ impegnati, un po’ scazzati ed enigmatici, i REM riuscivano a farmi sentire parte di qualcosa di più grande e poi c’era Stipe, che aveva un modo di esprimersi sui generis, molto distante dai canoni del pop di allora, una voce a tratti sgraziata e proprio per questo irresistibile.

Di tutti i concerti dei REM che ho visto nella mia vita, quello che ricordo meglio e con maggiore emozione è proprio quello del 1995. Quell’avventura tra amici, quelle serate romane e l’eccitazione di assaporare la vita universitaria, la magia della musica dal vivo, il desiderio di suonare, i Grant Lee Buffalo che aprono il concerto, il sentirsi liberi e indipendenti, la determinazione di andare via da Siracusa per vivere emozioni come questa e quella frase, sentita al ritorno, in stazione, una frase urlata da uno sconosciuto all’indirizzo di un altro che diceva: “Levatillu su spacchio r’orecchino co pentente ca sta parennu n’arcigay!”. Così, superlativo, assoluto.