Alla fine, non senza polemiche, la spunta “l’Albero di Natale Separè”, la struttura in metallo e lampadine fulminate ha convinto l’Amministrazione Italia superando ai punti l’opzione “Rosso fuoco”: un rogo perenne di rifiuti dentro un telaio a forma di abete.
Categoria: e non offenta…
Bando rifiuti, ma non era meglio il sorteggione?
È una storia infinita, una maledizione, una barzelletta. Quando sembrava tutto finito, ecco che arriva l’ennesima pronuncia del Tar: tutto da rifare. Ma siete pazzi! Tekra – sostengono i giudici amministrativi – non è cosa. La sentenza arriva proprio nel giorno dell’avvicendamento, quello segnato nei calendari come la fine di un’epoca, il tramonto di un’era. Sì perché oggi, dopo
più di settant’anni si sarebbe interrotto il tormentato rapporto di amore e odio tra Siracusa e Igm. Stop, finito, capolinea. Settantotto anni e due mesi e nove giorni di rifiuti che raccontano la storia e le contraddizioni di un’intera città. I cassonetti, le proroghe, le assunzioni, gli autocompattatori, mai spazzato sotto casa mia, le Lape sparate a tutta velocità, i sindaci, i mastelli dell’umido, i bandi europei, i sindacati, i moncherini di scopa, tanto buttano tutto assieme, le sigarette per terra, i tribunali amministrativi, le emergenze, i consiglieri comunali, l’Urega, gli Ato rifiuti, la raccolta differenziata a macchia di leopardo. Tutto e il contrario di tutto. Settantotto anni due mesi e nove giorni di potere assoluto, di scioperi, multe e dichiarazioni d’intenti.
E adesso? Adesso Tekra ricorrerà in appello, farà presente che anche Igm non è cosa, chiederà una sospensiva e tutto il solito iter burocratico-legale al quale abbiamo già assistito in passato. Il Comune invece dovrebbe motivare l’aggiudicazione. Tempi? E chi può dirlo? Mi chiedo se questa città un giorno riuscirà a meritarsi un’azienda capace di svolgere il servizio di raccolta rifiuti in maniera efficiente e se il siracusano, tra un lamento e un’accusa, tra un colpo al cerchio e uno alla botte, imparerà a tenere pulita la sua città, a raccogliere la cacca del cane, a fare la differenziata con criterio ed a non abbandonare all’angolo della strada la cucina componibile della nonna Concettina.
Soluzioni? Il servizio – dicono dal Vermexio – non sarà interrotto. Bene. Per quel che mi riguarda, proporre l’autogestione per condominio o agglomerato di villette tipo Soviet sarebbe velleitario: finiremmo per nascondere i rifiuti sotto lo zerbino del vicino. Forse, visto che ormai in Italia non esiste una gara che non venga impugnata, sarebbe il caso di pensare a una bella riforma del codice degli appalti e all’introduzione del più pratico sorteggione: inoppugnabile, aleatorio, mistico, ineluttabile.
Pezzi d’asborto
Aziende 2.0
Non c’è una email, non c’è un riferimento social, c’è solo un gigantesco Infoline con un numero fisso, tu chiami e ti risponde una voce registrata che dice: il numero selezionato è inesistente.

Damilano a Siracusa e ritorno
All’inizio ero un po’scettico, invece lo spiegone di Marco Damilano su Moro (Un atomo di verità. Aldo moro e la fine della politica in Italia), andato in scena ieri al teatro Comunale di Siracusa, è stato una bellissima sorpresa e alla fine mi ha perfino commosso. Quasi due ore di narrazione, un ritratto di Aldo Moro che si spinge oltre il racconto dei 55 giorni di prigionia. Un teatro pieno per due terzi e tanta siracusanità sono stati gli ingredienti di una serata ortigiana che mi ha dato l’illusione di vivere, per una volta, in una città normale.
Quattro parole: hanno rapito Aldo Moro.
Quattro note: il riff di Shine on You crazy diamond dei Pink Floyd che Marco Bellocchio piazzò magistralmente al termine di Buongiorno Notte.
Altre quattro parole: posa il telefono, cazzo!
Sì perché in platea, non tutti i convenuti sembrano veramente interessati al racconto. Lo si capisce dalla selva di telefonini che fa capolino tra le file di posti e che genera una light pollution senza eguali. Facebook, WhatsApp, emoticon a muzzo, suonerie impazzite, “Che fa la Juve? No, io sono allo spettacolo di Alto Moro, sentiamoci topo”, strafottenza, imbarazzo. Ad ora di cena poi, alcuni preferiscono andare via, così, leggeri, in fuga.
Nel suo racconto, Damilano, rifugge i luoghi comuni e gli stereotipi e ci presenta un Moro diverso da quella che è la sua immagine pubblica, un uomo con tratti di personalità anche negativi e contraddittori. Tempo, flessibilità e verità sono i concetti su cui poggia la narrazione. Il tempo in cui siamo immersi, le epoche che viviamo ma anche il tempo interiore, quello nostro, personalissimo; la flessibilità, che è la capacità di modificare una prospettiva, di piegarsi senza spezzarsi, di muoversi nello spazio e nel tempo; la verità, che è ricerca e luce. Sintetizzando: conoscenza, intelligenza, dialogo. Trent’anni di vita politica italiana, il percorso di un uomo colto, di un padre costituente, di uno con un libretto universitario con tutti trenta e trenta e lode. Quante cose sono cambiate in questi quarant’anni dopo la sua morte? Tantissime, forse troppe. Vedere quelle foto, condividere o meno un punto di vista, ascoltare quei discorsi, Pasolini, Sciascia, confrontarli con quelli di oggi, ci dà la misura del cambiamento. Disarmante. In sala non c’è la politica. Due, forse tre e uno va via prestissimo.
Al siracusano ancora non riesce del tutto. I luoghi comuni e gli stereotipi ci sono quasi tutti, anche le pellicce in sala. Lo spettacolo inizia con più di venti minuti di ritardo perché molta gente non prende posto, rimane fuori a chiacchierare. Damilano fa capolino un paio di volte dalle quinte con la faccia di uno che si sta chiedendo: ma che sta succedendo? Perché questi non si siedono? Ma che stanno facendo? Il teatro ha una sua liturgia e noi, essendone stati privati per oltre mezzo secolo, forse l’abbiamo dimenticata, così come abbiamo dimenticato il ruolo della politica, che era orizzonte, senso collettivo e speranza ed è diventata pressapochismo, selfie e focolaio di paure e rabbie represse.
Foto di Dante Rapisarda.
Il gatto Arturo (atto III)
Quindi Il linciaggio del clochard che ha massacrato il gatto Arturo non sarebbe mai avvenuto, i commenti al post con la falsa notizia invece rimangono e spingono a porsi alcuni interrogativi. Che società è quella nella quale ci si fa giustizia da soli? Chi può stabilire pene e condanne? Se non fosse stato un barbone rumeno ma il rampollo di qualche famiglia bene siracusana? Una foto profilo contornata di palloncini, fiorellini e cuoricini zuccherosi può celare una spietata terminator? Un uomo di dio può cliccare like ai peggiori commenti violenti e razzisti?
Le risposte dovrebbero essere scontate, ma negli ultimi anni, nel nome delle ingiustizie, delle frustrazioni e delle nostre mediocritá, abbiamo assistito al sovvertimento di molte regole del vivere civile.
Oggi poi è morto pure Bernardo Bertolucci, maestro indiscusso del cinema italiano, poeta delle immagini e narratore dell’angoscia esistenziale. Mi è tornata in mente la scena di Novecento quando Attila, l’ex guardiano diventato gerarca fascista, per spiegare alla cricca di amici come difendersi dal comunismo, sevizia e uccide un gatto. Attila, interpretato da uno stupefacente Donald Sutherland, si macchierà dei peggiori crimini e farà una brutta fine quando, dopo la Liberazione, mentre tentava la fuga, sarà brutalmente ucciso, trafitto dai forconi dei contadini.
L’Attila di Bertolucci è una metafora del male, la sua morte: la pena comminata da un tribunale del popolo in tempo di guerra. Per fortuna alla fine della Seconda guerra mondiale, il referendum prima e la Costituente poi, ci hanno messo nella posizione di poter avere, nero su bianco e alla luce delle atrocità del ventennio trascorso, una carta costituzionale che garantisce tutti regolando diritti e doveri dei cittadini.
Oggi, quelli che erano stati accolti come traguardi dell’umanità, raggiunti faticosamente dopo lotte interminabili, battaglie e morti, sono percepiti come inutili lacci che impedirebbero, a detta dei più, il corretto funzionamento della giustizia.
Ne viene fuori un mix preoccupante di Codice di Hammurabi e televoto. È la giustizia del web, quella che va esercitata in tempo reale, con un click. Quella che non tiene conto delle storie, delle situazioni, delle difficoltà, dei limiti, delle leggi e della loro esecuzione. Una realtá virtuale in due dimensioni, senza la gran cammurria dello spazio-tempo che complica inevitabilmente il tutto.
Ci sono davvero delle differenze tra l’aggressione al clochard e quella alla maestra che rimprovera l’alunno; tra il pestaggio dell’adolescente omosessuale e il dare fuoco all’anziano signore? Io credo di no, ma in caso di risposta affermativa, chi dovrebbe stabilirlo? Il gruppo WhatsApp dei genitori o il forum omofobi x Siracusa?
Pur condannando senza appello il terribile gesto del clochard, resto dell’idea che nessuna violenza vada tollerata perchè essa non serve a niente se non a moltiplicare e nutrire sé stessa. Perché una società civile che contempla la violenza, semplicemente non è una società civile.
Affruntarsi mai
Etica, Metafisica, Umanesimo e Noccioline
Il drastico capovolgimento delle regole del vivere civile non è una questione generazionale, almeno non più. È un cambiamento antropologico radicato ed evidente che sfocia nella totale mancanza di rispetto per qualsiasi regola, nel non assumersi alcuna responsabilità, nell’attribuire le colpe dei propri fallimenti agli altri. Sempre.
Ieri al supermercato, di prima mattina, un uomo sui sessanta – calzava sandali senza calze e aveva un alluce così valgo e l’unghia così lunga che si avvolgeva su se stessa come una spirale infernale – ha sputato dentro il mio cestello della spesa. Io stavo scegliendo la frutta, il cestello – già riempito con alcuni prodotti – era a cinque metri da me, l’uomo ha cominciato a mangiare della nocciolina americana sfusa da un espositore, non l’ha gradita e la sputata lì, dentro al mio cestello e poi si è allontanato con tranquillità. L’ho rincorso e ho richiamato la sua attenzione chiedendo spiegazioni ma lui mi ha detto che non avrebbe chiesto scusa, che la nocciolina faceva schifo e doveva sputarla e che la colpa era mia perché avevo lasciato il cestello lì. Ho provato a chiedergli perché non avesse usato il bidone della spazzatura dell’ortofrutta che era posizionato accanto a lui, ma non si è scomposto e ha detto una cosa tipo: ci pare che mi faccio ‘mbrusare pure la nucidda. Sua moglie, immobile, mi guardava come se fossi un extraterrestre. Mi sono voltato verso l’addetto ai salumi per cercare conforto ma lui ha alzato le spalle come a dire, la disputa è molto delicata ed entrambi avete le vostre ragioni, per cui preferisco mantenere una posizione di neutralità anche in funzione del mio ruolo di salumiere super partes. Un uomo sulla trentina, in tenuta sportiva griffata, ha assistito alla scena e mi ha detto: lascia perdere, con questi incivili non c’è niente da fare.
Ho lasciato il cestello con i prodotti in un angolo e l’ho sostituito con una senza saliva e nocciolina masticata e ho ripreso il mio giro tra i corridoi. Sbollita la rabbia mi sono fermato al banco per prendere un pezzo di parmigiano. Lì ho ritrovato il salumiere di prima, quello che non voleva sbilanciarsi. Ora stava parlando con una cliente di come la soluzione di tutti i problemi italiani sarebbe bombardare con armi nucleari la Germania. Praticamente nel giro di qualche minuto era passato da posizioni neutrali e attendiste tipo Svizzera a un interventismo sfacciato alla Kim Jong-un. Lo so che sembra surreale ma è andata proprio così. Per lui il popolo tedesco andrebbe sterminato senza pietà, le risorse depredate e i territori occupati. La signora, dopo averlo ascoltato ha detto: ma questo è un po’ razzista. Il salumiere ha subito precisato che il razzismo non c’entra perché i tedeschi sono bianchi e poi ha cominciato un’invettiva contro Martin Schultz, al quale attribuiva responsabilità gravissime che andavano da Alitalia alla sua situazione lavorativa. L’astio era così esasperato che mi sono chiesto se a questo punto il salumiere e Schultz si conoscessero.
Per un momento ho pensato di intervenire, di chiedere spiegazioni, di fargli notare che attribuire agli altri i nostri fallimenti non porta da nessuna parte, ma poi ho preferito rinunciare, mi sono allontanato e ho comprato del grana in busta dal banco frigo. All’uscita del supermercato, l’uomo sportivo griffato mi ha fatto un cenno di saluto, stava caricando la spesa sull’auto parcheggiata di sbieco nello stallo disabili del parcheggio vuoto.
Il semaforo del Campo Scuola
C’è un semaforo che mi provoca uno stato di apprensione e turbamento, è quello alla fine di viale Teracati angolo Campo scuola. La corsia di destra – direzione corso Gelone – è caratterizzata da code e rallentamenti continui; quella di sinistra – con svolta su viale Teocrito – è notoriamente più agevole. In realtà il semaforo non c’entra niente, quello si limita a fare scattare prima il verde per Corso Gelone e dopo un po’ quello per girare su Teocrito. Il caos nasce dal fatto che in quel tratto di strada confluiscono i flussi di arterie molto trafficate, ma soprattutto perché i siracusani ritengono il concetto di corsia un capriccio del codice della strada, un vezzo inutile, una cammurria che complica la marcia risoluta e volitiva dell’automobilista aretuseo verso il suo traguardo, qualunque esso sia: Gratta e Vinci, sigarette, posto di lavoro, pizza al taglio, bambini da prendere a scuola o da portare al “caccio”, non fa differenza. Alla guida può esserci un imprenditore pieno di debiti con un Suv da 90mila euro nuovo di zecca, un nanno con la Panda, delle suore scatenate, una lapa carica di frutta e verdura o una famiglia di cingalesi su una Matiz. Quella del salto della corsia al semaforo del Campo Scuola è un’infrazione eterogenea e democratica, è commessa e subita da tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni sociali.
Quanti Gran Premi del Campo Scuola avrò disputato in questi anni? Non lo so, ho perso il conto. Le manovre di avvicinamento a quel semaforo ricordano le partenze lanciate del campionato Nascar, con le auto che si aprono a raggiera in attesa di trovare il pertugio giusto, il momento esatto per affondare sull’acceleratore, scartare sulla destra e bruciare quel verde. In quel tratto di strada può succedere di tutto e bisogna essere pronti a tutto: soprusi, sfuriate, cambi improvvisi di direzione, brusche frenate, occhi fissi sul retrovisore, imprecazioni, maledizioni, centimetri persi e guadagnati, una guerra di logoramento, come sul Piave.
Quando non gareggio, mi piace osservare le espressioni e i volti delle persone alla guida. Il bagliore geniale negli occhi di chi si finge distratto, rallenta quel tanto che basta per farti credere che non ha intenzione di superarti e un attimo dopo è già tre auto davanti a te; i denti serrati di chi ha deciso che qualsiasi cosa succeda lì, in quel momento, “No pasarán”; l’ingenuità dell’uomo di mezz’età che agevola la manovra della signora piacente con la Clio che si rivelerà una spietata testa di ponte per l’invasione totale della corsia da parte di un esercito di scalmanati; il terrore vivido nello sguardo del turista con l’auto a noleggio abituato a guidare a Baden Baden.
Poi succede che gli astri si allineano e il fato posa la sua mano su di me. Sono diretto in corso Gelone ma sto percorrendo la corsia per svoltare in viale Teocrito. Sono a disagio, non mi piace farlo, è stato il flusso del traffico a costringermi sulla corsia sbagliata. I miei nervi sono a fior di pelle, i miei occhi scansionano distanze, il cervello processa tempi e telemetrie virtuali. Normalmente scalerei una marcia in attesa di trovare il varco per inserirmi nella corsia corretta, ma stavolta non serve, l’auto scorre placida come in una parata trionfale, la corsia sinistra davanti a me è vuota e mi ritrovo fermo, con il semaforo rosso, in pole position. È una sensazione indescrivibile di benessere, appagamento e rivalsa.
Uno con la Peugeot incolonnato sulla destra ha intuito ciò che sta accadendo, ha grande esperienza, conosce le dinamiche di quel tratto di strada, quindi scarta sulla sinistra e si piazza dietro di me. Ha osservato la mia andatura e ha scommesso che non aspetterò il verde per svoltare su Teocrito ma che mi dirigerò direttamente su corso Gelone.
Mi sono rilassato e ho cominciato a pensare che avrei potuto scrivere di questo tratto di strada, del suo semaforo e della guerra psicologica che ogni giorno combattono migliaia di siracusani ma non ho avuto il tempo, il suono atroce del clacson della Peugeot mi ha ridestato. Ho ingranato la marcia e sono partito. Al via avrò perso tre o quattro posizioni, dopo un po’ quello con la Peugeot mi ha affiancato, mi ha guardato con disprezzo e mi ha detto: “mpare, se non te la firi statti a casa”. Poi è sparito zigzagando per Corso Gelone.
Complotti, diffidenze e paradossi
Chissà se questo andazzo di mettere in discussione la scienza, di confutare i progressi che la civiltà ha faticosamente acquisito nella medicina, nelle scienze sociali, nell’ingegneria e negli altri campi dell’attività umana, ha una correlazione con il ritorno delle televendite.
Sia chiaro, in alcuni casi si tratta di onesti prodotti testati fiera dopo fiera, mercatino dopo mercatino e finalmente approdati in tv. Il mio preferito è sempre stato il Superpanno magico. C’era un uomo che diceva una cosa tipo: con il panno magico non dovrete più svegliarvi un’ora prima per andare ad asciugare tutta l’acqua che di notte si è andata ad accumulare sotto i mobili. L’intento era dimostrare come rispetto ad un panno tradizionale, il Superpanno magico riuscisse ad assorbire quantità smodate di liquidi e in una sola passata. Nel tentativo di rendere il prodotto indispensabile ai consumatori, la narrazione si faceva distopica e descriveva un mondo in pericolo, invaso dall’acqua, una civiltà costretta a vivere rifugiata, in costante conflitto con la natura. Ogni giorno, la massaia era costretta a raccogliere acqua e asciugare superfici, contro tutto e contro tutti. Ogni giorno la massaia sopravviveva solo grazie al Superpanno magico.
Nel periodo a cavallo tra le elementari e le medie, quando le giornate si accorciavano e faceva freddo per scendere in cortile a giocare, passavo le domeniche pomeriggio con mio padre. Acquisiti i risultati delle partite del campionato di Serie A, mettevamo in scena una finta trasmissione radio: microfoni, mixer, piatto e una doppia piastra per registrarci. Avevamo chiamato il programma Domenica Sport. Il format consisteva in collegamenti dai campi principali per un sunto e un commento sulla partita appena terminata. Ovviamente nessuno di noi aveva visto la partita – per i gol bisognava aspettare 90° minuto – quindi inventavamo di sana pianta. Dato che eravamo solo in due e mia mamma partecipava raramente, avevamo aggiunto altri inviati che interpretavamo a turno: Nannovjić, Batalock e Vincenzo, che poi in realtà, non erano altro che i soprannomi di alcuni miei amici. Nannovjić era il fratello più grande di un mio compagno di classe e per la sua età, era un ragazzo posato, maturo e riflessivo. Batalock abitava nel palazzo ed era allampanato totale. Vincenzo era Vincenzo, un bambino che faceva nuoto con me. Tra un collegamento e l’altro mandavamo brani musicali e qualche volta mio padre suonava il piano.
Dopo il boom degli anni ’80 – ’90, gli scandali, le truffe, il mago Do Nascimento e il forzato dimenticatoio, molti canali televisivi hanno nuovamente dedicato alle televendite fasce importanti di palinsesto. Picciotti, i tempi sono maturi – avrà detto qualcuno – riproviamoci. Cafuddiamo e vediamo che succede. Sono andato a vedere i dati e in Italia, quello dei prodotti in tv, è un mercato in continua crescita che nel 2017 ha mosso affari per quasi un miliardo di euro.
C’è una relazione tra i No vax e il Rotowash? Tra il Gruppo Bilderberge il Magic Harry? Tra Soros e Chef Tony? Cosa lega la Tap con il ritorno sul mercato di Shogun, i coltelli giapponesi forgiati con una lega segretissima? Chi può ancora comprare a 59.90 euro un frullatore minuscolo e alimentato a corda come il motore di un gommone? C’è davvero qualcuno che acquisterebbe, convinto di fare un affare, una scopa magica rotante al posto di un aspirapolvere? Con tutta la buona volontà, come si può credere che quel robot da cucina sia così potente e abbia lame così affilate da ridurre in polvere un blocco di granito in pochi secondi? Ma se fosse vero, nessuno ha pensato a come questo mostro potrebbe ridurre le nostre verdure?
Come la massaia del Superpanno magico, viviamo in un’epoca di paura e sospetto. Il complottismo ha ribaltato il significato delle informazioni e il normale, l’ordinario, sono diventati qualcosa da guardare con diffidenza. Il paradosso è proprio che chi sviluppa questo criterio interpretativo della realtà, finisce per rifugiarsi nell’improbabile, nel totalmente inattendibile e poi, acquista convinto il frullatore a corda. L’andazzo, purtroppo, è estremamente preoccupante.
Con il passare delle domeniche e il rodarsi del programma, decidemmo di aggiungere a Domenica Sport, anche alcuni spot per pubblicizzare le attività commerciali della zona. C’era il Mondo dei Giocattoli, c’era l’edicola di Panebianco, e poi c’era lui: Concetto Li Noce. Li Noce era il titolare di un’autocarrozzeria in via Grottasanta e lo spot è indelebile nella mia memoria. Iniziava con rumori che simulavano un incidente: confusione, martello, chiave inglese, bottiglie. Oh no! Ho ammaccato la mia macchina, diceva il personaggio interpretato da mio padre. Non ti preoccupare – intervenivo io – vai da Concetto Li Noce, ti riparerà la macchina anche se schiacciata come una noce. Poi nuovamente rumori, ma stavolta veramente esagerati: un glang, glang, deng infernale. Ma che fai? Chiedevo allarmato a mio padre e lui, al culmine della tensione emotiva rispondeva: schiaccio la mia macchina.


