Gli ultimi saranno sempre gli ultimi

È così evidente che l’episodio del ragazzo extracomunitario che si aggira nudo per le strade di Cassibile è un pretesto, che non varrebbe la pena nemmeno commentare, ma invece è diventato un caso eclatante, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come se il problema fosse la minchia di fuori di un giovane in stato confusionale e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio e non la situazione vergognosa in cui ogni anno si vengono a trovare centinaia di lavoratori agricoli extracomunitari. Davvero, in tutta questa vicenda della baraccopoli di Cassibile, comunque la pensiate, l’aspetto più vergognoso oltre al razzismo sfacciato, non è l’ignoranza serpeggiante, la guerra tra poveri, gli sforzi delle associazioni di volontariato, il sindacato o i parrini egocentrici, no, l’aspetto più vergognoso è l’assoluta inadeguatezza delle istituzioni che in tutti questi anni non sono riuscite a trovare una soluzione al problema. Tutto il resto è secondario e sconfortante. 

Ogni anno è sempre la stessa storia, seguendo i ritmi della terra, arrivano da tutta Italia centinaia di ragazzi extracomunitari che si spostano in cerca di lavoro. Qui il lavoro c’è e principalmente consiste nel raccogliere patate nei campi. Non sto parlando di una patata qualunque ma della patata novella di Siracusa, una produzione tipica, un fiore all’occhiello della produzione agricola, un ortaggio che il Ministero delle politiche agricole ha voluto inserire nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani. Per la provincia di Siracusa, la patata novella rappresenta la più importante risorsa ortofrutticola, più del pomodorino di Pachino, più del limone Igp. I ragazzi che la raccolgono si accampano nei pressi di Cassibile, una frazione di Siracusa, a due passi da dove fu firmato l’armistizio della seconda Guerra Mondiale. Lì, improvvisano un campo, una baraccopoli indecente che però è tutto quello che hanno. Tra i filari di ulivi e di carrubi, i più fortunati di loro hanno un sacco a pelo e dormono dentro una tenda, gli altri si arrangiano con dei giacigli improvvisati e passano la notte fuori, sotto un foglio di plastica tirato tra due rami.

Quest’anno il Comune, che può fare ben poco, ha fatto installare un tubo con l’acqua corrente, dei bagni chimici e un punto luce per ricaricare i telefonini, tutte concessioni scaturite dall’emergenza Covid, per evitare che in pieno lockdown, così dicono i più smaliziati, i residenti della baraccopoli si potessero recare in paese per lavarsi alla fontanella, suscitando l’indignazione di qualche paesano più ottuso. Per la serie: “ma come, io mi devo stare a casa e sti sabbaggi pono uscire e antare alla fontanella?”. In realtà, quello che la stragrande maggioranza di questi ragazzi fa è svegliarsi prima dell’alba, raggiungere il ciglio della strada e aspettare un caporale che li caricherà su e li porterà in qualche fondo agricolo della zona o più a sud, verso Rosolini e Pachino a farsi sfruttare per dieci ore, senza alcuna tutela, facendo il lavoro che nessuno vuole più fare, guadagnando cifre ridicole che per di più verranno decurtate delle percentuali per i caporali. Si parla di emergenza ma in tutta questa vicenda non c’è niente di emergenziale perché è una storia che si ripete ogni anno, sempre uguale a se stessa, una storia di sfruttamento, di diritti negati e di degrado. Le leggi per fronteggiare tutto questo ci sono, le norme per colpire pesantemente le aziende agricole compiacenti anche, se non si fa abbastanza è solo per mancanza di volontà.

I cittadini di Cassibile hanno tutto il diritto di protestare e di chiedere che una volta per tutte venga risolto il problema, nessuno vuole vivere accanto ad una baraccopoli fatiscente e pensare il contrario sarebbe una ipocrisia bella e buona. Del resto, neanche i braccianti extracomunitari vogliono vivere in queste condizioni, ma loro non hanno altre alternative. I toni della protesta invece non sono condivisibili: dal servizio patetico e in un italiano zoppicante che sostiene che il ragazzo girasse nudo per una questione di cultura tribale, ai commenti vergognosi sui social, viene fuori un uno spaccato preoccupante di razzismo e profonda ignoranza che non serve a niente se non a fomentare odio e intolleranza e inchiodarci alle nostre miserie.

C’è un limite a tutto

Dopo ogni attentato terroristico di matrice islamica, dopo ogni sequestro, rilascio di ostaggio, pagamento di riscatto o perfino costruzione di moschea in terra italica, ciclicamente, ritorna nei thread e nelle discussioni il suo nome. Tu stai portando avanti le tue argomentazioni, con la consapevolezza del tempo che stai sprecando inutilmente cercando di esporre un concetto ed a un certo punto, arriva uno che, convinto di sbaragliare tutto, se ne esce con un perentorio: “e allora la Fallaci?”. Come se il solo pronunciare il nome della giornalista e scrittrice fiorentina sancisse definitivamente la fine del dibattito per manifesta superiorità. Ora, con tutto il rispetto possibile per la scrittrice e per la donna, ma a me, di quello che pensava la Fallaci dei mussulmani, m’interessa fino ad un certo punto e non perché sia prevenuto nei suoi confronti, o perché voglia santificare una religione che non conosco e ancor meno glorificare un’estremismo che aborro, ma semplicemente perché la Fallaci non rientra tra i miei orizzonti culturali. Certo, ognuno è liberissimo di prendersi i suoi riferimenti, ci mancherebbe, ma schermarsi dietro il pensiero della Fallaci per ogni aspetto che riguarda il mondo islamico non è un po’ semplicistico? Me lo chiedo perché in questi giorni, leggendo in giro tra i commenti e le notizie sulla liberazione di Silvia Romano, mi sono imbattuto in concetti interessanti, in visioni della società molto complesse, c’era chi citava Hobsbawm, chi Lévi-Strauss, o Gilles Kepel o Karl Popper. Ma davanti a questa moltitudine, davanti a questa complessità, si può pensare davvero di avvantaggiarsi sul piano dialettico e concettuale con un semplice: “e allora la Fallaci?”. Io non credo, mi sembra come se al bar, davanti ad una sanguigna discussione sul calcio, confrontando un gol di Ronaldo, un dribbling di Messi o una giocata di Salah, arrivasse uno e dicesse: “e allora Giannichedda?”. Ma voi, scusate, ma che faccia fareste? Io rispetto Giannichedda, anche Gary Medel e Angelo Palombo, però, dai, c’è un limite a tutto.

Amaro in Bocca

La notizia della chiusura delle indagini da parte della Procura Militare di Roma sull’omicidio di Emanuele Scieri e l’accusa formale verso i caporali Antico, Panella e Zabarra, è uno piccolo squarcio sul quel muro di gomma su cui la famiglia e gli amici di Emanuele si scontrano da più di vent’anni, ma lascia l’amaro in bocca. La ricostruzione dei fatti è quella che sappiamo ormai tutti, quella cioè che la Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta da Sofia Amoddio, nella scorsa Legislatura, ha accertato grazie a nuovi elementi di prova ed a nuove intuizioni talmente evidenti da spingere il Procuratore Capo di Pisa a riaprire le indagini e ad indagare i tre caporali e il generale Celentano, che all’epoca dei fatti, era capo supremo del rinomato Corpo d’élite dell’esercito italiano. Dopo che la procura di Pisa aprì il fascicolo e spiccò i primi avvisi di garanzia, finalmente, dopo vent’anni, si ridestò dal suo torpore anche la Procura militare di Roma che iniziò, tra precisazioni imbarazzanti sul nonnismo e richieste di atti secretati, un suo filone di indagine. Certo, non si capisce bene su quali nuove prove, dato che quelle della Commissione Parlamentare d’Inchiesta erano in possesso solo della Procura di Pisa, ma tant’è.   

La differenza sostanziale tra le due inchieste è piuttosto evidente: mentre la Procura della Repubblica di Pisa oltre ad indagare i tre caporali, vaglia anche la posizione del Generale Celentano, probabilmente ritenendo che ci sia una responsabilità dei vertici del Corpo e della Caserma sull’accaduto (cadavere ritrovato dopo tre giorni, ispezione la notte di ferragosto del generale, altra ispezione degli ufficiali della caserma il giorno successivo), per la Procura militare di Roma gli eventuali responsabili sarebbero solamente i tre caporali, unici indagati. Ecco, per me questa mancanza è inaccettabile. Sono prevenuto, lo ammetto, ma i miei preconcetti si sono formati in vent’anni di mancanza di ammissioni di responsabilità, nei patetici tentativi di far credere che Scieri si fosse suicidato, che fosse depresso e assumesse psicofarmaci, che si fosse arrampicato in cima a quella torretta di asciugatura dei paracadute, nel cuore della notte di quel 13 agosto 1999, per cercare la linea del telefonino.

Quello che è successo quella notte di agosto lo si evince dalla relazione finale della Commissione, lì c’è un’affresco, vivido e terribile di cosa era e come veniva gestita la Caserma Gamerra in quegli anni. Oggi sappiamo quello che è successo ad Emanuele poteva accadere a chiunque altro perché lì, nel presidio dello Stato, nella caserma di eccellenza di uno dei corpi militari più blasonati dell’esercito italiano, le regole erano state riscritte e il sopruso e la violenza erano di casa. E in quel clima avvelenato e senza controllo della caserma Gamerra, un atto di nonnismo come quello che ha causato la morte di Emanuele Scieri, a cui fu imposto di scalare a forza di braccia una torretta nel cuore della notte, gli furono pestate le mani per farlo cadere e fu lasciato agonizzare fino alla morte, non è semplicemente un colpo di testa di un singolo o di tre caporali esaltati e violenti, ma una pratica parallela, accettata e tollerata nell’indifferenza e nella mancata assunzione di responsabilità.

Primo Maggio

Oggi, alle 16:00, sul canale Youtube e sulla pagina Facebook di Arsonica, ci sarà la diretta del concertone del Primo Maggio. Questo è il mio video contributo. Sarà un’edizione molto particolare perché condizionata dal virus, quindi, un palco virtuale sul quale si esibiranno più di trenta artisti e poi interventi su temi come futuro, società, lavoro, diritti. È un modo strano di festeggiare il Primo Maggio, con la gente a casa, le attività chiuse e milioni di lavoratori piombati nello sconforto, ma proprio in un periodo così complicato, sarebbe il caso di tornare a parlare di lavoro come principio fondante della Repubblica, come del resto, avevano stabilito quei signori che più di settant’anni fa scrissero la nostra Costituzione. Buon Primo Maggio a tutti, vergognomi assai, ma necessito soldi droga.

Certo che un primo maggio così non me lo sarei mai immaginato, davvero. Ne ho fatti tanti, qui, e in giro per l’Italia, quando suonare era la cosa più bella della mia vita. 

Per me il primo maggio è sempre stato caldo asfissiante, sudore, pruvulazzu, soundcheck fatti male, jack rotti e batteristi, batteristi che vogliono strafare e si montano il fottutissimo piatto china. 

Il Primo maggio è quella sana e imprescindibile rivalità tra le band, la finta cortesia, quei pietosi: ah, siete in scaletta dopo di noi? Ok, non fa niente… Quando invece stiamo rodendo di rabbia per il torto subito!

Il Primo maggio sono le pizze da asporto che arrivano fredde, gli spinelli consumati nel backstage prima di salire sul palco e le lattine di birra economica con quel gusto metallico che lasciano in bocca, tu bevi un sorso e come dice Peppere, è come cacciarsi in gola un pugno di monete.

Il Primo maggio sono anche i discorsi ciclostilati dei sindacalisti sul palco, le bandiere del CHE, i banchetti di Amnesty ed Emergency, i numeri della questura e quelli degli organizzatori che vuoi o non vuoi, minchia, ma com’è che non coincidono mai? 

Il Primo maggio sono le ragazze che si tolgono la maglietta e restano in reggiseno e quelli che speravano di incontrare quella che amano e delusi se ne tornano a casa prima, da soli. Le comitive organizzate di amici e le amicizie che nascono spontanee cantando una canzone e condividendo un’emozione.

Ecco, Tutti dovrebbero avere il diritto di vivere queste esperienze, perché non c’è niente che possa rimpiazzarle. Sarà questo il futuro della musica live? Rinunciare alle valvole, agli overdrive, alle code per entrare e allo stare gomito a gomito? Opteremo per concerti in diretta streaming, ascoltati dalle casse di un PC che gira ancora con Windows 2000? 

Io spero di no. Lo spero con tutte le mie forze perché la musica live è vita che scorre e pulsa e io non vedo l’ora che le città si ripopolino di band e di concerti. Spero che questo virus sia servito a qualcosa e che riusciremo a liberarci dalle storture della società, dallo sfruttamento, dal lavoro sottopagato, dal razzismo e una volta per tutte, da quella violenza atroce che è propinare 2 ore di cover arrangiate in maniera discutibile, suonare con le chitarre scordate calanti, montare la doppia cassa per un live in pizzeria e portare avanti il dogma della tonalità originale, che tante vittime ha già mietuto tra gli spettatori incolpevoli. 

Domani avremo l’enorme responsabilità di ricostruire dalle macerie e creare un mondo migliore, più giusto. Non sarà cosa facile, ma se io posso cambiare e voi potete cambiare, minchia! Pure quelli dei piano bar e delle cover band possono cambiare… o no?

 

Il Diario del nanno col giubbotto blu

Questa è la storia del nanno col giubbotto blu, è scritta sotto forma di diario, giorno e ora, e rappresenta la fotografia sbiadita di un pezzo di lockdown per come l’ho vissuto io. C’è un balcone, una strada e una moltitudine di umanità in movimento nonostante i divieti. Questo è il racconto, giorno dopo giorno, della nascita di una amicizia, se così si può chiamare, e della sorprendente scoperta del nanno col giubbotto blu. La storia è iniziata per caso, i primi di marzo, quando siamo stati costretti a rimane in casa per non rischiare il contagio da Coronavirus  e riflette gli umori, le debolezze, le frustrazioni e le emozioni di questo strano periodo. 

11 marzo 2020 ore 11:04

Sotto casa mia è un via vai di nanni che passeggiano in gruppi! Gli butto voci dal balcone: “itavinni e case!” ma non sentono o forse non vogliono sentire… Ce n’è uno in particolare, indossa un giubbotto blu, a differenza degli altri non tiene lo sguardo basso per la vergogna, mi fissa dritto negli occhi e non batte ciglio.


16 marzo 2020 ore 10:45

Ogni volta che mi affaccio c’è un gruppo di nanni che passeggia chiacchierando… Buttare voci non serve a niente, sono scorbutici, strafottenti e irascibili! Sembrano organizzati, credo che il loro capo sia il nanno col giubbotto blu.

22 marzo 2020 ore 19:12

Non chiamate Chi l’ha Visto! Volevo rassicurare tutti i parenti del nanno con il giubbotto blu. Il vostro congiunto non è scomparso ma passeggia tranquillo sul lungomare di Ortigia, chiaccherando con un coetaneo.

26 marzo 2020 ore 17:00

Le avete viste le immagini di Siracusa deserta e ripresa dal drone? Si vede il nanno col giubbotto blu che cammina sotto casa mia!!!

29 marzo 2020 ore 11:05

Il nanno col giubbotto blu, quando passa e mi vede al balcone, ormai mi saluta.

30 marzo 2020 ore 11:31

Pioviggina e il nanno con il giubbotto blu, oggi passeggia sfoggiando un ombrello dell’Agip.

30 marzo 2020 ore 17:45

Il nanno col giubbotto blu oggi pomeriggio non è ancora passato e io comincio a stare in pensiero!

30 marzo ore 18:02

Alla fine il nanno col giubbotto blu è passato anche oggi pomeriggio, era in compagnia di un gruppo composto da altri 2 nanni, ogni tanto si fermavano a parlare e poi si rimettevano in marcia. Sotto al balcone mi ha salutato con il solito cenno della mano. Deve avermi visto in ansia perchè dopo pochi passi è tornato indietro e ha detto: “C’è l’ora legale… ce la prentiamo con comoto.”.

31 marzo ore 11:23

Il nanno col giubbotto blu oggi è di buon umore, canta “bellezza in bicicletta”, inforca un paio di occhiali da sole e cammina sbrechisi, con il giubbotto blu dietro la spalla destra.

1 aprile ore 11:12

Il nanno col giubbotto blu oggi è venuto direttamente in macchina, mi ha salutato e ha detto: “a lassù cà, mi fazzu na passiata a Marina e tonno.”. Quando gli ho fatto notare che quello era uno stallo residenti e che non poteva parcheggiare, mi ha risposto: “vabbè… se passunu i vigili lei ci mpicchiassi ca sugnu resitente e che staiu tunnannu.”. Mi ha fatto un cenno di saluto ed è andato via.

1 aprile ore 17:55

Il nanno col giubbotto blu oggi aveva un appuntamento. Ha aspettato paziente per una buona mezz’ora un altro nanno che è arrivato a bordo di una vespa. I due hanno confabulato tra di loro, poi il nanno col giubbotto blu ha tirato furi una banconota da dieci euro e l’ha data al nanno con la vespa. Questo, ha aperto il bauletto e ne ha tirato fuori un sacchetto di plastica con del pesce, dal balcone si riconoscevano triglie di scoglio, mazzoni, perchie e vavuse. Concluso l’affare i due nanni si sono abbracciati affettuosamente e sono andati via.

2 aprile ore 15:55

Il nanno col giubbotto blu dice che ai suoi tempi, le restrizioni le rispettavano tutti, non come ora.

3 aprile ore 10:43

A levante tira vento forte e il nanno col giubbotto blu non può passeggiare senza che l’ombrello dell’Agip gli si pieghi al contrario. Ha fatto un paio di tentativi e poi si è arreso, è entrato nella sua Matiz e ha messo una cassetta con i successivi di Johnny Dorelli. Lo sento cantare a squarciagola e in alcuni momenti mi pare che la voce gli si spezzi e che si commuova.

3 aprile ore 18:11

Il nanno col giubbotto blu oggi pomeriggio è in brodo di giuggiole, fischietta il canto degli arditi e marcia col passo lesto. Ha una fascia al braccio destro e l’ombrello dell’Agip tenuto chiuso a mo’ di manganello. EIA EIA EIA ALALA – mi ha gridato dalla strada – pieni poteri, per mettere fine a sto’ schifìo che ognuno fa quello che vuole”.

4 aprile ore 11:55

Il nanno col giubbotto blu ha fatto un buco nella mascherina per infilarci la sigaretta… ha ripreso a fumare da poco e una a stuta e n’autra adduma…

5 aprile ore 11:00

Esco in balcone e non c’è. Poi, in lontananza, nell’angolo, nascosto dietro una Jeep Renegade, lo vedo, è lui, il nanno col giubbotto blu. Sta tutto accucciato e con la mano mi indica qualcosa e mi fa segno di no. Mi volto e vedo una signora sulla sessantina, vestita bene, molto elegante. Passeggia nervosamente avanti e indietro e ogni tanto guarda l’orologio del telefono che tiene dentro una borsetta clutch. La signora è spazientita, prende coraggio e mi chiede: “ha visto per caso un signore distinto con un giubbotto blu?”. Io tentenno e poi le faccio: “no, non oggi, mi dispiace.”. La signora ha le lacrime agli occhi e va via a passo spedito: “lo sapevo – le sento dire – sempre la stessa storia ed io stupida che ci casco ogni volta.”. “Ma perchè si comporta così? Ma chi era la signora?”, chiedo infastidito al nanno col giubbotto blu. Lui sorride beffardo e dice: “a niente, una simpatia… però è una gran scassamichia.”.

5 aprile ore 18:49

Il nanno col giubbotto blu precedeva di qualche passo un gruppo di nanni, in mano stringeva una borsa di nylon coi laccetti. La comitiva avanzava a passo lento, alcuni tenevano le braccia dietro la schiena, sembravano sofferenti, boccheggianti. Il nanno col giubbotto blu mi fatto un cenno di saluto, io ho ricambiato. Quando è arrivato sotto al balcone gli ho chiesto se tutto andasse bene. Lui si è addumato una sigaretta, ha respirato a pieni polmoni e mi ha detto: “stama scuppiannu! abbiamo fatto una rimpatriata tutti insieme e finito di manciare ora ora, vero picciotti?”. Tutti i nanni hanno cominciato ad annuire e ridere: alcuni tossivano e sgraccavano, altri si tenevano la panza o prendevano fiato. Il nanno col giubbotto blu ha capito la situazione e rivolto alla comitiva ha detto: “avanti picciotti, finemuni sti buttigghi.” e tra gli applausi, ha tirato fuori dalla borsa una bottiglia di Vecchia Romagna e una di Amaro Petrus ancora intonse.

6 aprile ore 12:26

Il nanno col giubbotto blu oggi è passato solo per un saluto veloce, dice che anche se a lui la pensione la accreditano direttamente sul conto corrente, alla Posta ci va lo stesso per assicutare le femmine.

6 aprile ore 19:31

L’avete visto lo spot di Barilla con la voce fuoricampo della Loren e Piazza Duomo deserta? Non è deserta, si vede il nanno col giubbotto blu in fondo a via Picherali!

7 aprile ore 11:22

Il nanno col giubbotto blu avanzava a passo spedito, fumava nervoso e imprecava contro santi e dei. Mi ha salutato con il solito cenno della mano e poi, una volta giunto sotto al balcone mi ha detto: “scusa, ho finito il cretito del telefono… ma che fa, si sono dimessi i manascer ri l’asp?”. “No – ho risposto – che io sappia no.”. “Pagghiazzi!” ha chiosato allontanandosi indignato.

8 aprile ore 10:38

Oggi il nanno col giubbotto blu era tutto compito, passeggiava a braccetto di una donna robusta con leggins neri e un sandalone gioiello calzato con collant. Al mio cenno di saluto ha ricambiato, si è avvicinato e ha detto: “ci presento a mia moglie… ni facemu na passiata o meccatu.”. “Buongiorno signora – ho risposto io – molto lieto di conoscerla.”. “Buoncionno – ha detto lei – finalmente ni potemmo fari na passiata ca mio marito non vuole nesciri mai e va sempre no garasch”. Io devo aver avuto un’espressione incredula perchè il nanno col giubbotto blu ha subito detto: “Fozza, Sivvana, non ni mittemu a convessazione… amuninni.” e l’ha trascinata via. Dopo pochi passi si è voltato con l’indice davanti alle labbra come a dire: statti muto, ah!

9 aprile ore 10:44

Oggi il nanno col giubbotto blu non è passato, ha mandato un altro nanno, un amico suo con un cappellino con la scritta “Legnami Marino” calcato sulla testa, per dirmi che si scusava ma un imprevisto l’aveva trattenuto a Cugni e che non dovevo preoccuparmi.

9 aprile ore 16:03

Il nanno si è fermato sotto al balcone in una nuvola di fumo bianco, era a bordo di una lapa bicolor, blu e ruggine. Alla guida, un tale Zu Iano, presentatomi come viticoltore amatoriale. Nel cassone due damigiane di vino e delle bottiglie di plastica sfuse. Il nanno mi ha chiamato fino a farmi affacciare e poi mi ha detto: “c’ho pottato un recalo, il vino ro Zu Iano… Pistammutta di Pachino genuino.”. “Grazie – ho risposto incredulo – ma le devo qualcosa?”. “Mi rassi tri euro pa miscela ra lapa ro Ziu Iano… avanti, calassi u panaro.”.  “Prima che si allontanasse non mi sono trattenuto e gli ho chiesto: “ma lei oggi non era a Cugni?”.  “Ma cui, iu?” ha detto stupito. “Così mi aveva detto il suo amico stamattina – ho ribattuto io – quello col cappellino di Legnami Marino.”. “Ma quale! Chiussu Ninni è… spara minchiate.” ha sentenziato prima di andare via.

10 aprile ore 12:03

Il nanno col giubbotto blu era molto agitato, non è arrivato con la sua Matiz ma a bordo di un berlinone Bmw dei primi del 2000 guidato da due tipi loschissimi. Non mi ha neanche salutato e mi ha subito chiesto: “Ha vistu a Ninni? Sa fatto viriri stamatina?”. “No – gli ho detto – ma non so nemmeno se lo riconoscerei, l’ho visto mezza volta.”. “Stu testeminchia – ha ripreso lui – sa mugghieri u sta ciccannu… fosse s’addunò re soddi re scommesse re cavaddi!”. “Ma… clandestine?” ho chiesto timidamente. “Sè! Aieri sira a Ciuriddia, ha pesso quacchi 300 euri.”. “Posso fare qualcosa… che so, un’ambasciata?”. “Se u viri ricci ca non ha passare ra casa e che u staiu aspittanno ni Rutilosso… unni c’è u rattacielo.”. “Ma dove, alla torre AZ?”, ho fatto io. “No! – ha detto scocciato mentre si infilava in macchina – a via Antonello di Messina… non ti preoccupare, iddu u sapi.”.

11 aprile ore 11:34

Il nanno col giubbotto blu oggi era particolarmente socievole: “ma tu non nesci mai? Manco pi Pasqua?”, mi ha chiesto con un sorriso che sembrava la vetrina di un compro oro e argento della via Piave. “No, io no – ho risposto piccato – c’è il lockdown… varrebbe per tutti.”. “Bii non ti siddiare – ha detto beffardo – avanti, ora ti pottu na bella colompa attiggianale.”. “No guardi, non è il caso”, ho ribattuto serio. “Un recalo è un recalo” ha chiosato lui”. “Ma le fa lei?”, ho chiesto incredulo. “A quale! – ha risposto – i piglia me ienneru, ni Brancato, ci rialunu picchì è Carrabbineri.”.

12 aprile ore 12:07

Il nanno col giubbotto blu era vestito tutto alliicchittato, ma in maniera improbabile, ha fatto un giro su stesso è ha detto: “Talè… Ah! Un ficurino”. Indossava un improbabile abito gessato tipo gangster, una camicia viola button down ma con il colletto bianco, cravatta animalier e naturalmente, l’imprescindibile giubbotto blu, adagiato sulle spalle come fosse la mantella di un ufficiale sabaudo dell’unità d’Italia. Mi ha mostrato la colomba che voleva regalarmi, ha chiesto che gli calassi il panaro per mettercela dentro e ha specificato: “vedi che questa nun è chidda scassa ro supermeccato, chista a fa u funnu rarreri a Santa Bonacia c’è pistacchio, zabaione, fracoline e cioccolato.”. “Grazie – ho risposto – ma non la prendeva da Brancato?”. “Chista è megghiu – ha ribattuto lui – ne ho prese attre 4 e anche tre uovi di pasqua per i picciriddi… i pottu ni me soro, picchi oggi manciamu da.“. “Ma me la toglie una curiosità? – ho chiesto io – ma come fate con la quarantena, gli spostamenti, i controlli…”. “A nenti, colla chat dei posti di blocco su uotzappi… tu nun l’hai? Ti infito?”. “Non si disturbi, io qua non esco mai.”. “Va be – ha concluso lui – si fici taddu, scappo… domani matina mi fazzu na passiata presto e ni salutamu, che poi semu a Fanusa na villetta ri Ninni… aanti… facemuni st’aucuri: Buona Pasqua!. “Grazie, anche per la colomba… la prego di porgere i miei auguri anche alla signora Silvana.”. “Riferiró”, ha detto allontanadosi a passo svelto.

13 aprile ore 11:20

Il nanno col giubbotto blu è passato strombazzando a bordo di un vecchio Fiat Ducato, era euforico, è sceso dal mezzo, ha aperto la grande portiera centrale facendola scorrere lungo la fiancata e dal ventre del furgone sono scesi dei bambini. Nell’ordine: Johnata e Hilary, i nipoti del nanno col giubbotto blu; Marietto e Mariuccia, compagni di gioco di questi; Kevin e Silvester, nipoti della sorella del nanno col giubbotto blu; Asia e Morgan, figli di secondo letto di Ninni; Affieddu e Justine del catechismo, Zlatan, Lucia Hadid, Gisele e Vincenzo, tutti bambini del condominio del nanno col giubbotto blu. I bambini fremevano per andare via e gridavano in coro, tipo stadio, “La Fanusa alè alè, la Fanusa alè alè!”. Il nanno, che si sarebbe intrattenuto volentieri, mi ha guardato e con un sorriso sornione e mi ha detto: “me ne tevo antare… chisti su pazzi…”. Poi, si è girato di scatto verso i ragazzi e ha detto: “Kevin! posa su palluni ca ninni stama iennu… aanti.”. Io l’ho salutato: “vada vada, non si preoccupi, passi una bella giornata.”. “Salutate il signore mio amico.” ha detto il nanno col giubbotto blu, ma i ragazzi sono rimasti impassibili, solo Affieddu ha fatto cenno con la mano mentre guardava altrove. Saliti sul furgone, Hilary, che era seduta davanti ha detto: “Nonno, metto il cd di Sfera e Basta, ok?”. “Ma completamente!”, ha ribattuto lui, poi ha inserito nel lettore un disco masterizzato ed è partita a tutto volume “Se bruciasse la Città” di Massimo Ranieri, si è adunato una sigaretta, ne ha aspirato una boccata profonda, ha poggiato il braccio sinistro fuori dal finestrino ed è partito sgommando e cantando a squarciagola.

14 aprile ore 12:32

Il nanno col giubbotto blu oggi era molto schivo, passeggiava in lontananza ed era poco incline a conversazioni. Gli ho fatto cenno da lontano e l’ho dovuto pregare per farlo avvicinare poi, sinceramente interessato, gli ho chiesto: “Allora? Come è andata la scampagnata di ieri? Vi siete divertiti?”. Lui mi ha guardato torvo e ha replicato serafico: “Quaccaruno fici a spia… elicottero ra Finanza ca furriava, machini ra Polizia, vigili ubbani… unfennu! Pareva na retata, pi tanticchia di canne na brace”. Per un attimo ho pensato che sospettasse di me e stavo per dirgli: no, guardi che io nemmeno lo so dov’è la villetta del signor Ninni e poi si figuri se mi sarei mai permesso di fare un gesto del genere.  Lui ha continuato a parlare e con gli occhi socchiusi per via del fumo di sigaretta ha detto: “ma io u sacciu cu ha statu!”. “Chi?”, ho chiesto io con ansia. “Cugno e so cugnatu Spampinato – ha detto lui – vivono na stratuzza state e invennu e ci pari ca su i patruni!”. “Ma come lo sa? Ha delle prove?”, ho chiesto sollevato. “U sacciu e basta.”, ha replicato come una sentenza. “Mi dispiace per la giornata rovinata, chissà che delusione per i bambini, ma soprattutto, chissà che multa che vi hanno fatto”, ho detto io con aria dispiaciuta. “Ra multa – ha risposto il nanno col giubbotto blu – minni stai futtennu, ma fazzu luvari ri me ienneru ca è carrabbineri.”. “Beh, meglio di niente”, ho fatto io. “Non finisce qui, li devo incagghiare a sti bastaddi – ha concluso arraggiato, prima di andarsene – ci tagghiu i corna a buccunedda.”.

15 aprile ore 11:15

Oggi hanno suonato al citofono, c’era un pacco da ritirare. Sono sceso di corsa, mi aspettavo un corriere invece c’era la lapa dello Zu Iano, quello del vino. Mi ha guardato senza sorridere, mi sono avvicinato a un metro e lui mi ha dato una sacchetto. Era da parte del nanno col giubbbotto blu e dentro c’era un uovo di Pasqua gigante, un parallelepipedo di caciocavallo ragusano di 5 chili e un biglietto. Lo Zu Iano serafico ha detto: “u liggissi.”. L’ho aperto, era scritto a stampatello con una grafia tremante e diceva: Ho risotto il pobblema con Cugno e Spampinato ma non mi faccio vedere per un po’. Se qualcuno ti avesse a chietere quacchecosa, ieri sono stato tutto il giorno con te qua sotto. Ti omaggio di un recalino per significare l’unione tra la mia famiglia e la tua famiglia. Ho cominciato a sudare freddo! Lo Zu Iano ha chiesto: “c’è replica, ci devo dire riferire cosa?”.  Ho balbettato sconclusionato: “ma… ma… ma io non voglio entrarci proprio in questa storia? Si riprenda questi regali! Ma siete pazzi? Ma che ha fatto il nanno, li ha ammazzati? Sto chiamando la polizia!”. Lo Zu Iano, senza cambiare espressione ha detto: “ma chi sta dicennu? Si hanno messi d’accordo per rifarsi il muretto della villetta e per mettere la pompa per arrubarsi l’acqua direttamente dell’acquetotto… cose così… stana travagghiuannu.”. “E perchè tutta sta pantomima?” ho chiesto incazzato. U Zu Iano mi guardato schifato e ha detto: “ma chi è sta pantominchia?”. “Pantomima – ho fatto io – i regali, il biglietto, l’alibi!”. “Ah, chissu! pi sa mugghieri Silvana… siccome iddu si cucca fora e ni Cugno ci sunu i rumene, idda se u sapi si siddia picchì è troppu gelosa”. “Va bene, non mi interessa – ho detto in maniera sbrigativa – io non faccio il ruffiano di nessuno, si riprenda stu fummaggiu e sinni issi.”. “Manco l’ovo ri pasqua si pigghia? – ha chiesto u Zu Iano stupito – virissi ca ci resta male, ci runa na collera”. “Me ne sto fottendo!” ho risposto piccato chiudendomi il portone alle spalle.

16 aprile ore 10:45

Oggi il nanno col giubbotto blu non si è fatto vedere. In lontananza ho scorto Ninni, stava pescando dal muraglione del lungomare di levante, più volte gli ho dovuto fare cenno per farlo avvicinare e alla fine, molto schivo, è venuto sotto al balcone e mi ha detto: “Non ci posso parlare con te, gli hai mancato di rispetto rifiutanto i recali”. “Io!? – ho risposto incredulo – ma ti pare che mi devo trovare in una situazione del genere senza manco conoscerlo, io non so manco come si chiama il nanno!”. “Io non te lo posso dire – ha fatto lui – speriamo che gli passa e così fate pace, solo il tempo vi dirà.” ed è andato via scuotendo la testa.

17 aprile ore 16:10

Il nanno col giubbotto blu è passato nel primo pomeriggio, camminava lento con le braccia dietro la schiena, poi ha preso il telefono e iniziato a parlare, faceva di tutto per non guardare nella mia direzione. Sono stato indeciso su cosa fare mai poi, il fatto che continuasse a camminare avanti e indietro nei pressi del mio balcone, mi è sembrato un gesto di pacificazione, allora sono sceso giù e l’ho affrontato. Mi sono fermato a un metro da lui e gli ho detto: “Buongiorno, che facciamo, l’ammugghiamo? Guardi che se l’è presa per niente.”. “Pi mia a putemu macari ammugghiari però i recali non si rifiutano mai e i cosi i manciari mai e poi mai.” ha sentenziato lui. “Ma non è questione di rifiuto, lei mi aveva messo in una situazione imbarazzante, anche nei confronti di sua moglie Silvana.”. “Ma picchì tu non ni rici mai minchiate? io pi ttia u facissi… subbito!” ha risposto con aria di sfida. “Certo che sparo minchiate – gli ho detto – ma non così, decontestualizzate…”. “Ouh! Viri ca non ho offeso nessuno, ah!”, mi ha interrotto lui. “Ma quale offesa, decontestualizzato… a muzzo! Ma poi me lo fa venire a chiedere ro Zu Iano… ma chi lo conosce, ma che modi sono” ho continuato spazientito. “C’era u biglietto e c’erano i riali in segno di fratellanza e rispetto e ringraziamento.”. “Senta – gli ho proposto – facciamo così: se vuole, io sono disposto a chiederle scusa per il mio rifiuto che lei ha trovato irrispettoso e lei si impegna a non mettermi più in una situazione del genere. Va bene?”. Lui mi ha guardato fisso negli occhi, poi ha accennato un sorriso e ha iniziato a venire verso di me, si avvicinava ed io indietreggiavo, faceva un passo in avanti e io due indietro. “Ma chi è stu balletto – mi ha detto scocciato – ci dobbiamo dare la mano e n’ama abbrazzari.”. “No, assolutamente no, ma poi lei non indossa nessun dispositivo di protezione.”. “Secondo me – ha fatto lui – sto coronavirus è tutta una fassa, comunque la mascherina Silvana me l’aveva data, ma addivintò tutta niura picchì ci fici un puttusu pa sicaretta.”. “Guardi – ho concluso – facciamo una stretta di mano virtuale e amici come prima, ok?”. “Va bene – ha detto lui – sono contento, sei un bravo racazzo… però u caciocavallo te lo devi prentere… nzanò m’affennu… te lo potto domani.”.

18 aprile ore 11:16

Il nanno col giubbotto blu ha organizzato le cose in grande. A infisso ancora chiuso, sentivo che gridava disposizioni: tu mettiti lì, voi fate la foto, zu Iano tu pronto col clacson della lapa a festa! Mi sono affacciato ed erano già tutti lì, oltre al nanno c’erano: Silvana in leggins neri e pile viola con un cappellino da cerimonia color pesca e con velina, tipo british country club, Ninni in abito scuro con la seconda moglie Concita, u zu Iano con la lapa, Cugno quello della villetta alla Fanusa con due ragazze rumene in jeans attillati e zeppe, i nipoti del nanno: Johnata e Hilary, in sella a due scooter e Asia e Morgan, i figli di secondo letto di Ninni. Il nanno, visibilmente emozionato, mi ha fatto segno di scendere. Donatella, che sentiva questo frastuono provenire da fuori mi ha chiesto: “ma che sta succedendo?”. Niente – le ho risposto – è il nanno col giubbotto blu, credo che abbia organizzato una cerimonia solenne per la consegna del caciocavallo.”. “Scusa – mi fa lei – ma tu non gli regali niente?”. “Certo – ho fatto io – ma che gli porto, un libro?”. “Beh, un libro… – ha fatto lei – non so, forse ci vorrebbe qualcosa di simbolico, non credi? Io mi sono guardato un po’ in giro e ho optato per una copia doppione dei Buddenbrooks di Thomas Mann. Ho sceso le scale, aperto il portone e me li sono trovati davanti. Il nanno col giubbotto blu era fermo davanti agli altri, appena mi ha visto ha fatto un gesto e Johnata e Hilary hanno messo in moto gli scooter e cominciato a fare delle evoluzioni tipo frecce tricolore. Il nanno reggeva questo gigantesco parallelepipedo di caciocavallo e si è avviato verso di me seguito da Silvana, mi ha mostrato il formaggio, io ho annuito, poi Silvana ha aiutato il nanno col giubbotto blu a metterlo dentro un sacchetto grande del Decò. Io ho preso la sporta e ho ringraziato sentitamente, poi ho porto il libro al nanno e ho detto imbarazzato: questo è un regalo per lei, con stima e affetto.”. Il nanno col giubbotto blu era compiaciuto ma non quanto mi sarei aspettato, allora ho detto: “sono i Buddenbrooks… è una grande epopea familiare mitteleuropea .”. “Lo so, ha fatto lui, già l’ho letto… non ti preoccupare…”. “No – ho fatto io – non posso regalarle qualcosa che ha già!”. Allora ho infilato la mano in tasca, preso le chiavi di casa, armeggiato con l’anello che le conteneva, ho sfilato la chiave del portone: “tenga – ho detto – la chiave del portone per suggellare la nostra amicizia!”. Il nanno stavolta era visibilmente commosso, ha tirato su con il naso e ha sgraccato per terra. Silvana era una fontana di lacrime, tutti applaudivano e u zu Iano suona il clacson della lapa. Io e il nanno ci siamo guardati negli occhi e abbiamo annuito, come se ci fossimo scambiati una promessa a vicenda: non ti deluderò. Poi è stato un turbinio di saluti, di grazie e di a prestissimo. Stavo per tornare su quando Silvana ha esclamato: “Buttigghia i sa soru!”. Mi sono voltato e c’era lei che si avvicinava a passo svelto, ciaf, ciaf, ciaf, sentivo il rumore delle piante dei piedi che sbattevano sulla suola delle ciabbatone. “Mi stavo scortanto! – mi ha detto – ci deve dire a sua moglie che i caciocavallo lo taglia a fette e se lo consevva nel fritz.”.

20 aprile ore 12:45

Il nanno col giubbotto blu era fuori di sé, brandiva l’ombrello dell’Agip e mentre vibrava fendenti nell’aria, gridava: “bastaddi!”, “risgraziati!” e “cose ti pazzi!”. “Ma quinti tu sei Archimete Pritacorico – ha chiesto il nanno – a picchì non m’ha rittu prima?”. “Ma veramente non c’è stata mai occasione – gli ho risposto – comunque sì, sono io.”. “Aieri me niputi Jonatha mi cuntó tutti cosi  e che ti amano addenunciato e iu era accussì nibbusu ca pigghiai u telefono pì chiamare a chiddi ri l’Asp ma non risponteva nuddu.”. “Ma no, ma si figuri, la cosa è rientrata subito, non si doveva disturbare.”. “No, a quale – ha proseguito il nanno – a mia i cosi stotti mi sparano ca, allora fici u nummeru ro sintaco e iddu arrispunniu subbitu… pareva tuttu addummisciuto e allora ci rissi ca era u Papa e u babbu ci crirìu”. “Ma sta scherzando – ho detto stupito – si è spacciato per il Papa?”. “Ha statu na cosa a motte subbitanea – ha detto prima di andare via – mi vinni u coppa ra liscìa, va.”.

22 aprile ore 11:31

Il Nanno col giubbotto blu è passato a braccetto con Ninni, erano assorti in una discussione su qualcosa di importante ma che non sono riuscito a captare. Quando sono passati sotto al balcone ci siamo salutati e io ho detto: “ieri abbiamo fatto la pizza e abbiamo usato il caciocavallo che mi ha regalato… molto buono… glielo dica anche a sua moglie Silvana, ci tenevamo a ringraziare”. “Pizza russa?”, ha chiesto il nanno interessato. “Sì – ho fatto io – Margherita…”. “Veni megghiu ne scacciati: broccoli, aiti, spinacia… provolo e poi mu rici.”. Allora è intervenuto Ninni e ha detto: “a me mi piace coi quattro fommaggi che si mescolano tutti… ci metto caciocavallo, pammiggiano e sbizzero.”. “E poi?”, ha chiesto il nanno. “Bonucchiù!” ha fatto Ninni. “Ma accussì su tri fommaggi.”. “Picchì?”, ha chiesto Ninni. “Ca sbizzero, caciocavallo e pammiggiano fano tri.”. “Aspè.” ha detto Ninni dubitativo. “Ma c’aspittari – ha detto il nanno col giubbotto blu mentre deluso, cominciava ad andare via – minchia Ninni, quannu si accusi stunatu fa passare u piaciri… amuninni”.

 

Grazie

Ieri è stato un pomeriggio surreale, scandito dall’evoluzione di una serie di comunicati, notizie e smentite che si sono rincorse e susseguite freneticamente. Il Grande Lebowski, il capolavoro dei fratelli Coen che dà il via a tutta questa vicenda, inizia con una voce fuori campo che introduce la storia a cui lo spettatore assisterà. C’è una veduta dall’alto di Los Angeles e poi un particolare di una strada deserta dove rotola una palla di sterpaglie e una voce fuori campo che dice: “… però posso dirvi una cosa, dopo aver visto Los Angeles e vissuto la storia che sto per raccontarvi, beh, penso d’aver visto quanto di più stupefacente si possa vedere in tutti quegli altri posti e in tutto il mondo. Perciò posso morire con un sorriso, senza la sensazione che il Signore mi abbia fregato.”.

Ecco, la mia storia non è stupefacente come quella del Drugo ma è questa qua: Me ne stavo spaparanzato sul divano, dormicchiando e guardando per l’ennesima volta Il Fuggitivo, con Harrison Ford, quando all’improvviso, rompendo questa quiete sonnolenta, mi è arrivato un messaggio su Whatsapp con una nota stampa che mi accusa di disorientare i cittadini con satira e fake news e che sarei finito dentro un fascicolo posto all’attenzione dell’autorità competente. Non scherzo, sono saltato in aria. Il primo pensiero, istintivo, è stato: sono finito, rovinato, scappo a Dubai, in qualche emirato arabo, affanculo il caldo che manco a Bosco Minniti in pieno agosto, lì ci sono un sacco di latitanti, troverò la mia strada. Poi ho pensato: ma se chiamassi Peppe? Magari sta progettando la sua fuga in barca a vela e vado con lui, ci potremmo rifare una vita a Panama, che so, io mi farei chiamare Ramon e lui Bahiano, potremmo mettere su un commercio di carne di cavallo equo e solidale e di totò neri e bianchi per la festa dei morti, potremmo anche brevettare una sassaemayoness tutta nostra e fare i soldi, costruire un impero come gli Heinz. L’idea era allettante e avevo già messo il costume da bagno e la maglietta da marinaretto con le righine bianche e blu in valigia quando ho incrociato lo sguardo di mia figlia di 5 mesi e i suoi occhioni dolcissimi mi parlavano e dicevano: papà, non andare con Peppe, avà, resta qui con me. Come avrei potuto deluderla? Allora insieme a Donatella abbiamo cominciato a leggere e rileggere il messaggio e ci siamo divisi il lavoro: io mi occupavo dell’analisi semantica e lei di mettere sù un collegio difensivo. Ha cominciato a fare delle telefonate esplorative, ma poi è successa una cosa strabiliante, erano gli avvocati che chiamavano noi, telefonavano direttamente, davano la loro disponibilità incondizionata ad affrontare qualsiasi giudizio, in qualsiasi sede. Nel frattempo ho cominciato a ricevere messaggi e telefonate di solidarietà da parte di colleghi giornalisti, c’era chi rideva a crepapelle, chi era indignato, chi invidioso perchè a suo dire mi sarei arricchito con i risarcimenti. Poi, quando la situazione era ormai sfuggita di mano e mia mamma, collegata su Skype, con le lacrime agli occhi, mi aveva detto: “vai figlio mio, vai e fai valere i tuoi diritti sanciti dalla Costituzione”, verso l’ora di cena, tutto si è sgonfiato come un soufflé venuto male, come una mayoness impazzita. Una nuova nota stampa precisava che c’era stato un misunderstanding e che nessuno aveva intenzione di sporgere denuncia contro Archimete Pitacorico.

Lo ammetto, ho tirato un sospiro di sollievo. In tanti anni non mi ero mai trovato in una situazione simile e quindi la cosa mia aveva agitato per tutto il giorno e avevo la maglietta completamente sudata. Per me è stato come essere sparato in un’altra dimensione dove era possibile considerare il post di un blog satirico una fake news; dove l’immagine tratta da un frame de Il grande Lebowski con Jeff Bridges e John Goodman che mostrano al giovane Larry e alla domestica Pilar, il compito in classe di sociologia, ritrovato nella macchina rubata di Drugo, potesse essere scambiata per una foto di Patti e del suo avvocato; dove occorreva precisare che non esiste nessuna circolare che vieta al personale ospedaliero di curare tutti gli uomini che si chiamano Patti fino al 2021. 

Comunque, tutte le esperienze lasciano qualcosa di buono e questa mi ha lasciato la consapevolezza di poter contare su  tanti colleghi, su Assostampa che si è subito mossa con una nota di solidarietà ed a cui adesso, a scanso di malafiure bestiali, dovrò iscrivermi per forza e soprattutto su tutti voi che leggete questo blog e che mi avete innondato di solidarietà, di stima, di spontanei “Je suis Archimete Pitacorico” e di tanto, tantissimo affetto.

Grazie, non lo dimenticherò… vergognomi assai ma necessito soldi droga.

Vostro, Archimete Pitacorico

 

Un po’ di Rassegna Stampa in aggiornamento:

Siracusanews

La Civetta

Strummerleaks

Siracusapost

Siracusatimes

Libertà

Error404.online – Contro ogni Censura

La Sicilia

 

 

L’arrocco

Leggendo certi commenti alla notizia delle minacce di morte ricevute dal Sindaco di Siracusa, mi prende sempre un senso di sconforto e di sfiducia e anche se lo so già, ogni volta ci ricasco e vado a vedere i profili degli autori di questi commenti e ogni volta, giurò, si tratta sempre di papà amorevoli, mamme a tempo pieno e amanti degli animali. 

Nel caso specifico, la violenza più greve, gli insulti sessisti, l’odio profondo e scomposto era concentrato nei commenti di alcune donne, mamme e cristiane. Ecco, io mi auguro che qualcuno dei loro figli riesca ad andarsene via: lasciare la città, il quartiere e la famiglia, fare esperienze altrove, allargare la mente, magari a Milano, a Berlino, a Oslo, a Singapore o in culo al mondo, ovunque possano entrare in contatto con un altra realtà e immergersi nella profonda bellezza della diversità e della moltitudine. La vita non è quella confinata tra la discarica abusiva davanti al portone e la carcassa dello scooter rubato, c’è molto altro e tutti dovrebbero avere il diritto di andarlo a scoprire. Spero che alcuni di loro abbiano la forza di imporsi e facciano tutti i sacrifici per continuare a studiare, perchè se lo meritano, perché sono bravi e spero che gli altri riescano a trovare un lavoro dignitoso e gratificante e capiscano, una volta per tutte, cosa siano i diritti e i doveri di un cittadino.

Le colpe non sono certo dei loro genitori o forse, lo sono solo in parte, la verità è che c’è una società che non funziona più e uno Stato che ha ghettizzato come reietti i figli degli ultimi in scuole di quarto livello abbandonate a se stesse. Ci sono insegnanti che hanno gettato la spugna ma anche offerte formative di tutto rispetto che vengono snobbate dai genitori delle “famiglie per bene” perché loro, lì, in quella scuola, in mezzo a quelle persone, i loro bambini non glieli iscriveranno mai e forse sbagliano o forse no ed io per primo, gliela iscriverei mia figlia? Non lo so, davvero e siamo sempre punto e accapo e il sole sorge ogni giorno e il degrado si somma al degrado e l’ignoranza, la disoccupazione, il lavoro in nero, la prostituzione minorile, lo spaccio della coca, l’arrocco, il sospetto, il ghetto e la violenza, che come sempre, genera altra violenza.

 

Lettera Firmata

Succede che all’indomani delle feroci polemiche sulla vicenda dell’Ospedale di Siracusa dopo il servizio di Report, l’Asp fa uscire una nota per chiarire, una volta per tutte, la situazione dell’emergenza epidemiologica in provincia. L’ho letta con attenzione e sono rimasto sgomento. Nella nota si sciorinano dati, numeri e percentuali di ammalati, di ricoverati e si fanno paragoni, tantissimi paragoni con la situazione nelle altre province siciliane. Il dato generale che ne viene fuori è che le province di Siracusa e Ragusa, sono le meno colpite dal virus e che qui da noi, la media di ammalati su diecimila abitanti è di 1,99, mentre nel resto della Sicilia è di 3,27. Sono numeri esaltanti, numeri magici, come talismani. Non so cosa ne pensiate voi, ma io deduco solamente che abbiamo avuto fortuna sfacciata, sì insomma, un gran colpo di culo!

Quando mio nonno Santo si ammalò, venne a scoprire dell’esistenza di un amuleto miracoloso che veniva preparato ad hoc da un mago del messinese. L’amuleto costava tipo 99mila e 900 lire e prometteva guarigioni strabilianti, garantendo rinascite fisiche e psicologiche “fino al 98%”, così diceva la scritta lampeggiante in tv. Mio nonno, che non era stupido, decise di prendere carta e penna e di scrivere una lettera personale al sedicente mago. Spiegò dettagliatamente la sua situazione e chiese di avere l’amuleto in prova, da uomo di altri tempi qual era, aveva una sola parola e si impegnava, con tutto il suo onore a corrispondere la cifra per intero nel caso di risultati soddisfacenti o di riconsegnarlo intonso al mittente, nel caso non avesse sortito alcun effetto.

I numeri per loro natura sono sterili, spietati, incontrovertibili e sicuramente ci aiutano a tracciare un quadro generale dell’epidemia nella nostra regione. Ora, però, farci credere che questi numeri scaturiscano da un’azione coordinata e dall’efficenza del nostro sistema sanitario provinciale, per me è una forzatura bella e buona, che forse, visto il clima esasperato di questi giorni, si poteva e si doveva evitare. Non mi aspettavo di trovarci delle scuse in questa nota o delle assunzioni di responsabilità, giammai! Ma l’impegno a fare meglio e quello a provare a ricostruire la fiducia con gli utenti dell’ospedale e con i cittadini, quelli sì. 

La nota dell’Asp invece è netta, tagliente ed asettica come non lo è mai stato nemmeno l’ospedale. Non c’è umanità, non c’è nessuna empatia, c’è solamente la lettura arida di alcuni dati che sancirebbero il grande successo del modello di sanità siracusano che, a questo punto, aggiungo io, andrebbe esportato in tutta Italia. Insomma, credere che questi numeri siano merito della perfetta organizzazione sanitaria è come credere che il Mago do Nascimiento o il Mago Francois possano davvero risolvere i problemi d’amore e di salute solo perché ogni tanto, anche loro ci prendono.

A dire il vero ci sono due passaggi che condivido: il primo riguarda le difficoltà che i sistemi sanitari di tutto il mondo hanno avuto e che continuano ad avere nel fronteggiare il virus; il secondo, è una domanda, semplicissima mo molto efficace: ma la politica dov’era? Che facevano tutti i deputati di ieri e di oggi per migliorare questa situazione e mettere Asp e medici nelle condizioni di lavorare in una struttura funzionante e con le giuste risorse? Accuse, quest’ultime, condivisibili se non fosse che sembrano – ma è una opinione maliziosa – rivolte solo a quelli che hanno denunciato la situazione dell’ospedale di Siracusa, forse in ritardo, forse non con la dovuta convinzione e non certamente verso gli altri, quelli che questo sistema e questi problemi hanno contribuito a generarli.

Nella nota della direzione sanitaria dell’Asp non si fa alcun cenno alle circolari che vietavano al personale di indossare le mascherine per non spaventare i pazienti; si tralascia la vicenda dell’infermiere – risultato poi positivo – che con un video aveva denunciato la situazione, a suo dire incresciosa, in cui era costretto a lavorare il personale sanitario e che è stato accusato di essere un fake, un provocatore, uno che non era nemmeno dipendente dell’Asp. Trincerandosi dietro all’indagine della procura, non c’è nemmeno una parola sulla triste vicenda Rizzuto e della sua collaboratrice, la signora Ruggeri e sul caos che ne è scaturito dopo i ritardi clamorosi nell’esecuzione dei tamponi e nel disporre le quarantene per i dipendenti della Sovrintendenza. Non si parla dell’argomento tamponi in generale: quanti ne sono stati effettuati, quanti no, quanti sono andati persi e quanti sono ancora in attesa di un risultato, perché si aprirebbe una voragine da cui difficilmente si potrebbe venire fuori. Non c’è, infine, alcun riferimento all’utilizzo promiscuo del Pronto soccorso, né al Covid team inviato da Palermo per cercare di porre rimedio ad una serie di errori e ritardi.

Dispiace che la toppa che è stata scelta per coprire il clamore di Report sia peggiore dello sbraco stesso. Perfino il mago di mio nonno ebbe uno slancio di sincerità. 

Carissimo Santino – gli rispose dopo qualche giorno – con il cuore in mano ti scrivo che l’amuleto non ha alcun poter magico o medicale, è solo un espediente per sbarcare il lunario. Sai, la gente è ormai diffidente e sono in pochi quelli che vengono in studio da me, per fare le carte, per farsi togliere il malocchio o per qualche filtro d’amore. Con mia moglie, che mi aiuta nelle questioni di marketing, abbiamo deciso di puntare sui numeri e quel 98% di guarigioni che lampeggia durante la mia trasmissione è solo uno specchietto per le allodole. Ti consiglio di rivolgerti ad un buon medico e di lasciare perdere numeri e percentuali miracolose. Ti auguro il meglio… 

Lettera firmata