Affari di famiglia

L’ho capito immediatamente che se ne era andato quando ho letto un post che diceva: “era meglio Roger Moore”. No, no sono affatto d’accordo, per me, in quella parte, Sean Connery era impareggiabile e “Thunderball” e “Goldfinger” restano ad oggi i film di 007 più completi. Certo, Pierce Brosnan era un gran fico e Daniel Craig ha svecchiato il personaggio con dei risvolti inediti, ma i completi su misura e l’Aston Martin coupé celebrata anche da Spielberg in “Prova Prendermi” non sarebbero stati così iconici se a indossarli o a guidarla fosse stato un altro. 

Di film Connery ne ha girati tanti nella sua carriera, non tutti leggendari, questo è vero, tanto che alcuni critici, in passato, hanno messo in discussione il suo talento e ci può anche stare, quello che non può essere negato invece è il suo essere stato un grande personaggio. Come un buon vino, invecchiando è migliorato e il tempo che passava, le rughe che gli scavavano il viso, i capelli e la barba bianca, lo hanno trasformato e reso più versatile e completo. Nella sua lunghissima filmografia, a parte i film di 007 – tralasciando quell’apocrifo “Mai dire Mai” dove a diciassette anni di distanza vestiva di nuovo i panni di un imbolsito James Bond –  e “1885 la prima grande rapina al treno”, al fianco di quel geniaccio folle di Donald Sutherland, i film migliori per me si concentrano nella seconda metà degli anni ’80. Non so se si tratti di una coincidenza o dipenda dal fatto che in quegli anni si completa la mia passione per il cinema  e che li abbia rivisti decine e decine di volte, comunque, in ordine di uscita le sue interpretazioni imprescindibili sono: lo spadaccino Ramirez mentore di Highlander; Frate Guglielmo da Baskerville (Il nome della rosa); Jimmy Malone, il vecchio poliziotto incorruttibile (Gli Intoccabili); Henry Jones Sr, il padre Indiana Jones (Indiana Jones e l’ultima crociata) e Jessie Mcmullen l’anziano ladro di “Sono affari di famiglia” un film così massacrato dalla critica che penso sia piaciuto solo a me e al regista Sidney Lumet. 

La notizia della sua morte, immagino serena, a 90 anni, mentre dormiva nel letto di casa, mi ha turbato. Ho pensato a mia mamma che è stata una sua grande ammiratrice ed a una storia che francamente non so se mi sia stata raccontata veramente o sia il frutto della mia immaginazione, anche perché, se ci ripenso, trovo molto improbabile che nel 1966, a nemmeno 15 anni, mia mamma, in gita a Londra con suo papà e le famiglie degli altri operai dell’Enel, in uno di quei viaggi aziendali che erano delle vere e proprie epopee ferroviarie, lasciò il gruppo e insieme e ad un’altra ragazza, si avventurò da sola per le strade della metropoli inglese fino a raggiungere la casa di Sean Connery, bussò alla porta chiedendo di lui e una governante antipatica le disse che no, Sean era via chissà dove a girare un film. C’è un aspetto sfuggente e allo stesso tempo molto profondo che è difficile da spiegare, è come un filo invisibile che unisce dei punti, spazio, tempo e figure a cui sono legato più di quanto voglia ammettere. Sean Connery era una di queste, ma potrebbero essere George Harrison, Immanuel Kant, Michele Alboreto, Eric Hobbsbawm, Bud Powell, Gabriel Garcia Marquez o Paulo Roberto Falcao, solo per citarne alcuni. É un legame per osmosi, un legame che ha a che fare con quella grande e variegata cultura condivisa di una famiglia. Ogni famiglia ha la propria e dentro ci sono anche canzoni, film, battute, romanzi e aneddoti ripetuti allo sfinimento. Il quest’ottica, per me, Sean Connery non era semplicemente Sean Connery, ma molto di più: è mia mamma bambina che chiede al cassiere del cinema di poter entrare in sala per parlare urgentemente con suo padre, ma è solo una scusa per vedere un pezzo di film perché suo padre non è lì ma a lavoro, è Paul Simon che canta Graceland dall’autoradio Blaupunkt del camper, sono i dialoghi surreali dei film riportati nella vita reale, andare in bici con Fausto il pomeriggio dopo la scuola, il tuffo in piscina dopo il trionfo del Settebello a Barcellona ’92, è tempo che passa e un tassello che salta e quando uno si ferma a pensarci e si guarda indietro, inevitabilmente si ritrova gli occhi pieni di lacrime. 

La frase più bella del mondo

Prima erano solo dei particolari pittoreschi e romantici di uno scorcio mattutino, adesso sono tra i miei più acerrimi nemici. Sono loro, i pescatori amatoriali del lungomare di levante e in particolare i due che stazionano sotto casa mia. Arrivano a bordo di Punto grigie che parcheggiano con cura e senza pass negli stalli residenti, aprono i bagagliai e cominciano a tirare fuori la loro attrezzatura che organizzano e stoccano sul marciapiede. Prima di iniziare, “sduacano” intere ceste di pane raffermo giù dal muraglione che, voglio dire, certamente sarà ecologico, ma in estate, quando quelli del solarium accanto si fanno il bagno tra scolli, manuzze e bocconcini, è come nuotare nella cambusa del Titanic mentre sta affondando. Comunque, con gesti precisi e accorti innescano gli ami delle loro canne e cominciano a lanciare. Io, lo dico subito, non ho niente in contrario con l’antica arte della pesca con la canna, anzi, quando ero bambino e passavo le estati nella villetta al mare dei miei nonni a Caponegro,  anche io la praticavo. Andavo con mia mamma, all’alba, il gamberetto come esca e due cimette da quattro soldi. Pescavamo mazzoni, vavuse, pesci cavalieri e una volta una piccolissima cernia che mia madre mi convinse – con grande difficoltà – a ributtare in mare per il bene dell’ecosistema marino di Avola. Quello che è certo è che non è vero che la pesca è un’attività rilassante, anzi, sicuramente non lo è per un bambino, ma insegna a mantenere la calma, ad avere pazienza, a capire che non sempre si può ottenere quello che si vuole e soprattutto aiuta a rispettare la natura, gli esseri viventi e tutto quello che ci circonda.

I pescatori del lungomare di levante invece, almeno i due che stazionano sotto casa mia, di tutto quello che li circonda se ne stanno fottendo. Ho provato in questi mesi a farli ragionare, a chiedergli di spostare la macchina e lasciare parcheggiare chi ne aveva diritto, a evitare di occupare tutto il marciapiede con la loro attrezzatura e permettere anche agli altri di passarci sopra ma non c’è stato verso. Ho chiesto ai vigili ma ho ricevuto in risposta un’alzata di spalle, forse – mi sono detto – ci sarà un’accordo tra il Comune e il sindacato o l’associazione di categoria di riferimento, che garantisce il parcheggio impunito senza pass, non so. Ho provato anche ad impietosirli, quando all’ennesimo giro alla ricerca di un parcheggio, in un sabato di agosto, sotto un sole cocente, con una neonata a bordo che piange a dirotto per la fame, mi sono fermato accanto e li ho guardati con due occhioni languidi, sperando che capissero la situazione e che almeno uno dei due, mosso a compassione, spostasse la sua Punto grigia in doppia fila per permettermi di tornare a casa. Zero, niente, funce, il più anziano manco si è girato e ha continuato a fumare, l’altro ha fatto un gesto con la mano come a dire: ma chi bboi? 

È una guerra persa e non c’è niente che si possa fare per ribaltarne le sorti, anche perché gli altri vicini si sono rassegnati ed io, nel mio piccolo, mi limito ad azioni di disturbo, ma poca roba, tipo che se devo uscire e sto per salire in macchina e mi accorgo che uno di loro è appostato dietro per prendersi il posto che sto lasciando, cambio programma, non esco più, torno indietro, vado a casa e disdico l’appuntamento o non faccio la spesa o annullo qualsiasi altra cosa avessi in programma. A loro non interessa, fanno i superiori, mi guardano con sufficienza perché sanno benissimo che nel giro di pochi minuti, qualcun’altro salirà in macchina e lascerà un posto vuoto. C’è un unico evento foriero di grandi soddisfazioni, certe volte, nella quiete della prima mattina, con il mare così calmo che le correnti ci disegnano sopra linee e sfumature e il sole che ha appena scavalcato la linea dell’orizzonte, certe volte dicevo, se si è fortunati si può sentire un grido disperato e poi la frase più bella del mondo: “minchia, arruccai! Buttana ra miseria.”. 

Zona Retrocessione

Tra i commenti dei risultati del referendum costituzionale mi stupisce lo stupore di chi non si aspettava una vittoria così netta del Sì e confronta i dati di Enna, di Agrigento o di Siracusa con quelli di Bologna, di Trento e di Milano, stigmatizzando l’ignoranza dell’elettore siciliano e sottolineando come al Nord, le percentuali del No siano state molto maggiori mentre il Sud, che in questo modo perderà rappresentanza politica, ha votato compatto per il Sì.

Ma questa rappresentanza politica che andava salvaguardata, esattamente cosa ha fatto per questa gente negli ultimi quarant’anni? Non mi riferisco alle categorie in difficoltà, a quelli sotto soglia di povertà o ai percettori di reddito di cittadinanza, che in un modo o nell’altro ricevono dei sussidi, parlo della stragrande maggioranza dei cittadini, molti dei quali pagano perfino le tasse, ma continuano a vivere come in una macchina del tempo, con le stesse infrastrutture di mezzo secolo fa.

Scuole, ospedali, autostrade e ferrovie, il livello dei servizi offerti al cittadino siciliano è vergognoso, imbarazzante, perfino offensivo. Piovono milioni e milioni e le scuole restano senza banchi, riscaldamenti e carta igienica, perché? Si finanziano progetti faraonici a forma di Pi greco e di minchia che vola e gli ospedali restano sempre sulla carta, in attesa che un commissario faccia una mossa prima di essere sostituito da un altro commissario che ricomincerà tutto da capo, perché? La rete autostradale è ferma agli anni ’70 e il fatto in sé è così surreale che la A18, la Messina-Gela, è stata aperta nel 1971 ma a Gela non c’è mai arrivata e probabilmente non ci arriverà mai. Com’è possibile? Qual è il motivo? C’è una montagna di granito da perforare? Hanno trovato i resti di una civiltà aliena o che altro? È inaudito. Cosa impedisce di terminare i lavori dopo cinquant’anni? Mancano finanziamenti? Non è possibile. I consorzi che si sono succeduti hanno qualcosa da dire in merito? No, ci avrei scommesso, però scommetto anche che i consiglieri hanno ricevuto i i gettoni di presenza e la buona uscita. Vogliamo parlare della ferrovia, che è la colonna vertebrale di qualsiasi Paese civile che si rispetti? Certe volte ripenso ancora a quella strana sensazione di prendere un treno alle nove di mattina a Bologna e arrivare alle dieci a Milano, 212 chilometri in un ora. Visto da qui sembra impossibile. In Sicilia per fare i 250 chilometri che separano Siracusa da Palermo ci vogliono in media cinque ore e un cambio. Ma perchè? Non siamo cittadini italiani anche noi? Dov’è finito il nostro presente? Dove il futuro? Che fine hanno fatto tutti i soldi stanziati negli anni dalle istituzioni? Sono spariti o sono stati dirottati nei corsi professionali di formazione per nails designer e hair stylist? 

In un quadro così sconfortante, per quale motivo i cittadini si sarebbero dovuti battere per proteggere questa rappresentanza politica? E non venitemi a parlare di giurisdizioni, di statuto speciale, di se e di ma, di maggioranze e opposizioni, di noi abbiamo stanziato e loro non hanno completato, perché il punto non è questo e se ancora non è chiaro, sono quarant’anni che qui non cambia mai nulla. Siamo totalmente assuefatti a queste situazioni vergognose che non ci facciamo più caso, solo ogni tanto, se c’è la possibilità di dare un segnale che non ci impegni in prima persona, allora lo diamo, come è successo per questo referendum qui. A nessuno interessava la sacralità della carta costituzionale, a nessuno le possibili difficoltà di un parlamento che dovrà riscrivere i suoi regolamenti, a pochi la tenuta del Governo. Quello che interessava era recapitare un messaggio forte e chiaro: siete delle merde. E lo so che si tratta di una odiosa generalizzazione e che c’è una politica che trascende i partiti e che progetta un futuro migliore, ma il messaggio di questo referendum resta questo: siete delle merde e i vostri festeggiamenti sono una pantomima perché per noi, ormai, siete tutti uguali.

Comunque, io non credo che il nuovo impianto costituzionale, con la riduzione di un terzo di parlamentari tra Camera e Senato, gioverà alla nostra situazione di cittadini siciliani di Serie C. Anzi, per come la vedo io, che ho votato No, sarà anche peggio di così e avremo meno possibilità di avere dentro le istituzioni qualche persona valida. Poi, ognuno è giusto che la pensi come vuole e se c’è davvero chi che crede che con la prossima legislatura con 600 parlamentari al posto di 900, inizieranno i lavori dell’alta velocità ferroviaria, termineranno i cantieri autostradali e la A18 arriverà a Gela, sorgeranno ospedali nuovi che scongiureranno i viaggi della speranza e troveremo  finalmente la carta igienica nei bagni delle scuole dei nostri figli, beh, auguroni. 

Sale d’aspetto

In diffusione il quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven. Una Bambina di circa otto anni, carina e molto curiosa, viene colpita dall’incedere del coro che intona l’Inno alla Gioia di Schiller e cerca di attirare l’attenzione dei suoi genitori. Si rivolge alla mamma e chiede: “mamma, che canzone è?”. La mamma sfoggia un outfit griffatissimo, una borsa da qualche migliaio di euro e una cover stroboscopica per il suo iPhone di ultima generazione, è intenta a chattare su whatsapp e risponde telegrafica: “aspetta amore… non lo vedi che sto parlando co Ciusy? È  una cosa delle televisione… cercala nel tuo telefonino”. La bimba non demorde e si rivolge a suo padre: “Papà ma questa che canzone è? È bellissima!”. Il Padre, vestito come per un tronista, è l’unico nella sala d’aspetto a non indossare la mascherina, sembra in difficoltà, prende un po’ di tempo e poi risponde: “…E questo è… come si chiama docu…chiddu bravo… Sciopè!”.

Senza Quorum

– Ciao Mpare come semu?

– Oh, ciao … tutto bene, grazie.

– A cosa ra Fontana di Diana di ieri m’ha fatto morire re risate!

– Eh, eh, eh. Grazie.

– Stai antanto a votare?

– Sì.

– Io ho già votato. Era u primo! Ouh, mi raccumannu, vutamu bonu ah… mantiamo a casa a sti bastaddi e rispammiamo macari un sacco ri soddi.

– A occhio e croce mi sa che votiamo diversamente…

– Tu voti Sì? A chi spacchiu si… ah ah ah ah! Avà, veramente???

– No, io voto No. Tu piuttosto, da quello che dici hai votato Sì.

– A quale! Io No ho votato?

– Scusa, ma perchè?

– Perché sta casta di merda se ne devono andare a casa. Bonu chiùi.

– Il discorso sarebbe un po’ più complesso di così ma comunque… mi sa che hai sbagliato, dovevi votare Sì. Vedi che il referendum è confermativo, non abrogativo. 

– Cioè? Sì per dire No?

– No. Sì per dire Sì. Sì alla modifica degli articoli della costituzione eccetera eccetera

– Aspè, mi sto confontento!

– Non ti confondere, è semplice

– Quinti mi sta ricennu che ho votato per la Casta?

– Se la vuoi vedere così… ma tanto 900 o 600 sempre casta è, non credi?

– Vero è, tutti latri sono e pigghianu quacchi vintimilaeuromisi!!!

– Ben detto…

– E ci pigliano per il culo ca un giorno dicono una cosa e il giorno dopo su rimanciano.

– Non avrei saputo dire meglio…

– Però se i mannunu a casa si rispammiano un sacco di soddi.

– Dicono un caffè.

– Mpare, un café o iornnu su 30 euro o misi… mottiplicato pi tutti l’italiani…

– Un caffè l’anno.

– Minchia di pillirini…schifìo.

– Non ci pensare.  

– Vabbè va… pigghiamuni u cafè… offro io.

– Un’altra volta dai… ora vado, stammi bene.

– Ciao mpare, grazie. Sempre nummero 1.

– Ciao e grazie a te.

Pomodori

Quando ero bambino, mio nonno Santo acquistava frutta e verdura esclusivamente dai così detti “vicchiareddi”, che gestivano una baracca nei pressi del Museo Paolo Orsi, dove viale Teocrito si stempera nella rotatoria di quello che oggi si chiama largo Mascali. Mio nonno Santo entrava e sceglieva i prodotti, poi li consegnava per la pesa, i prezzi venivano appuntati su un sacchetto di cartone e alla fine si tirava una riga e si calcolava il totale, poi, sistemati i sacchetti, i “vicchiareddi” aggiungevano in regalo prezzemolo e basilico. Comunque, quando ero bambino e andavo a comprare frutta e verdura con mio nonno, a un certo punto lui chiedeva se c’era pomodoro buono e i “vicchiareddi” rispondevano: “oggi pomitori speciali.”, ed era vero, il pomodoro era una festa per il palato.

Non so se riguarda solo me o si tratta di una domanda che si pongono in molti ma, che fine ha fatto il sapore del pomodoro? Saranno anni che non ne mangio uno veramente gustoso, ogni volta che vado al supermercato, al mercato o in qualsivoglia putìa rionale lo compro e poi è una cocente delusione. Dove sono andati a finire quei bei pomodori Cuore di Bue così carnosi e gustosi che li tagliavi in un’ insalata e ti arricriavi tutto? e il San Marzano con quella sua nota acida? Per non parlare della scomparsa della dolcezza del datterino: quello che ho comprato ieri, in un supermarket che è considerato punto di riferimento per l’ortofrutta locale, era triste e insapore come un foglio di carta da pacchi. E che e che dire del Pomodorino Pachino, l’oro del sud est, il fiore all’occhiello della nostra produzione, marchio Igp, esportato in tutto il mondo, protagonista di piatti stellati ma eccezionale anche con un filo d’olio e un pizzico di sale? Non sarà che quello buono lo esportano e a noi rimane quello cartonato? Non lo so, questi dubbi mi dilaniano e cresce dentro di me il desiderio di un’insalata di pomodoro saporito come quello speciale che vendevano i “vicchiareddi”.

Forse è una questione di posti, forse dovrei trovarmi i miei “vicchiareddi”, conquistare lavoro fiducia con acquisti mirati e continuativi e ottenere in cambio i prodotti più buoni. Non saprei, davvero. In passato me ne hanno pure suggerito uno, ma c’era tutto un iter da seguire, un protocollo preciso che prevedeva una serie di step, bisognava presentarsi al viddumaro come amico del dottore Micalizzi o dell’avvocato Munafò, andare vestiti di tutto punto e parcheggiare l’auto, preferibilmente di grossa cilindrata, in seconda fila. Così un giorno ho indossato il vestito del matrimonio, mi sono fatto prestare la macchina da mio suocero e sono entrato nella putìa. Mi sono presentato, ho vantato le conoscenze con le personalità giuste e ho fatto il mio acquisto di pomodoro e di basilico, ho speso uno sproposito, ma come si dice, la qualità non ha prezzo. Prima di tornare a casa ho comprato una mozzarella di bufala di Aversa da un supermarket gioielleria lungo la strada, ho chiamato Donatella e mi sono assicurato che pranzasse a casa, volevo che anche lei gustasse finalmente il sapore del pomodoro della mia infanzia. Ho lavato il pomodoro, affettato con cura, l’ho emulsionato con olio e sale, profumato col basilico e ho adagiato di sopra parte della mozzarella, stappato una bottiglia di Chardonnay trentino e gustato il primo boccone e niente… è stato come mangiare sapone.

La Scelta

– Scusi, è solo questa la pizza o sta uscendo altro?
– Ora nesci na tegghia i Maggarita e a Spoglia prosciutto e fommaggio.
– Allora aspetto la margherita…
– Maggarita è tutta prenotata, anche la Spoglia. Si puó prentere quello che è rimasto…
– Non c’è molto… queste chiuse come sono?
– Una ca spinacia, l’attra è prenotata…

Scogli

Li osservo da sempre. In passato li ho trattati con una certa sufficienza e li ho anche presi per il culo, ero giovane, ero sciocco e andare a mare per me era il sale sulla pelle, i tuffi, le ragazze in costume, il profumo delle loro creme solari e il vespone parcheggiato a vista. A quel tempo bastava un telo, il ghiaccio dentro la bottiglia d’acqua lasciata tutta la notte nel freezer e qualche sigaretta. Si stava lì, sdraiati su uno scoglio del Plemmirio, all’Asparano o alla Pillirina, per ore e ore, un lasso di tempo interminabile. Non c’era pranzo, non c’erano altri impegni, niente social né smartphone, c’era solo il mare e il sole. L’abilità era scegliere i tratti di costa più impervi e accaparrarsi gli scogli isolati dove poter stare tranquilli e beati. La regola era: il primo che arriva si prende lo scoglio migliore. Niente  assembramenti, niente rotture di palle. Quando avevi caldo ti tuffavi, quando avevi le dita raggrinzite uscivi dall’acqua e ti stendevi al sole.

Loro invece arrivavano sullo scoglio super equipaggiati, certe volte li trovavi già lì. Montavano ombrelloni in serie che incastravano magistralmente tra i fori naturali della scogliera, sapevano esattamente cosa fare e come fare per realizzare una specie di campo base, tipo spedizione sull’Himalaya, raccoglievano massi e pietre con le quali costruivano roccaforti, muretti a secco per contrastare la furia degli elementi, sistemi di cime e carrucole per calare in mare i generi alimentari da tenere al fresco, reti per catturare il pesce che essiccavano e salavano con l’ausilio di micro saline costruite sul momento con un foglio di stagnola, mini allevamenti di molluschi dove scaricare patelle, arselle e qualche fasolare. Io li guardavo sbigottito e mi chiedevo: “ma a che serve tutto questo?”.

Oggi, a 43 anni, ho la risposta. Inutile girarci intorno, non so piantare un ombrellone sugli scogli. In questi giorni c’ho provato, ma niente, non riesco, l’ho fatto in tutte le condizioni: da solo, di mattina presto o più tardi con gli occhi addosso di tutti gli altri padri di famiglia che ridevano di me. Ho provato e riprovato, utilizzato due ombrelloni diversi e persino una specie di mezza tenda igloo che vende Decathlon e che ha comprato mio suocero dicendomi: “questa è a prova di idiota.”. Niente da fare. Io mi impegno, ce la metto tutta, ma volano sempre via o si accasciano sullo scoglio come querce abbattute dal maltempo. A nulla servono i giganteschi “mazzacani” che trasporto sulla schiena come uno schiavo addetto alla costruzione della grande piramide di Giza e con i quali provo a sorreggere la base. E più mi impegno e più sudo e più Donatella mi dice: “tranquillo”, più io mi innervosisco e mi danno per aver sprecato la mia vita in questo modo e per non essere in grado nemmeno di montare un ombrellone. Mi guardo in giro e provo ammirazione e invidia per tutti quei padri organizzati, che in due semplici mosse tirano su dei fortini impenetrabili al sole e al vento. Lo fanno con naturalezza, arrivano su una scogliera frastagliata che nemmeno conoscono e in una frazione di secondo hanno già individuato il punto migliore dove piazzare l’ombrellone. Scaricano tappetini, piscinette e giochi assortiti e sono sempre in perfetto controllo della situazione. Io arrivo a mare già trafelato e pieno di dubbi, non so individuare il posto giusto e non so piazzare l’ombrellone. Mia figlia mi guarda con i suoi occhioni dolci e compassionevoli come a dire: non ti preoccupare papà, non fa niente. Ma io non voglio deluderla, voglio che non le manchi niente, allora mi piazzo accanto a lei, assumo posizioni al limite del contorsionismo, mi accartoccio per reggere e orientare quel maledetto ombrellone oppure mi accovaccio su spuntoni che mi perforeranno una natica, ma non mi importa, l’unica cosa che mi voglio è che anche lei possa sguazzare nella sua piscinetta, sotto l’ombrellone, come tutti gli altri bambini. Poi, quando la situazione si è normalizzata e io non sento più dolore ai quadricipiti femorali o ai muscoli lombari contratti per la posizione innaturale, con una mano, riesco a raggiungere lo zaino e tirare fuori il telefono, lo oriento per rendere lo schermo visibile, schiaccio il tasto della ricerca vocale e scandisco: “offerte vacanze montagna estate 2021”.

Foto di Sebastiano Nuzzo Confalonieri

Papà

– Oh, finalmente il papà di Bruna, piacere di conoscerti!

– Buongiorno a tutti, molto piacere…

– Quanto ha adesso la bimba?

– Otto mesi e mezzo, e la tua?

– Nove mesi fatti ieri e un futuro da letterata…

– Cioè?

– È pazza di libri e libretti, ne sfoglia decine ogni giorno, una vera passione.

– Ah! Ma dici quelli di stoffa colorati e rumorosi… anche Bru…

– No no, le piacciano proprio i libri e la letteratura, non può farne a meno e da grande farà la scrittrice famosa o la professoressa universitaria.

– Scusate se mi intrometto, anche Marcolino mio è così… il pupetto ha una passione per gli aerei e appena ne vede uno impazzisce di gioia. Figuratevi che a casa gioca solo con i modellini che gli abbiamo regalato. Già me lo immagino in divisa da aviatore.

– A Bruna invece piace il rumore che fanno le chiavi  e la sua frutta di stoffa… per cui io sto cominciando a dare un’occhiata in giro per acquistare un basso, magari alla Borgata, poi con mia moglie decideremo se conviene aprirle un ferramenta o una putìa di Frutta e Verdura.

La seconta ontata

– Buongionno… preco…

– Buongiorno, vorrei due calamari… belli freschi però… questi sono pescati all’amo?

– Ha visto che sta tonnnanto in tutto il monto la seconta ontata? Lei non si scanta di stu Coronavirus?

– Certo! però… perché, è nei calamari?

– No, però se non si vole fare veniri nenti, si deve manciare ippesce azzurro.

– …

– Col pesce azzurro u Coronavirus si po ghiri a’mucciari picchì l’organismo è tutto fottificato.

– E quindi che mi consiglia?

– Ca scompro o masculino… co limuni i supra però!

– Va bene, mi dia mezzo chilo di masculino…

– Bravo! Se lo fa a cotoletta.

– Grazie.