Parcheggio ergo sum

FullSizeRender-3La pizzeria sotto casa mia è riuscita a costruire il dehor più maestoso del mondo! Un’opera di ingegneria senza precedenti, centinaia le maestranze impegnate nel delicato assemblaggio di alluminio, acciaio e legno. Sul web è già leggenda! Il dehor, come la grande muraglia, sarebbe visibile persino dalla luna. La monumentalità della costruzione è talmente sfacciata che Mons. Staglianò ha deciso di pubblicare un libro per glorificarne la costruzione. In un tripudio festante di pomodori pachino, melanzane, anciove e lievito madre, mi associo al giubilo generalizzato e spero che questa immensa passerella di tavoli e coperti, questa concupiscente lingua argentata che costeggia il marciapiede, possa essere foriera di prosperità e garanzia di buoni affari per i gestori. Io stesso sostengo la pizzeria con un paio di ordinazioni a settimana e sono disposto a vedere sacrificati 8 stalli auto in nome del progresso, dell’impresa, del profitto, del turismo, della destagionalizzazione e di tutti gli altri termini che si usano a muzzo in casi come questo. Una cosa però la devo chiedere: vi prego, evitate di occupare abusivamente i posti auto sul retro del locale. È una terribile provocazione, un brusco me ne fotto, un sonoro calcio in culo assestato ai cittadini che rispettano le regole.

Non mi merito Salvini

Schermata 2016-03-22 alle 14.52.29L’unica cosa che mancava in questa terribile giornata era che un personaggio infimo, ignorante e razzista come Salvini – che ricordo, fa proseliti anche a Siracusa, per la serie vendo anima e dignità per un tozzo di pane – si facesse fotografare davanti al Parlamento Europeo, una istituzione che da eurodeputato diserta regolarmente e sconosce preferendo salotti tv, ruspe e ricorrenze celtiche varie. Cavalcare le disgrazie e la tragica situazione internazionale alimentando odio con slogan inutili come “ripuliamo le città” è tipico del mediocre e francamente non serve proprio a niente se non a qualificarsi per quello che si è: pusillanimi.

Unioni Civili, avanti piano piano però…

L’Italia ha una legge sulle unioni civili. Cioè ora va alla Camera, poi ritornerà al Senato per il voto definitivo. Sarà modificata? Non possiamo saperlo. Ovviamente si doveva fare meglio, ma questa legge rappresenta comunque un passo avanti. Sarà banale, ma sono convinto che sei è meglio di zero e che il compito della politica è quello di portare a casa il risultato migliore possibile in un determinato contesto. Purtroppo il contesto di cui parliamo è terribile e questa politica sembra dimenticare il suo compito. Il Senato della Repubblica dovrebbe essere istituzione altissima, frequentato da grandi personalità, da uomini e donne con uno sguardo vivo sulla realtà, sulla storia, sul futuro di una Nazione, invece lascia proprio a desiderare. Si parte dal ciarpame becero di Lega e Forza Italia, si passa dai cattoimpresentabili di Ncd, fino ad arrivare agli love-is-love-672x372inutili 5 Stelle e al tremendo PD. Una carrellata della morte civile, un campionario puntuale e dettagliato della società italiana dove nessuno studia, pochi capiscono, ma tutti parlano a vanvera e portano avanti interessi minuscoli e meschini come le loro coscienze o giganteschi e sporchi come il loro ego. Ho ancora nelle orecchie gli strafalcioni linguistici e fonetici di questi signori incapaci di pronunciare stepchild adoption, che blaterano inesattezze su uteri in affitto, su famiglie tradizionali, su etica, moralità e contro natura. Sono gli stessi che hanno sancito che Ruby era la nipote di Mubarak e sono ancora qui, sono stati pure rieletti. La polemica PD vs 5 Stelle lascia ormai il tempo che trova. I supporter dei due schieramenti hanno mostrato il peggio di loro sui social network, nessuno ammette errori, nessuno fa mai autocritica. Vige la contrapposizione bene assoluto contro male assoluto perché a niente sono valsi secoli e secoli di pensiero critico, dal dubbio cartesiano a Karl Popper. Il PD, se ancora ce ne fosse bisogno, ha mostrato la sua pochezza e debolezza, spaccato dalla libertà di coscienza dei bigotti cattolici e dalle interminabili lotte intestine che, come nella sua grande tradizione, non servono a nulla se non ad assestarsi meglio su poltrone e strapuntini e mortificare quel poco di buono che viene fatto (la caduta del Governo Prodi insegna). Il Movimento 5 Stelle dimostra ancora una volta di essere lì per gioco, di trovarsi più a suo agio su Facebook che nelle istituzioni. Grida ancora vendetta quella mortificante e penosa diretta streaming delle consultazioni tra Bersani, Lombardi e Vito Crimi. Ogni volta che avrebbero potuto fare qualcosa, ogni volta che sono stati ago della bilancia e che avrebbero veramente potuto incidere sul sistema si sono tirati indietro. Comandati a bacchetta dalla Casaleggio Associati e rintanati dietro una purezza che perdono giorno dopo giorno con dichiarazioni da politici scafati e maliziosi e con i guai – inevitabili per chi amministra e deve fare i conti con la realtà – delle loro amministrazioni. Alla fine sono tutti contenti: il Pd porta a casa un legge monca e non scontenta gli alleati impresentabili, il Governo si appunta una stelletta, quelli di Ncd possono gongolare e farsi belli nelle sagrestie e il Movimento 5 Stelle è riuscito un’altra volta a non sporcarsi le mani ed a non concludere niente e può puntare il dito contro i pidioti e gli accordi con Verdini per la gioia degli esagitati sui social network.

In questo sconsolante scenario siamo arrivati ad un provvedimento peggiore di quello originale ma che rappresenta comunque un passo in avanti dopo decenni di chiacchiere su Pacs e Dico penosamente abbandonate. Lo so, è terribile pensare che uno Stato possa sancire con una legge l’ineguaglianza, l’inferiorità di alcuni cittadini e dei loro figli rispetto ad altri, ma questi sono i nostri rappresentanti e questi i numeri del Senato. Però non si può negare che qualcosa si porta a casa. Ultimi in Europa, finalmente si legittima giuridicamente un rapporto tra persone dello stesso sesso, si riconoscono diritti prima non riconosciuti: dal cognome all’obbligo di assistenza morale e materiale; dalla reversibilità della pensione (pare si siano dimenticati le casse professionali), al diritto di assistenza e di accesso alle informazioni personali in caso di malattia e tante altre piccole conquiste civili che miglioreranno la vita di milioni di cittadini. Fermo restando che l’obbligo di fedeltà è una questione che non sposta niente, seppur si possa ritenere offensiva, il punto dolente rimane quello dell’adozione del figlio del partner che viene stralciata dalla legge lasciando però maggior margine di manovra ai giudici. Il tribunale di Roma lasciando ben sperare si è già espresso così: “L’adozione “in casi particolari” ex art. 44, comma 1 lett. d) l. 184/1983 può essere disposta a favore del convivente omosessuale del genitore dell’adottando, quando essa risponde al superiore interesse del minore e garantisce la copertura giuridica di una situazione già esistente da anni, che nulla ha di diverso rispetto ad un vero e proprio vincolo genitoriale”.

La battaglia per i diritti civili non può e non deve finire qui, si è già parlato di un intervento del legislatore per una legge ad hoc sulla stepchild adoption, staremo a vedere. Certo, con questi figuri seduti su quegli scranni sarà difficile, ma del resto, nessuna conquista epocale, nessuna battaglia per affermare i diritti è mai stata semplice. Troppi gli ottusi, troppi gli scaltri. A chi ci crede ancora, il compito di riportare la politica a superare i suoi limiti ed a legiferare per i pieni diritti di tutti i cittadini senza discriminazioni, che poi, senza andare troppo lontano, basterebbe ricordarsi di chi, sessantotto anni fa, inserì nella Costituzione della Repubblica Italiana l’Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. A leggerlo sembra stupendo…

Benvenuta Sinistra Italiana

Da un’idea di Stefano Fassina, presentata anche in città Sinistra Italiana, il nuovo movimento/partito che mira ad un dirompente 2,4%.

In esclusiva per Archimete Pitacorico il manifesto programmatico:

12699301_10207484326320638_984786164_oTarapia tapioco. Prematura la riforma costituzionale o scherziamo! No, mi permetta. No, io; eh scusi noi siamo politica attiva. Come se fosse antani anche per il PD soltanto in due, oppure in quattro anche fare sintesi e visione progettuale con cofandina; come Italicum, per esempio.

No, aspetti, mi porga il dibattito politico, ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi; lo vede il dibattito? Lo vede che stuzzica, che prematura anche. Ma allora io le potrei dire anche per il rispetto per l’autorità che anche soltanto le due cose come vicesindaco e sindaco inadeguati.

Sull’Inda per esempio, attenzione! No, attenzione, antani secondo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, abbia pazienza, sennò, posterdati, per consigliere delegato, anche un pochino Lanza Tomasi in procura…

Senza contare che la supercazzola prematurata, ha perso i contatti col terapia tapioca in funzione di salvaguardia ambientale. Sbiliguda o no,  sviluppo e lavoro al centro dello scappellamento a sinistra.

 

Photo: Siracusa-online.it

Mobilità sostenibile: al via il carpooling per i dipendenti comunali

– Ha sintutu sta cosa ro carpuling?

– Ma chi è st’autra minchiata?

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– A nenti, sana misu na testa ca pì venire a travagghiari nama mettere r’accoddu e ama a veniri cu na machina sula! 

– Ma come ama a fari? io sugnu a Pizzuta tu o Tunisi!

– Dici ca ni dividuno pi quatteri… tipo, tu putissiti iri ca signora Patanè e co geometra Sicuso; io m’avissi a caricare a Iaia e u raggiuneri Micalizzi.

– A signura Patanè? Sa sciarrina??? Ma proprio! Mancu motta a fazzu acchianari na machina mia…

– Raggiuni hai, ricci ca sa vo piglia l’assessore ca machina so… cose ti pazzi!

– Ma i picciriddi a scola cu ci potta? 

– Fosse a liggi rici ca sana mettere r’accoddu macari mariti e mugghieri!!! Chi sacciu nun ci stai capennu niente.

– E pi ghiri o a fare a spisa? Iu accatttu sulu ni Gemar, tu ti fissasti cu stu Decò!

– E facemo a turno. Scinnennu, mi fermo iu o Decò e acchinannu tu o Gemar

– Chi cammurria però, ma picchì ni vonu levare macari a machina… allora facissero n’autobussi pi tutti.

– Dice che la città ha pariri sempre chiù smatt e puntare sulla grin mobiliti.

– Ancora cu stu smatti??? Dicalafici…

“A fatto bene labusivo seno dategli un lavoro”

Nella mia città, che un tempo è stata straordinaria culla di cultura, succede che alcuni vigili urbani vengono brutalmente aggrediti da un manipolo di venditori abusivi. La colpa? Quella di avere l’ordine di sgomberare dalle piazzole di un grande mercato rionale i commercianti abusivi, permettendo a c4fa2087-fc91-449c-9f23-ca6d809be594_1200x499_0.5x0.5_1_cropquelli autorizzati di svolgere il proprio lavoro. La notizia fa il giro del web e la stragrande maggioranza dei commenti è dalla parte degli abusivi. In un crescendo di errori e orrori ortografici, insulti razziali immotivati, anatemi contro l’amministrazione e capacità espressiva ridotta ai minimi termini, si condanna l’intervento dei vigili e si giustifica la reazione degli abusivi. Questi, vengono considerati poveri padri di famiglia nonostante, fuori da ogni regola, vendano a basso costo alla faccia di altri padri di famiglia che con le autorizzazioni in regola e il registratore di cassa, non possono permettersi di fare quei prezzi. Il lavoro è sì un diritto, ma deve sottostare a regole uguali per tutti, altrimenti chi non le rispetta finisce col prevaricare gli altri. L’aspetto peggiore di questa triste vicenda però non è la generalizzata difesa di un comportamento illecito. Questa è solo una conseguenza, l’aspetto più preoccupante è quello relativo all’ignoranza di ritorno, alla mancanza di scolarizzazione che in questa città sta raggiungendo nuovamente i numeri del dopoguerra. I dati di Siracusa sono terribili e parlano di una società con alti livelli di analfabetismo e sempre più bassi livelli di scolarizzazione. I commenti su Facebook sono lì a ricordarcelo ogni giorno, fotografando l’allarmante marginalizzazione di una fascia sempre maggiore di popolazione che finisce nel terribile circolo vizioso che a bassa scolarizzazione associa uno scarso profilo occupazionale. Le conseguenze e i costi sociali di questo sistema sono nefaste e ricadono su tutti. Sembra scontato dire che l’istruzione è alla base della ricchezza di una società ma non se ne può fare a meno anzi, bisognerebbe affrettarsi a rafforzarla questa base perché l’emergenza culturale che stiamo vivendo non è meno drammatica di quella economica.

Il siracusano e il cinema, un’analisi senza capo né coda

Una volta a Siracusa c’erano i cinema. Cinque sale ubicate in punti differenti della città. Nella zona alta c’era il Vasquez, enorme e maestoso; i più contenuti Golden e Mignon delimitavano la Borgata e corso Gelone; ad Ortigia il Verga, possente e decaduto e il Salamandra, minuscolo, d’essai e con un passato a luci rosse. Le cinque sale garantivano una programmazione più che dignitosa per una città di provincia. Nella stragrande maggioranza dei casi il siracusano sceglieva un film che voleva vedere, individuava la sala, cercava parcheggio nelle vicinanze, comprava il biglietto, acquistava una confezione di Cipster o di Ritz, sceglieva il posto a sedere e si godeva lo spettacolo. Il film poteva piacere o no, lo si commentava con gli amici seduti accanto, si chiedevano spiegazioni su passaggi particolarmente intricati o sceneggiature fumose, ma se si alzava troppo il tono della voce, si veniva immediatamente redarguiti da un severo schhhh che arrivava dalla fila dietro. La maschera poi, era una figura rispettabile armata di mini-torcia e buonsenso.

Cinema_gratis_Milano_PlateaNon per buttarla sul melenso in spregio a Tornatore e alla sua squisita poetica del cinema che fu, quella del potere evocativo, della forza di aggregazione sociale e di quello che volete, ma oggi, il cinema inteso come luogo fisico, ha subito un profondo cambiamento nel modo in cui viene fruito dal pubblico. Quella era un’epoca senza pay per view e senza on demand, ad andare forte erano i Lunedì Cinema di Raiuno con la sigla di Lucio Dalla (pa ppa, parapapà, dundabitu dubididà) e i Bellissimi di Retequattro che tra interruzioni pubblicitarie, Tg della notte e meteo, trasformava tutti i film in una maratona alla Ben Hur. Andare al cinema era una scelta consapevole dettata dal desiderio di vedere un nuovo film, di evadere dalla realtà e anche di condividere uno spazio comune rispettandone le regole.

Con il passare del tempo le sale di una volta hanno chiuso. Solo il Vasquez si è salvato trasformandosi, al passo con i tempi, in una multisala con pregi e difetti. I pregi sono evidenti a tutti: le poltrone sono comode, gli impianti audio e video sono all’avanguardia, il posto a sedere è assegnato e numerato e si può acquistare in prevendita comodamente da casa propria. I difetti sono altri e scaturiscono proprio dalla trasformazione antropologica degli utenti. Sembra quasi che il cinema sia diventato come un grande centro commerciale dove le persone vanno senza le idee chiare su cosa acquistare. Del resto c’è quasi tutto, basta lasciarsi ispirare. Spesso si parcheggiano i figli a vedere uno dei cartoni in programmazione e nell’attesa si sceglie una pellicola tra le restanti. Sempre meno persone sembrano interessate al film che vanno a vedere e sembrano lì per caso.

Ieri avevo scelto Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu con Leonardo di Caprio. Almeno il 50% della platea non era interessata al film. Molti parlavano a voce alta, altri si alzavano in continuazione. A film iniziato da cinque minuti un tizio mi si è messo davanti e con fare infastidito mi ha chiesto di cedergli quello che riteneva il suo posto. La sua ragazza, più educata, aspettava spazientita nel corridoio e diceva: futtatinni, mittemuni na sta fila, avanti, entrambi sembravano usciti da una puntata di Uomini e Donne. Ho tirato fuori il biglietto mostrandogli che si sbagliava, lui ha controllato il suo e poi, mentre sullo schermo la spedizione guidata da Di Caprio era sotto un terribile attacco indiano, mi ha chiesto: ma nun è u fimm cu Rocky? intendendo, immagino, Creed con Sylvester Stallone. No, ho risposto e lui di rimando: Minchia, sbagghiammu sala, ed è andato via trascinandosi la compagna.

Dopo questo fuori programma mi sono sistemato sulla poltrona per immergermi nell’incredibile paesaggio naturale e umano del film inconsapevole di dover fronteggiare bel altra natura e umanità. Ogni minuto circa, il fumatore incallito seduto dietro di me si schiariva la gola nel tentativo di rimuovere un ostinatissimo catarro con un sonoro ehmr ehmr. Con un breve calcolo, data la durata del film, ho stimato approssimativamente 156 raschiate di gola. Forse un record, ma quest’uomo almeno era lì per vedere il film, non certo come la coppia alla mia destra. Di mezza età, sobri nell’abbigliamento – la signora in onore al film indossava una pelliccia di orso grizzly – hanno fatto come se fossero stati sul divano di casa, commentando ogni cazzo di singola scena del film. Lui, testa dura, continua a chiedere chi fossero i cattivi, come se senza questo elemento non riuscisse a collegare le parti di una sceneggiatura ridotta all’osso e lineare. Non contento, manco fosse stato antropologo con cattedra all’università del Wisconsin, sparava a muzzo nomi di tribù indiane, forte del suo background di film di John Wayne. Ad un mio timido schhhh, mi ha fulminato con uno sguardo come a dire: che cazzo vuoi? abbiamo pagato il biglietto e facciamo quello che ci pare.

Davanti, una selva di telefonini. La light pollution mi costringevano a tenere gli occhi socchiusi per non rimanere accecato. Dagli schermi dei tre telefonini che potevo scorgere uno era fisso su Facebook; il secondo si accendeva come una nevrosi su ora e data e trasmetteva tutto lo strazio che stava vivendo quello spettatore che contava i minuti alla fine; il terzo, il mio preferito, chattava. Io una cosa del genere non l’avevo mai vista prima: non scriveva parole né frasi di senso compiuto, no, inviava lunghe strisce di emoticon. La cosa pazzesca è che anche il destinatario rispondeva allo stesso modo. Strabiliante. Poi, la nefasta abitudine di lasciare aperta la porta e la tenda d’ingresso alla sala. Una ragazza del pubblico si è dovuta alzare più volte per accostarla, ma regolarmente, un torpo annoiato, usciva dalla sala senza richiudere, nel totale disinteresse della giovane maschera che di questo dovrebbe occuparsi. Ma non può funzionare così, il cinema ha una sua liturgia che prevede silenzio, concentrazione e rispetto per gli altri. L’acquisto del biglietto da diritto a vedere il film ma non permette di disturbare, anche involontariamente, le altre persone. La verità è che i paletti che delimitavano il buon senso sono stati estirpati da tempo. Il relazionarsi con gli altri in un luogo pubblico, il sapersi adeguare alle regole ovvie di un cinema, sono stati sopraffatti da egoismo e cattiva educazione.

Più il film andava avanti e il protagonista superava avversità di ogni tipo spinto da un desiderio di vendetta, più mi sentivo sopraffatto dalla natura di quella sala popolata da bestie allo stato brado. Solo il lirismo del film, la fotografia e la luce di quei luoghi meravigliosi e rarefatti ha quietato la mia sete di vendetta, riportandomi dentro la narrazione. Alla fine, dopo un finale da groppo alla gola, la gente è scattata in piedi come se non aspettasse altro, si è vestita e ha cominciato a defluire dalla sala mentre scorrevano i titoli di coda. Dopo neanche un minuto mi sono guardato intorno, eravamo rimasti in sei. Esausti, stremati, ma sopravvissuti.

L’insostenibile leggerezza dell’Ici

Varcata la soglia dell’ufficio si è investiti da un vociare indifferenziato di utenti che si fomentano tra di loro, maledicono il prossimo e scagliano anatemi contro l’amministrazione comunale, le tasse, “i bullette” e tutto l’indotto. Ci sono anche persone civili ovviamente, si riconoscono perché non urlano e sono sedute o appoggiate lungo il perimetro del muro in attesa del loro turno. Il distributore dei numeri è preso di mira da un’orda assatanata di contribuenti che preme contemporaneamente tutti i pulsanti disponibili accaparrandosi così decine di biglietti Tasi, Tari, Tarsu, Imu… tutto, generando file, confusione e una terribile tensione nell’aria. Per fortuna un impiegato raggiunge con regolarità la sala d’aspetto per calmare i più scalmanati, dà consigli su quale numero prendere, e smista alcuni utenti ai piani alti per “consulenze” più complicate. Parto dalla premessa che per gli impiegati, avere a che fare tutti i giorni con persone che urlano, che non capiscono un cazzo e che si impuntano su fantomatiche norme che non hanno riscontro nella legge italiana, sia frustrante e molto impegnativo. Sono altresì convinto che per quanto scalmanati ed ignoranti, queste persone sono pur sempre degli utenti di un ufficio pubblico che dovrebbe essere, non dico accogliente come uno di Merano, ma quantomeno dignitoso. Perché in un contesto degno, anche i peggiori tendono a darsi una calmata. Questo invece è buio, con file di sedie fatiscenti, sporche, distrutte. Una location da “I guerrieri della notte”, con tanto di luce al neon intermittente.

Prendo il numero, ci sono 14 persone prima di me, ma è un conteggio fasullo. I numeri scorrono veloci perché sono stati presi a casaccio un po’ da tutti, ma alla fine, quelli che devono rivolgersi al mio sportello sono davvero pochi.

Non entro nel merito dell’incontro-scontro con il dipendente pubblico, ma sin dall’inizio ho percepito un irritante preconcetto nei miei confronti. Ho capito che questi dipendenti in trincea, costretti a fronteggiare orde di barbari in una guerra di logoramento come sul Piave, tendono a non ascoltare ed a mettere subito le mani avanti. A differenza di molti, non ero lì per urlare “a chi spacchiu siti” o “ma secunnu lei avissi a paiari sta bulletta? E cu quali soddi?”, ma volevo sincerarmi che il regolamento ICI – che avevo preventivamente scaricato dal sito del Comune di Siracusa – fosse stato applicato al mio caso.

Non c’è stato verso. Prima mi è stato detto che non capivo niente – particolare in generale abbastanza veritiero quando si tratta di tributi, ma nello specifico avevo studiato tre giorni e come per l’interrogazione al liceo, mi sentivo non dico preparato, ma pronto a strappare una gratificante sufficienza – poi, che il regolamento a cui mi riferivo non esisteva. Ho declamato passi del testo in questione come un profeta apocrifo, ho cambiato strategia e assunto i toni del maestro Perboni del Libro Cuore, ma niente. Non riuscivo ad ottenere alcuna risposta, il tempo passava ed entrambi ci innervosivamo per una incomunicabilità totale, come se lui fosse stato un padre pellegrino sceso dal Mayflower e io un indiano d’America in mutande di pelle di daino e dedito alla pesca con lancia.

Per uscire dallo stallo ho fatto una seconda domanda inerente alla faccenda, il mio piano B. Non l’avessi mai fatto. Confusione, sudori freddi, accuse, date sbagliate, sguardi torvi, indirizzi di residenza sbagliati, mani che maltrattano tastiere di PC, persino città sbagliate, ma nessuna risposta certa. Scopro che nel 2013 mi sarebbe stato notificato un avviso di pagamento ma per sapere dove, devo fare una richiesta scritta. Chiedo il modulo e compilo il form. L’impiegato ribadisce che non capisco niente e che non devo scrivere il numero della cartella in mio possesso ma quello dell’avviso che non ho mai ricevuto. Gli faccio notare che la lingua italiana, a differenza del regolamento ICI, è codificata e non si può interpretare sommariamente.

Apriti cielo, la mia considerazione sull’italiano l’ha fatto andare su tutte le furie. Si alza e se ne va imprecando, mi lascia lì allo sportello, incredulo e incazzatissimo. Purtroppo la mia siracusanità ha preso il sopravvento e accecato dall’ira, l’ho raggiunto chiedendogli il nome e millantando che avrei riferito al suo superiore, all’assessore al ramo, al sindaco, alla deputazione di Santa Lucia, al Gabibbo e ad altri potenti, di questo increscioso episodio. Mi sono vergognato come un tesserato PD in un forum di fanatici a cinque stelle per questa triste, modesta e mediocre reazione, ma ormai avevo perso le staffe. Si possono comprendere tutte le variabili: ambientali, culturali, antropologiche, sociali. Le difficoltà di comunicazione e le giornate storte; i nervosismi personali e le frustrazioni di una vita, ma che un dipendente pubblico molli tutto e se ne vada lasciandoti allo sportello per me è inconcepibile. Mentre raccoglievo le mie cose per andare via ho pensato a tribunali intasati da miriadi di stronzate, a Commissioni tributarie con calendari così ingolfati da andare ben oltre le più nefaste previsioni di Nostradamus e alle responsabilità degli uffici pubblici che concorrono a generare tutto questo e mi sono detto che forse non tutti possono fare il front office.

Uscito dall’edificio ho ritrovato l’impiegato che mi invitava a portargli davanti tutti i potenti che avevo citato e che ci avrebbe pensato lui a sistemarli per bene.

Volentieri – gli ho risposto sarcastico – mi ripete il suo nome?

Ma o’fanculo va – ha chiosato rientrando in ufficio.

Poi sono tornato a casa.

Ma quanti sono questi forestali?

Ma a nessuno sfiora l’idea che 28mila forestali in Sicilia forse siano un po’ troppi? Sono numeri veri? Esiste una graduatoria consultabile? Ma soprattutto come si diventa forestali in Sicilia? Passi per la becera politica, che li ha fatti assumere e li ha precarizzati per costruirsi un bacino infinito di voti, ma il sindacato? Che tristezza. Come si fa a passare nel giro di due secoli da grande conquista sociale a zerbino del sistema? Vabbe’…

La verità è che non possiamo più permetterci di sovvenzionare sprechi e ruberie. L’assistenzialismo senza progettazione e investimenti seri ha devastato questa Regione e continuerà a farlo fin quando non si cambierà modo di operare. Lo scandalo non è che non si trovino i soldi per pagare questa gente, lo scandalo è che Comuni della nostra provincia (dati 2013) contino 437 forestali mentre tutta la Regione Piemonte ne ha solamente 406 in organico!

Il lavoro è cosa seria, perderlo ancora di più, per questo è diventato ormai insopportabile l’utilizzo strumentale della locuzione “Padre di famiglia” fatto da politici e sindacalisti quando si tratta di tagli agli sprechi che hanno ridotto la Sicilia sul lastrico. Purtroppo sono costretto a generalizzare, ma Il “padre di famiglia” che spesso viene portato ad esempio, è quello che ha ottenuto quel posto grazie a clientele politiche e malaffare e spesso non ha neanche i titoli e le competenze per svolgere quel ruolo che, con tutta probabilità e per colpa di questo sistema corrotto, ha sottratto ad un altro “padre di famiglia” più qualificato di lui. Il giorno in cui si parlerà in difesa del lavoro mettendo in primo piano competenza, merito e funzionalità, forse qualcosa potrà lentamente cambiare.

 

 

 

Bestiario siracusano sulla strage di Parigi

  1. Arabo e non arabbo
  2. Hanno ammazzato e non anno ammazatto
  3. Isis e non Isef
  4. Non ci sono prove che il commando sia sbarcato ad Augusta
  5. Definire un altro dio coglione non è sintomo di civiltà superiore
  6. Non è stato ancora provato che gli assassini abbiano ucciso per rubare posti di lavoro
  7. Essendo mussulmani, la scomunica del Papa non serve a molto
  8. La Francia è un paese più laico del nostro. Si esclude il movente del presepe nelle scuole
  9. images-4Il corano come la bibbia è solo un libro. C’è tutto e il contrario di tutto
  10. Kebab e jihad non sono sinonimi
  11. La Fallaci non ha mai predetto attacchi al Bataclan né allo Stade de France
  12. Scacciare i ragazzi che chiedono l’elemosina ai semafori non eviterà in futuro attacchi all’Italia
  13. Affondare barconi non rientra nella definizione di Missione Umanitaria
  14. La Bibbia non l’ha scritta Gesù
  15. Inneggiare ad un nuovo Vietnam potrebbe farvi scambiare per terroristi e non per semplici ignoranti
  16. Kamikaze e non Camicaz
  17. Non è provato che i venditori ambulanti al Tempio d’Apollo commercino in cinture esplosive
  18. Il santuario della Madonnina per il momento è al sicuro inutile millantare fantomatici dispacci di servizi segreti letti su internet
  19. Non trovo il nesso, ma in ogni caso è “Che Guevara” e non “C’è Guevara”
  20. Il Bar del monumento ai caduti non era tra gli obbiettivi dei terroristi
  21. Marce della pace o ronde contro extracomunitari non sono esattamente la stessa cosa
  22. Il pocket money non garantisce l’acquisto di armi da fuoco
  23. Inviare un commando francese a fare una strage in un teatro di Istanbul difficilmente riceverà l’ok dall’Onu
  24. Santa Lucia non è garanzia di protezione
  25. Con tutta probabilità i tipi sospetti al Viadotto di Targia non fanno parte ci cellule terroristiche islamiche ma di qualche commissione consiliare.

Sempre puntuali i siracusani intervengono nel grande dibattito globale portandosi dietro una visione medievale della civiltà. Tralasciando le prese di posizione e le convinzioni che nulla hanno da invidiare a quelle dei peggiori fanatici islamici, la fotografia che viene fuori è quella di un innato bisogno di giustizia sommaria che lascia strascichi di a senza h, consecutio casuali come una lunga serie di emoticon e fervore interventista duro e puro. Del resto, anche per condannare uno schifoso massacro come quello di ieri, per indignarsi, per piangere, qualche libro va letto. La trasmissione tv dei pacchi, a volte, non basta…