Happy Hour

Peppere il fine settimana lo trovavi al Mutenye, in via del Pratello e io proprio con Peppere volevo parlare perché era l’unico che mi capiva e che mi stava ad ascoltare. Bevevamo birra e ci raccontavamo le cose. Lui sapeva tutto perché lo avevo sempre aggiornato, passo dopo passo, emozione dopo emozione. Questa storia era diventata quasi di dominio pubblico, perché io ero proprio preso e sinceramente, non è che fossi uno sfigato, anzi.

Certo, ero fuori corso all’università – al Dams per giunta – però suonavo il basso in una band indierock abbastanza quotata in città, provavo a fare l’autore, conducevo due programmi radiofonici e vivevo da solo in un monolocale in centro, insomma, non mi potevo lamentare.

Raccontai a Peppere le ultime novità e di quel numero di telefono (numero – spazio – numero – spazio – numero) scritto al posto dell’oggetto di una mail vuota che avevo ricevuto nel pomeriggio. Peppere non ebbe nemmeno un dubbio e mi disse: “Emi, chiama.”.

Trangugiai la mia Augustiner Bräustuben in un sorso, mi feci coraggio e composi il numero sulla tastiera del mio Philips Genie. Dall’altra parte il telefono suonava a vuoto: uno, due, tre, quattro squilli, persi il conto, stavo per mettere giù, ma lei alzò la cornetta e iniziò a suonare Gymnopedie n.1 di Erik Satie e per me fu come essere sparato in orbita. Ero un romantico, lo ammetto, farcito di romanzi di Dostoevskij e di John Fante, sonate di Beethoven e sinfonie mahleriane e la semplicità di quelle settime maggiori, l’ingenuità di quelle dissonanze e quel lento incedere in ¾ mi sconvolse. Ero felicissimo. Certo, lei viveva a 800 km di distanza, ma lì, in quel vicolo buio e puzzolente di piscio, tra il Mutenye e il carcere minorile, per la prima volta capii quanto era ingiusta la vita e come dovevano sentirsi quei giovani detenuti che avevano le celle che affacciavano sulla strada del divertimento, dei sogni e della perdizione bolognese.

Tutto nacque perché mi ero trovato impelagato in una polemica sulle pagine di un noto settimanale musicale, avevo letto qualcosa che non condividevo per niente e decisi di rispondere con una lettera piena di vibrante indignazione. La lettera fu pubblicata sul numero successivo della rivista e nei giorni seguenti cominciai a ricevere una serie di e-mail da persone che commentavano quello che avevo scritto. Fra queste c’era la sua. Non ricordo cosa scrisse e non ricordo cosa le risposi ma da quel momento cominciammo a scriverci con regolarità: prima ogni tre o quattro giorni, poi quotidianamente, poi più volte al giorno. Parlavamo di musica, arte, letteratura, amicizia, amore, di noi, di quello che facevamo, di quello che avremmo voluto fare. Lei mi mandò le sue fotografie, io le mie, con posta tradizionale ci inviammo i cd con le nostre canzoni, i provini, i demo tape. Ci scambiavamo consigli e suggerimenti, lei mi correggeva la forma di alcuni testi in inglese, io le suggerivo il nome per un progetto di bossa nova che stava mettendo su per l’estate: “Orly!” le dissi, l’aeroporto parigino che negli anni ‘60/’70 fu lo scalo degli esiliati brasiliani dal regime dei generali. Samba de Orly, tra l’altro, era un pezzo di Toquino, Chico Buarque e Vinicius de Moraes il poeta, quello di “la vita è l’arte dell’incontro”, che all’epoca era una frase a cui attribuivo una moltitudine di significati.

Furono dei mesi intensi e sconclusionati che andarono ad intaccare la mia vita per come era stata fino ad allora. Dopo le prove con la band, per esempio, non mi fermavo più a cazzeggiare coi ragazzi ma tornavo subito a casa. Stessa cosa in radio, finivo il programma e scappavo via per poterla chiamare o per essere chiamato. Avevo anche un paio di flirt – mia nonna avrebbe detto “delle simpatie” – che cominciai a trascurare malamente. All’università poi, figuriamoci, andavo solo per i pochi esami rimasti. L’unica cosa a cui non rinunciavo era la saggezza di Peppere e le birre bavaresi del Mutenye.

Peppere cercava di farmi ragionare, capiva quello che provavo, ma sosteneva che questa storia, in queste condizioni, con questi ritmi, non poteva durare, non aveva senso. O decidevamo di vederci nell’arco di dieci giorni o era meglio chiuderla lì. Io ero d’accordo. Questa consapevolezza però mi scombussolava. Presi tempo ancora qualche giorno, poi, la invitai al concerto di Joseph Arthur a Modena.  La radio dove lavoravo mi permetteva di avere accrediti e biglietti gratis e io ne approfittavo più che potevo. Joseph Arthur poi era uno dei miei cantautori americani preferiti ed era appena uscito il suo nuovo album che conteneva una canzone, Honey and the Moon, che sembrava scritta per me. Lei all’inizio era entusiasta, poi mi comunicò che non sarebbe venuta, che non se la sentiva. Ci rimasi malissimo anche perché il concerto fu straordinario e molto intimo perché Joseph Arthur non lo conosceva nessuno e in sala saremo stati una trentina di spettatori al massimo.

A poco a poco i nostri contatti telefonici si diradarono, entrambi avevamo ripreso a fare quello che facevamo prima di monopolizzarci a vicenda. Ci sentivamo ancora, una volta al giorno, ci raccontavamo le nostre rispettive giornate ma come in una routine, senza il trasporto di prima. Entrambi eravamo come in attesa che uno dei due trovasse il coraggio di troncare definitivamente. Poi un giorno chiamai e lei non rispose, riprovai dopo qualche ora ma niente, squillava a vuoto, poi ancora e ancora, zero, tentai la sera, ma senza successo. Passai una notte agitata. “Ma come? – mi ripetevo – ma si fa così? Ma nemmeno una parola d’addio?”. Sì, con il senno di poi, era l’unica cosa da fare ma in quel momento non riuscivo ad accettarlo. La mattina seguente raccolsi tutte le sue cose: i regali, i dischi, i biglietti e andai alla Posta di piazza Minghetti, feci un pacco celere e le rimandai tutto indietro. Corsi da Peppere, era al Mutenye, parlava con Sante, il proprietario, lo tirai via e ci sedemmo nello stesso tavolino dove qualche mese prima tutto era cominciato.

Gli spiegai come mi sentivo, come sollievo e angoscia si scontrassero dentro di me e di come l’angoscia stava vincendo a mani basse. Gli raccontai del gesto sconclusionato e infantile di rispedirle tutto indietro e gli confidai che prima di farlo, avevo masterizzato una copia del cd con i suoi pezzi. Peppere mi ascoltò senza battere ciglio. Poi mi disse: “Lo sapevi che sarebbe andata a finire così.”.

“Certo – gli risposi – ma è stato comunque terribile.”.

“Tutte le cose belle finiscono prima o poi, dai retta a me, l’importante è esserci e viversele nel presente…”.

“Ma… mi parafrasi Biagio Antonacci?”.

“No, scusa, è che mi sono distratto perché sono quasi le 21:00 e sta finendo l’happy hour. Te la bevi un’altra?”.

“Sì, assolutamente.”.

Si effettuano insalate

Il Boom di ristoranti a Siracusa, quel + 72% certificato da Unioncamere, che spara la città al vertice della classifica mondiale, ha delle controindicazioni evidenti. La prima è che un + 71% di questi ristoranti cucina di merda, la seconda è che ormai, a Ortigia, non c’è più angolo senza un menù esposto, non c’è più vicolo senza sedie e tavoli spaiati, non c’è più scorcio senza una cappa che spara aria calda e puzzolente. I limiti di questo sviluppo selvaggio e incontrollato sono evidenti, le conseguenze invece cominceremo a vederle tra qualche anno. In altre città il tema è centrale e viene affrontato e dibattuto, qui da noi si preferisce fare finta di niente.

Le sirene dei facili guadagni hanno ammaliato una moltitudine di persone senza esperienza nel settore e le hanno indotte a investire i risparmi di una vita o quello che nemmeno possedevano nella ristorazione, nell’errata convinzione che gestire questo tipo di attività sia cosa semplice e banale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il trionfo dell’improvvisazione, il tripudio del surgelato e del precotto, l’apoteosi dell’olio esausto, la disfatta del gusto, ma soprattutto, la comparsa di quei fogli A4 plastificati attaccati sulle porte dei ristoranti. C’è scritto: “Masculino 2×3”, “Pescato del giorno su massetto di patate” o “Si effettuano insalate”. Sono frasi commoventi e poetiche che nascondono i richiami alle vecchie professioni abbandonate e raccontano la storia di questa città e della sua trasformazione.

Freud

Negli ultimi giorni l’ho sfogliato e risfogliato trovandolo intrigante e dinamico, l’ho soppesato e ne ho apprezzato la grammatura spessa e il profumo intenso, fino a quando, finalmente, mi sono deciso. Prima ho camminato un po’ tra i corridoi per smorzare la tensione, poi ho preso coraggio e mi sono diretto verso la cassa 4, dall’unica cassiera con cui ogni tanto scambio qualche parola. Non avevo nulla da acquistare e lei mi ha guardato e ha detto: “Ahò, embè?”. Lì per lì mi sono stranito per questo accento romanesco, ero convinto che la signora fosse siracusana, comunque, ho tirato fuori dalla giacca una busta, gliel’ho porta e ho sussurrato: “Mi scusi, mi rendo conto quanto possa sembrare insolito, ma ho pensato che magari lei poteva mettere una buona parola… sa, vorrei candidarmi a direttore del giornale delle offerte del Decò… ho un curriculum piuttosto qualificato e…”. Lei è scoppiata a ridere e rivolta alla collega della cassa 3 ha detto a voce alta: “A Franca, co ‘sto cojone, più quelli tuoi, so quattro solo oggi!”. Tutti quelli in fila si sono messi a ridere ed io volevo sprofondare dalla vergogna, mi sentivo addosso gli occhi di tutto il supermercato ed ero pronto a scappare via, poi qualcuno mi ha preso per un braccio e ho sentito la voce di Donatella che diceva: “Emi, svegliati, stai sognando”. 

Una storia semplice

Da poco più di una settimana, davanti casa, è stato parcheggiato – forse abbandonato – un furgone scassato e tutto arrugginito. La mole del mezzo e la sua posizione, non rendono visibile il portone d’ingresso dalla strada con il risultato che solo due volte su sette, gli operatori ecologici hanno ritirato i rifiuti, costringendomi a chiamare il gestore del servizio che però, non mi risponde mai.

Il furgone è sprovvisto di pass ed è parcheggiato in uno stallo residenti sotto il cartello di rimozione forzata, ma è sempre lì, giorno dopo giorno. Le telefonate ai Vigili Urbani non hanno sortito effetto. Solo un operatore, timidamente, mi ha consigliato di parlare direttamente con una pattuglia di passaggio perché loro, al comando, sono sottodimensionati e affaccendati in una miriade di cose importantissime e quindi non possono dedicare del tempo alla mia richiesta. Demoralizzato, ho deciso di seguire il consiglio e mi sono appostato sotto casa nel tentativo di intercettare un’auto della Polizia Municipale.

Ne ho fermata una che passava e con molto garbo, ho spiegato la situazione poco piacevole in cui mi trovavo, il disagio che stavo patendo e il fatto che nonostante un’intera settimana trascorsa, il furgone – come si evinceva facilmente dalla multa posizionata tra il parabrezza lurdo e un tergicristallo scassato – avesse ricevuto solo una contravvenzione. Ho chiesto infine che venisse rimosso come suggerito da segnaletica verticale. Mentre spiegavo i fatti, l’agente è rimasto in auto insieme ai suoi due colleghi, li vedevo scuotere il capo e li sentivo sbuffare e poi mummuriarsi, ma non in segno di fastidio, piuttosto di rassegnazione, come un lamento sommesso e collettivo, una cosa tipo: “Ma che tempi viviamo!”, “Ma come ci siamo ridotti!”, “Non c’è più un briciolo di amor proprio!” “Non lo dica a noi”, “Eh, se sapesse…”, cose così. Io mi sono sentito capito, come se avessi stabilito una connessione profonda con loro, poi, quando ho finito di parlare, quello alla guida ha alzato gli occhi, mi ha guardato e mi ha detto: “Comunque le consiglio di chiamare il comando, perché noi in pattuglia siamo sottodimensionati e affaccendati in una miriade di cose importantissime e quindi, in questo momento, non possiamo dedicare del tempo alla sua richiesta”.

C’era una volta in via Brenta

L’appuntamento era davanti a Sweet Sweet Way, un pomeriggio del marzo del 1991. Ad aspettarmi lì c’era Piero, con lui sarei andato a fare la prima prova con la mia prima band. Qualche giorno prima avevo ricevuto una sua telefonata al fisso di casa, si presentò ricordando i comuni trascorsi tennistici alla Cittadella e mi chiese se era vero che suonassi il basso, perché lui stava mettendo su una rock band. Era il momento che stavo aspettando da quindici giorni, da quando cioè, vista l’inflazione di chitarristi nelle scuole siracusane, avevo deciso che avrei suonato il basso elettrico e avevo sparso la voce in giro. C’era solo un piccolo problema: io non possedevo alcun basso elettrico.

Comunicai la notizia in famiglia, i miei erano entusiasti. Mio padre, che ha suonato il piano e il sax tenore con Gli Scettici, coi Mammasantissima e con altre formazioni locali, mi disse: “non ti preoccupare, ora andiamo a cercare un basso”. Aspettammo l’orario di apertura e ci fiondammo da Moscuzza alla ricerca di uno strumento di seconda mano, economico e per principianti. La scelta cadde su un Sakura bianco (modello Precision) appartenuto ad un amico di mio padre. Era la cosa più bella che avessi mai visto. Uno strumento modesto ma con una caratteristica unica: sulla paletta, il logo Sakura era stato coperto con una borchia d’ottone con l’incisione “Fender”. La trattativa fu veloce e per cinquantamila lire, lo portai a casa dentro una custodia morbida usata.

Mi presentai all’appuntamento in perfetto orario, andai in motorino, con le cinghie della custodia che mi segavano le spalle e l’inseparabile zaino militare a tracolla con la scritta “Kiss Pack You See” con dentro un quaderno per segnare gli accordi e un jack. Piero era già lì e insieme ci dirigemmo verso la sala prove a conoscere la band. Provammo nel salotto della casa di Stefano, completamente liberi, coi tappeti sotto i piedi, senza particolari accorgimenti per il volume, senza sordine di alcun tipo. Una cosa che trovai inconcepibile e che mi faceva sentire uno dei Rolling Stones, in quei set approntati negli studi rinomati di Los Angeles, con i divani, le piantane design, le modelle e il camino con la schermatura in vetro temperato.

La prima prova fu un’incessante esecuzione della durata di circa tre ore di With or Without You degli U2. Un turbinio di sedicesimi e di cori in falsetto che ci prosciugò tutte le energie ma che ci convinse che sì, la band poteva nascere: il feeling era da rodare, certo, ma le alchimie, quelle erano giuste, gli sguardi d’intesa sostituivano le parole e c’erano tutti i presupposti per costruire un repertorio vincente. Ci demmo appuntamento alla settimana successiva con l’obiettivo di finire l’arrangiamento del pezzo degli U2 e di cominciare a impostare un trittico dei Pink Floyd sul depresso andante: Time, Comfortably Numb e Wish You Were Here.

In verità, gli unici che sapevano suonare erano Stefano e Piero: il primo studiava batteria e pur essendo un ragazzino, aveva già una conoscenza musicale mostruosa, trasmessagli da suo papà, lo Zio Peppe; il secondo, era un virtuoso della tastiera, aveva alle spalle studi classici e nei momenti di cazzeggio, attaccava a suonare la Marcia Turca di Mozart a velocità supersonica, con le facce buffe tipo Amadeus di Miloš Forman e ci faceva morire dalle risate. La cosa ha innescato in me un riflesso pavloviano e ancora adesso, quando qualcuno la esegue – mi è successo di recente a un lunch concert alla Filarmonica di Berlino – mi commuovo e poi rido con le lacrime agli occhi. Poi c’ero io, che mi presentai il primo giorno con il basso accordato ma poi, non sapendo metterci mano e per paura di peggiorare le cose, decisi di non toccare più quelle chiavi per almeno un mese, causando alla band enormi problemi d’intonazione. Giovanni era il chitarrista, un’anima folk e un’attitudine da falò e da bionde trecce, occhi azzurri e poi c’era Antonio, il cantante e leader carismatico.

L’entusiasmo era alle stelle e raggiunse il suo picco quando mio padre, una sera, tornato a casa dall’ambulatorio, mi disse: “Vi ho trovato una serata, il 21 giugno al Castello Tafuri a Portopalo, è una festa di beneficenza della Croce Rossa, aprirete un nostro concerto e potrete suonare tre pezzi.”. Io ero felicissimo ma misi subito in chiaro le cose: “Vedi che noi abbiamo quattro pezzi.”. “Allora ne farete quattro.” – tagliò corto mi padre.

Le due settimane che precedettero il concerto furono contraddistinte da prove estenuanti e meticolose, inoltre, dato che avremmo eseguito dei brani dei Pink Floyd, decidemmo che sarebbe stato il caso di presentarsi sul palco con almeno due coriste. La scelta cadde su Barbara e Carmela, nessuna delle due aveva alcuna esperienza canora, ma del resto neanche noi, per cui ci sembro una scelta ponderata.

Finalmente arrivò il grande giorno. Ci incontrammo di pomeriggio per un breve soundcheck: avremmo suonato con gli strumenti e l’amplificazione del gruppo di mio padre e provammo tutti gli attacchi e i finali dei pezzi. A quell’epoca i miei avevano ancora un camper, residuato di vacanze in famiglia in giro per l’Europa, che mio padre sfruttava in queste occasioni per il trasporto strumenti. Divenne il nostro quartier generale, rimanemmo rintanati tutto il pomeriggio lì dentro a bere Coca Cola – forse trafugammo una bottiglia di prosecco e qualche birretta dal bar del Castello – a fumare qualche sigaretta ed a fare progetti per il futuro. Sì, perché nel frattempo, questa notizia che andavamo a suonare in trasferta, si era sparsa in giro e cominciammo a ricevere offerte e richieste per altre esibizioni. Per quell’estate avevamo già cinque o sei feste di compleanno e un fitto calendario di prove per incrementare il repertorio con nuovi pezzi di REM e Police.

Di quel primo concerto esiste da qualche parte un VHS ma non lo vedo da decenni. Non so dire con esattezza come suonammo e al dire il vero, non è che la cosa sia così importante. Eravamo una band di quattordicenni alle prime armi e alle prese con i Pink Floyd, davanti a un pubblico intervenuto per ballare l’hully gully. Ricordo che alla fine dell’esibizione ci mettemmo in circolo e ci abbracciammo forte, fu un gesto naturale e spontaneo. A poco a poco, i ragazzi andarono via con i loro genitori, io aspettai la conclusione della serata e aiutai mio padre a smontare gli strumenti. Tornammo lentamente verso casa, in camper, i miei chiacchieravano, io mi sdraiai sul letto della mansarda, per un attimo pensai alle due materie che avrei dovuto recuperare a settembre ma mi addormentai immediatamente, ero felice ed esausto.

Montalbano, ciak a Siracusa

Il Commissario Montalbano in città: primo ciak per “La Concessione dei Giacometti”.

La Trama

Montalbano è in vacanza a Siracusa con Livia per assistere alle tragedie al Teatro Greco quando, di prima mattina, una telefonata di Catarella gli annuncia che nella città di Archimete, il nucleo Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri ha sequestrato due sculture attribuite ad Alberto Giacometti ma considerate false. Montalbano, da sempre cultore d’arte contemporanea, si scatafà di corsa nel luogo del sequestro ma trova tutto chiuso, i cancelli sbarrati e un biglietto equivoco in bella mostra. Mentre Livia ammira le bellezze della città con un tour in motoape, Montalbano si concede un bagno rigenerante a Calarossa e una schiticchiata in una trattoria della via Cavour finché, intenzionato a ritornare in albergo per ricongiungersi con Livia e recarsi insieme al Teatro Greco, avrà una straordinaria intuizione…

 

Se vi attacca, combattete

Gli americani hanno questa fissazione per le procedure, una sequenza di azioni codificate da utilizzare nelle situazioni più svariate: dalla cottura dell’hamburger alla microchirurgia sul tendine estensore della mano. Si tratta di regole precise e difficilmente derogabili, certe sono scritte, altre tramandate dal tempo e dal buonsenso. Conoscerne qualcuna è sempre meglio, così, quando nel bel mezzo del nulla, in una notte senza luna nei pressi di Twin Falls, nell’Idaho, una pattuglia di Highway Patrol nera come la pece vi seguirà a fari spenti e poi, improvvisamente, accenderà tutte le luminarie e lampeggianti di cui è dotata, saprete esattamente cosa fare. La prima cosa è farsi prendere dal panico e pensare al peggio; a seguire è consigliata una gragnuola di epiteti in lingua madre, per poi passare ad un veloce recap della filmografia road movie 80/90, poi, finalmente, si può agire: freccia a destra, si accosta il veicolo al di là della striscia gialla, il cambio automatico in posizione parking, si spegne il motore e si aspettano le istruzioni, possibilmente fingendosi disinvolti. Chi ritiene, a questo punto, può anche iniziare a pregare.

Dall’altoparlante della sua auto, l’agente ci ha chiesto di restare seduti e di posare le chiavi della macchina sul tettuccio. Io questa cosa delle chiavi sul tettuccio l’avevo vista solo nei film dove cercano gente estremamente pericolosa, per cui mi è preso un colpo e ho iniziato a preoccuparmi seriamente. Vuoi vedere che ci hanno scambiato per qualcun altro! E se sto poliziotto fosse un sadico figlio di puttana? Qualche anno prima a Downtown Los Angeles, agli angoli di ogni isolato attorno al tribunale, c’erano dei capannelli di persone e c’erano delle famiglie che piangevano un figlio, un padre o un parente ucciso dalla polizia. Insomma la cosa mi aveva suggestionato e adesso non riuscivo a togliermela dalla mente.

Poi l’agente si è avvicinato e mi ha chiesto la patente. Io ero piuttosto agitato e avevo difficoltà a sfilarla dal portafogli, non veniva via, sembrava appiccicata, l’unica tessera che si muoveva era quella dei punti del supermercato Famila, poi finalmente ci sono riuscito e gliel’ho porta. Lui l’avrà guardata per due secondi e me l’ha ridata insieme alle chiavi della macchina che aveva preso dal tettuccio. Ha spento la torcia, ci ha sorriso e ci ha confidato di averci fermato perché era convinto ci fossimo persi. Aveva notato l’auto a noleggio di un altro Stato, ma non si spiegava cosa potessimo farci a quell’ora, da quelle parti.

Il fatto – gli ha spiegato Donatella – è che volevamo provare a costeggiare la riva del fiume per raggiungere le cascate ma poi si era fatto troppo tardi per proseguire, così eravamo tornati indietro, avevamo mangiato una cosa e adesso stavamo cercando un motel per la notte. Lui ci ha guardato con un po’ di compassione ma senza cattiveria, come a dire: Ma se siete dei fighetti di città… ma dove minchia volevate andare con le ballerine e la polo Lacoste?

È vero, l’indole cittadina non si cancella, c’è poco da fare, al massimo si può camuffare, ma non dura. Puoi trasferirti in campagna e iniziare a lavorare la terra, puoi seguire la scansione temporale delle stagioni, camminare nei boschi, la rotazione triennale e gli ettari a maggese, raccogliere funghi, salire in montagna, cacciare il cervo (un colpo solo), tagliare la legna e conservarla per l’inverno, puoi fare un sacco di cose magnifiche e tutto questo può gratificarti e aiutarti ad essere in pace con te stesso e con il mondo che ti circonda, poi improvvisamente parte un pezzo dei Clash e senti il bisogno prepotente di  tornare in una città.

L’ho capito definitivamente quando sono andato a vedere il Mirror Lake di Yosemite in California, uno specchio di acqua cristallina che riflette, come in un caleidoscopio naturale, cielo, piante e montagne che lo sovrastano. Quella mattina c’eravamo svegliati presto, preparato il caffè, riempito lo zaino con un paio di muffin, due bottiglie d’acqua e diretti alla fermata del bus elettrico che ci avrebbe condotti all’inizio del sentiero che portava al lago. Il cielo era terso, l’aria frizzante, il profumo delle sequoie trasportato dal vento era inebriante e la navetta, che si muoveva silenziose tra le stradine secondarie del parco nazionale, trasportava solamente noi due.

All’imbocco del percorso, ben piantato per terra, c’era un cartello con alcune informazioni utili: una pianta in scala del sentiero e qualche notizia storico-paesaggistica. A catturare la mia attenzione però era il disegno di un puma e la scritta: Mountain Lion Habitat. Sotto, la procedura di sicurezza suggeriva di tenere i bambini sotto controllo, di non farli mai allontanare e di non affrontare il percorso da soli. Poi, un breve decalogo su cosa fare nel malaugurato caso ci s’imbatta in un puma. Prima di tutto occorre stare calmi, non mettersi a correre e non dare le spalle alla bestia, mai. Si devono agitare le braccia, fare bordello, aprire la giacca a vento e allargarla con le mani, mostrarsi grandi e minacciosi. Se nonostante questi accorgimenti il mountain lion non scappa ma anzi avanza nella vostra direzione, beh, allora diventa un problema piuttosto serio: non resta che gridare a squarciagola e tirargli addosso pietre e rami. Alla fine c’era una frase molto americana, che sintetizza lo spirito di un popolo di pionieri: if attacked, fight back. Praticamente: se vi attacca, combattete.

Paranoia! Abbiamo iniziato il trail con Donatella che cercava di tranquillizzarmi ricordandomi come gli animali preferiscono stare lontani dall’uomo, ma io niente. Prima ho trovato un ramo robusto da usare come bastone, poi uno più lungo e appuntito da scagliare come una lancia, infine, ho riempito le tasche laterali dei pantaloni con delle pietre. Ogni 20 passi cacciavo un urlo di guerra tipo Full Metal Jacket. Dopo più di trenta minuti di cammino, di questo Mirror Lake non c’era traccia, abbiamo proseguito per altri quindici minuti con la sensazione di girare intorno. Una tensione bestiale. Improvvisamente un rumore di foglie, un fruscio tra i rami. io ero pronto a scagliare la mia lancia quando ho sentito un cordiale: “Hey guys, whats up?”. Era Harumi, un fotografo giapponese di piante e volatili. Gli abbiamo spiegato che pensavamo di esserci persi e che eravamo diretti al Mirror Lake. Lui si è messo a ridere con garbo, come ridono i giapponesi e ci ha spiegato che c’eravamo già, che il Mirror Lake in estate non esiste perché non è alimentato da un fiume ma solamente dal ghiaccio invernale che si scioglie. Siamo tornati indietro delusi ed emotivamente svuotati, perfino la paura del mountain lion era svanita. Abbiamo raggiunto la strada e ci siamo seduti su due massi separati, in attesa del bus che ci avrebbe riportato dove alloggiavamo. Io ho messo gli auricolari, ho selezionato scelta casuale dei brani ed è partita Rock the Casbah.

 

Le Tragedie Pitacoriche – Agamennule

Agamennule, 407 a.C.

Agamennule, sovrano di Cugni, è alla guida di una carovana che trasporta mandorle, olive e carrube alla Fiera del Sud, il più grande mercato dell’antichità sorto all’ombra delle maestose mura dionigiane di Siracusa. Accampatosi per la notte nel parcheggio della Frateria, viene sorpreso da un gruppo di malintenzionati guidati da Oreste – il re del Villaggio Miano – che fa razzia dei prodotti, buca le gomme della lapa di Agamennule e la vilipende con scritte offensive e graffiti a forma di crigno. Al risveglio Agamennule è incredulo. Eppure gli dei avevano predetto per lui fortuna e commercio propizio. Cos’era accaduto? Li aveva forse oltraggiati senza rendersene conto?

La disperazione lo assale fino a quando Zezetta, la sua figlia primogenita, vinta dal rimorso, gli confesserà che Salvuccio, nipote prediletto ed erede al trono di Cugni, ha tramato contro di lui organizzando l’agguato e confidando ad Oreste la posizione dell’accampamento.

Funestato dall’ira e dal nibbuso più totale, Agamennule prepara la sua terribile vendetta. Dapprima, imprigionando il nipote Salvuccio e costringendolo in esilio forzato in un campo di lavoro alla Fanusa, poi, sgheggiando la macchina di Oreste ed infine, con Zeus, Eolo e Poseidone dalla sua parte, scaglierà la sua maledizione sul Villaggio Miano, che da quel giorno in poi si allagherà alla minima pioggia.

L’amore ai tempi del Gilera

Lo scooter con marmitta elaborata entrò a velocità sostenuta alla Marina. Era un tardo pomeriggio e il sole stava per lasciare spazio ad una luna timida e sfocata. Il pilota schivò qualche passante e posteggiò in bella vista. Dal mezzo scesero in due: lei, vestitino bianco e coprispalla fucsia, calzava delle scarpe tipo espadrillas ma con molto tacco; lui indossava uno sfrontato abito in poliestere grigio luccicante, con una giacca oscenamente corta e una scarpa stringata a punta di diamante. Il sole tramontava, i due si sorrisero, si sfiorarono quasi imbarazzati, poi lui prese coraggio, la fissò negli occhi e indicando lo scooter le disse: “ouh, mettici a catina”.

Caro amico ti scrivo

Carissimo,

non abbiamo avuto la possibilità di conoscerci bene, ma le poche volte che ci siamo incontrati, ho subito percepito che in te si annidava qualcosa di ambiguo, non so dire esattamente cosa. Forse il mocassino sfacciato, magari il fatto che parcheggi sempre in doppia fila anche quando c’è il posto libero; forse l’elettropompa senza serbatoio che hai fatto installare per tirare illegalmente l’acqua dalla rete idrica o più probabilmente, tutte queste cose messe insieme. Comunque, da qualche anno hai deciso di trasformare il tuo appartamento in un’accogliente casa vacanze: l’hai arredato shabby chic, l’hai inserito sui portali più inflazionati e l’hai affidato ad una “agenzia” locale che si occupa dell’accoglienza degli ospiti e delle pulizie. Fino a qualche anno fa, tutto andava bene: si sono alternati ospiti deliziosi e ospiti cafoni, famiglie svedesi con bambini bellissimi, la coppia di nanni del nord Italia, le sportive tutte jogging e Sup e il gruppo di amici che non è mai uscito da casa perché stordito dai fumi dell’hashish e dal Corvo Glicine. La vita insomma scorreva placida fino a quando, malauguratamente, il Comune di Siracusa, in ritardo di vent’anni, ha deciso di introdurre la raccolta differenziata porta a porta. È stata la fine, l’aggiramento della linea Maginot, la caduta della dinastia dei Ming, la distruzione della Morte Nera, l’asteroide che colpisce la terra e spazza via i dinosauri, insomma, da quel momento non ci avete capito più un cazzo.

Ora, sono certo che avrai le tue buone ragioni (Etiche? Finanziarie? Politiche?) per non spiegare ai tuoi ospiti il funzionamento del porta a porta, pratica che con tutta probabilità, eseguono già nelle loro città di provenienza, ma la situazione, credimi, è davvero sfuggita di mano. Se in passato, dopo ogni check out, la signora baffuta con le Crocs faceva le pulizie e conferiva indistintamente tutti i rifiuti in un saccone nero che nella migliore delle ipotesi andava a buttare in qualche cassonetto fuori Ortigia, adesso le cose sono drammaticamente peggiorate. La baffuta non passa più (ma che fine ha fatto?) e i tuoi ospiti si autogestiscono. Alcuni conferiscono a muzzo nei mastelli degli altri condomini, altri bussano e chiedono spiegazioni, altri ancora – e sono sempre più numerosi – abbandonano spudoratamente la spazzatura sulle scale in attesa che qualcuno della fantomatica agenzia li ritiri. Quando capita, siamo costretti a parlare con i tuoi ospiti pregandoli di tenersi a casa i loro rifiuti, ma purtroppo, alcune volte li abbandonano prima di lasciare la casa e se intercorre un lasso di tempo cospicuo tra l’uscita di un ospite e l’arrivo del successivo, la spazzatura rimane lì, a fetere sulle scale, a richiamare pappapani con le ali e topi, perché nessuno, purtroppo, passa a ritirarla.

Questa mia personale è per pregarti di intervenire per porre fine a questa spiacevole situazione e ripristinare i rapporti di buon vicinato. Mi permetto di suggerirti una cosa: fai lasciare ai tuoi ospiti i sacchetti in balcone, sarà poi vostra cura smaltirli nei modi e nei luoghi che riteniate più opportuni. In cuor mio, credimi, non ti avrei mai voluto disturbare per una simile sciocchezza, ma le denunce che ho sporto sono andate perdute nel tempo come lacrime nella pioggia… dice che devono fare i controlli incrociati, che i data base non si sincronizzano e che il piano d’intervento necessita di rodaggio, insomma… puoi stare tranquillo – se questo è il tuo timore – non ti troveranno mai.

Tanto ti dovevo, cordialità.