In Fila

– Buongiorno… ci sono i numeretti?

– Comu?

– Scusi, è la mascherina… ci sono i numeretti?

– No, deve chietere chi è l’uttimo…

– Ok… chi è l’ultimo?

– Io.

– Ah, sempre lei!

– Ma fosse me ne vado…

– …

– Questo è il tezzo supemmeccato oggi, cinni fussi unu ca vinni i ciciri e a simenza.

– MI pare che qui ci siano… almeno, ho questo vago ricordo. Sicuramente simenza e hanno anche i pistacchi, sono stato più volte tentato di comprarli… i ciciri non lo so.

– No depriàn c’eruno, ma a st’ura a gente si puttò tutti cosi.

– E che vuole… la psicosi, si rende conto anche lei, la frenesia di accaparrarsi generi di prima necessità…

– Sabbaggi! Sulu a nucidda americana lassunu… e chissemu scimmie? Oranchi tanchi?

Mi Manca

Mi manca andare a cena nei ristoranti turistici e improvvisati, quelli dove non andresti mai di tua spontanea volontà ma ti ci porta sempre una coppia di amici e tu sei stanco di fare costantemente la parte del rompipalle, di quello che fa il difficile e allora acconsenti e sai già cosa ti aspetterà. L’esasperazione dei coperti, lo spazio vitale ridotto a niente, la pressione antropica tipo megalopoli asiatica per mangiare un piatto di fritto misto in olio esausto, per di più solo con i calamari. Mi mancano le scuse più assurde, la strafottenza, il servizio ai limiti del self service ed i camerieri che sbagliano le ordinazioni. Mi mancano i primi con i frutti di mare con tre cozze biancastre e il piatto pieno di scorce vuote, gli “stricoli” al pesto di pistacchio industriale proposti a 15 euro e l’utilizzo esasperato dei diminuitivi: l’antipastino, i paccheretti, il filettino, il guazzettino, l’arrostino, l’insalatina, la grappetta e il dolcino. Mi mancano i tentativi di imbrusarti il cerniotto di 30 kg da fare alla matalotta, i tentacoli di polpo coriacei e giganteschi come quelli di una piovra assassina. MI mancano le cotture sbagliate e la difesa degli errori fino alla morte, per la serie il cliente ha sempre ragione un cazzo! Mi manca l’incapacità a soddisfare le più semplici richieste: chiedi una pietanza senza prezzemolo e ti arriva sommersa di prezzemolo, ti chiedono se vuoi dell’altro pane e tu dici no, perchè il tavolo è coperto di piattini del giro di antipasti che ancora una volta avete avuto l’ardire di ordinare maledicendovi un secondo dopo averlo fatto e loro ti portano il pane, vuoi un vino e non c’è, ne scegli un altro e ti arriva caldo, il secchiello con ghiaccio però non si può posizionare altrimenti i camerieri non possono passare. MI manca porgere il mio piatto sporco al cameriere, è una cosa che faccio sempre, in qualsiasi occasione, per rispetto di chi sta lavorando. Mi manca osservare la tavolata di 20 turisti tedeschi, allampanati e felici di essersi accomodati ai tavoli di un dehors abusivo in un vicolo di Ortigia, ai quali stanno servendo tutte le rimanenze del frigo e della dispensa. Mi manca, a fine pasto, la domanda del ristoratore: “allora com’è andata?” e il doversi trattenere e rispondere “bene, bene”, perché se solo uno accennasse ad una critica, quello risponderebbe piccato: “Eh, ma da noi non si lamenta mai nessuno!”. Mi manca da morire chiedere il conto con il gesto della penna che scrive in aria, mi manca il conto quando arriva sul foglietto a quadretti, mi mancano i prezzi gonfiati a dismisura e i finti sconti, quel 138 euro cancellato con un colpo di penna Bic e rimpiazzato da 80, sfacciati! Mi manca pagare in contatti e fare le divisioni delle quote con l’iphone. Mi manca il pos, che in questi posti, è sempre rotto. Oggi un po’ di malinconia, c’ho pensato e ripensato, ma non posso farci niente, mi manca davvero. Bastardo virus, speriamo finisca presto…

 

 

Sotto Pressione

Non so più da quanti giorni sto chiuso in casa. È la verità, questa clausura forzata ha modificato le miei abitudini e tutti gli orari. Adesso vado a letto molto più tardi e mi alzo più tardi, scrivo tanto, leggo, mi sto riascoltando tutto Mahler, anche il Das Lied von der Erde, guardo una miriade di tutorial: da come produrre disinfettante con le teste d’aglio e la curcuma a come curare lo scorbuto a casa. Dedico un’ora della mattinata a esercizi ginnici, guardo serie tv e film in lingua originale, mi manca lo sport in tv in maniera lancinante e naturalmente, più di tutto, mi manca uscire di casa, passeggiare con mia figlia, guidare e andare in bici.

La mia esistenza al tempo del Coronavirus è scandita dai pasti, dalla preparazione dei pasti, dai biberon di Bruna, dalla preparazione dei biberon, dai bagnetti e dalla preparazione dei bagnetti. Poi, a fine serata, quando tutti sono andati a letto, esco di casa e vado a posizionare il mastello della differenziata del giorno, davanti al portone d’ingresso. Questa operazione è l’unico legame con lo scorrere del tempo come era prima dell’avvento del virus. Stare chiusi in casa – è inevitabile -genera tensioni, stati di ansia, e paranoie che riaffiorano dal passato o si presentano inedite, in tutte le loro drammatiche sfaccettature.

Quando ancora non si capiva cosa sarebbe stato di noi, se i supermercati sarebbero rimasti aperti o se nel giro di pochi giorni sarebbero stati saccheggiati da orde di malacarni e ci sarebbero stati roghi nelle strade, cupe vampe, sommosse popolari e la presa di Palazzo Vermexio, per non sapere né leggere né scrivere, ho fatto una discreta scorta di legumi secchi: ceci, lenticchie, fagioli e un invitante mix messicano. Per un imprinting ricevuto da bambino, al termine legumi a casa mia viene immediatamente associato quello di pentola a pressione. La mia pentola a pressione è con me da vent’anni, me la regalò mia mamma, quando nel 2000, a Bologna, lasciai l’appartamento con gli altri studenti e andai a vivere da solo.

Ma quanto può durare una pentola a pressione? Vent’anni di onorato servizio non saranno troppi? Ho cercato su internet, ma le opinioni a riguardo sono differenti, ho studiato grafici e curve di funzionamento ma nessuno si sbilancia. Perfino gli esperti della Lagostina tentennano. La psicosi Coronavirus, si sa, mina le certezze e adesso temo che tra una lenticchia e un misto di legumi, possa esplodermi in faccia.

Ho preso delle precauzioni: ho iniziato a maneggiarla con estrema cura, la lavo a mano con una spugnetta ad uso esclusivo, la ripongo lontana dalle altre pentole, avvolta dentro una vecchia federa di lino. La carico con gesti precisi e meticolosi, non supero mai i livelli, evito le fiamme troppo alte e quelle troppo deboli. Prima di posizionarla sul fornello grande, controllo che le valvole di sicurezza siano a posto, posiziono il coperchio centrandolo tra i due manici, chiudo e finalmente accendo il fornello. Di tutta la procedura, questa è la fase più tranquilla: la pentola non ha ancora sviluppato il vapore al suo interno ed è equiparabile a un comunissimo tegame. Certe volte, quando la guardo e aspetto che inizi a sfiatare per spostarla sul fornello piccolo, spero che la valvola rossa che segnala l’avvenuta formazione di vapore al suo interno, non salga mai, lo spero con tutte le mie forze. La pentola si sarebbe definitivamente rotta, ci metterei il doppio del tempo a cucinare i legumi, ma non rischierei di morire in una deflagrazione. 

Comunque, ho messo il timer del forno e anche uno sul telefono. Ho preso tutti gli accorgimenti del caso per proteggere le ragazze che amo: ho chiuso la cucina e l’ho trasformata in zona rossa e vietato a Donatella di entrarci anche solo per un bicchiere d’acqua o di sostare nei pressi con la bambina. Quando mancavano tre minuti alla fine della cottura, mi sono ricordato che non avevo ancora ritirato i mastelli della differenziata della sera prima. Io ho questa fissazione del tempo, da quando da piccolo ho iniziato a suonare il basso, cerco di fare incastrare le cose alla perfezione, è più forte di me, quando la scansione ritmica viaggia fluida, senza tentennamenti di sorta, mi sento in pace con il mondo anche se questo, mi comporta stress e un livello di attenzione sempre molto alto. Così, ho indossato i pantaloni della tuta, le scarpe da Coronavirus, mi sono alzato il cappuccio della felpa, messo un piumino leggero, guanti di lattice, mascherina e sono uscito. Fuori piovigginava e tirava vento, ho superato la corte interna e sono uscito in strada, ma dei mastelli non c’era traccia, spariti. Prima ho pensato ad una punizione del Comune per non averli ritirati in tempo – una volta, mi appiccicarono sopra un adesivo rosso che per me fu come un’onta, solo perché, dopo l’ennesimo cambio di orari, avevo posizionato il mastello troppo tardi rispetto all’orario consentito – poi, ho optato per il furto ad opera di qualche vicino bastardo. Ho alzato lo sguardo è c’era una macchina dei Vigili Urbani con due agenti che si sono voltati a guardarmi, stavano approntando un posto di blocco. Uno dei due mi ha chiesto: “lei dove sta andando?”. Io ho sorriso imbarazzato e ho detto: “no… niente… è che forse mi hanno fregato i mastelli”. L’agente non ha battuto ciglio: “Ha la giustificazione?”. “No, guardi – ho detto io facendo istintivamente due passi in avanti – non sto uscendo, si figuri, ero sceso a ritirare i mastelli ma sono spariti.”. Poi con la coda dell’occhio ho visto quello verde del vetro, infilato tra due macchine. Il vento della mattina doveva averli spostati. L’ho indicato e ho detto: “vede, lì c’è quello del vetro… quello della carta sarà in giro… lo recupero e cerco l’altro qui intorno.”. Il vigile non sembrava molto convinto e ha detto: “fermo lì.”, poi si è rivolto alla sua collega più anziana che gli ha fatto di sì con la testa, allora mi ha guardato e ha detto: “Può andare, ma non si allontani più di 200 metri.”. “No, No, quando mai! Sarà qui intorno.”, ho risposto io.

Mentre partivo alla ricerca del mastello di carta e cartone, il timer del telefono è scattato. “Minchia, La pentola a pressione!”, ho pensato tra me e me. Subito dopo ho ricevuto una telefonata di Donatella, preoccupata dal fatto che non fossi ancora tornato su. Gli ho spiegato che c’era un vento fortissimo e che i mastelli erano volati via e che stavo cercando quello della carta. Lei allora mi ha chiesto: “vedi che in cucina è suonato il timer del forno e sento la pentola a pressione che sfiata, che faccio? Entro e spengo?”. “Nooo – ho gridato – non ti avvicinare! È pericolosissimo, rischia di esplodere tutto! Prendi la bambina e nasconditi dietro al divano… copritevi la testa.”. La vigilessa che aveva sentito tutto si è allarmata e mi ha detto: “senta lei, ma che cosa esplode tutto? Che sta dicendo?”. Io gli ho fatto un cenno come a dire: “tranquilla, arrivo”, ma avevo visto il mastello blu che era dall’altro lato della strada, con il coperchio incastrato tra due sbarre della ringhiera del lungomare e mi sono diretto in quella direzione. Tempo, tempo, tempo – pensavo – prima battuta, prendere mastello; seconda, correre a casa; terza battuta, far sfiatare la pentola; finale: salvare la mia famiglia. La vigilessa ha cominciato ad alzare il tono della voce: “fermo, fermo. Venga qui”, muoveva la paletta. Mi sono avvicinato, ero in confusione e lei ha subito urlato: “a un metro di distanza!”. Mi sono piantato lì e  ho detto: “No guardi, è che ho i legumi sul fuoco con la pentola a pressione che sta sfiatando e ho lasciato la mia famiglia da sola.”. “Che sta aspettando – mi ha gridato quella – corra a spegnere, presto.”. Ho cominciato a correre, ma la vigilessa mi ha gridato dietro: “Non perda la testa, posi quei mastelli! Poi se li prende!”.

Ho fatto gli scalini a tre, sono entrato in cucina, ho trattenuto il fiato, spento il fornello e azionato la valvola e fatto uscire tutto il vapore. Mentre lo facevo, mi passavano davanti alcuni momenti della mia vita. Tutto è andato liscio, la valvola è scattata e ancora un po’ impaurito ho aperto il coperchio. Il mix messicano era perfetto, profumato, invitante. Sono entrato nell’altra stanza, ho tranquillizzato Donatella, le ho detto che anche per stavolta eravamo salvi e ho baciato Bruna, poi sono sceso a recuperare i mastelli e ringraziare la vigilessa. A distanza di sicurezza le ho detto che mi scusavo, che avevo perso la testa, lei ha annuito e mi ha detto: “anche mio marito è terrorizzato dalla pentola a pressione.”. Io avrei voluto chiedere: “ma lei, per caso, sa quanto può durare una pentola del genere?”, ma non ho avuto tempo perché lei ha continuato: “Che legumi ha cucinato?”. Io ho risposto: “un mix messicano.” E lei: “l’ha preso al Decò, vero?”.

“Sì, in via Elorina.”.

“A casa ha della passata di pomodoro, cipolla e peperoncino?”

“Sì, credo di sì.”.

“Prepari un chili vegetariano, unisca i legumi e ci spruzzi sopra due gocce di limone, anche se sarebbe meglio il lime… ”.

“Grazie!”, ho detto stupito.

“Non c’è di che – ha risposto lei – adesso torni a casa, si metta al sicuro e ci lasci lavorare.”.

 

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Seconda Parte

I Predatori dell’H Perduta

Arrivano dal nulla, sono in mezzo a noi, non sentono ragioni, non riconoscono competenze e autorità, non capiscono quello che leggono e non riescono a scrivere un pensiero di senso compiuto. Sono suscettibili, incazzusi e hanno la pretesa di avere la verità dalla loro parte. Cosa succede quando un tranquillo forum Facebook di provincia viene preso d’assalto da una banda di analfabeti funzionali? Tutte le contromisure di buon senso saranno inutili e chi proverà a dialogare verrà annichilito. I Predatori dell’H Perduta è un cannibal horror, violento e crudele che veicola un giudizio negativo sul mondo dei social e sulla scuola pubblica. Il finale aperto ha fatto sbizzarrire la critica che è pronta a scommettere su un sequel.

La La OpenLand (Il Musical)

Un cast stellare e una storia coinvolgente che hanno garantito al film ben 9 nomination ai Villa Reimann Awards. Ilary e Kevin sono due cantanti neomelodici che si incontrano per caso su una chat di Whatsapp utilizzata per segnalare i posti di blocco delle forze dell’ordine per l’emergenza Coronavirus. Tra conversazioni zoppicanti, emoticon a muzzo, gattini e tazzine di caffè, tra i due nascerà un amore profondo e disarticolato. I due amano trascorrere tutto il loro tempo cantandosi struggenti frasi d’amore in videochiamata o scattando selfie che si inviano a vicenda. I giorni trascorro lenti e sempre uguali e dopo la chiusura del Grande Fratello Vip, i ragazzi avvertono con sempre maggiore pressione il desiderio di incontrarsi di persona. Ma come fare? Il DPCM parla chiaro e vieta qualsiasi tipo di spostamento. Quando la speranza sembra ormai persa, Savvuccio, un giovane boss emergente uscito dal carcere, contatterà Kevin ingaggiandolo per per un festone clandestino e segretissimo all’OpenLand. Kevin accetterà il rischio ma ad una condizione: poter dividere il palco con la sua amata. La notte della festa, qualcosa sembra andare storto: Ilary è in ritardo e non risponde al telefono, ma Savvuccio non sente ragione e ordina che lo spettacolo abbia inizio. Kevin è sul palco, è confuso, ha il cuore a pezzi, inizia a cantare ma non riesce a trovare l’intonazione, stecca, sbaglia delle parole, confonde i testi e il pubblico di malacarni rumoreggia, comincia a fischiare. Kevin si sente con le spalle al muro ma da nulla, un acuto impazzito sottolinea l’arrivo di Ilary, i due si abbracceranno e in duetto termineranno la hit neomelodica. Un applauso scrosciante farà da cornice a un lungo bacio appassionato che suggella l’amore tra i due cantanti, un momento prima che i lacrimogeni sparati dalla polizia facciano disperdere gli intervenuti campagne campagne nel tentativo di sottrarsi alla retata.

Auchan Buyers Club

Sono stati abbandonati senza remore, lasciati da soli, buttati fuori di casa per fare spazio a nipoti impenitenti con le zite piene di tatuaggi. Li hanno depredati dei propri risparmi e infilati in una fatiscente casa di cura dalle parti di Villasmundo. Sono i nanni di Auchan Buyers Club, organizzati, spietati, pronti a tutto. Erano con le spalle al muro ma hanno deciso di reagire: affanculo il Coronavirus, non ci fermerete! Ciccio, Iano e Bice sono tre ultraottantenni che scorrazzano per le strade della città su una Seicento bianca senza revisione. Forzano posti di blocco, violano tutti i protocolli di sicurezza e soprattuto vanno a fare la spesa giornalmente e tutti insieme all’Auchan. La critica ha già gridato al capolavoro, tra citazioni di Bertolucci e Truffaut, il film è un affresco spietato dei nostri giorni. Il finale- chiaro omaggio a Thelma e Lousie – è mozzafiato e allo stesso tempo struggente, con lo sputo dissacrante di Iano a un Carabiniere e la fuga in macchina verso la pista ciclabile e l’infinito.

Il Trasferimento

Quando al penultimo anno di liceo, si sparse la voce che il nostro professore d’italiano e latino era stato minacciato da un balordo, di notte, a casa sua e che spaventato, aveva deciso di chiedere il trasferimento, sprofondammo tutti in un silenzio angosciato e surreale. Sì, perché il professore era un uomo anziano, mite, di una gentilezza disarmante e saperlo così spaventato, così provato da questa esperienza terribile, anche se non lo dava a vedere, era uno strazio. Chi poteva volergli male? Chi poteva metterlo sotto pressione in questo modo? Non certo un alunno, questo era fuori discussione. Il professore di italiano e latino era il meglio che si potesse chiedere: generoso in termini di voti, comprensivo sui malori strategici e sui finti decessi dei parenti più stretti che coincidevano con interrogazioni e compiti in classe e sempre disposto al dialogo e alla mediazione.

Era un conservatore, un uomo fondamentalmente di destra, leale e buono, troppo buono. Era un liberale cattolico che ammirava Scelba e che nulla aveva a che vedere con quell’anticonformismo di alcuni insegnanti di filosofia che avevano addosso l’aura dei rivoluzionari trotzkisti, né la prosopopea di quegli insegnati iscritti alla Cgil, che andavano per la maggiore. Eppure, tutti gli volevano un gran bene. Il suo concetto di didattica valicava i programmi ministeriali ma non perché il professore azzardasse – una volta gli chiesi se fossimo arrivati a fare Pasolini e lui candidamente mi rispose che non credeva si potesse insegnare al liceo – ma perché, piuttosto, si basava su un’idea di autogestione e di responsabilizzazione attraverso la quale, ciascun giovane alunno, avrebbe potuto maturare e comprendere le regole dello stare in classe e nel mondo. La cosa a dire il vero non funzionava sempre, perché a quella età, a me, di come stare al mondo mi interessava molto marginalmente, quello che mi interessava era andare alle feste malve, suonare il basso nel mio gruppo grunge e prendermi la patente per avere un mezzo di trasporto con quattro ruote e contestualmente un luogo dove potermi appartare con le ragazze. 

Durante le lezioni, il professore ci concedeva grande libertà: potevamo andare in bagno senza chiedere il permesso, ci permetteva di stabilire i calendari delle interrogazioni e di concordare con lui le date dei compiti in classe. Noi eravamo dei parassiti, delle sanguisughe, degli esseri ignobili che cercavano di ottenere sempre di più senza dare in cambio niente. Il professore lo capiva benissimo ma la sua indole di educatore zen lo portava a sopportare qualsiasi tipo di prevaricazione. 

Una domenica, ad esempio, organizzò una gita extrascolastica per mostrarci il suo paese natale, partimmo in pullman, eravamo due classi, le sue due classi. Fu una giornata piacevole, trascorsa tra le stradine in salita del borgo montano, la messa nella chiesa madre che io ed altri disertammo e un pranzo a menù fisso in una trattoria del posto. Non ricordo bene cosa successe esattamente, ma venne fuori che c’era stato un problema con il noleggio del pullman. Mancava una somma e l’autista, un gran pezzo di malacarne, scontroso e attaccabrighe, chiese la differenza in contanti, altrimenti, minacciava di lasciarci lì. A tutti era piuttosto chiaro che questo tizio si stava approfittando di noi, ma il professore intervenne con i suoi modi garbati e mise la differenza di tasca propria. Era convinto, ci confidò, che una volta venuto a sapere di questo spiacevole episodio, il sig. Amato (uso un nome di fantasia) titolare della ditta di autotrasporti, e noto mbrugghiuni e sautafossi, ci avrebbe contattati per chiedere scusa e rifondere il maltolto. Per un paio di settimane, prima di ogni lezione, il professore chiedeva a Carla, la mia compagna di classe che aveva noleggiato il bus, se il Signor Amato, per caso, si era fatto vivo. La risposta, ovviamente, era sempre negativa ma lui, non demordeva, e rispondeva: “non ti preoccupare, chiamerà domani”. Era fatto così.

Quell’anno scolastico fu caratterizzato da un continuo cambio di aule: dal piano terra passammo al primo, poi al secondo piano corridoio di destra, infine, in primavera, poco prima della fine dell’anno, fummo spostati nell’ultima classe in fondo al corridoio di sinistra. L’aula aveva delle ampie finestre, posizionate ad un’altezza superiore rispetto al normale. Non ci si poteva affacciare perché queste, davano su un lastricato solare che era la copertura della vecchia palestra. Ho questo ricordo indelebile di una lezione piuttosto monotona che aveva a che fare con un canto del Purgatorio di Dante, dalle finestre alte filtrava la luce del sole e la temperatura esterna era mite e invitante e così, uno dopo l’altro i ragazzi della mia classe – mentre il professore era piegato sul testo a leggere, emozionato, di Beatrice che congeda Virgilio e ne prendeva il posto – si alzavano silenziosamente, si avvicinavano alla finestra alta e scavalcavano raggiungendo il lastrico solare dove si adagiavano a prendere il sole come foche spiaggiate. La classe si stava svuotando, il professore continuava appassionato a leggere terzine di endecasillabi e dal terrazzino, il timbro della sua voce pareva un mantra, interrotto solamente dagli “uh” di sforzo dei ragazzi che si issavano sul davanzale della finestra e da quei “fapfapfap” delle scarpe da ginnastica dei più bassi che sfregavano sul muro. Io ero stato uno dei primi a salire sul tetto, ma la scena della classe che si svuotava così velocemente mi colpì profondamente tanto da decidere di calarmi dentro. Non lo facevo per me, lo facevo per il rispetto nei suoi confronti. Pensai a come poteva sentirsi quest’uomo che nel bene e nel male, dava tutto se stesso per l’insegnamento, pensai a quanto dovevamo essere ingrati per tradire così la sua fiducia, ai voti alti che mi metteva nei temi e a come inascoltato, mi spronasse a scrivere. 

I rumors delle minacce e della richiesta di trasferimento arrivarono un sabato mattina, in questo clima di giubilo perenne e fu davvero un fulmine a ciel sereno che rabbuiò gli animi di tutti. Se il professore fosse andato via sarebbe crollato il nostro intero mondo, ci avrebbero mandato un altro insegnate con altri metodi, altri voti, con la pretesa di darci il permesso per uscire dalla classe o di stabilire lui, da solo, le date dei compiti in classe. Ci organizzammo per un’assemblea pomeridiana, vennero tutti, anche quelli dei paesi, che normalmente tornavano a casa e il pomeriggio non si facevano vedere mai. Con mia grande sorpresa le più preoccupate erano le ragazze, le prime della classe, quelle che studiavano sempre, quelle che mai avrebbero scavalcato una finestra per prendersi il sole e che però avevano già programmato il loro futuro. Presero la parola e ci dissero che il problema era serio e andava affrontato con tempestività perché se il professore andava via, noi avremmo perso la nostra libertà, ma loro, rischiavano di vedere sfumare il futuro che avevano pianificato così bene, fatto di massimi voti alla maturità e dell’ingresso nelle prestigiose Università a numero chiuso. Discutemmo a lungo ai tavoli del bar del Duomo, la maggioranza di noi conveniva che non poteva trattarsi che dell’autista della gita in pullman. Però, insomma, non era una cosa semplice da risolvere, quello era un gran malacarne e sicuramente aveva deciso di spillare altri soldi al professore. “Denunciamo il fatto alla polizia.” diceva qualcuno, “no, no, non abbiamo prove – sosteneva qualcun altro – dobbiamo farlo uscire allo scoperto.”. Alla fine optammo per una sorta di ronda, un cordone di sicurezza attorno al palazzo del professore per notare movimenti sospetti, riconoscere e fotografare l’uomo e nel caso, extrema ratio, intervenire. Non sarebbe stato semplicissimo perché noi ragazzi, in classe, eravamo una minoranza, saremo stati una decina e tranne uno, eravamo tutti minorenni e senza patente. Cinque, inoltre, venivano dai paesi della provincia, si erano già fermati oltre orario il pomeriggio e quindi sarebbe stato inutile prenderli in considerazione. L’appuntamento fu fissato alle 22:00 sotto la casa del professore, arrivai in Vespone, con i fari spenti come convenuto. Sul posto c’era già l’Alfa 33 di Leonardo con a bordo gli altri elementi del commando, mi fecero cenno con gli abbaglianti, issai il Vespone sul cavalletto e li raggiunsi, quatto quatto, in macchina. Eravamo molto tesi ma anche divertiti come ci si diverte solo a quell’età. Cominciammo a fumare e ad organizzare il nostro piano d’azione. Luca si piazzò dietro un Suzuki Vitara con la macchina fotografica di suo padre e il teleobiettivo, io avevo il compito di fermare chiunque si avvicinasse al portone del condominio del professore e con la scusa di accendere una sigaretta, l’avrei dovuto fare voltare a favore di macchina fotografica; Gianni e Leonardo sarebbero rimasti in auto, pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Leonardo aveva il crick a portata di mano. Non passava nessuno, il ronco del Professore era completamente deserto, nemmeno una pizza d’asporto, nemmeno una coppia di ritorno dal cinema, niente. Stavamo per mollare e tornarcene a casa quando una figura con un giubbotto con il bavero alzato e un cappellino da baseball calcato in testa girò l’angolo. Il tizio si dirigeva proprio verso il portone del professore ma si muoveva circospetto, o almeno così mi sembrava, Io avevo il cuore in gola. L’uomo si fermò davanti alla pulsantiera del citofono, io spuntai fuori dal buio e chiesi: “mi scusi, ha da accendere?”, ma avevo la gola secchissima e mi uscì una specie di rantolo sofferente, l’uomo ebbe un sussulto di spavento e si voltò di scatto, io trasalii e istintivamente feci un passo indietro, Luca da dietro il Vitara cominciò a gridare: “È lui! È lui!”. Leonardo mise in moto l’Alfa 33 e partì sgommando verso di noi, suonava il clacson come un pazzo, Gianni brandiva il crick e gridava: “bastaddo!”. L’uomo era terrorizzato e cominciò a correre, si mise a gridare: “Aiuto! Aiuto!”. Alcune finestre che davano sul ronco si accesero, qualcuno uscì sul balcone. “S’è cacato addosso! – esultava Leonardo – andiamolo a pizzicare, diamogli la bella”. “Ma che cazzo dici? – cercai di dire con un tono autoritario mentre ridevo – leviamoci di qua che si stanno affacciando tutti. Vediamoci dietro la scuola”. Luca salì in macchina, io accesi il Vespone e sparimmo. Ero l’unico a dire che avevamo sbagliato e che quello era un povero cristo che non c’entrava niente. Luca invece ne era certo: “L’ho fotografato, l’ho visto benissimo con lo zoom! Cazzo era lui al 100%.”. “Lunedì porto il rullino a sviluppare da Valvo, lo pago io, non mi interessa, e poi vediamo chi ha ragione.”. Ci lasciammo così, con la parola di tenere la cosa per noi fino a quando non avremmo avuto le prove certe. Invece quando il lunedì arrivai a scuola, i miei compagni si erano sparati la chiappera e per farsi belli con le ragazze, raccontavano di delinquenti messi in fuga, inseguimenti mozzafiato e scontri a fuoco. Leonardo era il più su di giri, già di suo era fissato con armi da fuoco, sopravvivenza, arti marziali estreme e questa esperienza lo aveva caricato a molla e voleva raccontare tutto. A terza ora arrivò il professore, io cercai di dissuaderlo, di prendere tempo, di aspettare le fotografie per avere un riscontro certo ma lui non voleva sentire ragioni. Si lanciò in un discorso confuso e zoppicante, per fortuna la prese molto alla larga, disse o cercò di dire che tutti i problemi hanno una soluzione, che non si doveva sentire da solo, che la storia delle minacce era finita e che non c’era motivo per chiedere alcun trasferimento. Il professore lo ascoltava allibito e alla fine chiese: “ma quale trasferimento?”.

“Professore, non ci deve lasciare, ci rovina. Abbiamo risolto tutto e nessuno la minaccerà più”.

“Leonardo ma che minacce? Non ti capisco.”.

“Ma come quali minacce? Quelle dell’autista di Amato, il bastardo c’ha riprovato ma è scappato, l’abbiamo fatto scappare, non ci prova più. Stia tranquillo, è finita.”.

“Leonardo, non ho capito niente del tuo racconto e comunque sai che apprezzo il vostro modo di scherzare e la vostra giovine creatività, ma al contempo, sai benissimo che detesto la violenza e le storie che la usano come espediente narrativo fine a se stesso. La violenza è una cosa atroce che si manifesta anche quando nessuno se l’aspetta. Lo sapete che sabato sera un signore che abita nel mio palazzo è stato aggredito da dei balordi? Pensate che ai tempi di Scelba sarebbe mai potuto succedere?”.

In classe calò il silenzio, io feci un cenno agli altri del commando come a dire: “appena inizia la lezione, andiamo in bagno e ce la discutiamo.”, poi Marilena prese la parola e chiese: “Professore, mi scusi, ma quindi non è vero che ha chiesto il trasferimento?”.

“Ma che  trasferimento e trasferimento,  tra due anni vado in pensione…che motivo avrei? Avanti, bando alle ciance, oggi abbiamo letteratura latina, chi vuole leggere Tacito? Anzi, prima di iniziare, visto che me lo avete ricordato… Carla, il signor Amato ha chiamato per chiedere scusa?

“No professore, non ancora, mi dispiace.”

“Non fa niente, chiamerà.”.

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Prima Parte

The Walking Men

Un soggetto neorealista e una fotografia in bianco e nero fanno di The Walking Men, uno dei capolavori assoluti del cinema introspettivo. Il film-denuncia che narra le gesta di Iano Spampinato, un pensionato Enasarco scorbutico, strafottente e vizioso che, sprezzante dei numerosi DPCM che vietano espressamente di uscire di casa per futili motivi, si intestardisce, insieme ai suoi amici, a compiere il suo solito giro di bar e sale scommesse, scatarrando lungo il percorso e inveendo contro il Sindaco e polizia municipale, responsabili, a suo dire, della chiusura immotivata dei punti di aggregazione e del Bingo dei Pantanelli.

 

2020 Odissea nello Spaccio

Una pellicola avvincente e pluripremiata al “Via Aggeri Fiction Fest”. Emozioni, amicizia, desiderio e malacarni in un intreccio mozzafiato e adrenalinico. Seby e Ancelo, sono due tossici disperati e due personalità agli antipodi. Schivo, riservato, borghese e laureato alla Bocconi il primo; incazzuso, bugiardo e completamente analfabeta il secondo. I due si ritrovano completamente scoppi a vagare di nascosto per la città alla ricerca di una dose di droga. Il loro incontro casuale, davanti ad al cancello di ferro sbarrato per l’emergenza Coronavirus, dove il loro pusher di fiducia li riforniva quotidianamente, sarà l’inizio di un sodalizio criminale. Disperati, decideranno di unire le forze e stipuleranno un patto d’onore: Seby metterà a disposizione la sua Jeep Renegade per scorrazzare in città alla ricerca degli stupefacenti, Ancelo, metterà sul piatto le sue conoscenze e il know out da malacarne per trovare una nuova piazza di spaccio. Tra incredibili disavventure, fughe dalle forze dell’ordine e una serie infinita di purini che innalzano la tensione emotiva alle stelle, i due tossici si ritroveranno al cospetto di un pusher maghrebino con un ultima dose di stupefacente a un prezzo fuori mercato. che fare? Seby si propone di acquistarla a spese sue e di dividerla con l’amico in parti uguali. Ancelo è incredulo, aspetta che la compravendita sia andata e buon fine e colpisce Seby sulla nuca, gli sfila la droga, il denaro e si dilegua con la sua Jeep.

 

Voglia di Tenerezze 

Una thriller romantico ad alta tensione che narra l’intensa storia d’amore di Cetty e Santro, una giovane coppia di sposi in dolce
attesa del primo figlio. La quarantena a casa scorre senza particolari problemi tra una serie tv e videochiamata coi parenti di lei. Tutto sembra andare per il meglio, ma Cetty, comincia a mostrare i primi segni di disagio via via sempre più preoccupanti fino a quando, nel cuore della notte, sarà assalita dalla voglia irrefrenabile di mangiare un’intera confezione di Tenerezze del Mulino Bianco. Santro, mosso da amore appassionato e sincero, non se lo farà ripetere due volte e con una falsa giustificazione scritta a penna su un post it, uscirà di casa, sfidando i posti di blocco e i controlli delle forze dell’ordine, alla ricerca degli introvabili biscotti al limone. Quando tutto sembra perduto e la luce dell’alba comincia ad illuminare ciò che resta della notte, Santro avrà un’intuizione geniale e si dirigerà senza remore, verso la putìa della Fanusa.

 

Prossimamente:

I Predatori dell’H perduta

Lezioni di Banio

Auchan Buyers Club

La La Open Land (il musical)

L’Assedio

Avevo appena parcheggiato vicino casa e stavo per scendere dalla macchina quando ho sentito bussare con insistenza al finestrino, mi sono voltato e c’era una comitiva di turisti spagnoli. Erano tantissimi, avevano un van con le quattro frecce, fermo di sbieco, poco più vanti e mi chiedevano con insistenza se potevano parcheggiare lì. 

Mi sono sentito preso alla sprovvista e inconsciamente ho pensato a mia nonna Lina e a come utilizzasse i verbi all’infinito ogni volta che si doveva interfacciare con qualche straniero, così, senza neanche accorgermene, ho sussurrato un imbarazzato: “non sapere…”, ma in realtà lo sapevo e come. Io li odio i turisti che parcheggiano negli stalli dei residenti di Ortigia, li detesto più di qualsiasi altra cosa al mondo. “No! No! No!”, questo gli dovevo gridare, “non potete parcheggiare qui, bastardi, ve ne dovete andare al parcheggio Talete”. Invece il mio sussurro non deve essere stato percepito perché questi hanno continuato a bussare sul vetro, ammassandosi sulla mia macchina come gli zombie di Romero. Ho azionato il tasto per abbassare il finestrino, volevo dirgli in faccia quello che si meritavano. Ho aperto per un quarto e poi ho pensato: “minchia! Il Coronavirus!” e ho tirato immediatamente su. I turisti mi guardavano straniti, io ho sfoggiato uno spagnolo retaggio della serie tv Narcos e dei cartoni di Speedy Gonzales e ho detto con tono deciso: “Vos otros non puedes hablar con migo! Aqhì està el Coronavirus! Andale, andale”. Ma non è servito a niente, continuavano a bussare, alcuni mi facevano cenno di abbassare il vetro, altri mostravano l’indice della mano, come a dire, una domanda soltanto ti dobbiamo fare. Dicevano: “baja la ventana, baja la ventana, prego, per favore” e io vedevo i loro aliti che si condensavano sul finestrino, le gocce di saliva che schizzavano dalle loro bocche e rispondevo disperato: “distancia no segura! Peligro, amigos! Peligro grande!”.

Ero allo strenuo delle forze, ci trovavamo in una situazione di stallo alla messicana, poi, all’improvviso, è comparsa una Peugeot bianca con la scritta “Ausiliari del traffico” sulla fiancata. L’auto procedeva lentamente sul lato destro del lungomare, ma nessuno è sceso per verificare le autorizzazioni delle auto in sosta, gli agenti più annoiati fanno così, non controllano i pass a piedi, si limitano a sfilare simbolicamente in auto, allungando un po’ il collo. Ho cominciato a suonare il clacson e ad azionare gli abbaglianti per attirare la loro attenzione e mentre lo facevo gridavo ai turisti che assediavano la mia auto: “Mira! Està la policia! Pregunta alla policia!”, e poi, quasi in lacrime: “muévete, por favor, por favor.”. Richiamata dalla confusione, l’auto degli ausiliari del traffico si è fermata e i turisti si sono incamminati, caracollando, in quella direzione. Non c’era tempo da perdere, ho fatto tre respiri profondi e trattenuto l’ultimo, ho aperto la portiera e sono corso via più veloce che potevo. Ho girato l’angolo, ce l’avevo fatta. Poi ho pensato a quei poveri ausiliari e alla bruttissima situazione in cui li avevo cacciati, volevo vedere che stava succedendo, così, sono tornato sui miei passi e mi sono accovacciato dietro una Panda parcheggiata in divieto di sosta. È stato un attimo, giusto il tempo di sentire uno dei due che gridava “scappa, scappa”, poi una sonora sgommata e la Peugeot, zigzagando, si è allontanata a tutta velocità portandoli in salvo.

 

 

Consigli

– Buongionno… preco…

– Buongiorno, vorrei due calamari… belli freschi però… questi sono pescati all’amo?

– Ha visto che sta succetento nel monto? Lei non si scanta di stu Coronavirus?

– Perché? È nei calamari?

– No, però se non si vole fare veniri nenti, si deve manciare ippesce azzurro.

– …

– Col pesce azzurro u Coronavirus si po ghiri a’mucciari picchì l’organismo è tutto fottificato.

– E quindi che mi consiglia?

– Ca scompro o masculino… co limuni i supra però!

– Va bene, mi dia mezzo chilo di masculino…

– Bravo! Se lo fa a cotoletta.

– Grazie.

Maschere

Un carnevale di tanti anni fa, a Palazzolo Acreide, durante la sfilata dei carri allegorici, in mezzo alla bolgia di maschere che saliva verso la piazza centrale del paese, mio padre, sorridendo, indicò una persona e mi disse: “guarda quello, si è vestito a Bazzano”. Io ero un bambino e pensai: “Ma come è possibile? Mica era uno famoso!”. Bazzano era un amico di mio nonno, giocavano insieme a carte, vestiva sempre in maniera impeccabile e zoppicava vistosamente dalla gamba destra. Mi voltai per osservare quest’uomo che indossava un completo grigio, un cappello di feltro grigio e che affrontava la strada in salita con passo inconfondibile. Rimasi attonito per qualche secondo, poi improvvisamente capii: non era una maschera, era Bazzano, quello vero.

Vivienne

La mia prima casa a Bologna era al quarto piano di una palazzina senza ascensore, prima periferia di un quartiere borghese, aveva i mobili degli anni ’50 identici a quelli di mia nonna Michela e ci abitavamo in tre: tutti studenti, tutti capelloni, tutti corresponsabili dello scarico otturato della vasca da bagno. Ogni volta che lo Zio Peppe ci veniva a trovare, arrivava su con il fiatone e la prima cosa che diceva era: “picciotti, a prossima casa cu l’ascensore, piffauri!”. Nell’ingresso c’era una cassapanca di legno con sopra un telefono, il contascatti e un quadernone per segnare la durata delle telefonate e facilitare la ripartizione delle quote in bolletta. Io, lo confesso, il primo anno avevo la zita a Siracusa e un paio di volte ho alterato i registri. Poi, dispiaciuto, per riparare compravo per tutti  la birra del discount o i Pan di Stelle del Mulino Bianco. Abitavo lì quando presi da un punkabestia in via Zamboni, la mia prima bici rubata. Era grossolanamente spruzzata di nero, aveva tre marce e la dinamo sulla ruota davanti. Se la si osservava da vicino si potevano scorgere tutti gli strati delle vernici e dei colori dei precedenti furti, come in una rappresentazione delle ere geologiche. La comprai per diecimila lire poi mi diressi subito da un ferramenta e acquistai un lucchetto buono e una catena  d’acciaio per venticinquemila. In quella casa ho fatto i primi passi verso l’integrazione e la comprensione di una nuova cultura, ho imparato a rispondere in maniera garbata ma risoluta a chi al citofono chiedeva “il tiro” e a dire “Fontaniere”, “Cartola” e “Rusco” senza ridere.

Poi, ad un certo punto, dopo qualche anno me ne sono andato perché volevo vivere da solo. Il proprietario della nuova casa mi disse che le chiavi del monolocale le aveva lasciate a Vivienne, la ragazza che abitava l’appartamento attiguo. Arrivai con due valigie piene di roba, il basso, la chitarra, l’amplificatore e degli scatoloni pieni di dischi e di libri. Suonai al portone senza ottenere alcuna risposta, ero pronto a dire: “Sono Emiliano, mi dai il tiro?”, invece sentii solo il rumore metallico della serratura che scattava. Salii al secondo piano, la porta era socchiusa e la vidi: Vivienne era sdraiata sul pavimento e faceva yoga, a casa mia. Mi aveva comprato della frutta e una bottiglia di champagne. Ci presentammo, lei aprì la bottiglia, bevve a canna, un sorso lungo e disperato e cominciò a raccontarmi una delle sue vite. Diventammo amici. Lei non smetteva mai di parlare: un giorno era la figlia di un chirurgo internazionale, il giorno dopo suo padre era un diplomatico o un notaio o un capitano d’industria in Vietnam. Sì perché Vivienne Marchand era franco-vietnamita, aveva un caschetto di capelli neri e sottili come la seta ed era matta da legare. Amava raccontare di sé e parlava in continuazione dei palazzi di sua proprietà a Parigi, ad Hanoi e a Ho Chi Min City, inventava storie di sana pianta, altre le estrapolava da vecchia filmografia francese anni ’30 tipo “Le château de verre” o “Juliette ou La clef des songes”.

Poteva bussare alle tre di notte per confidarmi un segreto, farmi trovare davanti alla porta, in regalo, una cassa di Sangiovese Riserva o lasciare debiti a nome mio all’alimentari sotto casa. Era l’amante di un importante dirigente del Bologna Calcio, la loro era una storia tormentatissima e complicata che andava avanti da diverso tempo. La moglie di lui aveva intuito qualcosa e c’era stato un periodo di separazione forzata ma poi, la relazione era ripresa ancora più passionale e allora Vivienne, per confondere le acque, mi trascinava tutte le domeniche allo stadio. Per un anno, tenendola per mano, ho assistito insieme a lei, in poltronissima, a tutte le partite casalinghe del Bologna, seduto due file sopra la famiglia del suo amante. Poi un giorno, improvvisamente, la relazione tra di loro finì in maniera brusca. Forse la moglie di lui lo mise con le spalle al muro, forse lo obbligò definitivamente a scegliere e lui preferì la famiglia, questo non saprei dirlo con certezza, Vivienne non me lo disse mai. Fatto sta che era disperata, non faceva altro che piangere e non c’era modo di consolarla, tutta la cerchia di amici che ruotavano nel mondo del calcio la abbandonò senza scrupoli. Io cercai di fare quello che potevo ma ero spesso fuori casa, studiavo, lavoravo in radio e suonavo. Una notte bussò alla mia porta, come al solito non riusciva a stare ferma ma stavolta piangeva. Mi disse che un paio di ore prima, disperata, aveva ingerito un mix di tranquillanti e di altre pillole che aveva trovato a casa. Mi prese un colpo! Le dissi che l’avrei accompagnata di corsa in ospedale e che non c’era tempo da perdere, ma lei non ne voleva sapere. Mi sembrò su di giri come sempre, per niente stordita. Chiamai mio padre per chiedere aiuto, mio padre trasalì e rispose con la voce del terrore perché l’unica altra volta in cui lo avevo chiamato nel cuore della notte ero svenuto facendo la pipì nel bagno di casa e mi ero risvegliato qualche ora dopo sul pavimento, con la faccia insanguinata per via di un sopracciglio rotto e un ematoma viola sopra il ginocchio da botta sul bidè. Gli spiegai la situazione, che era la solita Vivienne, piangeva, certo, ma non mi sembrava rincoglionita da tranquillanti. Mio padre, che aveva avuto modo di conoscerla e certe volte era pure venuto con noi allo stadio, mi disse che non c’era da scherzare o da fare ipotesi, che dovevo farmi dire cosa aveva ingerito e chiamare un’ambulanza.

Andai da lei per farmi dire cosa avesse preso, disse che non se lo ricordava che aveva lasciato tutto sul suo letto. Corsi nel suo appartamento, entrai nella stanza da letto e sul piumone c’erano effettivamente delle scatole di medicinali, mi avvicinai e tirai un sospiro di sollievo: aveva ingerito Maalox, Plasil, dell’omeoprazolo e una bustina di Riopan Gel. Praticamente quello che regolarmente molti miei amici assumevano in hangover, la mattina dopo una sbornia. Tornai chiedendole conto e ragione, lei cambiò atteggiamento e discorso. Mi chiese di preparare un caffè forte, come nei film. Io avevo solo la moka e mezzo pacchetto di Segafredo Intermezzo, quindi, il concetto di forte era piuttosto relativo, comunque, caricai la caffettiera e la misi sul fuoco. Vivienne adesso era alle prese con il suo telefonino, aveva deciso di cancellare tutti i contatti delle persone che l’avevano abbandonata. Ero incazzato e le dissi: “ma insomma, ma perché piombi a casa mia facendomi credere che vuoi ammazzarti e poi ti sei presa il Maalox? Ma che modo di fare è? Bussavi e parlavamo lo stesso, ti avrei fatto compagnia come sempre. Che motivo c’era di inventarsi l’ennesima minchiata?”.

Vivienne accusò il colpo, l’avevo mortificata, per la prima volta mettevo in discussione quello che diceva. Mi disse che ero insensibile, che evidentemente non avevo mai sofferto per amore e che la nostra amicizia finiva lì e che non l’avrei vista mai più. Provai a ribattere ma in un lampo si alzò dal divano, sbatte la porta d’ingresso e si rintanò in casa sua. Il mattino seguente, prima di andare in radio, bussai alla sua porta per vedere come stava, ma non mi rispose. Le inviai un sms, ma niente. Quella sera, quando tornai a casa, riprovai a cercarla ma non riuscii ad avere sue notizie. Il giorno seguente, era venerdì, sarei dovuto partire per tre giorni per dei concerti ad Ancona, Perugia e Urbino. Preparai il mio trolley, controllai l’usura delle corde del basso e prima di uscire feci un nuovo tentativo. Questa volta, anziché bussare, accostai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente che stava parlando al telefono. Era viva. Decisi di non disturbarla, io sarei mancato tre giorni, il tempo perfetto per fare sbollire la cosa. Lunedì sera, al rientro, avrei comprato un paio di birre, qualche trancio di pizza e la farinata di ceci della pizzeria pakistana che le piaceva tanto, sarei andato da lei, mi sarei fatto raccontare le ultime novità, ci saremmo visti un pezzo di Processo del Lunedì su 7 Gold e tutto sarebbe tornato come prima.

Invece il cancello di ferro sul pianerottolo era chiuso e non lo era stato mai. Percorsi il corridoio che avevamo in comune: a sinistra la porta del suo appartamento, a destra la mia. Abbassai lo sguardo, c’era una busta di carta gialla, di quelle grandi che si usano per spedire documenti, all’interno un mazzo di chiavi di casa e un biglietto con scritto “adieu et merci…Vivienne”. Non la rividi mai più.