Techaué

– Buonasera, fate consegne a domicilio?

– Techauè!

– Non ho capito…

– Techauè! Techauè, cetto che la facciamo, che desitera?

– Volevo ordinare 2 pizze… una margherita e una parmigiana.

– E poi?

– E basta.

– No! per techauè almeno 20 euro.

– Ah, ma da quando?

– Da Coronavirus.

– E al momento, con due pizze quanto spenderei?

– Untici.

– Quindi mancano 9 euro…

– Ci può aggiungere altre due pizze…

– Beh, quattro pizze, mi sembra esagerato.

– Si prenta la bira o na Coca, c’è la Fanta, le patatine, olive asgolane o l’antipasto misto che è patatine, olive asgolane e panelle. 

– Allora… senta, aggiunga due birre da 66 e una porzione di patatine. che birre ha?

– Drecker, Becker, Pisner…

– Ha Moretti?

– Sì.

– Allora due Moretti.

– Oook, venti euro tonte tonte…

– Senta, si può avere del ketchup e della maionese per le patatine?

– Sono un euro l’uno e poi ci sono due euro e cinquanta per il racazzo del Techauè.

– Guardi, sta diventando una spesa molto impegnativa, ne parlo con miamoglie e nel caso la richiamo.

Tanto qui distruggono tutto

Avrei voluto scrivere un pezzo carico d’indignazione sull’ospedale e sull’emergenza Coronavirus, sul video dell’infermiere, sulla risposta dell’Asp e sull’arrivo dei medici da Palermo che di fatto, commissariano la sanità siracusana e ne sanciscono il fallimento. In queste ore però ne sono stati scritti tanti, condivisibili e molto dettagliati, per cui sarei stato ridondante. 

C’è un aspetto però che mi lascia interdetto ed è lo sgomento di una parte della popolazione. Ma veramente volete farmi credere che non vi eravate accorti di quanto fosse basso il livello sanitario e organizzativo dell’Ospedale di Siracusa? Ma nessuno di voi è mai stato al Pronto Soccorso o a trovare qualcuno ricoverato? Sparare a zero in maniera indiscriminata e fare generalizzazioni, non serve a niente e del resto, è evidente come anche Siracusa ci siano medici coscienziosi, primari preparati, infermieri scrupolosi e reparti che funzionano dignitosamente, prendendosi cura dei pazienti, mettendo toppe ai buchi del sistema, facendo i conti con la carenza di budget e le ruberie perpetrate negli anni dalla politica, dal suo sottobosco e dai baronati. 

Al di là della veridicità del video virale dell’infermiere o presunto tale, al di là della risposta ufficiale dell’Asp, i problemi dell’ospedale di Siracusa sono lì da tempo, da anni, da sempre e l’emergenza Coronavirus li ha solo portati in superficie. C’è anche una nostra responsabilità in tutto questo? Secondo me sì! Evidente. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente, abbiamo nicchiato, alzato le spalle e detto: “che schifo! Però, va bè… che ci possiamo fare noi?”. Per anni abbiamo continuato a scegliere quelli che hanno contribuito a ridurlo così, alimentando clientele e bloccando i concorsi, per anni abbiamo osannato manager inefficienti e senza competenze. Ma veramente adesso ci stupiamo?

Quando qualche anno fa, in primavera, ricoverarono mia nonna a Siracusa, la portarono in un reparto fatiscente: i bagni erano luridi, non c’era carta igienica, non c’erano fazzoletti di carta per asciugarsi le mani, non c’era nemmeno il sapone e il personale paramedico era sottodimensionato. Le quattro degenti della stanza, erano completamente abbandonate a loro stesse, tutto gravava sulle spalle delle famiglie, che dovevano fare i turni,  accudirle, imboccarle, accompagnarle in bagno. Ma la famiglia può sopperire a tutte le mancanze di un sistema marcio? Cosa deve fare chi è solo? Chi non ha qualcuno pronta a lasciare tutto per correre in suo soccorso? Come deve fare chi lavora e non può prendersi cura di una persona cara? Ma che società è mai questa? Provate a mettere piede nella sala d’aspetto di un pronto soccorso a Berlino, tra tossici e ubriachi e restare inebriati dal profumo di pulito e dalla gentilezza del personale che non parla nemmeno la tua lingua. Minchia, a Monza, dopo un’intervento, l’infermiera spazzolava i capelli di mia mamma, un gesto che quando ci ripenso, mi commuove ancora.

In quel reparto, quella primavera, a Siracusa, l’unico conforto per mia nonna e per gli altri pazienti, era dato da una donna rumena, che a pagamento – e non tutti potevano permettersela – accudiva i pazienti con grande umanità e professionalità. Lavava, spugnava, faceva addirittura iniezioni e medicazioni. Era una di fuori, questa sì non aveva nessun rapporto con l’Asp eppure stava lì, a fare il lavoro che avrebbe dovuto fare qualcun altro. Non lo faceva di nascosto, estorcendo denaro e minacciando, no, lo faceva alla luce del sole, con il il beneplacito della caposala e del primario. Già, il primario. All’inizio del reparto c’era la sua stanza, sopra la porta, una luce rossa sempre accesa lasciava credere che fosse impegnato a visitare qualcuno o impegnato in una riunione. Non l’abbiamo mai visto. Mia nonna è morta nel letto di casa sua e dopo tante sofferenze, aveva finalmente un’espressione serena. La donna rumena invece, qualche tempo dopo, è stata brutalmente assassinata dal suo ex compagno che pretendeva il denaro che lei guadagnava accudendo clandestinamente i pazienti di un reparto dell’ospedale di Siracusa.

La verità è che ci siamo assuefatti al degrado, l’abbiamo normalizzato. Ci hanno fatto credere che quello era il massimo che potessero offrirci e che dovevamo accontentarci e ringraziare, perchè alla fine, dopo tutto, eravamo ancora vivi. Invece avremmo dovuto gridare, denunciare, pretendere, reclamare i diritti, la dignità, le competenze. Come in un circolo vizioso, ci abbiamo messo anche del nostro, perchè il degrado chiama degrado e allora abbiamo iniziato a parcheggiare dentro, a fumare sulle scale, ad usare gli ascensori delle barelle, a sabotare porte allarmate, a entrare in dodici prima degli orari di visita, ad uscire tardi, a scrivere sui muri e distruggere le sedie. Con questi comportamenti abbiamo fornito l’alibi e per loro è stato facile dire: “non possiamo fare niente perché tanto qui, distruggono tutto”.

Lievito di Birra

Io e Donatella non panifichiamo mai, ultimamente invece, costretti a casa, avevamo pensato di provare a fare la pizza, ma nella prima spesa a domicilio, ci siamo scordati di inserire il lievito di birra e nella successiva, l’abbiamo ordinato ma non ci è mai arrivato. Pare che sia sparito da tutti gli scaffali di tutti i supermercati della città, alcuni dicono del mondo intero. Io ho chiesto in giro, sentito il parere di amici che si dilettano in cucina, ne ho scomodato un altro che produce birra artigianale e mi sono iscritto perfino a un gruppo Facebook che chiede formalmente che il Governo si prodighi con l’Europa per ottenere, oltre allo sblocco del MES e l’emissione di Coronabond per finanziare la risposta al Covid-19, la reintroduzione nella grande distribuzione dei panetti di lievito di birra. A quanto pare però, il Governo cincischia e l’Europa è sorda a questo genere di richieste e nessuno sa con certezza se il lievito di birra tornerà un giorno reperibile. 

Non poter fare la pizza è stata una cocente delusione così abbiamo virato verso il dolce. Recuperato del lievito vanigliato, abbiamo provato a fare un tortino per festeggiare i quattro mesi di Bruna, ma purtroppo, gli albumi non si sono montati a dovere e non avevamo stecche di vaniglia per la crema pasticciera per cui, alla fine è venuto fuori agglomerato compatto farcito da una crema all’uovo. In sé, non era nemmeno malvagio, ma non sapeva assolutamente di niente, il segreto era masticarlo e immaginare di mangiare qualcosa di molto gustoso. A me poi, procurava una acidità di stomaco lancinante. insomma, una Caporetto.

Abbiamo discusso della cosa, accettato i nostri limiti in ambito di pasticceria e ci siamo fatti coraggio a vicenda raccontandoci che la pizza, quella sì l’avremmo saputa fare, perché dai, è un processo molto più semplice e non si devono montare gli albumi a neve. Vuoi mettere? 

Abbiamo comunque processato la delusione e ci siamo arresi all’idea che per quanto durerà questa clausura forzata, il nostro forno non sfornerà nessun pane e nessuna pizza, ma una volta che questa terribile situazione sarà finita, ci impegneremo per acquisire tutto il know how necessario per poter produrre prodotti da forno in autonomia.

È passato qualche giorno, non saprei dire quanti – in questa situazione il tempo scorre ora veloce, ora lento – poi improvvisamente, mentre eravamo seduti sul divano e guardavamo un video sul mio computer, ho ricevuto un messaggio Whatsapp. Io utilizzo anche l’applicazione per laptop per cui mi è comparsa una notifica sullo schermo da un numero sconosciuto. Nell’anteprima si leggeva solamente “Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato…”:

Donatella ha chiesto subito: “ma chi è?”. 

“Non lo so – ho risposto – non ho idea, aspetta che lo apriamo.”.

Ho cliccato sull’anteprima per leggerlo per intero e c’era scritto: Ciao, hai un minuto per me? Mi hai cercato ma non mi hai trovato e muori dalla voglia di preparare la pizza o il pane? Se vuoi acquistare un pezzo di lievito madre rispondi ok a questo messaggio. Sarai ricontattato.

“Ma sarà uno scherzo – ho detto io – dai, che cazzata!”. 

“Ma che ne sai – ha risposto lei – la gente in tempo di crisi si inventa qualsiasi cosa”.

“Sì, il mercato nero di lievito di birra – ho ribattuto – ma t’immagini?”.

“E se fosse vero?”. Ha chiosato Donatella.

Allora ho preso in mano la situazione, ho guardato Donatella negli occhi e ho detto: “ma tu sai cosa vuol dire accudire il lievito madre? È un essere vivente, bisogna dedicarsi anima e corpo, è una follia, una schiavitù. La gente esce pazza, le coppie si separano!”.

“Ma tu che ne sai? Lo dici solo per farmi rinunciare.”.

“Io l’ho visto con i miei occhi – ho detto serio – ho vissuto una situazione molto simile da ragazzo ed è stato terribile!”.

Non mi ricordo come iniziò, so solo che a un certo punto, mia zia Pina ricevette in regalo, coperto da un canovaccio di cotone, un bicchiere che conteneva dei fermenti lattici vivi o più propriamente Kefir, ma io all’epoca non lo sapevo che si chiamasse così. Per lei la cosa iniziò come un gioco: la sera versava del latte all’interno del bicchiere e il mattino dopo, come per magia, trovava lo yogurt. Giorno dopo giorno, seguendo i ritmi dei lieviti della fermentazione, mia zia Pina aggiungeva latte la sera e produceva yogurt al mattino. Dopo ogni passaggio, questo Kefir, che è a tutti gli effetti un organismo vivente, cresce, aumenta la sua massa e va quindi spostato in un contenitore più capiente. Così dal bicchiere dell’acqua venne trasportato con cura, manco fosse una divinità pagana, all’interno di una ciotola, poi in un barattolo di vetro da conserve, poi in una brocca d’acqua da 2 litri, poi in un recipiente gigantesco, in una pericolosissima escalation che cominciava a preoccupare mio zio ed i miei cugini. La zia Pina invece non voleva sentire ragioni, lo yogurt era ormai un pretesto, si era affezionata alla creatura, la nutriva, la proteggeva e la trattava come un ospite importante. Nel giro di poco tempo la produzione di yogurt divenne talmente intensiva da non essere più sostenibile. A nulla valsero i tentativi di mia zia di modificare la dieta della famiglia, abbandonando la cucina mediterranea per sposare quella indiana e quella greca che fanno largo uso di latticini fermentati. La situazione stava precipitando, la creatura aveva raggiunto le dimensioni della pilozza nel doppio servizio e puntava ad impossessarsi della vasca da bagno. Occorreva prendere una decisione difficile e sbarazzarsi una volta per tutte dell’essere. Mia zia si tormentò per un giorno e una notte e poi decise di dividersi dalla sua creatura. La suddivise in parti uguali e la portò in dono alle mogli di tutti gli altri condomini della scala A. Fu la fine! In men che non si dica il Kefir si prese, una ad una, tutte le famiglie e le costrinse a turni massacranti per farsi accudire e a sotterfugi per permettergli di liberarsi dello yogurt in eccedenza senza che la creatura se ne accorgesse. Alla fine dopo quattro mesi sotto il giogo del Kefir, nel corso di una riunione clandestina di condominio, si optò per la soluzione finale: la creatura fu stordita con dell’alcool etilico, caricata in macchina e poi fu sversata in un tombino dalla parti di Bosco Minniti.

Donatella che aveva ascoltato la mia storia con attenzione e contestualmente aveva fatto ricerche su internet per erudirsi in materia, ha detto laconica: “Ma io la pizza la voglio fare lo stesso.”. Poi ha aggiunto: “Rispondi al messaggio, andiamo allo step successivo, così scopriamo le loro carte e vediamo che succede.”.

Io mi sentivo agitato come la volta che a Piazza Adda, andai a comprare il mio primo pezzo di fumo e titubante ho detto: “Do’, amore, dobbiamo stare attenti! Questi sono giri pericolosi, non si può scherzare, probabilmente sono malavitosi, persone violente e senza pietà e detestano essere prese in giro.”.

“Hai ragione – mi ha risposto lei – ma sono troppo tentata…. Chiama Gabri, chiama qualcuno, vediamo se il messaggio è arrivato anche a loro.”.

Così ho preso il telefono e chiamato in vivavoce Gabriele, gli ho spiegato la situazione e lui mi ha confermato di aver ricevuto lo stesso messaggio ma di non essere interessato perché un suo amico, proprietario di una pizzeria, gli aveva fornito un onesto quantitativo di lievito. Poi mi ha detto: “però l’ha fatto mio fratello, ha risposto al messaggio e funziona.”.

“Ma chi è? – ho chiesto io – Un forno in città? Un corriere del cartello del lievito di birra che fa il doppio gioco e vuole arrotondare?”.

“Non ne ho idea – mi ha detto Gabriele – mio fratello non me l’ha detto. Dice che come il Fight Club, la prima regola è non parlare mai del lievito di birra”.

“Ma mi devo spaventare? Sono malacarni?”.

“Credo di no, ma comunque stai attento”.

Siamo rimasti in silenzio per un po’, ci siamo guardati a lungo, poi Donatella mi ha fatto un cenno col capo e io ho capito. Ho preso il telefono, selezionato il messaggio, digitato OK e premuto invio. Ora, stiamo aspettando una risposta.

 

In Fila

– Buongiorno… ci sono i numeretti?

– Comu?

– Scusi, è la mascherina… ci sono i numeretti?

– No, deve chietere chi è l’uttimo…

– Ok… chi è l’ultimo?

– Io.

– Ah, sempre lei!

– Ma fosse me ne vado…

– …

– Questo è il tezzo supemmeccato oggi, cinni fussi unu ca vinni i ciciri e a simenza.

– MI pare che qui ci siano… almeno, ho questo vago ricordo. Sicuramente simenza e hanno anche i pistacchi, sono stato più volte tentato di comprarli… i ciciri non lo so.

– No depriàn c’eruno, ma a st’ura a gente si puttò tutti cosi.

– E che vuole… la psicosi, si rende conto anche lei, la frenesia di accaparrarsi generi di prima necessità…

– Sabbaggi! Sulu a nucidda americana lassunu… e chissemu scimmie? Oranchi tanchi?

Sotto Pressione

Non so più da quanti giorni sto chiuso in casa. È la verità, questa clausura forzata ha modificato le miei abitudini e tutti gli orari. Adesso vado a letto molto più tardi e mi alzo più tardi, scrivo tanto, leggo, mi sto riascoltando tutto Mahler, anche il Das Lied von der Erde, guardo una miriade di tutorial: da come produrre disinfettante con le teste d’aglio e la curcuma a come curare lo scorbuto a casa. Dedico un’ora della mattinata a esercizi ginnici, guardo serie tv e film in lingua originale, mi manca lo sport in tv in maniera lancinante e naturalmente, più di tutto, mi manca uscire di casa, passeggiare con mia figlia, guidare e andare in bici.

La mia esistenza al tempo del Coronavirus è scandita dai pasti, dalla preparazione dei pasti, dai biberon di Bruna, dalla preparazione dei biberon, dai bagnetti e dalla preparazione dei bagnetti. Poi, a fine serata, quando tutti sono andati a letto, esco di casa e vado a posizionare il mastello della differenziata del giorno, davanti al portone d’ingresso. Questa operazione è l’unico legame con lo scorrere del tempo come era prima dell’avvento del virus. Stare chiusi in casa – è inevitabile -genera tensioni, stati di ansia, e paranoie che riaffiorano dal passato o si presentano inedite, in tutte le loro drammatiche sfaccettature.

Quando ancora non si capiva cosa sarebbe stato di noi, se i supermercati sarebbero rimasti aperti o se nel giro di pochi giorni sarebbero stati saccheggiati da orde di malacarni e ci sarebbero stati roghi nelle strade, cupe vampe, sommosse popolari e la presa di Palazzo Vermexio, per non sapere né leggere né scrivere, ho fatto una discreta scorta di legumi secchi: ceci, lenticchie, fagioli e un invitante mix messicano. Per un imprinting ricevuto da bambino, al termine legumi a casa mia viene immediatamente associato quello di pentola a pressione. La mia pentola a pressione è con me da vent’anni, me la regalò mia mamma, quando nel 2000, a Bologna, lasciai l’appartamento con gli altri studenti e andai a vivere da solo.

Ma quanto può durare una pentola a pressione? Vent’anni di onorato servizio non saranno troppi? Ho cercato su internet, ma le opinioni a riguardo sono differenti, ho studiato grafici e curve di funzionamento ma nessuno si sbilancia. Perfino gli esperti della Lagostina tentennano. La psicosi Coronavirus, si sa, mina le certezze e adesso temo che tra una lenticchia e un misto di legumi, possa esplodermi in faccia.

Ho preso delle precauzioni: ho iniziato a maneggiarla con estrema cura, la lavo a mano con una spugnetta ad uso esclusivo, la ripongo lontana dalle altre pentole, avvolta dentro una vecchia federa di lino. La carico con gesti precisi e meticolosi, non supero mai i livelli, evito le fiamme troppo alte e quelle troppo deboli. Prima di posizionarla sul fornello grande, controllo che le valvole di sicurezza siano a posto, posiziono il coperchio centrandolo tra i due manici, chiudo e finalmente accendo il fornello. Di tutta la procedura, questa è la fase più tranquilla: la pentola non ha ancora sviluppato il vapore al suo interno ed è equiparabile a un comunissimo tegame. Certe volte, quando la guardo e aspetto che inizi a sfiatare per spostarla sul fornello piccolo, spero che la valvola rossa che segnala l’avvenuta formazione di vapore al suo interno, non salga mai, lo spero con tutte le mie forze. La pentola si sarebbe definitivamente rotta, ci metterei il doppio del tempo a cucinare i legumi, ma non rischierei di morire in una deflagrazione. 

Comunque, ho messo il timer del forno e anche uno sul telefono. Ho preso tutti gli accorgimenti del caso per proteggere le ragazze che amo: ho chiuso la cucina e l’ho trasformata in zona rossa e vietato a Donatella di entrarci anche solo per un bicchiere d’acqua o di sostare nei pressi con la bambina. Quando mancavano tre minuti alla fine della cottura, mi sono ricordato che non avevo ancora ritirato i mastelli della differenziata della sera prima. Io ho questa fissazione del tempo, da quando da piccolo ho iniziato a suonare il basso, cerco di fare incastrare le cose alla perfezione, è più forte di me, quando la scansione ritmica viaggia fluida, senza tentennamenti di sorta, mi sento in pace con il mondo anche se questo, mi comporta stress e un livello di attenzione sempre molto alto. Così, ho indossato i pantaloni della tuta, le scarpe da Coronavirus, mi sono alzato il cappuccio della felpa, messo un piumino leggero, guanti di lattice, mascherina e sono uscito. Fuori piovigginava e tirava vento, ho superato la corte interna e sono uscito in strada, ma dei mastelli non c’era traccia, spariti. Prima ho pensato ad una punizione del Comune per non averli ritirati in tempo – una volta, mi appiccicarono sopra un adesivo rosso che per me fu come un’onta, solo perché, dopo l’ennesimo cambio di orari, avevo posizionato il mastello troppo tardi rispetto all’orario consentito – poi, ho optato per il furto ad opera di qualche vicino bastardo. Ho alzato lo sguardo è c’era una macchina dei Vigili Urbani con due agenti che si sono voltati a guardarmi, stavano approntando un posto di blocco. Uno dei due mi ha chiesto: “lei dove sta andando?”. Io ho sorriso imbarazzato e ho detto: “no… niente… è che forse mi hanno fregato i mastelli”. L’agente non ha battuto ciglio: “Ha la giustificazione?”. “No, guardi – ho detto io facendo istintivamente due passi in avanti – non sto uscendo, si figuri, ero sceso a ritirare i mastelli ma sono spariti.”. Poi con la coda dell’occhio ho visto quello verde del vetro, infilato tra due macchine. Il vento della mattina doveva averli spostati. L’ho indicato e ho detto: “vede, lì c’è quello del vetro… quello della carta sarà in giro… lo recupero e cerco l’altro qui intorno.”. Il vigile non sembrava molto convinto e ha detto: “fermo lì.”, poi si è rivolto alla sua collega più anziana che gli ha fatto di sì con la testa, allora mi ha guardato e ha detto: “Può andare, ma non si allontani più di 200 metri.”. “No, No, quando mai! Sarà qui intorno.”, ho risposto io.

Mentre partivo alla ricerca del mastello di carta e cartone, il timer del telefono è scattato. “Minchia, La pentola a pressione!”, ho pensato tra me e me. Subito dopo ho ricevuto una telefonata di Donatella, preoccupata dal fatto che non fossi ancora tornato su. Gli ho spiegato che c’era un vento fortissimo e che i mastelli erano volati via e che stavo cercando quello della carta. Lei allora mi ha chiesto: “vedi che in cucina è suonato il timer del forno e sento la pentola a pressione che sfiata, che faccio? Entro e spengo?”. “Nooo – ho gridato – non ti avvicinare! È pericolosissimo, rischia di esplodere tutto! Prendi la bambina e nasconditi dietro al divano… copritevi la testa.”. La vigilessa che aveva sentito tutto si è allarmata e mi ha detto: “senta lei, ma che cosa esplode tutto? Che sta dicendo?”. Io gli ho fatto un cenno come a dire: “tranquilla, arrivo”, ma avevo visto il mastello blu che era dall’altro lato della strada, con il coperchio incastrato tra due sbarre della ringhiera del lungomare e mi sono diretto in quella direzione. Tempo, tempo, tempo – pensavo – prima battuta, prendere mastello; seconda, correre a casa; terza battuta, far sfiatare la pentola; finale: salvare la mia famiglia. La vigilessa ha cominciato ad alzare il tono della voce: “fermo, fermo. Venga qui”, muoveva la paletta. Mi sono avvicinato, ero in confusione e lei ha subito urlato: “a un metro di distanza!”. Mi sono piantato lì e  ho detto: “No guardi, è che ho i legumi sul fuoco con la pentola a pressione che sta sfiatando e ho lasciato la mia famiglia da sola.”. “Che sta aspettando – mi ha gridato quella – corra a spegnere, presto.”. Ho cominciato a correre, ma la vigilessa mi ha gridato dietro: “Non perda la testa, posi quei mastelli! Poi se li prende!”.

Ho fatto gli scalini a tre, sono entrato in cucina, ho trattenuto il fiato, spento il fornello e azionato la valvola e fatto uscire tutto il vapore. Mentre lo facevo, mi passavano davanti alcuni momenti della mia vita. Tutto è andato liscio, la valvola è scattata e ancora un po’ impaurito ho aperto il coperchio. Il mix messicano era perfetto, profumato, invitante. Sono entrato nell’altra stanza, ho tranquillizzato Donatella, le ho detto che anche per stavolta eravamo salvi e ho baciato Bruna, poi sono sceso a recuperare i mastelli e ringraziare la vigilessa. A distanza di sicurezza le ho detto che mi scusavo, che avevo perso la testa, lei ha annuito e mi ha detto: “anche mio marito è terrorizzato dalla pentola a pressione.”. Io avrei voluto chiedere: “ma lei, per caso, sa quanto può durare una pentola del genere?”, ma non ho avuto tempo perché lei ha continuato: “Che legumi ha cucinato?”. Io ho risposto: “un mix messicano.” E lei: “l’ha preso al Decò, vero?”.

“Sì, in via Elorina.”.

“A casa ha della passata di pomodoro, cipolla e peperoncino?”

“Sì, credo di sì.”.

“Prepari un chili vegetariano, unisca i legumi e ci spruzzi sopra due gocce di limone, anche se sarebbe meglio il lime… ”.

“Grazie!”, ho detto stupito.

“Non c’è di che – ha risposto lei – adesso torni a casa, si metta al sicuro e ci lasci lavorare.”.

 

Il Mercatino Pitacorico – In strada come se nulla fosse…

Per passeggiate indisturbate senza dare nell’occhio, vendo, da fondo magazzino carnevale, divise forze dell’ordine, vigili del fuoco, cavalieri medievali, supereroi e porporati. 100% acrilico! Vergognomi assai ma necessito soldi droga. 

Il grande cinema Pitacorico ai tempi del Coronavirus – Seconda Parte

I Predatori dell’H Perduta

Arrivano dal nulla, sono in mezzo a noi, non sentono ragioni, non riconoscono competenze e autorità, non capiscono quello che leggono e non riescono a scrivere un pensiero di senso compiuto. Sono suscettibili, incazzusi e hanno la pretesa di avere la verità dalla loro parte. Cosa succede quando un tranquillo forum Facebook di provincia viene preso d’assalto da una banda di analfabeti funzionali? Tutte le contromisure di buon senso saranno inutili e chi proverà a dialogare verrà annichilito. I Predatori dell’H Perduta è un cannibal horror, violento e crudele che veicola un giudizio negativo sul mondo dei social e sulla scuola pubblica. Il finale aperto ha fatto sbizzarrire la critica che è pronta a scommettere su un sequel.

La La OpenLand (Il Musical)

Un cast stellare e una storia coinvolgente che hanno garantito al film ben 9 nomination ai Villa Reimann Awards. Ilary e Kevin sono due cantanti neomelodici che si incontrano per caso su una chat di Whatsapp utilizzata per segnalare i posti di blocco delle forze dell’ordine per l’emergenza Coronavirus. Tra conversazioni zoppicanti, emoticon a muzzo, gattini e tazzine di caffè, tra i due nascerà un amore profondo e disarticolato. I due amano trascorrere tutto il loro tempo cantandosi struggenti frasi d’amore in videochiamata o scattando selfie che si inviano a vicenda. I giorni trascorro lenti e sempre uguali e dopo la chiusura del Grande Fratello Vip, i ragazzi avvertono con sempre maggiore pressione il desiderio di incontrarsi di persona. Ma come fare? Il DPCM parla chiaro e vieta qualsiasi tipo di spostamento. Quando la speranza sembra ormai persa, Savvuccio, un giovane boss emergente uscito dal carcere, contatterà Kevin ingaggiandolo per per un festone clandestino e segretissimo all’OpenLand. Kevin accetterà il rischio ma ad una condizione: poter dividere il palco con la sua amata. La notte della festa, qualcosa sembra andare storto: Ilary è in ritardo e non risponde al telefono, ma Savvuccio non sente ragione e ordina che lo spettacolo abbia inizio. Kevin è sul palco, è confuso, ha il cuore a pezzi, inizia a cantare ma non riesce a trovare l’intonazione, stecca, sbaglia delle parole, confonde i testi e il pubblico di malacarni rumoreggia, comincia a fischiare. Kevin si sente con le spalle al muro ma da nulla, un acuto impazzito sottolinea l’arrivo di Ilary, i due si abbracceranno e in duetto termineranno la hit neomelodica. Un applauso scrosciante farà da cornice a un lungo bacio appassionato che suggella l’amore tra i due cantanti, un momento prima che i lacrimogeni sparati dalla polizia facciano disperdere gli intervenuti campagne campagne nel tentativo di sottrarsi alla retata.

Auchan Buyers Club

Sono stati abbandonati senza remore, lasciati da soli, buttati fuori di casa per fare spazio a nipoti impenitenti con le zite piene di tatuaggi. Li hanno depredati dei propri risparmi e infilati in una fatiscente casa di cura dalle parti di Villasmundo. Sono i nanni di Auchan Buyers Club, organizzati, spietati, pronti a tutto. Erano con le spalle al muro ma hanno deciso di reagire: affanculo il Coronavirus, non ci fermerete! Ciccio, Iano e Bice sono tre ultraottantenni che scorrazzano per le strade della città su una Seicento bianca senza revisione. Forzano posti di blocco, violano tutti i protocolli di sicurezza e soprattuto vanno a fare la spesa giornalmente e tutti insieme all’Auchan. La critica ha già gridato al capolavoro, tra citazioni di Bertolucci e Truffaut, il film è un affresco spietato dei nostri giorni. Il finale- chiaro omaggio a Thelma e Lousie – è mozzafiato e allo stesso tempo struggente, con lo sputo dissacrante di Iano a un Carabiniere e la fuga in macchina verso la pista ciclabile e l’infinito.

Chicci tutela ha noi? – Il glossario dei commenti social sull’emergenza Coronavirus (seconda settimana)

– Sono tutti inciro perchè la gente sono ignorante e anno la testa di cippo

– Mpare cicio italia si u megghiu!!!

– Concorto

– Sieti un pugno di leccaculo del sindaco quanto vi a comprato a dieci euro

– Tre ore che parli e una cosa importante manco l’hai detta ma come siamo messi a coronavirus a siracusa? Risponde

– Quanto aprino i parrucchiera? Grazie

– Alla farmacia di bosco minniti i vinnunu sti tampone?

– Ammucciuni davanti a casa mia anno costruito un palazzo tanto

– Vi scordaste di pulizziare u viale tika bastardi

– Sindaco mascherini darli a genti che pacano tasse 

– Posso andare alla villetta a terrauzza per controllare che non ano entrato i latri?

– Devi fare stare le persone alle case se non te la firi dimettiti

– Sindaco provveda a mantare le forze dell’ordine al viale Santa bonacia su tutti o bar schifio

– Dice che u brico di via erolina e chiuso mente quello de l hauscan e aperto e vero?

– Santificate l’isola no solo ortiggia

– Viale zecchino sta parendo quando ce la festa del sagro cuore

– Sindaco dovete pacare le bollette

– Ma.per le bollete cosa succete se adesso non le pachiamo appoi le pacheremo anche le bollette che non si pagano adesso o ci mettono puri gli interessi?

– Minchia 600 euro pezzi di pillirini

– Si ruppe a paletta ra scupa la posso comprare a supermercat o solo cose di manciare?

– #restocaso #restacasa #iorestoacaso

– Ma cu spacchiu sì ET?

– Andrà tutto pene

– Occhio a quelli che si anno pigliato a quarantena e fano finta ca su normali

– U sai come si risolve i pobrema della pista ciclabali pirate no culu a tutti pari pari senti a me a

– Chicci tutela ha noi

– Cala u volume ce l’autio che fa effetto ego

– L’audio rimpompa

– Dobbiamo brindare tutta l’isola

– Ouh santificazione a tempesta

Il Trasferimento

Quando al penultimo anno di liceo, si sparse la voce che il nostro professore d’italiano e latino era stato minacciato da un balordo, di notte, a casa sua e che spaventato, aveva deciso di chiedere il trasferimento, sprofondammo tutti in un silenzio angosciato e surreale. Sì, perché il professore era un uomo anziano, mite, di una gentilezza disarmante e saperlo così spaventato, così provato da questa esperienza terribile, anche se non lo dava a vedere, era uno strazio. Chi poteva volergli male? Chi poteva metterlo sotto pressione in questo modo? Non certo un alunno, questo era fuori discussione. Il professore di italiano e latino era il meglio che si potesse chiedere: generoso in termini di voti, comprensivo sui malori strategici e sui finti decessi dei parenti più stretti che coincidevano con interrogazioni e compiti in classe e sempre disposto al dialogo e alla mediazione.

Era un conservatore, un uomo fondamentalmente di destra, leale e buono, troppo buono. Era un liberale cattolico che ammirava Scelba e che nulla aveva a che vedere con quell’anticonformismo di alcuni insegnanti di filosofia che avevano addosso l’aura dei rivoluzionari trotzkisti, né la prosopopea di quegli insegnati iscritti alla Cgil, che andavano per la maggiore. Eppure, tutti gli volevano un gran bene. Il suo concetto di didattica valicava i programmi ministeriali ma non perché il professore azzardasse – una volta gli chiesi se fossimo arrivati a fare Pasolini e lui candidamente mi rispose che non credeva si potesse insegnare al liceo – ma perché, piuttosto, si basava su un’idea di autogestione e di responsabilizzazione attraverso la quale, ciascun giovane alunno, avrebbe potuto maturare e comprendere le regole dello stare in classe e nel mondo. La cosa a dire il vero non funzionava sempre, perché a quella età, a me, di come stare al mondo mi interessava molto marginalmente, quello che mi interessava era andare alle feste malve, suonare il basso nel mio gruppo grunge e prendermi la patente per avere un mezzo di trasporto con quattro ruote e contestualmente un luogo dove potermi appartare con le ragazze. 

Durante le lezioni, il professore ci concedeva grande libertà: potevamo andare in bagno senza chiedere il permesso, ci permetteva di stabilire i calendari delle interrogazioni e di concordare con lui le date dei compiti in classe. Noi eravamo dei parassiti, delle sanguisughe, degli esseri ignobili che cercavano di ottenere sempre di più senza dare in cambio niente. Il professore lo capiva benissimo ma la sua indole di educatore zen lo portava a sopportare qualsiasi tipo di prevaricazione. 

Una domenica, ad esempio, organizzò una gita extrascolastica per mostrarci il suo paese natale, partimmo in pullman, eravamo due classi, le sue due classi. Fu una giornata piacevole, trascorsa tra le stradine in salita del borgo montano, la messa nella chiesa madre che io ed altri disertammo e un pranzo a menù fisso in una trattoria del posto. Non ricordo bene cosa successe esattamente, ma venne fuori che c’era stato un problema con il noleggio del pullman. Mancava una somma e l’autista, un gran pezzo di malacarne, scontroso e attaccabrighe, chiese la differenza in contanti, altrimenti, minacciava di lasciarci lì. A tutti era piuttosto chiaro che questo tizio si stava approfittando di noi, ma il professore intervenne con i suoi modi garbati e mise la differenza di tasca propria. Era convinto, ci confidò, che una volta venuto a sapere di questo spiacevole episodio, il sig. Amato (uso un nome di fantasia) titolare della ditta di autotrasporti, e noto mbrugghiuni e sautafossi, ci avrebbe contattati per chiedere scusa e rifondere il maltolto. Per un paio di settimane, prima di ogni lezione, il professore chiedeva a Carla, la mia compagna di classe che aveva noleggiato il bus, se il Signor Amato, per caso, si era fatto vivo. La risposta, ovviamente, era sempre negativa ma lui, non demordeva, e rispondeva: “non ti preoccupare, chiamerà domani”. Era fatto così.

Quell’anno scolastico fu caratterizzato da un continuo cambio di aule: dal piano terra passammo al primo, poi al secondo piano corridoio di destra, infine, in primavera, poco prima della fine dell’anno, fummo spostati nell’ultima classe in fondo al corridoio di sinistra. L’aula aveva delle ampie finestre, posizionate ad un’altezza superiore rispetto al normale. Non ci si poteva affacciare perché queste, davano su un lastricato solare che era la copertura della vecchia palestra. Ho questo ricordo indelebile di una lezione piuttosto monotona che aveva a che fare con un canto del Purgatorio di Dante, dalle finestre alte filtrava la luce del sole e la temperatura esterna era mite e invitante e così, uno dopo l’altro i ragazzi della mia classe – mentre il professore era piegato sul testo a leggere, emozionato, di Beatrice che congeda Virgilio e ne prendeva il posto – si alzavano silenziosamente, si avvicinavano alla finestra alta e scavalcavano raggiungendo il lastrico solare dove si adagiavano a prendere il sole come foche spiaggiate. La classe si stava svuotando, il professore continuava appassionato a leggere terzine di endecasillabi e dal terrazzino, il timbro della sua voce pareva un mantra, interrotto solamente dagli “uh” di sforzo dei ragazzi che si issavano sul davanzale della finestra e da quei “fapfapfap” delle scarpe da ginnastica dei più bassi che sfregavano sul muro. Io ero stato uno dei primi a salire sul tetto, ma la scena della classe che si svuotava così velocemente mi colpì profondamente tanto da decidere di calarmi dentro. Non lo facevo per me, lo facevo per il rispetto nei suoi confronti. Pensai a come poteva sentirsi quest’uomo che nel bene e nel male, dava tutto se stesso per l’insegnamento, pensai a quanto dovevamo essere ingrati per tradire così la sua fiducia, ai voti alti che mi metteva nei temi e a come inascoltato, mi spronasse a scrivere. 

I rumors delle minacce e della richiesta di trasferimento arrivarono un sabato mattina, in questo clima di giubilo perenne e fu davvero un fulmine a ciel sereno che rabbuiò gli animi di tutti. Se il professore fosse andato via sarebbe crollato il nostro intero mondo, ci avrebbero mandato un altro insegnate con altri metodi, altri voti, con la pretesa di darci il permesso per uscire dalla classe o di stabilire lui, da solo, le date dei compiti in classe. Ci organizzammo per un’assemblea pomeridiana, vennero tutti, anche quelli dei paesi, che normalmente tornavano a casa e il pomeriggio non si facevano vedere mai. Con mia grande sorpresa le più preoccupate erano le ragazze, le prime della classe, quelle che studiavano sempre, quelle che mai avrebbero scavalcato una finestra per prendersi il sole e che però avevano già programmato il loro futuro. Presero la parola e ci dissero che il problema era serio e andava affrontato con tempestività perché se il professore andava via, noi avremmo perso la nostra libertà, ma loro, rischiavano di vedere sfumare il futuro che avevano pianificato così bene, fatto di massimi voti alla maturità e dell’ingresso nelle prestigiose Università a numero chiuso. Discutemmo a lungo ai tavoli del bar del Duomo, la maggioranza di noi conveniva che non poteva trattarsi che dell’autista della gita in pullman. Però, insomma, non era una cosa semplice da risolvere, quello era un gran malacarne e sicuramente aveva deciso di spillare altri soldi al professore. “Denunciamo il fatto alla polizia.” diceva qualcuno, “no, no, non abbiamo prove – sosteneva qualcun altro – dobbiamo farlo uscire allo scoperto.”. Alla fine optammo per una sorta di ronda, un cordone di sicurezza attorno al palazzo del professore per notare movimenti sospetti, riconoscere e fotografare l’uomo e nel caso, extrema ratio, intervenire. Non sarebbe stato semplicissimo perché noi ragazzi, in classe, eravamo una minoranza, saremo stati una decina e tranne uno, eravamo tutti minorenni e senza patente. Cinque, inoltre, venivano dai paesi della provincia, si erano già fermati oltre orario il pomeriggio e quindi sarebbe stato inutile prenderli in considerazione. L’appuntamento fu fissato alle 22:00 sotto la casa del professore, arrivai in Vespone, con i fari spenti come convenuto. Sul posto c’era già l’Alfa 33 di Leonardo con a bordo gli altri elementi del commando, mi fecero cenno con gli abbaglianti, issai il Vespone sul cavalletto e li raggiunsi, quatto quatto, in macchina. Eravamo molto tesi ma anche divertiti come ci si diverte solo a quell’età. Cominciammo a fumare e ad organizzare il nostro piano d’azione. Luca si piazzò dietro un Suzuki Vitara con la macchina fotografica di suo padre e il teleobiettivo, io avevo il compito di fermare chiunque si avvicinasse al portone del condominio del professore e con la scusa di accendere una sigaretta, l’avrei dovuto fare voltare a favore di macchina fotografica; Gianni e Leonardo sarebbero rimasti in auto, pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Leonardo aveva il crick a portata di mano. Non passava nessuno, il ronco del Professore era completamente deserto, nemmeno una pizza d’asporto, nemmeno una coppia di ritorno dal cinema, niente. Stavamo per mollare e tornarcene a casa quando una figura con un giubbotto con il bavero alzato e un cappellino da baseball calcato in testa girò l’angolo. Il tizio si dirigeva proprio verso il portone del professore ma si muoveva circospetto, o almeno così mi sembrava, Io avevo il cuore in gola. L’uomo si fermò davanti alla pulsantiera del citofono, io spuntai fuori dal buio e chiesi: “mi scusi, ha da accendere?”, ma avevo la gola secchissima e mi uscì una specie di rantolo sofferente, l’uomo ebbe un sussulto di spavento e si voltò di scatto, io trasalii e istintivamente feci un passo indietro, Luca da dietro il Vitara cominciò a gridare: “È lui! È lui!”. Leonardo mise in moto l’Alfa 33 e partì sgommando verso di noi, suonava il clacson come un pazzo, Gianni brandiva il crick e gridava: “bastaddo!”. L’uomo era terrorizzato e cominciò a correre, si mise a gridare: “Aiuto! Aiuto!”. Alcune finestre che davano sul ronco si accesero, qualcuno uscì sul balcone. “S’è cacato addosso! – esultava Leonardo – andiamolo a pizzicare, diamogli la bella”. “Ma che cazzo dici? – cercai di dire con un tono autoritario mentre ridevo – leviamoci di qua che si stanno affacciando tutti. Vediamoci dietro la scuola”. Luca salì in macchina, io accesi il Vespone e sparimmo. Ero l’unico a dire che avevamo sbagliato e che quello era un povero cristo che non c’entrava niente. Luca invece ne era certo: “L’ho fotografato, l’ho visto benissimo con lo zoom! Cazzo era lui al 100%.”. “Lunedì porto il rullino a sviluppare da Valvo, lo pago io, non mi interessa, e poi vediamo chi ha ragione.”. Ci lasciammo così, con la parola di tenere la cosa per noi fino a quando non avremmo avuto le prove certe. Invece quando il lunedì arrivai a scuola, i miei compagni si erano sparati la chiappera e per farsi belli con le ragazze, raccontavano di delinquenti messi in fuga, inseguimenti mozzafiato e scontri a fuoco. Leonardo era il più su di giri, già di suo era fissato con armi da fuoco, sopravvivenza, arti marziali estreme e questa esperienza lo aveva caricato a molla e voleva raccontare tutto. A terza ora arrivò il professore, io cercai di dissuaderlo, di prendere tempo, di aspettare le fotografie per avere un riscontro certo ma lui non voleva sentire ragioni. Si lanciò in un discorso confuso e zoppicante, per fortuna la prese molto alla larga, disse o cercò di dire che tutti i problemi hanno una soluzione, che non si doveva sentire da solo, che la storia delle minacce era finita e che non c’era motivo per chiedere alcun trasferimento. Il professore lo ascoltava allibito e alla fine chiese: “ma quale trasferimento?”.

“Professore, non ci deve lasciare, ci rovina. Abbiamo risolto tutto e nessuno la minaccerà più”.

“Leonardo ma che minacce? Non ti capisco.”.

“Ma come quali minacce? Quelle dell’autista di Amato, il bastardo c’ha riprovato ma è scappato, l’abbiamo fatto scappare, non ci prova più. Stia tranquillo, è finita.”.

“Leonardo, non ho capito niente del tuo racconto e comunque sai che apprezzo il vostro modo di scherzare e la vostra giovine creatività, ma al contempo, sai benissimo che detesto la violenza e le storie che la usano come espediente narrativo fine a se stesso. La violenza è una cosa atroce che si manifesta anche quando nessuno se l’aspetta. Lo sapete che sabato sera un signore che abita nel mio palazzo è stato aggredito da dei balordi? Pensate che ai tempi di Scelba sarebbe mai potuto succedere?”.

In classe calò il silenzio, io feci un cenno agli altri del commando come a dire: “appena inizia la lezione, andiamo in bagno e ce la discutiamo.”, poi Marilena prese la parola e chiese: “Professore, mi scusi, ma quindi non è vero che ha chiesto il trasferimento?”.

“Ma che  trasferimento e trasferimento,  tra due anni vado in pensione…che motivo avrei? Avanti, bando alle ciance, oggi abbiamo letteratura latina, chi vuole leggere Tacito? Anzi, prima di iniziare, visto che me lo avete ricordato… Carla, il signor Amato ha chiamato per chiedere scusa?

“No professore, non ancora, mi dispiace.”

“Non fa niente, chiamerà.”.

Io mancio italiano

La lettura del tuo messaggio, credimi, mi ha riempito il cuore di gioia. Ho riso di gusto come non mi capitava da qualche giorno e per questo ti ringrazio. In tempi duri come questi, la tua offerta commerciale va premiata, affanculo gli errori. Evviva la tua decisione di scommettere sul terziario: una porta che si spalanca sul futuro, una ventata di aria fresca in una città di saracinesche chiuse. Tieniti pronto, accendi quei forni, perchè giuro che lunedì ti chiamo, anzi ti mando un messaggio wutzupp perchè due scacciate cu l’aiti (ce l’hai?) e una teglia di pizza cenuina non me le leva nessuno! Ah, pacherò in contanti… Cordialità.