Tournée

Mi sono svegliato per via di un rantolo preoccupante, ho avuto paura, pensavo di essere io, ma riprendendo lucidità ho capito che proveniva dalla brandina accanto alla mia. Era Leo, forse stava soffocando. Quella notte alloggiavamo nella sala prove sopra il club dove ci eravamo esibiti, il proprietario ci aveva chiusi dentro, sarebbe venuto a svegliarci l’indomani, alle dieci. Sul soffitto, una gigantesca ventola per il riscaldamento sputava fuori aria caldissima che si mescolava all’odore pungente del sudore del metallaro – tipico di molte sale prova – e al tanfo di una moquette talmente vecchia e polverosa che anche gli acari che la abitavano avevano imparato a suonare Kill‘Em All. Erano le cinque del mattino, avevamo mezza bottiglietta d’acqua in due e saremmo dovuti restare lì dentro altre cinque ore.

Il fatto è che ero stato abituato bene, perché prima che iniziassi a fare il musicista – nel senso di tentare di mantenermi con i proventi della musica, disco fuori, tour promozionale e tutto il resto – avevo vinto con la band un concorso musicale a Bologna. Iceberg si chiamava e oltre a un lauto premio in denaro – che ci permise di registrare un Ep di 5 brani che fu recensito bene e ci rese appetibili ad alcune case discografiche indipendenti – ci garantì la partecipazione ad Enzimi, un bellissimo festival che si svolgeva ogni anno a Roma. Fu come l’avverarsi di un sogno, perché quelle 24 ore romane furono esattamente quello che io avevo sempre immaginato dovesse essere lo standard di una carriera musicale. Arrivammo in furgone da Bologna e ci trovammo davanti un palco enorme montato in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini. Ci fu assegnato un camerino: dentro c’erano divani, specchi, il cartello alla porta con il nome della band e una montagna di asciugamani soffici e profumati. Il soundcheck fu meticoloso e accurato e tutto lo staff era gentile con noi e pronto a esaudire qualsiasi richiesta, Quella sera avremmo aperto il concerto dei Thrills, un gruppo irlandese dall’attitudine californiana, che quell’anno era sulla cresta dell’onda con il singolo Big Sur. La serata fu meravigliosa, il concerto tirato ed emozionante. Trascorremmo la notte in un hotel 4 stelle, tutto legni pregiati e acciaio, piscina sul tetto e colazione alla carta. Ero in estasi.

La realtà però si dimostrò differente. Stavamo fuori dal giovedì alla domenica, macinavano chilometri di autostrada e viaggiavamo leggeri: strumento, amplificatore e un bagaglio personale. Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Prato, Perugia, Siena, Pisa, Genova, Torino, Milano, Padova, Verona, Forlì, Rimini, Ancona, Pescara, Fano, Roma, Napoli, Salerno, Potenza, Cosenza, Bari, Reggio Calabria, Siracusa, Enna, Palermo e tanta, tantissima provincia.

Ora, in quel periodo della mia vita, girare l’Italia in lungo e in largo, suonare nei club dei piccoli circuiti indipendenti, davanti a un pubblico meraviglioso e sempre diverso, era il massimo che potessi chiedere. L’emozione che provavo quando degli sconosciuti si mettevano a cantare le nostre canzoni era indescrivibile e forse, ancora più forte di quando senti per la prima volta un tuo brano alla radio. Il problema era andare a dormire, o almeno, quasi sempre era quello. Nessuna sostanziale differenza tra nord o sud; città o provincia; festival o data singola: lo standard di alloggio a questi livelli era terribilmente scadente e a nulla serviva la scheda tecnica che il nostro management inviava regolarmente ai promoter delle serate. Non è che avessimo grandi richieste, il minimo indispensabile, giusto un camerino per poterci cambiare, dell’acqua e qualche lattina di birra, una cena per quattro, un parcheggio custodito per il furgone, un punto luce per il banchetto con il merchandising e un alloggio dignitoso.

Invece: alberghi senza stella davanti alle stazioni, bagni fatiscenti al piano, in quattro in una stanza di B&B con un letto matrimoniale e una culla; appartamenti da dividere con sconosciuti, ospiti di un santone che voleva convertirci, nel salotto della casa dei genitori (in pigiama) di un promoter locale, posti letto sostituiti da amache, case di campagna diroccate e alloggi del personale stagionale. Più passavano i giorni, più esperienza accumulavamo, più diventavamo disillusi. Una volta in Veneto ci scaricarono in una casa di campagna in mezzo al nulla. Dentro ci saranno stati 40 gradi, nel frigo rotto c’erano dell’acqua, una birra Moretti da 66 già aperta e tre confezioni monodose di marmellata di albicocche. Alle finestre sbarrate, dei cartelli a lettere cubitali: NON APRIRE VESPE ASSASSINE!!!

Ogni sera mi disperavo e giuravo agli altri che sarebbe stata l’ultima volta, ogni mattina mi svegliavo per primo con la voglia irrefrenabile di andare a suonare nella prossima città. Sì perché in verità, secondo me, non c’è nulla di più formativo che andare in tour. Non c’è stage, non c’è intership, non c’è Erasmus che tenga. Il mio unico dispiacere è stato di non averlo potuto condividere con Stefano. La sua uscita dal gruppo qualche mese prima dell’incisione del nostro primo album, ebbe per me strascichi molto peggiori di quanto la dipartita di John Frusciante ebbe per i Red Hot Chili Peppers. Anche perché i RHCP presero Dave Navarro che è un grande chitarrista e si spararono subito un album pazzesco come One Hot Minute, noi invece ci ritrovammo con un batterista che sì, era anche bravo, però non aveva nulla a che fare con noi, con il nostro modo di essere, di vedere le cose, con l’ironia e nemmeno con la nostra musica. Insomma, con l’uscita di Stefano in un colpo solo perdemmo un batterista straordinario, un autore raffinato e un amico sincero e questo, per come la vedo io, fu l’inizio della fine.

Certo, c’era Leo, indistruttibile, indefesso, sconvolgente, irritante, ingenuo, un comunicatore a sua insaputa, un animale da palcoscenico inconsapevole. Quando lo conobbi, viveva in una specie di limbo: era un pallanuotista bistrattato dai compagni di squadra per i suoi interessi culturali e un rozzo chitarrista hard rock, inviso ai metallari duri e puri. Leo però celava una sensibilità sorprendente perchè dalla sua aveva questa cosa della spontaneità che rendeva tutto facile, una vocalità niente male che maturò nel corso del tempo e una musicalità genuina che esplose inarrestabile dopo pochissime prove insieme. Diventammo amici e con il sommarsi delle date, imparammo anche a conoscerci meglio e a stemperare i limiti reciproci. Io sorvolavo sui momenti di black out delle sue sinapsi, tipo quando improvvisamente, dalle parti di Scordia, in preda a deliri razzisti e paure immotivate, decise di mimetizzarsi spacciandosi per siciliano e con forte accento bolognese diceva a tutti quelli che incontrava “Uelà! Sciamo tutti ziziliani!”; lui invece glissava sui miei atteggiamenti dittatoriali, le mie fobie sullo sporco, i germi, i piatti di pasta al sugo e le sparate da prima donna e mi lasciava sempre il giaciglio migliore.

Dopo le prime date ognuno di noi aveva preso le proprie contromisure per sopravvivere. Io mi portavo dietro un trolley carico di cambi, un sacco a pelo e dei guanti di lattice; Leo aveva optato per una soluzione minimal: valigetta 24 ore contenente 3 paia di mutande, una t-shirt (di solito era quella con la scritta Zanza) e un cuscino. A differenza mia, che dovevo cambiarmi ogni sera, Leo sul palco praticamente non sudava, inoltre, aveva mutuato non so dove e poi trasformato in un dogma, quella che lui chiamava la “tecnica della ripresa” secondo la quale, un indumento indossato per 24 ore, ritorna intonso (si riprende, appunto) se posto tutta la notte fuori dalla finestra. La tecnica vale per tutti i capi ad eccezione delle mutande.

Si chiama gavetta ed è sempre spietata. Solo pochi riescono a farne tesoro, la maggior parte si perde per strada, non regge, si confonde, prende altre direzioni, non ci crede fino in fondo. Spesso non basta nemmeno crederci fino in fondo. È quello che è successo a noi. Io a dire il vero avrei continuato ancora un po’, nonostante le trasferte di seicento chilometri, i casini coi soldi, le cene precotte e i materassi alla Trainspotting. Avrei continuato per sentire ancora il brivido prima di iniziare un concerto, la soddisfazione che ti prende quando apri il live di una band americana o europea e tutto il pubblico è lì per ascoltare loro e non ti si fila per niente ma poi, pezzo dopo pezzo, riesci a conquistarli e alla fine, qualcuno si compra pure il tuo album, viene al banchetto e ti fa i complimenti. Niente da fare, la nostra avventura musicale si andò ad esaurire per varie ragioni che adesso, a distanza di più di dieci anni, non avrebbe nemmeno senso rivangare. Discutemmo io e Leo, senza mai litigare, punti di vista differenti, soluzioni inefficaci e troppo rispetto reciproco. Con il batterista manco ci parlavo più, il suo apporto era sempre stato del tutto pleonastico.

L’ultima data fu in Calabria, sul mare, ad agosto, dalle parti di Roccella Jonica. Sapevo che quella sera avremmo suonato male, che la malinconia che mi portavo dentro avrebbe condizionato l’esibizione, ma alla fine nessuno si accorse di niente, il pubblico applaudiva convinto e noi, pezzo dopo pezzo, terminammo la nostra scaletta. Il batterista smontò la sua roba e nottetempo tornò dalle sue parti, era campano, io e Leo restammo fino alla chiusura per farci dare i soldi. Ci portarono in un appartamento fatiscente, avremmo dovuto passarci la notte dividendolo con il personale del locale. Leo scelse per se un buon materasso e poi, come sempre, lo cedette a me. Era l’ultima volta, apprezzai il suo gesto ma invece di coricarmi gli dissi: “Dai Leo, raccattiamo le cose e andiamocene a Siracusa, ci vediamo l’alba dal traghetto”.

 

 

Selvaggi

Le escursioni mi mettono sempre una sete bestiale, perciò questa volta, dopo le esperienze e tutti gli errori del passato, dopo aver finalmente sostituito la vecchia borsa a tracolla della Eastpack con uno zaino con due porta bottiglie integrati, mi sentivo pronto e adeguatamente equipaggiato. Quel pomeriggio avevamo deciso di andare a Shi Shi Beach, una spiaggia da mille e una notte che si trova sulla costa nord del Pacifico, all’interno della riserva degli indiani Makah nell’Olympic National Park, Stato di Washington.

L’Olympic National Park è un luogo incantato, dal 1981 – a ragion veduta – è patrimonio dell’umanità: chilometri di costa incontaminata, una catena montuosa con annessi ghiacciai e un pezzo gigante di foresta pluviale come all’equatore, solo che qui siamo a pochi chilometri dal confine con il Canada. 

La sera prima eravamo a Forks, qui ci ambientarono la saga di Twilight, ma a dire il vero, in giro non c’è traccia di vampiri stilosi e hype,  solo molta gente semplice. Hanno una pizzeria – Pacific Pizza si chiama – e un paio di bar con cucina, biliardo e Jukebox. C’eravamo goduti il tramonto spettacolare di Rialto Beach, che è una spiaggia molto frequentata dai surfisti e turisti. L’oceano trasportava una nebbiolina glaciale e noi ci eravamo accomodati accanto ad un falò di comunità, lasciato acceso da un gruppo di ragazzi che erano andati via. Il sole scendeva lentamente e dal campeggio libero dietro la fila di alberi che delimitava la spiaggia, arrivavano profumi intensi di brace, affumicature con legni pregiati e profumo di grigliate miste. Stavamo morendo di fame. Avevamo saltato il pranzo, così ci siamo messi in macchina e siamo tornati verso Forks. Lì, come ci succede sempre, ci siamo accorti che era troppo tardi: il tizio degli hamburger aveva chiuso la cucina, il supermarket sbarrato, la pizzeria non prendeva più ordinazioni. Eravamo disperati, stavamo lì, a due metri da questo gigantesco forno elettrico che continuava a sfornava le pizze dei clienti in attesa, senza poter fare niente. A nulla sono valse le capacità oratorie e persuasive di Donatella, non c’era verso, i gestori erano inamovibili e pignoli come il signor Dante.

Il signor Dante era il proprietario di una pizzeria in via Filisto, a Siracusa, alla fine degli anni ‘60. Mio padre mi raccontava che Dante l’aveva aperta una decina di anni prima, il quartiere, allora, era in espansione, il boom economico garantiva ai clienti qualche soldo da spendere fuori casa e lui faceva affari d’oro. Poi, con il passare del tempo, probabilmente per una serie di fattori diversi, il locale cominciò ad andare male. Dante, stoico, rimase lì, a guardia del passato, tra il banco circolare con i condimenti e il grande forno a legna. “Che ha pagato Pippuzzo?” chiedeva alla cassiera, indicando mio padre. Ormai si conoscevano da anni, da quando cioè mio padre era un ragazzino e adesso che viveva da solo, perché i suoi genitori si erano trasferiti a Enna, quando poteva, cercava di aiutarlo comprandosi una pizza d’asporto.

“Una maggherita signò Dante.” replicava precisa la ragazza.

“Pronta in 5 minuti.” Faceva lui mentre aveva già iniziato a stendere la pasta.

Il Signor Dante più che un pizzaiolo era un chimico molecolare, centellinava gli ingredienti con una precisione esasperata, mai una goccia di salsa di pomodoro in più, mai un pezzetto di mozzarella fuori posto, perfino l’aggiunta di una lacrima d’olio d’oliva, avveniva con un gesto velocissimo, quasi da prestigiatore, attraverso una bottiglia di vetro verde dal beccuccio stretto e sul quale poggiava pure il pollice per ostruirne l’uscita.

“Signor Dante, che fa, gliele aggiunge due olive?” chiedeva mio padre.

“Eh no! Poi diventa una Romana…” sentenziava Dante.

Comunque, quella sera a Forks, io ero disposto a spacciarmi per pizzaiolo – uno di quelli campioni del mondo che ci sono dalle nostre parti – ero pronto a farmela da solo la pizza, poi, per fortuna, una comitivona di giapponesi, mossa a compassione, ci ha offerto una delle pizze in più che avevano ordinato. Per sdebitarmi ho offerto loro un giro di Dottor Pepper, perché questa volevano. Ora, io non so se avete mai bevuto la Dottor Pepper, ma probabilmente è la bevanda più disgustosa sulla faccia della terra. Un mix di Coccoina: la colla alla mandorla; amarena e caramello. La provai con l’entusiasmo del novizio la prima volta che andai negli Stati Uniti e giurai che non l’avrei bevuta mai più. Comunque, la pizza in più si chiamava Rainbow ed era preparata con pesto alla genovese, mozzarella, peperoni gialli, salame, crema all’aglio e origano. Prima di servirla, il pizzaiolo, l’ha resa unica apponendo una sigla (le sue iniziali?) con uno spruzzo di formaggio spray. Scrivendone oggi sembra incredibile, ma lì, quella sera, a Forks, mi sembrò perfino buona.

L’indomani, dopo cinquanta miglia di tornanti a 40 chilometri orari di limite, siamo finalmente arrivati a Neah Bay, dove Donatella aveva trovato un cottage sulla spiaggia – Hobuck Beach Resort si chiamava – a un prezzo davvero stracciato. Donatella negli anni ha sviluppato questa skill fondamentale: abbandonati i soliti Expedia e Booking ha scovato un paio di siti americani che, se ci si trova nel posto giusto, al momento giusto e si ha l’ardire di aspettare fino all’ultimo istante, tipo asta on-line, si prendono ottime stanze a prezzi convenienti.  

Mentre scaricavamo i bagagli e prendevamo possesso dell’alloggio, notavo che gli occupanti degli altri cottage scaricavano provviste su provviste: casse di birra, sacchi di patate, pannocchie di mais, dispenser di salse, chili di carne e di pesce. Noi ci siamo sistemati e siamo subito risaliti in auto direzione Shi Shi Beach. Il programma era: facciamoci questa escursione, stiamo un po’ in spiaggia, torniamo prima che faccia buio, facciamo un po’ di spesa, compriamo due hamburger, del cheddar a fette, l’insalata e una di quelle confezioni di birra da sei, ci docciamo e ceniamo in veranda, in riva al mare. 

Abbiamo parcheggiato l’auto in un piccolo slargo e da lì, imboccato il trail per la spiaggia. Per raggiungere Shi Shi Beach bisogna affrontare un percorso a piedi di circa tre chilometri e mezzo all’interno della foresta. Il terreno è fangoso e rende il cammino incerto e difficoltoso, la vegetazione a tratti diventa fitta e quasi impenetrabile e l’umidità sfida le percentuali siracusane. Insomma, una faticaccia. Durante il percorso non abbiamo incontrato nessuno, eravamo completamente soli e la cosa ci angosciava un po’ perché pensavamo di avere sbagliato strada. Poi, dopo due ore di cammino, abbiamo cominciato a sentire l’oceano – il suo rumore potente e sfacciato non ha nulla a che vedere con quello del mare – e ci siamo tranquillizzati. Abbiamo raggiunto un costone a picco sulla spiaggia, seguito una freccia che ci indirizzava verso un pendio più morbido e ci siamo calati con una corda che si trovava già in loco. Questa cosa della corda, detta così, sembra assurda, ma è stato più semplice di quanto avessi mai potuto immaginare.

Shi Shi Beach toglie il fiato e si merita questa fatica. È sconfinata, bellissima, cangiante nei colori e nelle atmosfere. Faraglioni pieni di vegetazione, enormi tronchi d’albero levigati dal mare e poggiati sulla sabbia, animali del bosco e una luce indimenticabile. I surfisti cominciavano a raccogliere le cose per tornarsene indietro, altri invece si erano attrezzati con tende e fuochi per passare la notte, noi ci siamo sdraiati su un tronco gigante ad ammirare questo scorcio di mondo incontaminato. Poco prima del tramonto siamo andati via, non potevamo fare altrimenti, non avevamo nemmeno una torcia e francamente, l’idea di scalare una parete con una fune e rifarci due ore di trail nella poltiglia, al buio, non ci attirava per niente.

Siamo arrivati al parcheggio stanchissimi, infangati e disidratati. Il ritorno è stato più faticoso dell’andata, in alcuni momenti mi sarei lasciato cadere a terra stremato, solo una cosa mi spingeva a proseguire: l’idea di bere una birra ghiacciata nella veranda sulla spiaggia. Pensavo ardentemente ad una di quelle Budweiser con il tappo a vite che hanno loro, quelle che si bevono non appena entrano in casa, aprono il frigo, svitano il tappo senza camurrie del tipo: “ma dov’è l’apri bottiglie?”, accendono il baseball in Tv e si arricriano.  

Attratti da un cartello che pubblicizzava la vendita di carbonella homemade con legno di melo, cedro e ciliegio, ci siamo fermati davanti a questo mini market con annessa pompa di benzina, lo gestiva una famiglia di indiani Makah e abbiamo acquistato un sacco da 10 libre. Inconsciamente mi si è acceso come un campanello d’allarme, un segnale che mi avvertiva che c’era qualcosa di strano, ma sul momento non ci ho fatto caso, eravamo in ritardo sulla tabella di marcia e non volevamo trovare chiuso l’unico supermarket del posto. Siamo risaliti in macchina, ma abbiamo percorso solo pochi metri perché in uno slargo poco distante, un indiano Makah vendeva dei sacchetti pieni di cherry tomatoes di tutti i colori, ne abbiamo comprato uno e siamo ripartiti. Finalmente siamo arrivati al Washburn General Store e lì si è consumata la tragedia. Sì, perché a Neah Bay gli indiani Makah gestiscono tutto e gli indiani Makan praticamente non mangiano carne, hanno una tradizione millenaria di pesca e di caccia alla balena, ogni famiglia si fa le sue conserve e quel poco di carne che mangiano gli arriva il mercoledì. Era martedì sera, gli scaffali erano praticamente vuoti, c’erano dei nachos, del pesce sotto sale, dei tranci surgelati di merluzzo in pastella e qualche confezione di gelato Häagen-Dazs. Il campanello d’allarme ha iniziato a suonare di nuovo, questa volta all’impazzata, ho cominciato a correre tra i corridoi semi vuoti, ero in uno stato alterato di coscienza. “Non può essere, non può essere!” continuavo a ripetermi tra me e me, ma in realtà avevo capito tutto. L’avevo già capito al mini market della pompa di benzina, ma il mio inconscio, forse per proteggermi, me lo teneva nascosto: gli indiani Makah sono astemi. Cazzo! Gli indiani Makah non vendono né birra né qualsiasi altro alcolico, cazzo, cazzo! Per di più nel corridoio delle bevande era rimasta solo la Dottor Pepper e della Fanta alla mela. 

Mi è crollato il mondo addosso. Ero sudato, infangato, stanco, demoralizzato e incazzato. Inveivo ad alta voce contro le minoranze etniche, contro le riserve indiane e il fallimento delle politiche di integrazione del governo federale.

Donatella si è avvicinata per consolarmi, mi diceva: “dai, facciamo il pesce alla griglia, abbiamo il pomodoro, compriamo il gelato macadamia brittle, accomodiamo.”. Non c’è stato verso, io volevo solo una stramaledettissima birra.

L’indiano Makah alla cassa era impassibile, nemmeno ci guardava, quando ha alzato lo sguardo verso di me, per un attimo ho pensato che capisse l’italiano, mi ha scrutato da capo a piedi e ha fatto una faccia come a dire: selvaggio. 

Su i stissi de gay prait – il glossario dei commenti sulla manifestazione Sea Watch 3

– Siete la veggogna e vi dovete veg bicotti.

– Il Pd a fato entrare tuti i terroristi vedetevi la televisione che lo dice

 – Perche non fate protesta per chi non a lavoro è deve lavorare in nero

– Io non sono ne razzista ne omofrobo ma per me devono morire tutti i negri e i calamari

– Se non ero fuori sete vi tirava le uova marcie

– Antate a cogliere patate e poi vetiamo se volete ancora i negri nella patria?

– Delinguenti vi hanno arrestare a voi.

– Prima avreste a dare a solidarietà hai dipendenti delle ex provincie e Siracusa risosse senza stipentio no ai 4 zulu.

– Ma sta capitana carola picchì non si li ha portati a casa sua invece che ha stato tutti sti giorni a larco.

– Sbaccaro i scimiuni dicalafici.

– Chi nanifedtava per Carola e vicino alla Guardia di Finanza che esegue oddini dal ministro da cui? Vero o no.

– Io o scelto e stò colla finanza e con tutte le istruzioni.

– I leggi del governo del popolo non si toccano no ca trasi nella nave nel porto cioè stiamo propio abbabbiando.

– Ma che avete fatto peri terremotati cornuti.

– Su i stissi de gay prait.

– Prima avreste a tornare a scola per studiare quanto è cattiva a germania è ithler non l’avete sentito mai bestie.

– Comantante Carola o fanculo a tia e anche al sindaco falliti.

– O facitivi i subbizza.

– A fimmina tedesca e a barca olandese ma vi pare normale? Sa che stanno combinando.

– Siete solo radica sceack.

 

Happy Hour

Peppere il fine settimana lo trovavi al Mutenye, in via del Pratello e io proprio con Peppere volevo parlare perché era l’unico che mi capiva e che mi stava ad ascoltare. Bevevamo birra e ci raccontavamo le cose. Lui sapeva tutto perché lo avevo sempre aggiornato, passo dopo passo, emozione dopo emozione. Questa storia era diventata quasi di dominio pubblico, perché io ero proprio preso e sinceramente, non è che fossi uno sfigato, anzi.

Certo, ero fuori corso all’università – al Dams per giunta – però suonavo il basso in una band indierock abbastanza quotata in città, provavo a fare l’autore, conducevo due programmi radiofonici e vivevo da solo in un monolocale in centro, insomma, non mi potevo lamentare.

Raccontai a Peppere le ultime novità e di quel numero di telefono (numero – spazio – numero – spazio – numero) scritto al posto dell’oggetto di una mail vuota che avevo ricevuto nel pomeriggio. Peppere non ebbe nemmeno un dubbio e mi disse: “Emi, chiama.”.

Trangugiai la mia Augustiner Bräustuben in un sorso, mi feci coraggio e composi il numero sulla tastiera del mio Philips Genie. Dall’altra parte il telefono suonava a vuoto: uno, due, tre, quattro squilli, persi il conto, stavo per mettere giù, ma lei alzò la cornetta e iniziò a suonare Gymnopedie n.1 di Erik Satie e per me fu come essere sparato in orbita. Ero un romantico, lo ammetto, farcito di romanzi di Dostoevskij e di John Fante, sonate di Beethoven e sinfonie mahleriane e la semplicità di quelle settime maggiori, l’ingenuità di quelle dissonanze e quel lento incedere in ¾ mi sconvolse. Ero felicissimo. Certo, lei viveva a 800 km di distanza, ma lì, in quel vicolo buio e puzzolente di piscio, tra il Mutenye e il carcere minorile, per la prima volta capii quanto era ingiusta la vita e come dovevano sentirsi quei giovani detenuti che avevano le celle che affacciavano sulla strada del divertimento, dei sogni e della perdizione bolognese.

Tutto nacque perché mi ero trovato impelagato in una polemica sulle pagine di un noto settimanale musicale, avevo letto qualcosa che non condividevo per niente e decisi di rispondere con una lettera piena di vibrante indignazione. La lettera fu pubblicata sul numero successivo della rivista e nei giorni seguenti cominciai a ricevere una serie di e-mail da persone che commentavano quello che avevo scritto. Fra queste c’era la sua. Non ricordo cosa scrisse e non ricordo cosa le risposi ma da quel momento cominciammo a scriverci con regolarità: prima ogni tre o quattro giorni, poi quotidianamente, poi più volte al giorno. Parlavamo di musica, arte, letteratura, amicizia, amore, di noi, di quello che facevamo, di quello che avremmo voluto fare. Lei mi mandò le sue fotografie, io le mie, con posta tradizionale ci inviammo i cd con le nostre canzoni, i provini, i demo tape. Ci scambiavamo consigli e suggerimenti, lei mi correggeva la forma di alcuni testi in inglese, io le suggerivo il nome per un progetto di bossa nova che stava mettendo su per l’estate: “Orly!” le dissi, l’aeroporto parigino che negli anni ‘60/’70 fu lo scalo degli esiliati brasiliani dal regime dei generali. Samba de Orly, tra l’altro, era un pezzo di Toquino, Chico Buarque e Vinicius de Moraes il poeta, quello di “la vita è l’arte dell’incontro”, che all’epoca era una frase a cui attribuivo una moltitudine di significati.

Furono dei mesi intensi e sconclusionati che andarono ad intaccare la mia vita per come era stata fino ad allora. Dopo le prove con la band, per esempio, non mi fermavo più a cazzeggiare coi ragazzi ma tornavo subito a casa. Stessa cosa in radio, finivo il programma e scappavo via per poterla chiamare o per essere chiamato. Avevo anche un paio di flirt – mia nonna avrebbe detto “delle simpatie” – che cominciai a trascurare malamente. All’università poi, figuriamoci, andavo solo per i pochi esami rimasti. L’unica cosa a cui non rinunciavo era la saggezza di Peppere e le birre bavaresi del Mutenye.

Peppere cercava di farmi ragionare, capiva quello che provavo, ma sosteneva che questa storia, in queste condizioni, con questi ritmi, non poteva durare, non aveva senso. O decidevamo di vederci nell’arco di dieci giorni o era meglio chiuderla lì. Io ero d’accordo. Questa consapevolezza però mi scombussolava. Presi tempo ancora qualche giorno, poi, la invitai al concerto di Joseph Arthur a Modena.  La radio dove lavoravo mi permetteva di avere accrediti e biglietti gratis e io ne approfittavo più che potevo. Joseph Arthur poi era uno dei miei cantautori americani preferiti ed era appena uscito il suo nuovo album che conteneva una canzone, Honey and the Moon, che sembrava scritta per me. Lei all’inizio era entusiasta, poi mi comunicò che non sarebbe venuta, che non se la sentiva. Ci rimasi malissimo anche perché il concerto fu straordinario e molto intimo perché Joseph Arthur non lo conosceva nessuno e in sala saremo stati una trentina di spettatori al massimo.

A poco a poco i nostri contatti telefonici si diradarono, entrambi avevamo ripreso a fare quello che facevamo prima di monopolizzarci a vicenda. Ci sentivamo ancora, una volta al giorno, ci raccontavamo le nostre rispettive giornate ma come in una routine, senza il trasporto di prima. Entrambi eravamo come in attesa che uno dei due trovasse il coraggio di troncare definitivamente. Poi un giorno chiamai e lei non rispose, riprovai dopo qualche ora ma niente, squillava a vuoto, poi ancora e ancora, zero, tentai la sera, ma senza successo. Passai una notte agitata. “Ma come? – mi ripetevo – ma si fa così? Ma nemmeno una parola d’addio?”. Sì, con il senno di poi, era l’unica cosa da fare ma in quel momento non riuscivo ad accettarlo. La mattina seguente raccolsi tutte le sue cose: i regali, i dischi, i biglietti e andai alla Posta di piazza Minghetti, feci un pacco celere e le rimandai tutto indietro. Corsi da Peppere, era al Mutenye, parlava con Sante, il proprietario, lo tirai via e ci sedemmo nello stesso tavolino dove qualche mese prima tutto era cominciato.

Gli spiegai come mi sentivo, come sollievo e angoscia si scontrassero dentro di me e di come l’angoscia stava vincendo a mani basse. Gli raccontai del gesto sconclusionato e infantile di rispedirle tutto indietro e gli confidai che prima di farlo, avevo masterizzato una copia del cd con i suoi pezzi. Peppere mi ascoltò senza battere ciglio. Poi mi disse: “Lo sapevi che sarebbe andata a finire così.”.

“Certo – gli risposi – ma è stato comunque terribile.”.

“Tutte le cose belle finiscono prima o poi, dai retta a me, l’importante è esserci e viversele nel presente…”.

“Ma… mi parafrasi Biagio Antonacci?”.

“No, scusa, è che mi sono distratto perché sono quasi le 21:00 e sta finendo l’happy hour. Te la bevi un’altra?”.

“Sì, assolutamente.”.

Cover Band

Non siete stanchi di suonare per la dodicesima volta davanti a vostro cugino la cover della Mannoia che non vi viene nemmeno così bene?

Nel tentativo di mediazione tra i diritti all’espressione artistica e alla movida e quelli alla tranquillità e al giusto riposo di chi l’indomani deve andare a lavorare, si tralascia – oltre a regolamenti e leggi (il decibel è unità di misura internazionale tranne a Siracusa) – un elemento fondamentale e per quanto estremamente soggettivo, assai dirimente: ma non è che 9 volte su 10
suonate di merda?

No, perché secondo me, in questa faccenda, l’aspetto qualitativo ha un peso gigantesco. Con tutto il rispetto per chi si guadagna il pane suonando (l’ho fatto per anni), sono convinto che propinare 2 ore di cover arrangiate in maniera discutibile, suonare con le chitarre scordate calanti, montare il piatto china e la doppia cassa per il live in pizzeria, portare avanti il dogma della tonalità originale che tante vittime ha mietuto e tante continua a mietere tra gli spettatori incolpevoli… beh, tutto questo una ripercussione devastante sull’ambiente che ci circonda effettivamente ce l’ha. Qualcuno ci ha pensato?

Cordialità

Lasciate in pace i nostri morti – il glossario commenti sul rinnovo della concessione loculi

– Nessuno deve pacareee o vincono loro i delinguenti.

– Io o pacato qualche due loculi.

– I morti devono vivere in pace.

– Il Sindaco avrebbe uscire i sold di tasca sua come ogni buon sindaco avrebbe a fare.

– Non ci vono capire pi unente che merde bastarde merde.

– Un’attra chicca del sintaco ammucciti cunnutu.

– I leccaculo lo stano pure difendento nelle mani di nudo siamo.

– Pugno di ladri arafano soldi e manciano a panza china.

– Facessero vedere questa legge sarà fatta ad hoc per frecare tutti i per bene colpentoli al cuore.

– Stu fatto che pure i motri devono pagare nu si a sentito mai.

– E una tancente bella e buona rivoluzione ci vuole.

– Io nn lo votato e ora basta sene deve andare neanche gli altri sintachi che cerano prima anno fatto quest.

– Sindaco invece di rubare soldi hai poveri perché non dai lavoro a chi a bisogno dovete assumere infemmieri i pompieri, i genti ca vono lavorare perché no fosse perche pensate solo alle tasche vostre.

– Sincado italia o taghiati a faccia a fantasia. Tu e tutta lamministrazione di siracusa fate schifo nu sai fare ne anche il sindaco vedi che siracusa a sta fannu fetiri a caputu.

– Ci stanno scassando la minchia pure hai morti.

– Italia 600 euri te li puoi scrivere ne ghiacio ma po sucari.

– Prima vedere cammelo.

– Ci andrei a parlare io co sindaco è la sua giunta fate schifo.

– Ou viriti ca vinciulo su tris a dittu ca non anno a pagare sti soddi.

– Cercano i soldi per un cimitero casta fetento è si rubbano u mammaru delle tompe e non ce manco un quartiano…

Si effettuano insalate

Il Boom di ristoranti a Siracusa, quel + 72% certificato da Unioncamere, che spara la città al vertice della classifica mondiale, ha delle controindicazioni evidenti. La prima è che un + 71% di questi ristoranti cucina di merda, la seconda è che ormai, a Ortigia, non c’è più angolo senza un menù esposto, non c’è più vicolo senza sedie e tavoli spaiati, non c’è più scorcio senza una cappa che spara aria calda e puzzolente. I limiti di questo sviluppo selvaggio e incontrollato sono evidenti, le conseguenze invece cominceremo a vederle tra qualche anno. In altre città il tema è centrale e viene affrontato e dibattuto, qui da noi si preferisce fare finta di niente.

Le sirene dei facili guadagni hanno ammaliato una moltitudine di persone senza esperienza nel settore e le hanno indotte a investire i risparmi di una vita o quello che nemmeno possedevano nella ristorazione, nell’errata convinzione che gestire questo tipo di attività sia cosa semplice e banale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il trionfo dell’improvvisazione, il tripudio del surgelato e del precotto, l’apoteosi dell’olio esausto, la disfatta del gusto, ma soprattutto, la comparsa di quei fogli A4 plastificati attaccati sulle porte dei ristoranti. C’è scritto: “Masculino 2×3”, “Pescato del giorno su massetto di patate” o “Si effettuano insalate”. Sono frasi commoventi e poetiche che nascondono i richiami alle vecchie professioni abbandonate e raccontano la storia di questa città e della sua trasformazione.

Chi legge non capisce più quello che legge. Il glossario dei commenti sull’emergenza rifiuti

– Ora cela mettiamo davanti alla casa del sindaco tutta a spazatura e poi viremu se nolla riccolgono.

– Ano levato tutti casonetti ma picchi?

– Astura ci anno dato tutti i soldi a quelli del gray pray.

– I succi rintra a casa mi stanno pigghiannu a muzzicuni bastaddi.

– Non o capito è quindi.

– E spatte ci fanno pagare la tassa rifiuti più alta d’Italia. Infatti io non ho mai pagato.

– Stiamo fetento sintaco dimentiti.

– Minchia di crascio !

– Arrivò a dittatura…ma talè ca ora mi devono dire quando posso buttare la munnizza! o fanculo.

– A Sirscuds npn fdunziopna niefte è piàù abvanti siva pfteggio we.

– Anno rotto a costringerci a essere norma di legge e le persone stanno capendo niente e sento tanti a dire : e questo dove va..e staltro…bo… con i nuovi cassonetti personale.

– Io a iettu ro baccuni suca!

– Ma unni semu, nei mao mao?

– Capace che non ce la fanno manco bruciare in campagna.

– Ingompetenti…

 

Siracusa, le tracce della maturità 2019

In esclusiva per Archimete Pitacorico, le tracce della prima prova della maturità 2019 a Siracusa. Scegli la tua preferita.

Il tabasco minaccia l’idillio tra sassa e mayonese? Il candidato sviluppi il relativo argomento in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», utilizzando, in tutto o in parte, e nei modi che ritiene opportuni, i documenti e i dati forniti da Nuccio e dal Panino di Notte.

Carrellati condominiali: opera d’arte o provocazione? Gli agglomerati variopinti trovano spazio sui marciapiede adornando la città, tra esplosioni di colore e olezzi sfacciati. Il candidato esprima la sua opinione e la motivi alla luce delle teorie sul ready made e sulla natura concettuale e astratta del capitolato d’igiene urbana.

Ambiente, Greta Thumberg, Peppe Patti e le nuove sensibilità ambientali. Il candidato analizzi le tematiche principali dei due simboli dell’ecologismo planetario e individui le strategie utili a sensibilizzare governi e opinione pubblica nel tentativo di mettere in atto un progresso sostenibile per la prossima generazione di cittadini del pianeta.

Ermeneutica Crocettiana: la sostituzione stocastica delle consonanti d, p, t, sviluppa forse una nuova concezione semiotica? Il candidato individui le strutture retorico-testuali e le conseguenti strategie di interpretazione.

I volti della disperazione nell’arte. Il candidato analizzi l’aforisma pitacorico “Caravaggio contestato, Giacometti sequestrato e anche Rodin non si sente tanto bene…” e tracci un’analisi comparata della poetica dei tre artisti, identificando il diverso approccio operativo e individuando quali livelli strutturali (tematico, iconografico, tecnico-strutturale, emotivo) convivano e siano stati spunto per la creazione di altre prestigiose opere d’arte come le trousse Mandarancia Drink, gli zoccoli del Dott. Tonelli, le scarpe della Mike e gli abiti di HUGO BSOS.