Sono tartassato da proposte commerciali di tutti i tipi: sconti, promozioni, dilazioni, prestiti, detrazioni e deduzioni. Pretendono che io acquisti servizi, champagne, auto e moto, vestiario, vacanze, oro e argento. In questi messaggi mi danno del tu, mi chiamano Signor Emiliano, mi propongono di entrare nel loro club esclusivo, tra i loro clienti fidelity, nella loro grande famiglia, ma io non li conosco, non sono solito fare acquisti da loro e non voglio entrare in nessuna grande famiglia né club esclusivo. Cestino tutto senza leggere nell’attesa che qualche genio del marketing riesca spingersi oltre e catturi la mia attenzione con una promozione tipo: acquista adesso e tra sei mesi paga Spinoccia, quello del secondo piano. Ecco, allora sì che la cosa si farebbe interessante!
Ieri ho letto un messaggio molto bello che mi ha colpito e fatto riflettere. Diceva una cosa tipo: da lunedì, quando vedrete qualcosa che non va in un bar, in un ristorante o in generale in qualsiasi attività aperta al pubblico, non indignatevi, non correte a denunciare, non sfogatevi sui social, ricordatevi che nessuno è perfetto e ognuno di noi sta cercando fare il meglio che può. Piuttosto – suggeriva il messaggio – ditelo ai gestori, lo apprezzeranno, escono da un brutto periodo e l’unica cosa che vogliono è rimettersi a lavorare… aiutiamoli, l’empatia è la soluzione migliore.
Così, quando ho notato un bar con i tavolini uno appiccicato all’altro, dove erano accomodati una ventina di teenager intenti abere mojito e moscow mule, mi sono armato del mio sorriso più sincero e ho detto al proprietario: “Buongiorno, mi scusi se la importuno mentre sta lavorando ma lo faccio a fin di bene, posso solo immaginare quanto abbia sofferto in questi mesi di lockdown e adesso, anche per lei, è finalmente arrivato il momento di ripartire, tuttavia, voglio farle notare che in questo modo, sta contravvenendo alle più elementari regole di buon senso e come certamente saprà, alle norme in materia di sicurezza e distanziamento interpersonale previste nelle linee guida del DPCM e nell’ordinanza del Presidente della Regione Sicilia che le richiama. Ne era consapevole? Comunque, mi consideri a sua disposizione per eventuali chiarimenti e/o consigli.”. Ero pronto a ricevere un sentito ringraziamento e un saluto di gomito per il mio solidale interessamento e invece il proprietario mi ha guardato e ha chiesto: “Ma tu cu spacchi sì, nu sbiro e carrabbineri?”.
– “No! solo un comune cittadino che ha a cuore la ripresa delle attività commerciali nel rispetto delle regole di salute pubblica…”.
– “Ma talè a chistu! Ancora ca sì? Cecca i iratinni… facciminchia!”.
Dopo ogni attentato terroristico di matrice islamica, dopo ogni sequestro, rilascio di ostaggio, pagamento di riscatto o perfino costruzione di moschea in terra italica, ciclicamente, ritorna nei thread e nelle discussioni il suo nome. Tu stai portando avanti le tue argomentazioni, con la consapevolezza del tempo che stai sprecando inutilmente cercando di esporre un concetto ed a un certo punto, arriva uno che, convinto di sbaragliare tutto, se ne esce con un perentorio: “e allora la Fallaci?”. Come se il solo pronunciare il nome della giornalista e scrittrice fiorentina sancisse definitivamente la fine del dibattito per manifesta superiorità. Ora, con tutto il rispetto possibile per la scrittrice e per la donna, ma a me, di quello che pensava la Fallaci dei mussulmani, m’interessa fino ad un certo punto e non perché sia prevenuto nei suoi confronti, o perché voglia santificare una religione che non conosco e ancor meno glorificare un’estremismo che aborro, ma semplicemente perché la Fallaci non rientra tra i miei orizzonti culturali. Certo, ognuno è liberissimo di prendersi i suoi riferimenti, ci mancherebbe, ma schermarsi dietro il pensiero della Fallaci per ogni aspetto che riguarda il mondo islamico non è un po’ semplicistico? Me lo chiedo perché in questi giorni, leggendo in giro tra i commenti e le notizie sulla liberazione di Silvia Romano, mi sono imbattuto in concetti interessanti, in visioni della società molto complesse, c’era chi citava Hobsbawm, chi Lévi-Strauss, o Gilles Kepel o Karl Popper. Ma davanti a questa moltitudine, davanti a questa complessità, si può pensare davvero di avvantaggiarsi sul piano dialettico e concettuale con un semplice: “e allora la Fallaci?”. Io non credo, mi sembra come se al bar, davanti ad una sanguigna discussione sul calcio, confrontando un gol di Ronaldo, un dribbling di Messi o una giocata di Salah, arrivasse uno e dicesse: “e allora Giannichedda?”. Ma voi, scusate, ma che faccia fareste? Io rispetto Giannichedda, anche Gary Medel e Angelo Palombo, però, dai, c’è un limite a tutto.
Ma cosa spinge un padre di famiglia, una mamma amorevole, ad insultare una ragazza che è stata per oltre 500 giorni, prigioniera di un gruppo di terroristi somali, spostata di nascondiglio in nascondiglio, di villaggio in villaggio, senza vedere nessuno, senza parlare con nessuno, senza sapere se e quando sarebbe stata liberata?
Ieri, quando ho visto Silvia Romano scendere la scaletta di quel volo di stato a Ciampino e ho scorto quella tunica verde, credo che insieme a me, molte persone avranno pensato la stessa cosa: “No! Poverina, e ora chi li ferma?”. E infatti: 3,2,1, via al linciaggio! Del resto era inevitabile, ci siamo abituati a vivere in una società che si alimenta di insulti, menzogne e violenza e i miserabili, i fomentatori d’odio, erano lì, pronti a commentare, infangare, spargere merda sulla vita di una ragazza che è appena uscita da un incubo.
Ma davanti alla vita che torna a scorrere libera e senza costrizioni, davanti all’abbraccio commovente con la sua famiglia, è davvero così importante che religione abbia deciso di professare Silvia Romano? Se si sia trattato di una scelta consapevole o se sia stata costretta a convertirsi, cambia forse la sostanza delle cose? Io credo di no.
Ci hanno chiesto di restare in casa per quaranta giorni, col culo seduto sul divano a guardare Netflix, cazzeggiare on line e fare la spesa con consegna a domicilio e siamo andati fuori di testa. Ci siamo sentiti oppressi, defraudati delle libertà costituzionali, impossibilitati a vivere la vita come eravamo abituati. Abbiamo fatto le vittime e pianto miseria, comprato la Playstation 4 a vostro figlio per paura che il ragazzo, in una fase così difficile, potesse soffrire troppo; ci siamo convertiti al lievito madre e al pilates; abbiamo scaricato tutto il nostro risentimento verso i runners, i bikers, quelli che andavano a lavorare e quelli rimasti senza lavoro; siamo stati in balia di virologi, Giletti e barbare d’urso; abbiamo cercato appigli di qualsiasi tipo, supporti psicologici per i nostri figli e abbiamo gridato le nostre paure ed i nostri malesseri.
Poi, viene liberata una ragazza dopo un anno e mezzo di prigionia e come se nulla fosse, pretendiamo di capire le sue scelte, parliamo a vanvera senza avere la ben che minima idea di che cosa possa lasciare dentro l’animo un’esperienza come quella che ha vissuto Silvia Romano, quali strascichi, quali paure, quali tormenti potranno accompagnarla per tutta la vita. Senza nessuna empatia, senza nessuna carità cristiana di quella fede di cui andiamo blaterando in giro, ci siamo scagliati contro di lei, l’abbiamo insultata e accusata delle peggiori nefandezze. Qualcuno saprebbe dirmi a cosa giova tutto questo? Non sarà che lo facciamo per restare impegnati? Perché concentrarci sugli altri, criticarli, sottrate tempo ed evita di pensare a che razza di persone siamo diventate? Silenzio.
I segnali c’erano tutti, lo si intuiva dalla luce sinistra negli occhi di una grande fetta di popolazione. Son bastati tre giorni, non uno di più, per costringere l’Amministrazione a tornare sui suoi passi e chiudere l’unica lingua di verde e mare di questa città che annega nella cafonaggine, nella maleducazione e nel cemento.
L’ordinanza che sancisce, per la seconda volta, la chiusura della pista ciclabile e dello slargo del monumento ai caduti, è una tegola in testa e un sonoro vaffanculo urlato in faccia a chiunque abbia affrontato questa zoppicante Fase 2 con criterio e nel pieno rispetto delle disposizioni di legge. Ora tutti i cafoni e gli incivili che si assembravano lì, incuranti delle più elementari regole igieniche e di buonsenso, si sposteranno a bivaccare sul lungomare Alfeo. Il Sindaco aspetterà un paio di giorni e poi sarà costretto ad emanare un’ altra ordinanza per chiudere anche quello. I cafoni e gli incivili, imperterriti, transumeranno verso la Marina, dove pasceranno e si moltiplicheranno fino a raggiungere il limite antropico tollerato e l’Amministrazione, sentito il parere dell’Ufficio tecnico e del Comandante dei Vigili Urbani, emetterà ancora un’ordinanza per chiudere la storica passeggiata dei siracusani. I vigili urbani, grazie a un percorso obbligato realizzato con bancarella di calia e simenza e camioncini di incrasciati, convoglieranno la mandria verso l’area del Porto Spero, approntata per lo scopo. Nei piani dell’Amministrazione, i cafoni e gli incivili, dovrebbero stanziare lì fino alla fase 8, ma le continue scorribande al Decò di via Elorina e al Lidl, costringeranno il Sindaco a chiedere aiuto delle altre istituzioni e degli stakeholders. Sperando di sfruttare il potere deterrente della fede e della superstizione, si opterà per inviare l’Arcivescovo in loco che, preceduto da un finto simulacro di Santa Lucia, permetterà di incanalare la mandria in via Columba e spingerla verso l’ex circuito dove nel frattempo, i tecnici avranno allestito il villaggio d’emergenza per i lavoratori stagionali che doveva essere montato a Cassibile.Poi, nel corso di una gigantesca riunione fiume in prefettura, dopo aver preso in considerazione l’idea di sfruttare il loro passeggiare ossessivo avanti e indietro, come diserbante naturale per l’area del parco archeologico, si opterà per suddividere i cafoni e gli incivili in gruppi da 15/20 soggetti e di affidarli ai ristoratori siracusani che potranno obbligarli, anche con la forza, a consumare pranzo e cena, legati ai tavoli di spropositati dehors, fino ad un massimo di 65 giorni di detenzione. Messi al corrente della terribile evenienza, i cafoni e gli incivili, decideranno di arrendersi e dopo aver giurato fedeltà al DPCM, faranno ritorno alle rispettive case fino ad una nuova ordinanza che riaprirà la pista ciclabile e lo slargo del monumento ai caduti e tutto ricomincerà da capo, nei secoli dei secoli.
La relazione degli artificieri non lascia adito a dubbi, non si tratterebbe di un vero e proprio ordigno ma di un agglomerato di rifiuti altamente instabile che il Sig Patanè (nome di fantasia), un cittadino siracusano, evasore totale Tari, avrebbe abbandonato nottetempo sul ciglio della strada. “Non mi hanno concesso le chiavi dei carrellati e non sapevo cosa fare.” sono queste le prime parole del Patanè ai cronisti. Dagli esami scientifici, l’ordigno, racchiuso all’interno di un resistente involucro di stagnola, sarebbe stato confezionato con 40 giorni di avanzi di carne di cavallo, sbizzero, valdostane, pollo, funchetti, ogghiu re pipi, tabasco, patatine e sassaemayoness, tutti cibi di cui il Patanè sarebbe ghiotto. Interrogato dagli inquirenti, il sospettato, avrebbe confessato il mancato pagamento della tari dal 2008 e lo stato di esasperazione nel non potersi liberare dei rifiuti per via dello stato di quarantena e per lo scrupolo di un amministratore di condominio zelante.
Oggi, alle 16:00, sul canale Youtube e sulla pagina Facebook di Arsonica, ci sarà la diretta del concertone del Primo Maggio. Questo è il mio video contributo. Sarà un’edizione molto particolare perché condizionata dal virus, quindi, un palco virtuale sul quale si esibiranno più di trenta artisti e poi interventi su temi come futuro, società, lavoro, diritti. È un modo strano di festeggiare il Primo Maggio, con la gente a casa, le attività chiuse e milioni di lavoratori piombati nello sconforto, ma proprio in un periodo così complicato, sarebbe il caso di tornare a parlare di lavoro come principio fondante della Repubblica, come del resto, avevano stabilito quei signori che più di settant’anni fa scrissero la nostra Costituzione. Buon Primo Maggio a tutti, vergognomi assai, ma necessito soldi droga.
Certo che un primo maggio così non me lo sarei mai immaginato, davvero. Ne ho fatti tanti, qui, e in giro per l’Italia, quando suonare era la cosa più bella della mia vita.
Per me il primo maggio è sempre stato caldo asfissiante, sudore, pruvulazzu, soundcheck fatti male, jack rotti e batteristi, batteristi che vogliono strafare e si montano il fottutissimo piatto china.
Il Primo maggio è quella sana e imprescindibile rivalità tra le band, la finta cortesia, quei pietosi: ah, siete in scaletta dopo di noi? Ok, non fa niente… Quando invece stiamo rodendo di rabbia per il torto subito!
Il Primo maggio sono le pizze da asporto che arrivano fredde, gli spinelli consumati nel backstage prima di salire sul palco e le lattine di birra economica con quel gusto metallico che lasciano in bocca, tu bevi un sorso e come dice Peppere, è come cacciarsi in gola un pugno di monete.
Il Primo maggio sono anche i discorsi ciclostilati dei sindacalisti sul palco, le bandiere del CHE, i banchetti di Amnesty ed Emergency, i numeri della questura e quelli degli organizzatori che vuoi o non vuoi, minchia, ma com’è che non coincidono mai?
Il Primo maggio sono le ragazze che si tolgono la maglietta e restano in reggiseno e quelli che speravano di incontrare quella che amano e delusi se ne tornano a casa prima, da soli. Le comitive organizzate di amici e le amicizie che nascono spontanee cantando una canzone e condividendo un’emozione.
Ecco, Tutti dovrebbero avere il diritto di vivere queste esperienze, perché non c’è niente che possa rimpiazzarle. Sarà questo il futuro della musica live? Rinunciare alle valvole, agli overdrive, alle code per entrare e allo stare gomito a gomito? Opteremo per concerti in diretta streaming, ascoltati dalle casse di un PC che gira ancora con Windows 2000?
Io spero di no. Lo spero con tutte le mie forze perché la musica live è vita che scorre e pulsa e io non vedo l’ora che le città si ripopolino di band e di concerti. Spero che questo virus sia servito a qualcosa e che riusciremo a liberarci dalle storture della società, dallo sfruttamento, dal lavoro sottopagato, dal razzismo e una volta per tutte, da quella violenza atroce che è propinare 2 ore di cover arrangiate in maniera discutibile, suonare con le chitarre scordate calanti, montare la doppia cassa per un live in pizzeria e portare avanti il dogma della tonalità originale, che tante vittime ha già mietuto tra gli spettatori incolpevoli.
Domani avremo l’enorme responsabilità di ricostruire dalle macerie e creare un mondo migliore, più giusto. Non sarà cosa facile, ma se io posso cambiare e voi potete cambiare, minchia! Pure quelli dei piano bar e delle cover band possono cambiare… o no?
Oggi pomeriggio, poco prima del tramonto, passeggiando a braccetto, sono passati a salutarmi il nanno col giubbotto blu e Ninni, parlavano in maniera concitata e quando sono arrivati sotto al balcone, Ninni mi ha sorriso e il Nanno mi ha chiesto: “comu semu?”. Io ho subito risposto: “A posto, ammuttamu…”, volevo chiedere del debito di gioco e se Ninni alla fine era riuscito a farlo onorare da Cugno, ma il nanno non mi ha lasciato continuare e mi ha subito detto: “Sugnu troppu nibbuso… ha sintutu ‘sta cosa che hanno messo u veterinario avvettice dell’ospetale?”. Io ho cercato di chiarire: “Beh, non è propriamentea capo dell’ospedale, è un ruolo…”, ma non ho fatto in tempo a terminare che il nanno serafico ha ribattuto: “chissu picchì a Sarausa semu animali, sabbaggi, mao mao, semu troppu bestia. Ni mettunu u veterinario o’spitale e tutti ni stamu muti a cominciare del sintaco”. Io l’ho guardato fisso, come a dire: la sua saggezza a volte mi spiazza e mi commuove. Poi è intervenuto Ninni che ha chiesto: “ma quindi se c’è u veterinario all’ospedale, Annibal (un cane corso di 85 kg, di stanza alla Fanusa) u pozzu puttari per fallo visitare? Mischino, iavi n’tanticchia di tosse… nun criru ca è coronavirus?”. “Minchia Ninni… preciso, si u sarausanu DOCCHI – ha detto il nanno, mentre scoraggiato si allontanava da solo – u sai ca fari? Tu pottaccillo e viri zoccoti riciuno”.